lunedì 21 novembre 2011

"SORELLE D'ITALIA" A NAPOLI: ELEONORA FONSECA PIMENTEL




Martedì 22 novembre alle ore 17.00

Instituto Cervantes di Napoli
Via Nazario Sauro, 23

Presentazione del libro

“Sorelle d’Italia. Le donne che hanno fatto il Risorgimento”

di Marina Cepeda Fuentes

(Blu edizioni-Premio Elsa Morante 2011 per la Saggistica)
Interverrano insieme all’autrice:

-Laura Capobianco
Storica, filosofa e Presidente dell'Archivio della Memoria delle donne del Sud

-Tjuna Notarbartolo
Giornalista e scrittrice

-Piera Violante Ruggi d'Aragona
 Attrice

 
SIETE TUTTI INVITATI!!!
 
Si parlerà di donne magnifiche come Eleonora Fonseca Pimentel, l'eroina della Repubblica Napoletana del 1799, alla quale è dedicato un ampio capitolo nel libro.
 
L'attrice Piera Violante Ruggi d'Aragona  leggerà alcuni brani.
Ecco quello che riguarda  la  morte di Eleonora il 20 agosto del 1799 e che vi anticipo.
 





Quel 20 agosto 1799, mentre si trovava nella sua cella, Eleonora ricevette la visita di un prete, uno dei religiosi che offrivano assistenza e conforto ai condannati a morte. Il sacerdote le domandò se voleva pregare per la sua anima. Lei rispose che non c’era bisogno, che la misericordia di Dio avrebbe provveduto… E poi, implorante, insistette per riavere le sue mutande e una cordicella per legare in basso il lungo camicione nero che le avevano fatto indossare. Il prete si rivolse alla carceriera che disse di no.


Il sacerdote insistette: «Non avete qualche altro desiderio?»


«‘Na tazzulella ‘e cafè…» rispose donna Lionora.


Poco dopo, mentre assaporava quel caffè, caldo, forte, che le avevano portato, Eleonora forse rammentò il consiglio di sua madre quando arrivarono a Napoli: «Devi imparare a fare il caffè, qui è quasi una religione».

E lei aveva imparato a farlo con la caffettiera napoletana, che lentamente, a poco a poco, lascia uscire un nettare denso, nero, profumato come in nessun altro luogo al mondo.


Sentiva ancora sulle labbra il sapore amaro e gustoso di quella bevanda prelibata quando, al pomeriggio, la fecero uscire per andare incontro alla morte.




 Eleonora avanzava lentamente fra i suoi aguzzini. Lungo il cosiddetto vicolo dei Sospiri de ’Mpisi (sospiri degli impiccati) camminava assorta fra la folla di lazzari sghignazzanti e ripensava alla cordicella e alle mutande che aveva chiesto più volte e che più volte le avevano rifiutato.


A malapena riuscì a sentire la voce della ragazza che la chiamava insistentemente: «Donna Lionò, donna Lionò…»


Era Caterina, figlia naturale del marito Pasquale Tria e della sua domestica, ’na brava guagliona cui Eleonora, nonostante tutto, voleva bene. Riconoscendola, le sorrise e le chiese una spilla. Caterina, fra le lacrime, frugò nei suoi vestiti e infine le porse il fermaglio che aveva fra i capelli. Invano, mentre si avviava verso il centro della piazza dove s’innalzava la forca alta più di dieci metri, la nobildonna cercò di chiudere i bordi della sua veste con quel fermaglio che scivolò via mentre saliva le scale.

I lazzari, vedendola, cominciarono a gridare: «A morte la Giacobba, viva ‘o Rre!», senza riuscire a capire che quella donna aveva lottato, e ora andava incontro alla morte, per la loro libertà.



Eleonora, mentre saliva le scale del patibolo, tentava di tenere strette le gambe per evitare che la brezza marina del tramonto facesse svolazzare la sua la veste. Prima di porgere il collo al suo carnefice sussurrò alcune parole in latino. Poi il boia strinse la corda e il corpo della poveretta appeso al capestro fu fatto oscillare ripetutamente dal suo aiutante, il tirapiedi, come era d’uso per prolungare l’agonia degli impiccati.


Per una giornata intera il corpo rimase penzoloni nella piazza Mercato: spettacolo a beneficio della plebaglia che ghignava guardando quella giacobba senza mutande.


Fu questa l’ultima e atroce offesa recata a una delle donne più intelligenti e più colte del XVIII secolo. Di lei Benedetto Croce scrisse:


«il fior fiore intellettuale e morale della nazione, che salì il patibolo per quello che non a torto viene considerato il primo forte, ancorché debole, impulso al processo risorgimentale».




 I lazzari le dedicarono una macabra e satirica tiritera che a Napoli ancora si canta perché fa parte del “Canto dei Sanfedisti”, popolarmente detto ‘A Carmagnola:


A signora ‘onna Lionora
che cantava ‘ncopp’ ‘o triato,

mo’ abballa mmiez’ ‘o Mercato.

Viva ‘o Papa santo
ch’ha mannato ‘e cannuncine
pe’ caccià li giacubine.

("Sorelle d'Italia. Le donne che hanno fatto il Risorgimento", Marina Cepeda Fuentes, Blu edizioni)











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