giovedì 19 settembre 2013

“SAN GENNARO HA FATTO O’ MIRÀCULO!”: ANCHE DURANTE LA REPUBBLICA NAPOLETANA DEL 1799





Come ogni anno  fin dal 1389, il 19 settembre, festività di San Gennaro, patrono di Napoli, migliaia di devoti  attendono “o’  miràculo e’ san Gennà”, e cioè la  liquefazione del sangue del Vescovo di Napoli contenuto in due ampolle conservate nella cappella del Tesoro  del Duomo partenopeo.

Nel corso dei secoli i fedeli del santo non hanno mai smesso di ritenere il prodigioso evento come un vero e proprio miracolo, un segno divino di buon auspicio per la città. 

Il ritardo nello scioglimento dei grumi di sangue nelle fiale,  oppure, peggio ancora, l'assenza del miracolo nonostante canti, preghiere e invocazioni, è  sempre stato ritenuto un  segno sfavorevole per Napoli e per i napoletani. 

Una vera disgrazia.

Di tutto ciò era a conoscenza Donna Eleonora de Fonseca Pimentel, che i napoletani chiamarono con i più svariati nomi fra cui  a' marchèss giacobìne”, per essere una delle fondatrici  della breve e tragica Repubblica  napoletana del 1799 nella quale morì per impiccagione.



La Pimentel,  nata nel centro di Roma, in Via Ripetta,  da genitori d'origine portoghese,  era arrivata a Napoli appena compiuti gli otto anni e, oltrepassati ormai la quarantina, sapeva che  due eventi erano determinanti nella capitale partenopea per trarre auspici di buona o di cattiva sorte: l’eruzione del Vesuvio e la liquefazione del sangue di san Gennaro. 

Due avvenimenti che più di una volte nella storia della città si erano verificati insieme. 

D’altronde, delle  tre date “ufficiali” in cui da secoli  accade “o’  miràculo” una, il  16 dicembre, è proprio collegata a una terribile eruzione del vulcano accaduta nel 1631

Fu allora  che le autorità ecclesiastiche   della città, come già era successo in passato, decisero di portare in processione la testa e il sangue di San Gennaro e, come è scritto  nel documenti del tempo, “non appena le sacre reliquie giunsero in vista del Vesuvio, presso la chiesa di Santa Caterina a Formiello, il fenomeno eruttivo cessò”

E dopo qualche giorno i vari  fenomeni – colata di lava, pioggia  di ceneri - si attenuarono,  senza aver causato una sola vittima.


(Processione di San Gennaro per l'eruzione del Vesubio del 1631)

Un'altra delle  date canoniche  del miracolo di San Gennaro è, per l'appunto,  il 19 settembre e per tutta l'ottava delle celebrazioni in onore del patrono, in ricordo  del giorno del 305 d.C.  in cui fu martirizzato.


Infine, la liquefazione  dovrebbe avvenire anche il sabato precedente la prima domenica di maggio e negli otto giorni successivi, quando si commemora la traslazione delle sante spoglie da Pozzuoli, dove era stato decapitato,  alle antiche catacombe  cristiane di  Capodimonte,  a lui intitolate in seguito.



Donna Eleonora de Fonseca Pimentel, che si era resa conto dell’importanza delle credenze e delle tradizioni popolari a Napoli, avrebbe voluto che “o’ miràculo” si verificasse proprio nei giorni della proclamazione della Repubblica Napoletana del 1799: per il popolino, che si ostinava a difendere la monarchia nonostante che  il re Ferdinando IV fosse fuggito in Sicilia, sarebbe stato un vero e proprio  “segno del cielo” che avrebbe convinto ad  accettare il  nuovo governo dei giacobini filo-francesi alle migliaia di “lazzari” che vi si opponevano anche con le armi.

D’altronde, nessuno dei sovrani che hanno  regnato a Napoli è stato così sprovveduto da non tener conto  dello straordinario potere della  devozione sangennariana. Molti di loro furono autenticamente legati al Santo, ritenendolo il miglior “alleato” nelle continue guerre e sommosse.  Durante la lunga  dinastia borbonica fu   perfino  nominato  “Capitano generale dell'armata del regno”, titolo molto prestigioso e  ambito dai condottieri dell'epoca.




In sostanza,  dal XV secolo in poi, come scrive  lo storico monsignor Luigi Petito, “non passò qualsiasi grande avvenimento in Napoli che non si concludesse con una visita alle reliquie di san Gennaro. Parlamenti, dichiarazioni di guerra e di pace, fastosi matrimoni di famiglie regali, incoronazioni, suppliche nelle calamità, giuramenti, Te Deum di ringraziamento per favori ottenuti: tutto si svolgeva sotto lo sguardo del Santo”.

Perciò, quando il 22 gennaio 1799  venne proclamata la Repubblica, dopo che i giacobini napoletani, fra cui un buon numero di donne,  si erano impossessati di Castel Sant'Elmo issando sul bastione più alto la bandiera francese, la Pimentel si augurava in cuor suo che avvenisse un “segno” per convincere il popolino a porre fine alla violenza e allo spargimento di sangue.

E il segnale arrivò.

Tra il 23 e il 26 gennaio il Vesuvio cominciò a fiammeggiare,  con lievi lingue di fuoco e qualche scoppiettio. Sembrava un segnale di festa, come avrebbe commentato lo storico Pietro Colletta: “Il monte Vesuvio alzò placida fiamma come di festa, il quale spettacolo parve al volgo avvertimento celeste ed augurio di felicità”.




Altri  “avvertimenti celesti” di buon augurio per il governo repubblicano sarebbero arrivati in seguito da san Gennaro. La  sua presenza avrebbe accompagnato parte degli eventi rivoluzionari a partire dal  19 gennaio, quando  iniziarono gli scontri tra i francesi del generale  Championnet, che tentavano di  conquistare la città, e  il popolino napoletano inspiegabilmente fedele ad un sovrano che era andato via abbandonando scettro e reggia  nella notte del 22 dicembre 1798.

Alla fine la vittoria fu dei francesi, ma si videro scene sorprendenti, con episodi d’incredibile coraggio da parte dei popolani, come quella di un lazzarone che, catturato dai giacobini, rideva gettando il berretto a terra e mostrando, incollato sulla fronte, una stampa di san Gennaro: “Ma che vulite  fa’ contr ‘a chiustu cca?”, gridò  ridendo. Poi uno sparo di fucile  gli fece saltare il cervello.



 Nei combattimenti, i francesi ebbero circa mille morti, mentre il numero dei caduti napoletani, da una parte e dall’altra, non fu accertato.

Ma quando il 23 gennaio il generale Jean Étienne Championnet entrò vittorioso a Napoli le bandiere francesi sventolavano ormai  su tutte le fortezze e i lazzari avevano posto  fine alla resistenza. 
Championnet  riconobbe ufficialmente  il loro valore e ordinò al clero di aprire le chiese e di predicare pace e ordine.

E il giorno dopo, a testimonianza del rispetto dei vincitori per la religiosità popolare, come gli aveva consigliato la Pimentel, si recò in Duomo, dove avvenne il miracolo della liquefazione del sangue di San Gennaro: l’evento, in una data fuori da quelle canoniche, causò stupore e alcuni commentarono malignamente che il generale così  lo aveva “sollecitato” al santo.


(Il sangue liquefatto di San Gennaro)

L’operato del generale Championnet, indottrinato da Eleonora de Fonseca Pimentel che conosceva bene il popolo napoletano,  fu molto gradito anche da chi non condivideva le idee repubblicane: permetteva la   libertà di religione e, anzi, favoriva  i culti popolari vietando  le razzie e distruzioni delle immagini sacre.

A tale proposito lo storico Carlo De Nicola scriveva: “Addì 31 gennaio. I fatti fanno sempre più onore al generale Chiampionnet, facendone conoscere gli ottimi sentimenti. La maniera di pensare è savia e religiosa, e bisogna dire che fra le grazie fatteci dal Signore Iddio, vi sia quella di aver fatto destinare questo degno soggetto all'impresa di Napoli. Mi si dice che domenica nel Tesoro fu veduto piangere alla liquefazione del sangue di s. Gennaro, che domandò se la testa del Santo avesse collana, gli fu risposto che sí, ma se l'aveva portata il Re. Egli mostrò inorridire, fece dono al Santo di un'altra collana e di un ricco anello”.


(Collana di San Gennaro)

Tuttavia, a poco sarebbe servito il consenso popolare per il nuovo governo: in quei giorni, a Palermo, Ferdinando IV aveva già nominato Vicario il Cardinale Fabrizio Ruffo, affidandogli il compito di liberare le province del Regno invase dai francesi con l’esercito della Santa Fede sotto la protezione  di  sant’Antonio da Padova, sostituendolo al popolarissimo san Gennaro.

 Costui era ritenuto dai sanfedisti  “reo di tradimento” per aver  “favoreggiato” la Repubblica permettendo la liquefazione del suo sangue davanti al generale Championnet. 

Il conto alla rovescia per la  breve Rivoluzione  partenopea era iniziato, all’insaputa di coloro che l’avevano voluta e sostenuta  anche a costo di perdere  la vita. 

Dalla fine d’aprile le notizie sull’avanzata dell’armata sanfedistas nell’intero Regno di Napoli erano allarmanti: il governo repubblicano aveva perfino affisso un invito di arruolamento marittimo per custodire  il litorale dall'incursione nemica. 

Ma le bande del cardinale Ruffo avevano cominciato a risalire la penisola partendo dalla Sicilia e, man mano che avanzavano attraverso Calabria, Puglia e Basilicata, le file si ingrossavano di contadini, pastori, sfaccendati, che accorrevano col solo scopo di far cagnara.

Occorreva un vero miracolo per fermarli. E ancora una volta san Gennaro corse ad aiutare la Repubblica partenopea.





Il 4 maggio 1799, primo sabato del mese,  la consueta processione delle reliquie del Santo fino alla Cappella del Tesoro si svolse in un clima di fervida attesa: il popolo era convinto che la liquefazione del sangue non sarebbe avvenuta, avallando così il diffuso sentimento filo borbonico della gente.

E invece,  davanti alla folla urlante, dopo pochi minuti di preghiere, il miracolo si rinnovò: “San Gennaro ha fatto o’ miràculo!”, gridarono i lazzari

E, naturalmente, ne approfittano i sostenitori della Repubblica, che utilizzarono  l'accaduto in chiave propagandistica.

A presenziare “o’ miràculo” c’era persino il  generale  francese Étienne Jacques Macdonald, come d’altronde aveva fatto anche il suo predecessore il generale Championnet.


E sul “Monitore” del 9 maggio, il  giornale da lei fondato, Eleonora de Fonseca Pimentel descrisse l’evento con un commento finale rimasto celebre:  “Dieci minuti non passano e l’umore appare liquefatto dentro l’ampolla, sorpresa, stupore, poi slancio alla gioia. Pure san Gennaro si è fatto giacobino! Ecco il commento del popolo. Ma può il popolo napoletano non essere quello che è san Gennaro? Dunque... Viva la Repubblica!”.




Ma quella  volta l’aiuto di  san Gennaro non ebbe il risultato sperato, anzi, si dimostrò un cattivo  presagio,  poiché,   appena un mese dopo, la controrivoluzione riporterà Napoli sotto la dinastia borbonica spazzando via i principali protagonisti della breve parentesi repubblicana.

In ogni modo,  per i devoti sangennaristi l’avvenuto miracolo del 4 maggio 1799, di nuovo alla presenza dei “giacubbine”,  fu la goccia che fece traboccare il vaso: nel cuore dei lazzari san Gennaro venne sostituito definitivamente da sant’Antonio, almeno durante i sanguinosi eventi che si sarebbero susseguiti.

Perciò la Chiesa, che desiderava il ritorno di Ferdinando IV  sul trono di Napoli, vi appoggiò l’ingresso delle truppe borboniche sanfediste capeggiate dal Cardinale Ruffo, proprio il 13 giugno, festività di sant’Antonio di Padova. 

A memoria di questo evento storico, si conservano documenti, disegni e dipinti dell’epoca, in cui si vede  sant’Antonio che rincorre e scaccia san Gennaro con un bastone. D’altronde, nel dialetto napoletano “fare un Sant’Antonio” significa tuttora dare battaglia oppure propinare a qualcuno delle grandiose  legnate!

 
(Sant'Antonio guidando l'esercito sanfedista-disegno dell'epoca)
La frattura, però, tra Napoli e il suo santo patrono era destinata a durare poco. 

La città  non riuscì a detronizzare per sempre il suo protettore che,  già ai primi dell’Ottocento, riprese il suo posto nel cuore del popolo e  il culto tutto il suo vigore.  

Probabilmente  perché il Vesuvio aveva ripreso a minacciare Napoli e Sant’Antonio, che fra l’altro era d’origine portoghese come la Fonseca Pimentel, cù tutta a bbona vuluntà” diceva il popolino,  non era in grado  di bloccarlo.

(Tratto, in parte,  da: "Sorelle d'Italia. Le donne che hanno fatto il Risorgimento", Blu Edizioni, 2011)






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