mercoledì 20 novembre 2013

GIORNATA MONDIALE DEL BAMBINO: LA STORIA DI "PINSOLO", IL PINO SOLITARIO DAL CUORE TENERO





("Pinsolo: il pino solitario", illustrazione di Marina Cepeda Fuentes)


PINSOLO: IL PINO SOLITARIO
di 
Marina Cepeda Fuentes

C'era una volta un pino che viveva solitario in un colle pieno di alberi di fronte ai freddi mari del Nord.
Vi era di tutto su quel colle: querce millenarie, roveri contorti, abeti altissimi, vecchie acacie, faggi dai tronchi bianchissimi, salici che piangevano sempre e molti eucalipti magri e alti che, mossi dal vento, spargevano a vari chilometri un odore stomachevole da pomata per il raffreddore e da caramelle per la gola:  ca­ramelle di eucalipto, naturalmente!

 Quasi tutti quegli alberi stavano sul colle da tantissimi anni e tutti erano riuniti in famiglie più o meno numerose.
Tutti meno il pino che era completamente solo: era infatti un pino solitario e perciò lo avevano chiamato Pinsolo.

In realtà lontani, lontanissimi parenti,  poteva averli Pinsolo su quel  colle vicino al mare, perché i vari abeti che erano cresciuti sulla cima appartenevano alla sua stessa specie, cioè alla famiglia delle "conifere": ma è come affermare che tutti noi, esseri umani, siamo parenti perché siamo umani.
Pinsolo era sì, una pianta conifera come l'abete, ma appar­teneva al genere dei pinus  che è tutt'altra cosa; soprattutto perché Pinsolo era un pinus pinea , chiamato anche "pino domestico" oppure "pino di pinoli".

Ossia un pino mediterraneo, di quelli bellissimi, con un tronco molto elevato, di quasi 30 metri, con tantissime pigne colme di saporiti pinoli e con una chioma schiacciata a forma di ombrellone: insomma Pinsolo era il tipico pino che tutti cercano in estate nelle spiagge, quando fa tanto caldo, perché protegge dai raggi del sole.

Ma là dove era cresciuto Pinsolo nessuno cercava la sua ombra perché, come abbiamo già detto, il colle dove si trovava era  situato di fronte ai freddi mari del Nord: sicché il poveretto non faceva altro che lamentarsi della sua solitudine e, soprattutto, della mancanza d'attenzione della gente verso i suoi squisiti pinoli.

- Perché sarò nato qui? - si domandava sconsolato quando vedeva tutti gli altri alberi riuniti in famiglia, celebrando qualche evento, mentre lui non aveva uno straccio di parente con cui festeggiare nemmeno il suo compleanno.

E di anni Pinsolo già ne aveva compiuti abba­stanza, anche se nessuno degli altri alberi, che erano cresciuti insieme con lui sul colle, ricordava con precisione la sua nascita.

Soltanto una vecchia quercia gli aveva raccontato, molto tempo prima, che un buon giorno, all'improvviso,  cominciò a sbocciare dalla terra una minuscola pianti­cella, forse grazie a un seme portato dal Sud da qualche gabbiano in viaggio; e, a poco a poco, il fragile e leggero  alberello che  cresceva e cresceva, divenne quel ben piantato pino che era ora il solitario Pinsolo.

In tutti quegli anni, a pensarci bene,  era accaduto soltanto una volta che qualcuno si fosse appoggiato al suo tronco, addormentandosi all'ombra della  larghissima chioma a parasole: era un giorno del mese di luglio e, quell'anno, lo avevano detto persino i giornali e la tivù, in quei lontani paraggi dei freddi mari del Nord, la temperatura aveva superato i 30° centigradi!
Ma fu una eccezione che non si era più ripetuta; e, da allora, nessuno, nemmeno un cane, si era avvicinato a Pinsolo  cer­cando la sua ombra.

A rendere però tristissimo il povero e solitario Pinsolo era il fatto che nessuno raccogliesse i pinoli  caduti a centinaia dalle sue pigne mature, specialmente a partire dalla primavera e almeno fino a settem­bre: là, in quell'appartato luogo dei freddi mari del Nord, la gente non sa­peva che i pinoli si mangiano!

E così, anno dopo anno, le noiose giornate di Pinsolo trascorrevano monotonamente: l'unica distrazione era  vedere i gabbiani men­tre volavano su e giù, dal colle al mare e dal mare al colle; e, durante l'estate, osservare i giochi dei bambini sulla spiaggia.

- Chissà - si domandava lo sconsolato pino - forse un giorno caldissimo quei bambini verranno da me, cercando l'ombra con le loro mamme, e s'accor­geranno di me e dei miei pinoli...

Ma siccome da quelle parti l'estate era molto fresca e non faceva per niente caldo e tutti volevano diventare almeno un po' abbronzati, non vi era anima viva che volesse andare sotto l'ombra di un pino solitario.

Quella volta però, un pomeriggio del mese d'agosto, verso le tre più o meno, Pinsolo ebbe un presentimento: sentiva che qualcosa, quel giorno, doveva cambiare la sua monotona e solitaria vita!

Quella "cosa" non era più alta di un soldo di cacio; aveva i  capelli rossi,  un costume da bagno a righe blu e rosse e una maglietta bianca, di quelle che si comprano nelle bancarelle come ricordo di un viaggio, con un disegno al centro: un disegno che, veden­dolo da lontano, perché i pini hanno una vista buonissima, fece sobbal­zare il cuore del triste Pinsolo.

- Mamma, mamma, lassù c'è un pino grandissimo, come questo della mia maglietta! - gridò il piccolino dei capelli rossi guardandosi il petto per essere proprio sicuro delle sue affermazioni.

Effettivamente, al centro della camicetta c'era il disegno di un pino dall'enorme chioma, identico a Pinsolo, che, dall'alto di un colle, dominava una spiaggia di sabbie dorate e di acque  azzurre dove una barchetta a vela era spinta dal vento: insomma, il tipico paesaggio marit­timo delle nostre coste mediterranee. Sotto il disegno si poteva leggere in lettere rosse e nere: "Isole dei Pini".

- Mamma, ma se quel pino è come questo della mia maglietta, vuol dire che anche lui sarà un pino pieno di pigne con tanti pinoli, vero? - domandò il piccolo dai capelli rossi, che in realtà si chiamava Norman.

Norman e i suoi genitori abitavano da poco nelle vicinanze del colle, in un villaggio dove tutti si conoscevano e dove ancora si poteva giocare per strada senza pericolo.
Come tutti i nordici, anche i genitori del bambino amavano molto viaggiare e, l'estate precedente,  avevano percorso  le cosiddette  "Isole dei pini" del Mediterraneo.

 Fu allora che il ragazzetto dei freddi mari del Nord vide per la prima volta, nei suoi otto anni di vita  com­piuti da poco, un pinus pinea  o "pino di pinoli": dove lui viveva, infatti, in quei freddi lidi,  non cre­scevano di solito tali pini perché in genere hanno bisogno di un clima temperato.

Norman aveva trascorso tutta l'estate scorsa mangiando pinoli che sbucciava come gli aveva insegnato Peppino: un bambino di circa dieci anni, figlio del pescatore che aveva affittato ai genitori di Norman una bella casetta sulla spiaggia di una  delle Isole dei Pini.

Il metodo era facile, ma richiedeva gran precisione: oc­correva collocare i pinoli, uno alla volta, su una pietra piatta e poi, con un altro sasso più piccolo, li si doveva colpire con un colpo secco e preciso, per non schiacciarli dentro la buccia.
Non era mica semplice quell'antica tecnica per aprire i pinoli, perché oltre a spappolarsi potevano schizzare via appena si tentava di colpirli; ma  in quei mesi estivi Norman era diventato un vero e proprio maestro!

- Sì Norman -  rispose la mamma - immagino che il pino avrà anche lui pinoli come quelli che hai mangiato nelle Isole dei Pini: perché non vai tu stesso a verificarlo? - gli con­sigliò.

Detto e fatto: in men che si dica, Norman si arrampicò di corsa per il colle fino al luogo dove si trovava, più solitario che mai, il povero Pinsolo.

 Quando il bambino vide tutti i pinoli per terra, senza che nessuno li raccogliesse, capi che il povero albero non doveva essere molto fe­lice, perché a tutti  fa piacere avere un po' di riconoscimento per le buone qualità che abbiamo o per le cose buone che sappiamo fare.

- Credo che tu ed io saremo molto, ma molto  buoni amici - esclamò Norman guardando verso l'alto, dove il pino aveva la sua maestosa chioma ad ombrellone.

E, abbracciando il suo forte e altissimo tronco, aggiunse:
- E domani  porterò qui tutti i miei compagni di scuola; perché tutto questo ben di Dio di pinoli non deve andare sprecato.

Chi lo sa, forse sarà stata colpa della sua fervida immaginazione: il fatto è che a Norman parve  di udire un sospiro profondo e lungo che fuoriu­sciva dal tronco del solitario pino... Mah, chi lo saprà mai!


Certamente, le gocce di resina che cominciarono a colare e  colare per il tronco di Pinsolo, emanando un odore intensissimo, inconfondibile, un odore a spiaggia mediterra­nea, ricordarono a Norman le proprie lacrime quando a volte, dopo essersi fatto male cadendo, la mamma lo abbracciava e baciava per consolarlo.
                                                                                                                                               
Lunga è la strada, breve  è la via;
voi dite la vostra, ché io ho detto la mia:
perché da quel pomeriggio, da quel momento,
Norman e i suoi amici mangiarono i pinoli;
e Pinsolo visse per sempre felice e contento!



FINE DELLA STORIA


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