mercoledì 13 febbraio 2013

LA GIORNATA MONDIALE DELLA RADIO, OVVERO "ASSENZA PIÙ ACUTA PRESENZA"


ALFREDO CATTABIANI E LA RADIO




Alfredo Cattabiani amava la radio.


E l’amava talmente tanto che, oltre ad ascoltarla ogni giorno mentre si faceva la barba o la doccia, aveva ideato e condotto sui vari canali della Rai tantissimi programmi e rubriche di grande successo molto graditi agli ascoltatori, specialmente quelli in diretta su Radiodue che andavano in onda dalle 6 alle 7,30 del mattino, come “I giorni” o “Il caffè di Radiodue”.

Alfredo aveva una bellissima voce “radiofonica”, ben modulata, profonda e sensuale, specialmente quando recitava i versi dei suoi poeti preferiti, come Guido Gozzano, Palazzeschi, Montale, fra gli altri.

Talmente sensuale era la sua voce alla radio che molte donne se ne innamoravano e gli scrivevano lettere appassionate oppure tentavano di rintracciarlo per poterlo incontrare personalmente: rammento la volta che a casa nostra bussò una bella signora di mezz’età che arrivava dalla Puglia, per conoscerlo, portandogli un grande vassoio di orecchiette fatte da lei stessa!

E quando andavamo al mercato rionale del quartiere Prati, dove abitavamo, alcune venditrici, che ormai lo conoscevano e non perdevano una sola puntata dei suoi programmi del mattino all’alba, lo salutavano dicendogli in romanaccio: -“Ah dottò, oggi m’ha fatto venì la pelle d’oca: lei c’ha proprio ‘na voce da letto...” Lui rideva di gusto e un po’ si concedeva civettando, e io sorridevo ma – lo confesso - con una punta di gelosia.

Ma Alfredo era anche un grande conoscitore del mezzo radiofonico e un critico molto rigoroso: per questo motivo, a partire dall’aprile 1994, gli fu proposta una rubrica settimanale di critica radiofonica su “Il Giornale” che inizialmente si chiamò “Onde corte” e successivamente “Sintonia”: lui accettò volentieri perché, diceva, quel tipo di articolo sono quelli “commestibili” perché contribuiscono al sostentamento giornaliero, e sono ambitissimi da ogni giornalista “libero professionista” (ora si dice “free lance”), come lo era lui, senza stipendio.

Quella rubrica, che usciva ogni domenica e che durò nove anni, divenne attesissima e temutissima da conduttori, autori, tecnici e funzionari della radiofonia perché Alfredo no aveva paura di dire quel che pensava e, soprattutto, perché tutti sapevano che lui ascoltava con grande rigore ogni programma radiofonico. E non venne interrotta nemmeno durante i tre anni e mezzo di cure per il tumore al colon che lo aveva colpito nel dicembre 1999 e che lo portò alla morte il 18 maggio 2003.

L’ultima puntata di “Sintonia” fu pubblicata proprio quel 18 maggio, perché era domenica, e Alfredo vi aveva recensito, lodandolo, il programma “Fahrenheit”, allora condotto dall’attuale direttore di Radiotre, Marino Sinibaldi, in trasferta a Torino per la Fiera del Libro.

Quell’ultima puntata però, così come le altre pubblicate nei mesi di aprile e maggio 2003, le avevo scritte io materialmente, nel senso che Alfredo ormai non aveva le forze per mettersi al computer a lavorare, e me le dettava, così come mi dettava gli ultimi articoli o gli ultimi brani del libro che stava portando a termine: “Santi del Novecento”, uscito postumo nel 2004.

In quelle ultime settimane Alfredo, instancabile lavoratore, ascoltava la radio e prendeva appunti sui programmi che voleva recensire; poi, dopo il riposino pomeridiano, mi chiamava e mi dettava la sua “Sintonia” settimanale.

Il 4 maggio 2003 era stanchissimo, era stato ricoverato quasi un mese perché improvvisamente, quando credevamo di aver sconfitto il tumore –almeno così sembrava dall’ultima Tac – si era ripresentato più aggressivo che mai, invadendo il peritoneo, la membrana che riveste tutte le viscere... Era la fine.

-“Suo marito è ormai un malato terminale”, mi disse spietato l’oncologo che lo aveva in cura, domandando con crudele indifferenza : -“Che vuol fare signora, lo lascia qui ricoverato o lo porta a casa?” Naturalmente lo portai a casa dove visse le ultime settimane di vita, leggendo, facendo piccolissime passeggiate fino al mare e, finché le forze lo aiutarono, scrivendo e dettandomi i suoi scritti...

Quella domenica 4 maggio, alle 13, Alfredo volle ascoltare l’ultima puntata condotta dall’attrice Pamela Villoresi, del bel programma “Di tanti palpiti” su Radiotre dedicato al melodramma: era molto provato, stanco, quasi addormentato. Io rimassi con lui ad ascoltare e a prendere appunti perché non ne aveva le forze.

Ero seduta accanto alla sua poltrona e, a poco a poco, mentre ascoltavamo la meravigliosa voce della Villoresi, lui mi prese la mano e la stringeva forte, più forte che poteva con quelle sue poche forze. Io lo abbracciai e, a poco a poco, le nostre lacrime si unirono e i nostri cuori battevano all’unisono con “tanti palpiti”...

Poi, finita la puntata che durava 45 minuti, lui s’addormentò. Al pomeriggio mi dettò la recensione di quel programma radiofonico che non dimenticherò mai.

ANCHE QUESTO È LA RADIO.

E perciò oggi, GIORNATA MONDIALE DELLA RADIO, ho voluto ricordare mio marito nel decennale della sua “ASSENZA” mostrando quella sua recensione radiofonica che fu pubblicata l'11 maggio di quasi dieci anni fa e che tuttora rammento come fosse ora.






 (da Cattabiani a Bertarelli, "Il Giornale", Spettacoli - 11 maggio 2003)

SINTONIA

di Alfredo Cattabiani

"Di tanti palpiti" è un bel programma di Radiotre, in onda la dolmenica dalle 13 alle 13,45, dedicato alla musica lirica che già ho avuto occasione di recensire positivamente tempo fa quando a condurlo era la sempre verde Franca Valeri che, oltre a essere l'ottima attrice che tutti amiamo, è anche una conoscitrice del melodramma.

Da alcuni mesi vi si alternano, con brevi cicli di qualche settimana, altri personaggi del mondo della cultura, della letteratura, dell'arte e dello spettacolo, come l'attore Gabriele Lavia o l'attrice Pamela Villoresi fra tanti altri: oggi comincia il turno di Giovanni Lombardo Radice. Ma è della Villoresi che desidero parlare nonostante sia già finito, da domenica scorsa, il brevissimo ciclo di sole tre puntate da lei condotto magistralmente.

Di Pamela Villoresi, la quale nonostante la giovane età (è nata a Prato nel 1957 di padre italiano e madre tedesca) ha già ricevuto innumerevoli premi e persino quello alla carriera nel Quirinale, conoscevo alcuni suoi vecchi film come "Pummarò" o "Evelina e i suoi figli", oltre che diversi sue interpretazioni teatrali che devo avere recensito qualche volta quando ero anche critico di teatro per un settimanale. Ma confesso che non avevo mai avuto l'occasione di ascoltare quella particolare forma musicale, cui la Villoresi si è dedicata ormai da qualche tempo incidendo alcuni CD con versi di poeti celebri, e che è il melologo: una sorta di matrimonio spirituale fra voce e melodia dove il rapporto fra entrambe è talmente stretto da non riuscire a capire quando inizia una e finisce l'altra.

Al melologo ha dedicato Pamela Villoresi l'ultima puntata del suo "Di tanti palpiti" di domenica scorsa 4 maggio; e vorrei ringraziarla perché mi ha donato quasi un'ora di magica serenità mentre, quasi per caso, ho cominciato ad ascoltarla fra le varie terapie antitumorali che mi costringono attualmente alla quasi immobilità per ore.
Mi trovavo nel mio studio di Santa Marinella sdraiato in una comoda poltrona e, mentre percepivo il lieve passaggio delle gocce della flebo che in quel momento attraversavano le mie vene, martoriate da tre lunghi anni di chemioterapia, una voce o un suono oppure un suono che diventava voce, non ricordo bene, cominciò a poco a poco a invadere ogni cavità del mio cervello assopito. Erano, l'ho saputo dopo, le "Chansons de Bilitis" che Claude Debussy aveva composto con dodici false poesie greche scritte dall'amico Pierre Louÿs, e che Pamela Villoresi cantava e recitava e sussurrava narrando le malinconiche vicende di Bilitis.

Poi, o prima, non riesco a ricordare bene l'ordine dei vari momenti di quella puntata, memorabile per me, del programma "Di tanti palpiti", mi sono commosso con i versi di Mario Luzi, uno dei pochi poeti che riescono a intravedere il Divino; e infine oppure prima, la Villoresi mi ha fatto anche sorridere con la divertente "Histoire de Babar", la fiaba in musica che Frnacis Poulenc compose nel 1940 dedicata al tenero elefantino di Jean Brunhoff.

Ho solo un rimpianto: non avere ascoltato, perché mi trovavo ricoverato in clinica, le due prime puntate del breve ciclo di "Di tanti palpiti" interpretato da Pamela Villoresi, un'attrice colta, con una voce incantevole e incantata, e che erano dedicate alle grandi eroine tragiche del melodramma e altre trasposizioni liriche di Goldoni.



5 commenti:

Elvira ha detto...

Viva la radio.

E viva il tuo amore, che riesce sempre a farmi commuovere, Marina.

Anonimo ha detto...

Bella storia di vita dolorosa, ma raccontata con leggerezza, come solo una brava può fare. Grazie per questa pagina di vita. Rita Maria

ELVIRA ha detto...

oh, ma che bella cosa che hai scritto!bella e commovente!
baci! Elvira
(vedo che ce ne sta un'altra, ma io sono ELVIRA)

LA CUOCA ITAGNOLA ha detto...

grazie a voi, amiche. ELVIRA, ho capito che sei ELVIRA.
L'altra elvira, una cara amica blogger, è Elvira2 e lei lo sa. Baci in ogni modo a tutte e due.

Gata da Plar - Mony ha detto...

Capito qui per caso, grazie alle infinite autostrate webiane... :)
Purtroppo devo ammettere che non conosco quel che era l'amore della tua vita e personaggio radiofonico così famoso (ma sicuramente i miei Suocerini sì!) ma ho letto il tuo post con grande commozione e mi hai messo una gran curiosità di scoprire chi era tuo marito e di sentire anch'io quei versi che tanto l'hanno emozionato quel giorno... Ti lascio un abbraccio grande!