sabato 31 dicembre 2011

LE LENTICCHIE DI CASTELLUCCIO, IL CAPODANNO E UNA LEGGENDA BIBLICA CON RICETTA



Si racconta a Castelluccio, nella verde Umbria, che tanti secoli fa vivevano in terre lontane due fratelli gemelli, Esaù e Giacobbe: Esaù era nato qualche minuto prima e perciò aveva diritto alla primogenitura.


Col tempo divenne forte e abile nella caccia come suo padre Isacco, mentre Giacobbe preferiva rimanere con la madre Rebecca ad imparare a cucinare.



Un giorno Giacobbe volle andare al mercato per trovare qualcosa di esotico da portare a sua madre:
-“Cedri del Libano; datteri del Marocco; fagiani della valle del Nilo”, gridavano i mercanti...


- “Lenticchie di Castelluccio”, gridò un vecchio dalla lunga barba bianca... -“Comperate le vere lenticchie di Castelluccio”...


- Buon uomo - gli domandò Giacobbe - ditemi: dove si trova Castelluccio?


- Ah, mio signore, Castelluccio si trova in una lontana terra chiamata Umbria: bisogna salire e salire fino ad arrivare a un altopiano, vicino alla città di Norcia; io ci sono stato e ho acquistato questi strani legumi che chiamano lenticchie e che dicono siano le migliori del mondo... prendetene un sacchetto signore, e mi sarete grati per sempre.



E così fece Giacobbe e tornando alla sua tenda si mise a cucinare una minestra con quelli strani granelli che chiamavano lenticchie utilizzando  una ricetta per i legumi che gli aveva insegnato Rebecca: per tutto l’accampamento si sparse presto un profumino delizioso, capace di far rivivere i morti.


In quel momento tornò dalla caccia, stanco e affamato, Esaù, il quale odorò subito il profumo della minestra e ne chiese al fratello una scodella.



- Se vuoi la mia minestra, dammi in cambio la tua primogenitura , disse Giacobbe, che in fondo detestava il rude Esaù.

E così fu, come racconta la Bibbia sul celeberrimo scambio.


Ma quel che non dice la Bibbia è che, mentre Esaù soddisfatto faceva la scarpetta col sughetto rimasto, pronunciò una frase che è rimasta celebre nell’Umbria: -“Ah! Queste lenticchie di Castelluccio, ben valevano la primogenitura!”




Forse, cari amici, quelle lenticchie della leggenda biblica che vi ho appena raccontato, non erano proprio di Castelluccio come vorrebbero gli umbri, anche perché questi buonissimi legumi arrivarono in Italia e in tutta l'Europa mediterranea con i fenici e con i greci e sono originari dell’Asia sud-occidentale, i territori che oggi corrispondono alla Siria.

In ogni modo, il celebre racconto della Bibbia ha contribuito a far credere che questi legumi portino fortuna a chi ne mangia tanti il primo dell’anno: insomma se a Giacobbe hanno permesso di ottenere la primogenitura a noi cosa potranno mai portare?



Io, vi confesso però, che l’astuto e imbroglione Giacobbe mi risulta veramente antipatico mentre ho sempre patteggiato per Esaù: insomma uno che cede un’intera eredità per un buon piatto di minestra di lenticchie mi sembra una persona degna di rispetto: non vi pare?

Ma ogni medaglia ha un suo rovescio e per ogni Giacobbe fortunato vi è un Esaù in disgrazia: san Girolamo racconta infatti che una volta gli ebrei mangiavano le lenticchie nei periodi di lutto in ricordo di chi per un piatto aveva perso quello che aveva di più prezioso.



D’altronde anticamente erano vietate in ogni cerimonia perché, come accadeva con le fave, erano connesse al mondo dei morti e, secondo quanto affermava Artemidoro preannunciavano in sogno i lutti: una credenza molto diffusa tant’è vero che una volta in Toscana “cogliere lenticchie” voleva dire morire ed essere sepolti.


In ogni modo, aldilà della fortuna o la sfortuna che possono produrre, mangiare lenticchie fa bene al nostro organismo: contengono vitamina B, potassio, e moltissimo ferro e fosforo, sicché sono ottime nelle cure della convalescenza e anche per i ragazzi in età scolastica perché aiutano a sviluppare la memoria e l’intelletto.




E fanno bene anche alle nostre tasche: 100 gr di lenticchie contengono le stesse proteine di 215 di carne bovina e costano molto meno! E forse, anche per questo motivo, specialmente in quest’anno di crisi economica, portano fortuna mangiarle la Notte di San Silvestro: fortuna però che potrete “nutrire” continuando a mangiarle per tutta la giornata del 1° gennaio!


Ricordatevi che mangiandole propizieranno, perché sono simili a minuscole monetine, la prosperità.


Ma se si vuole adottare una usanza tipicamente spagnola,la notte di Capodanno preparate in una tazzina dodici chicchi d’uva bianca per ognuno, ben lavati: poco prima della mezzanotte, al suono di dodici rintocchi, ingoiateli uno ad uno; ma, attenzione, perché ogni chicco non ingoiato sarà un mese sfortunato.


Se invece riuscirete a mangiarli tutti sarete pronti per avere la fortuna dalla vostra parte. Noi spagnoli li chiamiamo infatti “i chicchi d'uva della buona sorte”, “las uvas de la suerte”!



Ma per propiziare la buona fortuna si deve anche indossare un indumento nuovo, possibilmente rosso, perché simboleggia il fuoco del solstizio invernale.

E oltre alle lenticchie si dovrebbe cucinare qualcosa, come riso o fagioli, che cresca in pentola in modo da favorire la propria salute o il benessere familiare.

Si mangeranno inoltre acini, noci o semi che simboleggino la fertilità, come appunto gli spagnoleschi chicchi d'uva.
Che altro dirvi, cari amici telematici: beh, che “L'anno vecchio se ne va e mai più ritornerà”, come recita un proverbio lapalissiano semplice, semplice.

Oppure:  “Anno nuovo, vita nuova”, che racchiude buoni propositi poco mantenuti poi in genere, come ad esempio le diete post-festaiole. Ma non pensiamo ora cose sgradevoli

E io? beh, io, oltre ad augurarvi ogni bene per l’Anno nuovo, vi lascio con questo dubbio shakespeariano per il Capodanno:

-Uva alla spagnola o lenticchie all'italiana?


Tutte e due direi, perché come afferma il proverbio: “Italia o Spagna? Basta che si magna”!

Parola della CUOCA ITAGNOLA!!!




LENTICHIE DI CAPODANNO CON IL COTECHINO

Ecco a voi dunque la vera ricetta delle bibliche lenticchie di Giacobbe, ma con il cotechino, da mangiare per Capodanno come vuole la tradizione, perché portano fortuna. 
Già lo dice un noto proverbio romano: “Chi magna le lenticchie er primo conta quatrini tutto l’anno: e più ne magni e più ne conti!”


Attenzione però perché nel Quattrocento il Platina scriveva: “si digeriscono a stento e provocano gonfiore del ventre. Inoltre essendo un alimento di natura fredda reprime gli ardori di Venere”.


Dunque, poco raccomandabili per la notte di San Silvestro se vi si prospetta una serata amorosa…





*Per 4 persone occorrono:

300 g di lenticchie piccole
1 cipolla mediana

2 spicchi d'aglio
un gambo di sedano
1 carota
olio d’oliva
paprica dolce
cumino, lauro
sale, pepe
1 cotechino


Tenete le lenticchie a mollo per due ore, scolate e mettetele in una pentola coperte d’acqua fredda con tutti gli ingredienti a crudo: la cipolla e il sedano tritati, la carota a pezzi, l’aglio intero con tutta la buccia, un cucchiaino di paprica dolce in polvere (ma non è necessario se non vi piace), un pizzico di cumino, qualche granellino di pepe nero e una foglia di lauro.

Mettete il coperchio e lasciate cuocere a fuoco lento finché saranno tenere: quasi a fine cottura salate e irrorate con olio extravergine d'oliva.


A parte cuocete il cotechino ben coperto d’acqua e poi scolatelo.


Servite la minestra caldissima su fette di pane abbrustolito che avrete collocato sul fondo delle scodella e con il cotechino affettato.


Accompagnate con vino rosso corposo e consumate le vostre lenticchie in quantità: ricordate che tante più ne mangerete tanta più fortuna avrete!


 
 
 
AH, E BUON ANNO NUOVO A TUTTI!!!
 

giovedì 22 dicembre 2011

"MO VENE NATALE": ALBERO O PRESEPE?



Molti di voi, cari amici,  avranno già preparato come ogni anno il  presepe: ma sapevate che . l'usanza è nata proprio qui, in Italia?
 Ebbene,  fu  san Francesco d'Assisi a inventarlo  nel 1223 a Greccio, un paesino vicino a Rieti. 
Greccio
Ma come  gli venne  l'idea? Ora vi  spiego.

Fin dal IX secolo   in molti paesi europei si erano formati  dall'ufficio quotidiano delle Ore,  cioè dalla preghiera liturgica che si teneva in determinate ore del giorno, i cosiddetti  "Uffici drammatici" che rievocavano  con brevi dialoghi le principali scene evangeliche. 

Il  tema della Natività  venne elaborato nel monastero tedesco di  Benediktbeuern - da cui presero il nome i  celebri Carmina burana -   come un vero e proprio dramma  della Natività con decine di personaggi  e varie scene  al cui centro campeggiava  quella del presepe  che in latino significava greppia o stalla.

Ispirandosi a quelle sacre rappresentazioni san Francesco d'Assisi decise di celebrare il ricordo del Natale di Gesù in una grotta nei dintorni di Greccio, una paesino del Lazio situato alle pendici del monte Lacerone, quasi ai confini con l'Umbria.

La Grotta dove san Francesco preparò il primo presepe nel 1223

Bonaventura da Bagnoregio narra così la scena di quel 24 dicembre del 1223:
"Fece preparare una stalla, portare del fieno e condurre un bue e un asino. Si radunano i frati, accorre la popolazione: il bosco risuona di voci, e quella venerabile notte diventa splendente di luci, solenne e armoniosa di laudi armoniose. Francesco stava davanti alla mangiatoia ricolmo di pietà".  

Successivamente, nel resto d'Italia,  si passò dal presepe  animato a quello inanimato di cui il più antico è quello di Arnolfo  di Cambio conservato nella basilica di Santa Maria Maggiore  a Roma.
Il presepe di Arnolfo di Cambio a Santa Maria Maggiore
Ma da alcuni decenni  in molte località italiane si rappresentano  nei giorni di Natale presepi viventi più o meno riusciti.

In ogni modo, oltre a quello di Greccio dalla atmosfera unica, uno dei più grandiosi, che occupa un'intera vallata d'origine etrusca,  si svolge a Corchiano, in provincia di Viterbo: se siete da quelle parti non ve lo perdete, ma copritevi bene perchè fa un freddo siberiano!

Presepe vivente

In molte case invece del presepe  c'è l'albero di Natale, di solito un abete decorato con lumini e palline colorate:  un'usanza che ci è arrivata dall'Europa del nord e dall'America.
Ebbene, i fautori del presepe sostengono che non sia un'usanza cristiana. E invece lo è!  


Per capire  il simbolismo  dell'albero di Natale e le sue  radici cristiane non dobbiamo dimenticare  che  in tutte le antiche tradizioni  l'albero è il simbolo  dell'Asse del mondo  attraverso il quale l'Eterno si manifesta nel mondo visibile.

Nell'Antico Testamento  l'Albero della Vita piantato  al centro dell'Eden,  e del quale Adamo ed Eva possono nutrirsi prima del peccato originale, viene identificato con il Cristo da  molti  teologi  medievali .

Scriveva ad esempio  nel XII s. il benedettino  Ruperto di Deutz: "Il Paradiso  Terrestre  fu creato a immagine  del paradiso celeste  dove le potenze angeliche  sono come alberi bellissimi  e l'Albero della Vita è Dio stesso".


Non diversamente il vescovo Ippolito  di Roma  scriveva già nel III secolo a proposito della Croce: "Pianta immorale, s'innalza al centro  del cielo e della terra: fermo sostegno  dell'universo, legame  di tutto, sostegno  di tutta la terra abitata, legame cosmico  che comprende in sé  tutta la molteplicità  della natura umana".
Presepe e Albero a San Pietro

Per questi motivi ad Assisi, nella cappella del Monastero di  Santa Croce, dove vivono  le suore cappuccine tedesche, nella notte di Natale  un abete campeggia sotto il Crocefisso dell'altar maggiore  e molti altri alberi decorati  con striscioline di carta argentata e candeline  sono sistemati lungo la navata.

E per tutto ciò,  nelle case dove  si è consapevoli del suo simbolismo, si appendono  all'abete tanti lumini  che rappresentano per i cristiani  la luce che il Cristo dispensa all'umanità; mentre le palline di vetro colorate, i frutti dorati, i regalini  e i dolciumi  sono i simboli  della vita spirituale  e dell'amore che Lui  offre ai credenti.



Insomma, come vedete tutti e due, presepe e albero, sono ugualmente simboli del Natale... 

E voi, quel preferite?
Personalmente tutti e due e  così ho fatto  anche questa volta, preparando un piccolo presepe   - un "Belen" si dice da me - con delle minuscole figure di terracotta dipinta che risalgono agli anni della mia infanzia  e che mi hanno accompagnato in tutti i miei traslochi.

Sarà però un Natale un po' nostalgico perché - ahimé! -  quest'anno la mia "crisi economica" non mi permetterà di andare a passare le Feste  in Spagna, con la  mia famiglia...

Insomma in questi giorni di penuria per tutti - o quasi- mi viene in mente una vecchia canzonetta di Renato Carosone, intitolata "Mo vene Natale" ...

Eccola per voi  cliccando qui...

 Mo vene Natale
nun tengo denare
me leggio ‘o giurnale
e me vaco a cuccà.

CON TANTI AUGURI DALLA CUOCA ITAGNOLA!!!


lunedì 12 dicembre 2011

I CIBI DEI RICORDI: BACALAO DE VIGILIA DEL MONASTERIO DE GUADALUPE





Oggi, 12 dicembre, il Messico festeggia la sua santa patrona: la VIRGEN DE GUADALUPE, detta popolarmente “la morenita”, per via del colore bruno del suo viso.

Ma come accade in genere in America Latina con molte usanze, tradizioni e devozioni religiose, anche questa è d'importazione spagnola: fu infatti portata dai monaci Girolamitani, e cioè i frati dell'ordine di San Girolamo, che custodivano fin dal 1389 il monumentale Real monasterio de la Virgen de Guadalupe, dichiarato dall'Unesco Patrimonio dell'Umanità fin dal 1993. Si trova  situato nella bella  cittadina di Guadalupe, nell'attuale provincia di Caceres, e da cui prende nome anche la Madonna festeggiata oggi nel Messico.





Ebbene, nel grandioso santuario dell’Estremadura, dove nel 1492  i Re Cattolici diedero ufficialmente a Cristoforo Colombo l'incarico di partire per il Nuovo Mondo, è custodita l'originale immagine romanica della VIRGEN DE GUADALUPE, una delle più celebri "Madonne nere" dell'Europa occidentale.





Fu trovata nel XII secolo da un pastore in riva la fiume Guadalupejo, il cui nome deriva dall'arabo e significa "fiume che specchia la luce", oppure "fiume nascosto".



L’Estremadura è una terra un po’ andalusa e un po’ castigliana . Un po' romana e un po' araba. Terra celtica, lusitana, ibera. Terra negli “estremi”, nel limite delle frontiere.
Terra dai confini sbiaditi, a volte cristiana, altre musulmana.

Ma anche una volta  terra povera, di uomini poveri e perciò bellicosi e avventurieri; uomini che della guerra hanno vissuto, che con la guerra hanno conquistato un Mondo Nuovo: Pizarro, Nuñez de Balboa, Valdivia, Orellana, Hernán Cortes, sono alcuni dei molti Conquistadores dell’Estremadura che nel Cinquecento seguirono le orme di Cristoforo Colombo.



Ai bambini nati nella povera terra dell’Estremadura, in quella terra “negli estremi”, che imparai a amare fin da piccola perché era la terra di nascita di mia madre, il poeta andaluso Rafael Alberti dedicò versi struggenti nel 1935.

Versi vietati durante il franchismo, che qualche volta  mia madre recitava mentre in cucina m'insegnava a preparare alcuni piatti della sua infanzia nell'Estremadura. Versi che ascoltavo singhiozzando per la commozione:


I bambini dell'Estremadura
camminano scalzi:
chi ha rubato
le loro scarpe?


I bambini dell'Estremadura
non sanno i nomi delle stelle:
chi ha chiuso
le loro scuole?


I bambini dell'Estremadura
sono molto seri:
chi è stato il ladro
dei loro giochi?






“Mejor que conde o duque, fraile de Guadalupe”, e cioè, “molto meglio che conte o duca, frate di Guadalupe”, affermava un’antico proverbio estremegno, perché il popolo sapeva che nei tre conventi principali dell'Estremadura, Guadalupe, Yuste e Alcantara, la mensa era fra le più ricche.

Quei conventi erano già nel Cinquecento sede della più raffinata gastronomia estremegna: quando le truppe napoleoniche, che avevano invaso la Spagna nel secolo XIX, saccheggiarono chiese e conventi della Spagna trovarono ad Alcantara antichi manoscritti con mille ricette che consegnarono alla moglie del maresciallo Junot, la duchesa d'Abrantes, eccellente buongustaia e gastronoma.

Nelle ingiallite pagine madame Junot trovò piatti di alta cucina, quali "fagiani al tartufo", "cinghiale alle erbe" o squisiti foie gras, chiamati da quelle parti hepagrás; ricette che successivamente entrarono a far parte in Francia della cucina più tradizionale.



Ancora oggi i cuochi francesi preparano alcuni patê, piatti di cacciagione e consommés "alla maniera d'Alcantara". Un modo di cucinare talmente peculiare da far esclamare al gran Auguste Escoffier: "Il ricettario d'Alcantara è l'unica giustificazione valida della guerra della Francia contro la Spagna".


Al monastero di Yuste, fra l'altro, si ritirò negli ultimi due anni di vita l'imperatore Carlos V dopo aver abdicato a favore del figlio Felipe II, costringendo gli austeri frati jeronimos che lo custodivano a preparare pranzi pantagruelici.

Data la sua smisurata ghiottoneria il re fece diventare il convento il centro delle più ricercate prelibatezze culinarie: alla sua tavola non mancavano mai le ostriche andaluse, le torte d'anguilla di Valladolid, le salsicce di Valenzia o i marzapani di Toledo; mentre le suore spagnole, così abili a preparare dolciumi, inviavano i loro prodotti da ogni angolo del Paese.





Dal canto loro, i frati di Guadalupe, forse i migliori cuochi della regione, inventavano nuovi piatti per il loro illustre ospite.
Senza tralasciare però i numerosi fedeli che ogni giorno, da secoli, visitavano il loro bellissimo Monastero in stile mudejar con elementi gotici e barocchi, per rendere omaggio alla Madonna Nera di Guadalupe, che tuttora è oggetto di gran devozione da parte di molti spagnoli e, come dicevo, anche dei messicani che oggi la festeggiano.

Ma anche nell’Estremadura ne sono orgogliosi e la festeggiano con solennità l’8 settembre con danze tipiche e canti popolari:

Tiene la bella Guadalupe
due cose singolari:
la vergine morenita
e il convento dei frati.





Ecco dunque per voi, una  ricetta a base di bacalà che mia madre preparava nelle vigilie delle feste, quando occorreva “mangiar di magro”


BACALAO DE VIGILIA DEL MONASTERIO DE GUADALUPE


Come tutti i popoli lontani dal mare anche l’Estremadura vanta alcune ricette tipiche per cucinare il baccalà, come il “rebados de Caceres”, il “baccalà di Yuste” oppure quest’altra ricetta proveniente dal Monastero per eccellenza, e cioè quello di Guadalupe dove è custodita la miracolosa immagine della Vergine “morenita”.


Ingredienti per 4 persone:

750 gr di baccalà ammollato
4 cipolle
4 patate
pane grattugiato
abbondante prezzemolo
olio d'oliva, sale
pimentòn dulce de La Vera (paprica dolce)



PREPARAZIONE:

Strizzare bene il baccalà, togliere spine e pelle e tagliarlo a pezzi grossolanamente.
Tritare finemente la cipolla e il prezzemolo.
Pelare e affettare le patate.

In una teglia di terracotta leggermente unta d'olio e cosparsa di pane grattugiato collocare uno strato di patate e di  baccalà e poi coprire di cipolla e prezzemolo; salare leggermente, cospargere di pane grattugiato e mettere di nuovo il baccalà, la cipolla e il prezzemolo e così via finché finiscano gli ingredienti.
Terminare con il pane grattugiato coperto d'abbondante paprica dolce: la migliore in assoluto proviene dall’Estremadura, dalla zona della Vera, nella provincia di Càceres.

Condire con olio d'oliva, annaffiare con poca acqua e lasciar cuocere nel forno a temperatura media - circa 150°- per 15 minuti.
Prima di servire gratinare la superficie finche diventerà dorata.

Accompagnare con un vinello rosato oppure decisamente con un rosso poco corposo.