venerdì 18 maggio 2012

ERA DI MAGGIO NOVE ANNI FA: ALFREDO CATTABIANI E IL MISTERO DELL'IMPERMANENZA


A mio marito nell’anniversario della sua assenza


(Camilian -Demetrescu-Arazzo)


Era di maggio, il 18 maggio del 2003 alle 18,15, , quando il tuo corpo se ne andò per sempre, lasciando però il tuo cuore unito al mio per sempre.

Era di maggio, il 6 maggio scorso, quando ti ha raggiunto il caro amico Camilian Demetrescu. E ora chissà quante cose meravigliose vi starete raccontando...

Ho voluto anch’io ritrovarlo oggi, proprio oggi.

Ho voluto ritrovare l’AURA di Camilian, e sono andata a cercarla a Gallese, nella Pieve dei Santi Filippo e Giacomo dove ora riposano i suoi resti mortali e che lui, insieme con la moglie Mihaela, hanno restaurato in tanti anni di lavoro, e poi impreziosito con le sue sculture, arazzi, pitture.

(Camilian e Mihaela Demetrescu restaurando la Pieve)


Sono andata in treno a Gallese, da Roma, e durante tutto il tragitto, circa due ore, pensavo a voi due, a te amore mio, e a Camilian, e alla vostra amicizia perfetta, piena di armonia, come il paesaggio sereno che scorreva davanti al mio finestrino.

Campi ordinati, coltivati, fioriti con mille papaveri rossi; ponti, laghetti, fiumi da vecchia cartolina; piccole stazioni con le staccionate in legno, di altri tempi, dove qualche passeggero scendeva senza fretta; paesi in lontananza dai poetici nomi per me sconosciuti: Poggio Mirteto, Gavignano Sabino, Stimigliano, Collevecchio, Magliano...

E infine Gallese dove Mihaela, sua allieva, amica, compagna, moglie, madre dei suoi due figli durante quarant’anni, mi attendeva per portarmi prima alla Pieve e poi a la loro bellissima casa: una casa ricostruita da loro due, a poco a poco, mattone dopo mattone, dopo che erano fuggiti dalla Romania sotto la dittatura comunista di Nicolae Ceauşescu.

(Camilian Demetrescu nella Pieve ricostruita)


In quella casa ospitale che – ricordi? - tante volte ha celato fra le sue antiche mura le nostre conversazioni, riflessioni, risate, davanti ai saporiti piatti cucinati da Mihaela, ho ritrovato voi due. Vi abbiamo sentito vicini io e Mihaela – lei con il cuore ancora sanguinante - e abbiamo brindato per voi con il Montepulciano d’Abruzzo che piaceva a Camilian.

E così, fra confidenze, ricordi, tristi alcuni e altri che ci hanno persino fatto sorridere, è passata questa giornata del 18 maggio che, da nove anni, mi fa rivivere le tue ultime ore accanto a me.
Una giornata dolorosa sebbene il tempo abbia levigato la pesante pietra che mi schiacciava il cuore, l’anima, le viscere, facendola diventare leggera, come nei versi di Attilio Bertolucci che mi accompagnano da allora:

Assenza,
più acuta presenza.
Vago pensier di te
vaghi ricordi
Turbano l'ora calma
e il dolce sole.

Dolente il petto
ti porta,
come
una pietra
leggera.

(Attilio Bertolucci)


(Camilian Demetrescu: Arazzo)


Eh sì, questa giornata del 18 maggio è trascorsa serena: io con la mia “pietra leggera” sul cuore; e lei, Mihaela Demetrescu, con il macigno del suo recente dolore. Eravamo due donne complici, unite dal nostro presente e da un  futuro di solitudine non voluta.

Abbiamo parlato di noi, di voi, della nostra amicizia ormai ventennale, della ricchezza che ci avete trasmesso.

Ma anche dell’IMPERMANENZA, alla quale mai si è preparati.

Ne parlavi tanto - ricordi? – durante quei lunghissimi e allo stesso tempo brevissimi tre anni e mezzo durante i quali sfidavi la morte continuando a vivere con pienezza negli intervalli che ti lasciavano le varie cure, le chemioterapie, gli interventi chirurgici: lavoravi, nuotavi, andavi in bicicletta, mi amavi...

Ma soprattutto, non hai mai smesso di scrivere: “senza di te e senza la scrittura – mi dicevi – non sarei riuscito a lottare”.

Una lotta contra il gigante cancro, il mulino a vento dalle mille braccia, come una crudele piovra... Quella che ha vinto infine la battaglia portandosi via il tuo corpo esausto.

Ma non il tuo cuore, non la tua anima, che sono con me e anche in ognuno dei tuoi libri, i tanti articoli, le decine di riflessioni che hai scritto fino alla fine.

Riflessioni inedite, lette soltanto da me: come questa sul MISTERO DELL’IMPERMANENZA...



(Alfredo Cattabiani e Camilian Demetrescu)




VIVERE NELLA CONSAPEVOLEZZA DELL'IMPERMANENZA
di
ALFREDO CATTABIANI


Inconsciamente molti tendono a considerare permanenti gli affetti, gli oggetti, la vita stessa.
Quotidianamente verranno smentiti, ma sarà difficile sradicare dalla loro psiche l'illusione.

Moltiplicheranno gli sforzi per celare l'invecchiamento, si sorprenderanno per i tradimenti degli amici, per l'indifferenza dei figli, per i rovesci improvvisi della fortuna.
Si scandalizzeranno infine quando sarà venuto il momento di congedarsi dalla vita.


Se avranno funzioni istituzionali tenderanno a conservare, anche con la forza, strutture sociali e tradizioni ormai in disfacimento. Quello loro è l'atteggiamento del nevrotico che non vuole vedere la realtà e tende a rimuoverla nel suo sogno di assoluta permanenza.


Non si devono tuttavia confondere con chi, pur consapevole dell'impermanenza del "visibile", sa che di là dal flusso storico permangono valori che lo trascendono.


Ma non è facile sdoppiare la propria vita interiore se prima non ci si libera dell'illusione del permanente.


Si deve cominciare con una PRIMA AMPUTAZIONE dolorosa: evitare di credere che l'avvenire porti con sé un bene tale da appagare completamente la nostra ansia di felicità.


“L'avvenire” scriveva Simone Weil“ è fatto della stessa sostanza del presente".
D'altronde è un luogo comune che la ricchezza, il potere, la stima, le conoscenze, l'amore di coloro che amiamo, la buona sorte di chi ci è caro non sono mai riusciti ad appagarci veramente.

Tuttavia ci ostiniamo a credere che il giorno in cui ne avremo un poco di più saremo finalmente felici.


Lo crediamo perché mentiamo a noi stessi.


Infatti, se riflettessimo anche soltanto per qualche istante, ci accorgeremmo che non è vero.


Egualmente, quando soffriamo a causa di una malattia, della miseria o perché siamo infelici, siamo convinti che il giorno in cui verrà a mancare la causa del nostro dolore saremo felici.


Ma in fondo qualcosa ci dice che non è vero, che il giorno in cui ci saremo abituati alla mancanza di quel dolore incominceremo a desiderare qualche altra cosa.


D'altra parte, non dobbiamo confondere il bisogno con il bene.
Vi sono molte cose di cui crediamo di avere bisogno per poter vivere. Spesso non è vero; infatti riusciremmo a sopravvivere anche se ci fossero tolte.


La SECONDA dolorosissima AMPUTAZIONE  è nel vivere con il distacco, quasi sdoppiandoci in un altro che ci stia osservando vivere, senza tuttavia rinunciare alle nostre emozioni; nell'essere generosamente immersi nel flusso dell'esistenza e spettatori di noi stessi.


Questo atteggiamento interiore è d'altronde fondamentale per difendersi dalle astuzie altrui, dai facili entusiasmi, dalle imprudenze.


La TERZA AMPUTAZIONE, che richiede una straordinaria forza d'animo, consiste nel considerare la MORTE  una compagna abituale.

domenica 13 maggio 2012

LE RICETTE DEL GIRO D'ITALIA 2012: SARDINE DELL’ADRIATICO AL PROFUMO DI FINOCCHIO





GIRO D'ITALIA 2012.

5°TAPPA: MODENA-FANO


Si è disputata  il 10 maggio, la quinta tappa, una tappa per velocisti, la MODENA-FANO di 209 chilometri.

La partenza è avvenuta dalla via Emilia est a MODENA alle 12.30, e l'arrivo è stato alle 17 circa a FANO, una bella città delle Marche sull’Adriatico.


E allora, mentre guardavo il GIRO in TV, immaginavo che, una volta arrivati  i partecipanti, e anche il loro seguito, avranno mangiato qualcosa di buono, tipico del luogo.

Pensavo anche che, dopo la fatica della corsa, ci voleva  un'alimentazione leggera, rinfrescante, ma anche nutriente, perché con lo sport e col sudore  si perdono tanti sali naturali.


Niente di meglio dunque che il pesce, che fra l'altro, mentre lo si mangia, evoca il profumo del mare.

Ebbene proprio da FANO, la simpatica località balneare nella Valle del Metauro dove, in nei primi giorni di luglio si celebra il gran “Carnevale estivo” e la “Sagra delle sagre”, arriva questa ricetta.



SARDINE DELL’ADRIATICO AL PROFUMO DI FINOCCHIO.


* Per 4 persone gli ingredienti sono:

-600 gr di sardine freschissime pulite, spinate e senza testa (ricordate che al momento dell'acquisto, le sardine si devono presentare ben rigide al tatto e con squame lucenti)

-350 gr di pomodori maturi e sodi, meglio sé del tipo San Marzano
-100 gr di cipolla bianca mondata

-olio extravergine d'oliva quanto basta

-1/2 bicchiere di vino bianco secco,preferibilmente marchiginao, ad esempio un “bianchello del Metauro” o un verdicchio.

-pangrattato

-semi di finocchio

-sale e pepe





Lavate rapidamente le sardine in acqua corrente e poi asciugatele molto bene lasciandole da parte in un piatto.

Sbollentate la cipolla affettata grossolanamente e poi scolatela e fatela soffriggere per alcuni minuti in un tegame con circa mezzo bicchiere d'olio d'oliva finché diventa soavemente dorata.

Innaffiate quindi con il mezzo bicchiere di vino bianco alzando la fiamma e, quando sarà evaporato di circa la metà aggiungere i pomodori precedentemente passati con il disco medio del passaverdure, perché vengano un po' grossi.

Salate, pepate discretamente, coprite il tegame e lasciar sobbollire per una ventina di minuti finché il sugo si sarà addensato.

Intanto accendete il forno e portatelo a 180° gradi circa.

Poi, a sugo pronto, metterne un po' sul fondo di una pirofila o un tegame in coccio che possa andare a tavola, e sistemate sopra le sardine aperte coprendole col resto del sugo.

Aggiungete ancora un po' di sale e pepe e del pane grattato al quale avrete prima mescolato dei semi di finocchio pestati nel mortaio.

Qualche goccio d'olio d'oliva, e via, al forno per circa una ventina di minuti, finché si sarà formata una crosticina dorata in superficie.

Fatele riposare un paio di minuti (d'altronde quasi tutte le preparazioni hanno bisogno di un po' di "riposo" prima di essere consumate).




Poi portatele a tavola e gustatele con lo stesso buon vino bianco marchigiano, molto fresco, che avete usato per preparare queste squisite SARDINE DELL'ADRIATICO, che, come tutto il pesce azzurro - ahimé, tanto disprezzato! - sono nutrienti, aiutano a tenere il colesterolo basso e costano poco.



Ah, EVVIVA IL GIRO D’ITALIA!

martedì 1 maggio 2012

RICETTE POLITICAMENTE S-CORRETTE: “TROTA AL CARTOCCIO LEGA-ta”



Mannaggia Bossi ha dato le dimissioni dalla LEGA e poi anche suo figliolo Renzino, alias "er  TROTA".
Ebbene, mi sovviene  una domanda:  Che ne sarà di  lui povero coccodipapàsuo?





... Beh, le trote, dopo che sono state LEGAte all'amo, vanno cucinate...

 Ad esempio,  "al cartoccio" che, come si dice a Roma (ladrona), è  la morte sua!

 Ecco la ricetta doc.

“TROTA AL CARTOCCIO LEGA-ta”
 

Preparazione:
 1- Pulire accuratamente la trota e poi srotolare un LEGAccio.

2- Mettere, all’interno alcuni pezzi d'aglio, aggiungere un po' di sale, un rametto di prezzemolo ben LEGAto e un paio di cucchiai d'olio d'oliva.

3- collocare la trota  sulla carta da forno, aggiungere ancora un po' d'olio d'oliva e chiudere bene il cartoccio, LEGAndolo con uno spago.
Infornare a 150°.

Prima di servire, TAGLIARE LA CORDA che lo LEGA e aprire il cartoccio.
E poi... Voilà!

Sorpresa!!!

La TROTA  apparirà cotta a puntino ma... Ma avvolta in bigliettoni da 1.000 euro LEGAti stretti stretti!

Consiglio: Prenderli subito, sLEGAndoli, e andare via fischiettando e facendo finta di niente...
Insomma, come una vera trota  sLEGAta!

Ah, dimenticavo: la "TROTA AL CARTOCCIO LEGA-ta" può servirsi a tavola mettendole in bocca una MARGHERITA...



Ma non siate malevoli, lo si fa soltanto perché è primavera...

 
Parola della Cuoca Itagnola!