sabato 21 agosto 2010

RACCONTO D'ESTATE DELLA CUOCA ITAGNOLA

Ultima fine di settimana ferragostiana: il mare di Santa Marinella è al pieno e conviene rintanarsi in casa.

Magari a scrivere un racconto d'estate, cercando nel baule dei ricordi.

Ma certo, perché no. mi pare una buona idea.

Eccolo. Per voi dalla vostra Cuoca Itagnola un racconto... Come dire? Misterioso!






L'ANELLO



Ho aperto il piccolo scrigno dove conservo la mia vecchia bigiotteria e l'ho rivisto dopo tanto tempo. Non volevo guardarlo, ma era là e, sebbene seminascosto fra gli altri oggetti, si faceva avanti prepotentemente con tutto il suo carico di ricordi lievemente assopiti.





È troppo appariscente questo anello che non ho mai messo, che non mi è mai piaciuto, ma che conservo da decenni per una strana forma di superstizione. O forse di paura. È dorato, grande, con una enorme testa di gatto che ha due pietre rosso fuoco al posto degli occhi. Occhi che sembrano seguirmi ovunque. Come gli occhi di quella strana donna che me lo aveva regalato e che, chissà perchè, non riesco a dimenticare.


Ho il suo ricordo ancora impresso nonostante il tempo trascorso: si chiamava Lina ed era una signora appena cinquantenne, piccola di statura, bionda, minuta, con occhi vivaci e luminosi che esprimevano tanta passata sofferenza mal celata.


 La conobbi a Roma tanti anni fa quando, giunta da poco in Italia, ero costretta, per mantenermi e per pagarmi gli studi di architettura, a svolgere mille lavori diversi: dalla bambinaia a ore alla disegnatrice, dalla cameriera in un locale notturno alla moda alla traduttrice di brevetti, passando per le ripetizioni di matematica a liceali o l'insegnamento dello spagnolo.


 Quella volta avevo messo un annuncio sul "Messaggero" dove mi offrivo per impartire lezioni della mia lingua materna.

La signora Lina mi chiamò.

Quando andai a casa sua, in un quartiere residenziale della capitale, fui colpita dai suoi occhi quasi infuocati, di un intenso color verde giada, simili a quelli di un gatto, e dalle sue mani che, stringendo le mie, emanavano un grande calore.





Quasi senza rendermi conto ci accordammo: due giorni alla settimana, dalle sei alle otto, per conversare. Con un buon compenso orario. Lei avrebbe voluto recarsi in Spagna l'estate prossima, possibilmente parlando bene il castigliano che già conosceva un po’.



Da quel momento i due giorni stabiliti, il lunedì e il giovedì, diventarono per me temuti e desiderati allo stesso tempo: provavo una sensazione di turbamento e disagio ogni volta che si avvicinava l'ora dei nostri appuntamenti settimanali; ma dentro di me sapevo che, di là dal guadagno, non avrei potuto farne a meno.




Durante le nostre conversazioni in spagnolo, che si svolgevano nel salotto ben arredato della sua signorile abitazione, in realtà era lei chi parlava e parlava. In pochi giorni e con un tono confidenziale che mi sconcertava, poiché ero appena ventenne, mi raccontò tutta la sua vita.




Una vita costellata da tanti tristi episodi: il matrimonio in giovanissima età con un uomo che non amava, più anziano di lei di vent'anni; la nascita dell'unico figlio al quale si era dedicata in corpo e anima, vivendo con lui in una completa simbiosi accentuata dalla scomparsa prematura del marito. E infine la morte, per lei fatale, del figlio tanto amato a soli ventisei anni.




Quando la conobbi era deceduto da soli due anni e lei aveva costruito attorno alla sua memoria un vero e proprio tempio di culto. Me ne parlava senza sosta: della sua intelligenza, della sua bontà, delle sue singolari idee: dopo avere studiato ingegneria meccanica, aveva applicato il suo straordinario ingegno in strane invenzioni che utilizzava per osservare il firmamento e, diceva, per mettersi in contatto con l'aldilà.






La signora Lina, mentre mi raccontava del figlio, a volte taceva e fissava con i suoi occhi da gatto un punto nel vuoto; poi mi stringeva le mani con le sue caldissime e si alzava sussurrando: “Scusa un attimo, mi chiama...”.


 In quei momenti brividi d'irrazionale paura percorrevano la mia schiena e provavo tanto desiderio di fuggire, ma non riuscivo ad alzarmi dalla poltrona. Dopo pochi minuti di attesa, che a me sembravano eterni e durante i quali rimanevo da sola con i miei timori, la signora Lina tornava e continuava il suo discorso come se niente fosse: dagli occhi verdi però irradiava una misteriosa luce, quasi accecante, che le illuminava felinamente il volto.





Le settimane passavano troppo lentamente e io contavo i giorni che mancavano all'estate, fine di quelle sofferte lezioni di spagnolo. Lei invece sembrava tanto felice quando puntualmente arrivavo a casa sua ogni lunedì e ogni giovedì: mi riempiva di premure, di buone merende, che il mio giovane appetito da studentessa squattrinata gradiva, di alcuni regalini e mi dava sempre qualche soldino in più del convenuto.


Un giorno, era un giovedì di metà aprile, mentre conversavamo nella mia lingua materna, che la signora Lina già dominava con abbastanza disinvoltura, mi guardò fissa con quei suoi occhi felini e mi disse: “Lui vuole conoscerti, gli ho parlato tanto di te...”.


Quella volta i brividi che mi percorsero la schiena sembrarono saette, mi sentii bruciare dal calore e la pelle mi si accapponò come non mi era mai accaduto. Ma non seppi cosa risponderle e, senza rendermi conto, mi alzai dalla comoda poltrona foderata di velluto fucsia e la seguii.


Entrammo in una grande stanza pulita e ordinata, con bei mobili antichi e strani aggeggi dappertutto: telescopi di varie misure, cristalli colorati sospesi nell'aria, una sorta di radio trasmittente, un disco metallico girevole su cui una puntina di diamante incastonata in un braccio mobile aveva inciso centinaia di circoli concentrici: “Servivano a mio figlio per comunicare con altri mondi”, mi spiegò la signora Lina incurante del mio stupore sempre più crescente.





 Sull'intera camera aleggiava un dolce profumo di fiori freschi e sulla parete dietro il pianoforte vi era la gigantografia di un giovane corpulento, dal dolce sorriso e con gli stessi occhi color giada della signora Lina: capii che mi trovavo nel reame del figlio. Mi disse che, dalla sua morte, quella stanza non era stata mai cambiata e infatti sembrava abitata, vi si percepiva la vita.


La signora Lina aprì la finestra e, mentre un bel tramonto romano, dai colori rosati e viola, si insinuava in ogni angolo della camera rendendola ancora più inquietante, mi condusse davanti alla fotografia cui si rivolse dicendo: “Ecco Marina: vero che è proprio come te l'avevo descritta?”.

Mi sembrò che il giovane mi sorridesse, mi parve persino di sentire un sussurro di benvenuto.

 


Lei parlava e parlava: a volte con me, a volte col figlio. Io, ormai ammutolita, ero come ipnotizzata e credo di ricordare che sorridevo stupidamente, immobile e silenziosa come un ebete.


A poco a poco la stanza si era riempita di una tenue luce rosata, filtrata dal tramonto, che illuminava ogni angolo, ogni oggetto: sotto il letto vi erano le pantofole di lana. Sulla grande scrivania un quaderno di appunti, scritti con una ordinata calligrafia, era ancora aperto e con la penna stilografica adagiata sopra. Dalla porta dell'armadio a muro appena socchiusa fuoriusciva la manica di una vestaglia di cashmere bordò.

Mentre mi mostrava e spiegava ogni cosa la signora Lina mi teneva per mano e io tremavo dalla eccitazione e dalla paura. 

 Non so quanto tempo siamo state in quella camera perché all'improvviso mi sono trovata sull'uscio della porta d'ingresso: riesco ancora a ricordare che ci salutammo dandoci appuntamento al lunedì successivo.


 Le nostre chiacchierate in spagnolo continuarono ancora per qualche tempo: lei mi parlava di spiriti, di magia, dell'aldilà, di coloro che non muoiono mai perchè sono sempre presenti anche dopo la morte e di tante altre cose che mi affascinavano e mi inquietavano allo stesso tempo. E ogni tanto si alzava per andare da “lui” e qualche volta mi ci portava.


 Finalmente arrivò il mese di luglio e anche l'ultimo giorno dei nostri incontri, per me quasi una liberazione. Ma la signora Lina, che per la prima volta si mostrava taciturna, appariva tanto triste: mi fissava con i suoi bellissimi occhi verdi e mi stringeva le mani come se non dovessimo vederci mai più.


 Mi offrì un rinfrescante the freddo con una fetta di torta al limone che lei stessa preparava, la preferita del figlio, e poi, con voce tremante dall'emozione, cominciò a parlarmi del destino di ognuno di noi, ormai in un castigliano quasi perfetto, dicendo cose che mi sembravano tanto strane e che non riuscivo a capire del tutto.


 Alle otto, quando l'ultima delle nostre lezioni era finita, si allontanò per un attimo, come faceva sempre, per prendere i soldi che mi doveva. Mentre l'attendevo mi sembrò di sentirla che, in fondo al corridoio dove si trovava il regno del figliolo, dialogava con qualcuno. Mi sembrò persino di ascoltare una voce maschile che le rispondeva.



Quando tornò in salotto i suoi occhi brillavano più del solito, con una luce che trascolorava dal verde all’ambrato: fra le mani, oltre al mio compenso, reggeva un piccolo cofanetto d'argento smaltato in azzurro.


Lo aprì e mi porse un grande anello dorato con una enorme testa di gatto che aveva due pietre rosso fuoco al posto degli occhi: vedendolo mi sentii turbata perché sembrava un vero  felino che mi guardava  con un ghigno sornione.



 La signora Lina mi regalò l'anello e mi fece promettere che lo avrei tenuto sempre con me. Dissi di sì quasi senza accorgermi, e lo misi in borsa promettendo a me stessa di disfarmene al più presto possibile. Poi, mentre ci salutavamo, ebbi la sensazione di farlo per l'ultima volta.


E così fu.


Non ho più rivisto la signora Lina; non ho neanche voluto cercarla, sebbene una volta, dopo molto tempo, quando ormai mi ero sposata, avevo avuto una figlia e iniziato la mia carriera di giornalista e di conduttrice radiofonica, ricevetti in Rai una lettera con una laconica frase seguita dalla firma: “Mi piacerebbe incontrarti. Lina”.


Era lei, ne sono sicura. Ma senza pensarci strappai il foglio che emanava calore umano e profumava di fiori freschi: chissà perché ebbi paura soltanto al pensiero che potesse entrare di nuovo nella mia vita, che riuscisse a conoscere mia figlia.


Poi di nuovo il silenzio.

Ma il suo ricordo, a distanza di decenni, riaffiora quelle rare volte che apro lo scrigno della mia vecchia bigiotteria…
 



Non ho mai avuto il coraggio di disfarmi di quel misterioso anello che non ho mai messo al dito: lo nascosi nel fondo dell'astuccio tentando invano di non guardarlo ma, puntualmente, appena lo schiudo, quegli splendenti occhi infuocati del gatto o, chissà, della signora Lina, cercano i miei.




FINE


martedì 10 agosto 2010

10 AGOSTO: LA NOTTE DI SAN LORENZO

(San Lorenzo nella graticola, di Pietro da Cortona)


San Lorenzo, io lo so perché tanto
di stelle per l'aria tranquilla
arde e cade: perché si gran pianto
nel concavo cielo sfavilla.

Ritornava una rondine al tetto :
l'uccisero: cadde tra i spini;
ella aveva nel becco un insetto:
la cena dei suoi rondinini.

Ora è là, come in croce, che tende
quel verme a quel cielo lontano;
e il suo nido è nell'ombra, che attende,
che pigola sempre più piano.

Anche un uomo tornava al suo nido:
l'uccisero: disse: Perdono ;
e restò negli aperti occhi un grido:
portava due bambole in dono.

Ora là, nella casa romita,
lo aspettano, aspettano in vano:
egli immobile, attonito, addita
le bambole al cielo lontano.

E tu, Cielo, dall'alto dei mondi
sereni, infinito, immortale,
oh! d'un pianto di stelle lo inondi
quest'atomo opaco del Male!

 
Vi ricordate questi versi di Giovanni Pascoli?
 
Appartengono alla struggente e bellissima poesia intitolata "10 agosto" dove  il poeta - uno dei miei preferiti - paragona le stelle cadenti della Notte  di San Lorenzo alle lacrime versate per il padre, ucciso  in un agguato proprio il 10 agosto mentre ritornava a casa con i regalini per le figliole.
 
 
 
 
Ieri, infatti, dalla mezzanotte in poi,  milioni di persone hanno fissato  il cielo perché era la cosidetta Notte di san Lorenzo, il giovane diacono,  martire romano del III secolo,  che è sepolto a Roma nell'omonima e bella basilica.
 
 
(San Lorenzo diacono, di Carlo Crivelli)
 
 
Molti di coloro che hanno guardato il cielo ieri notte, alla vista della prima stella cadente  avranno detto: "Stella, mia bella stella, desidero che...".
 
Poi e fino al prossimo giorno 13 agosto, ne potranno cadere  altre e altre ancora, e ogni stella, si dice, farà avverare un desiderio.
 
Gli astronomi le chiamano Perseidi perché pare provengano dalla costellazione di Perseo; e sanno bene che si tratta di sciami di aeroliti che vagano per lo spazio a grande velocità finché, sfiorando l'atmosfera terrestre,  s'incendiano per il forte attrito e si consumano in brevissimo tempo senza lasciare traccia.


Questa "pioggia" di stelle non è l'unica durante l'anno, si verifica anche nella notte tra il 13 e il 14 novembre con le Leonidi, che sembrano provenire da un punto della costellazione del Leone, e in quella fra il 23 e il 24 dello stesso mese con le Andromeidi che giungono invece dall'Andromeda.




Ma nella tradizione popolare le stelle cadenti d'agosto sono dette anche Fuochi di San Lorenzo perché sarebbero le scintille del fuoco che ardeva sotto la graticola del santo durante il martirio avvenuto il 10 agosto del 258.

In realtà, san Lorenzo non morì abbrustolito ma  decapitato. Tuttavia la leggenda della graticola è piaciuta di più all'immaginario popolare tant'è vero che anche un proverbio veneto dice: "San Lorenzo dei martiri inozenti, casca dal ciel carboni ardenti".

Un altro proverbio ci ricorda che la festa cade proprio nel mezzo della canicola, ma non bisogna disperarsi perché "San Lorenzo la gran calura, sant'Antonio la gran freddura, l'una e l'altra poco dura" (sant'Antonio sarebbe quello celebrato il 17 gennaio).

Forse la  coincidenza della data del martirio con il periodo canicolare, di solito il più caldo dell'anno, potrebbe spiegare la nascita della leggenda della graticola e il culto straordinario di cui ha goduto il martire che è anche il patrono di Grosseto e di Rotterdam (Olanda) ed è invocato contro gli incendi nonostante la sua  leggendaria morte sulla graticola.

Ma è anche il santo protettore dei cuochi, librai, bibliotecari, pasticceri, vermicellai, pompieri, rosticceri,  lavoratori del vetro e dei  diaconi permanenti.




Insomma, quel che però volevo ricordarvi e di  non dimenticare di guardare il cielo queste  notti e fino alla metà di agosto circa, quando ci saranno  le stelle cadenti portatrici di desideri: il picco di intensità, quest’anno, si verificherà il 13 agosto, poco prima dell’alba, con decine di stelle visibili ogni ora.

Visione che sarà favorita dalla Luna, nella sua fase più misteriosa, quella Nera,  perchè infatti   oggi, alle 5 circa del mattino, si è oscurata  per poi rinascere, come una piccola falce,   Luna Nuova.

La Luna della dea Artemide greca e della Diana romana: la Luna  della Rinascita.




Ma ritornando alle stelle cadenti di agosto, occorre dire infine che quelle   scintille  sono chiamate anche Lacrime di san Lorenzo perché secondo un'altra credenza sarebbero le lacrime che il martire versò durante il supplizio e che da quel momento vagano nei cieli, scendendo sulla terra in queste magiche  notti di mezza estate.

Come scendevano  le lacrime di Giovanni Pascoli per la morte di suo padre quel  10 agosto:


San Lorenzo, io lo so perché tanto
di stelle per l'aria tranquilla
arde e cade: perché si gran pianto
nel concavo cielo sfavilla..."


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In ogni modo, lasciando le lacrime da parte,  AUGURI di buon onomastico alle centinaia di migliaia di maschietti  che si chiamano Lorenzo, uno dei nomi più diffusi in Italia.





LA CUOCA ITAGNOLA VI AUGURA CHE I VOSTRI DESIDERI DIVENTINO REALTA'!!!

lunedì 9 agosto 2010

AGOSTO E I SUOI PROVERBI



Ed eccoci ad agosto inoltrato, un mese che per noi è l'ottavo dell'anno ma che nella Roma antica si chiamava inizialmente Sextilis, cioè sesto mese perché il primo calendario romano cominciava a marzo.



Poi nell'anno 8 avanti Cristo il mese Sextilis divenne Augustus in onore di Augusto, il primo imperatore romano, grazie a un decreto del Senato che spiegava:

"Considerato che l'imperatore Cesare Augusto nel mese di Sestile assunse per la prima volta il consolato, entrò per tre volte a Roma in trionfo, condusse sul Gianicolo le legioni che avevano seguito fedelmente la sua causa; considerato inoltre che questo mese è stato molto fortunato per l'Impero, il Senato decreta che esso sia chiamato Augustus".


Dieci anni prima, nel 18 a.C., Augusto stesso aveva istituito alla calende di Sestile, verso la metà del mese,  le "feste di Augusto", in latino  feriae Augusti, da cui è nato il termine Ferragosto.




Agosto è di solito un mese di grande calura, le città si svuotano e  i contadini si augurano che ogni tanto piova  perché, come afferma  un proverbio,  "Quando piove d'agosto, piove miele e piove mosto".


 L'acqua d'agosto infatti, in  una giusta misura, è ritenuta benefica perché rinfresca l'aria e irriga la campagna permettendo ai prati di non restare bruciati dal sole.




A loro volta le api  ancora possono   produrre  miele e l'uva  può maturare bene. Infatti sia l'eccessiva siccità che la troppa pioggia nuoce all'uva: la prima rende il vino troppo asprigno, la seconda troppo leggero.




Intorno alla metà del mese arrivano i temporali d'agosto che allontanano la Canicola, sicché si dice: "Il Ferragosto rinfresca il bosco".



Mentre un altro proverbio ci ricorda che "Per l'Assunta l'oliva è unta",  perché in genere, tempo permettendo, il 15 agosto, festività dell'Assunzione di Maria in cielo, detta popolarmente l'Assunta, l'olio comincia a formarsi dentro le olive.



Per la sua collocazione calendariale sono connessi a questa festa tanti altri proverbi del mondo contadino: "Per Santa Maria il marrone fa la cria" riferendosi alle grosse castagne che cominciano a crescere in questo periodo e che preludono l'autunno; oppure, riferendosi al clima, "La Madonna d'agosto rinfresca i campi e il bosco".




Ah,  infine  un altro proverbio afferma che "Chi nasce ad agosto ha la testa a posto!": come me, e anche come mia figlia Clara che è nata ieri, 8 agosto.

E siccome  è nata alle 23,20 dell'8 agosto, dunque era ormai  quasi il 9, le faccio di nuovo migliaia di migliaia di auguri!!!

Ma sarà vero che la   testa della mia amatissima figliola è  a posto per il semplice fatto di essere nata ad agosto?


(Clara Berna al "Nido Verde" di Roma e i suoi primi passi di flamenco)


Beh, che sia  "a posto" non lo so, ma certamente, fin da bambina,  la sua testa  si è sempre mossa al ritmo del Flamenco!


E il Flamenco è diventata la più grande passione della sua vita.

Passione che trasmette alle sue allieve nel suo Atelier di Flamenco El Mirabras di Roma, all'interno della Casa Internazionale delle Donne, nel quartiere più andaluso che c'è: Trastevere, tanto simile per la sua luce, la sua gioia, il suo calore e la sua vitalità al mio quartiere di nascita a Siviglia, Triana.

Due quartieri, Trastevere e Triana, nati "d'altra parte del fiume": l'uno dietro il Tevere; l'altro dietro il Guadalquivir.

E la luce dei due storici fiumi si riflette nelle case e nel carattere della gente.


 
(Clara Berna  e alcune  allieve  del suo "Atelier El Mirabràs" di Roma)
 
 
Insomma, per finire, potrei  cambiare un po' il proverbio in onore di mia figlia e affermare  che, a volte, "chi nasce ad agosto ha la testa con le idee chiare e... anche un po' a posto".

martedì 3 agosto 2010

NATILLAS CASERAS DE MI MADRE (CREMA CASERECCIA DI MIA MADRE)

Quando ero piccola e arrivava il 3 agosto, il giorno del mio compleanno,  mia madre mi preparava per colazione una ciotola di “natillas”, una squisita crema a base di uova e latte, che io mangiavo lentamente, per farle durare di più, inzuppandovi dei biscotti  secchi chiamati “galletas Maria”.



Erano biscotti molto semplici, a buon mercato, che allora, prima dell’arrivo delle merendine industriali, piacevano a tutti i bambini spagnoli nati in Spagna all’epoca del hambre”- della fame - e cioè gli anni dal dopoguerra e fino alla metà dei Cinquanta, quando con l'arrivo degli americani e il piano Marshall il mio Paese cominciò a risorgere dalle ceneri della Guerra Civile.






Ricordo che mia madre si alzava prestissimo per farmi trovare pronta la deliziosa colazione, anzi per farcela trovare pronta, perché quel momento quasi magico lo condividevo con i miei quattro   fratelli.


Mi svegliava il profumino intenso del latte scaldato con la cannella e il limone che arrivava dalla cucina e allora  saltavo dal letto e correvo dalla mamma per l’operazione finale una volta preparata la crema: "ripulire" il pentolino, fino a lasciarlo lucido, portando via tutti i residui di crema con il  dito indice!




Il privilegio aspettava a chi di noi era festeggiato e si ripeteva anche per gli onomastici. Insomma, la tradizione di quelle due giornate di festa per ognuno di noi,  moltiplicato per cinque, dava la bella quantità di 10 colazioni speciali all'anno!


 Non dimenticherò mai quelle mattine dei miei compleanni, mattine sivigliane caldissime del 3 agosto,che profumavano di vero latte caldo di mucca, di cannella, di limone, di vaniglia,  e dell’amore di mia madre.




Perciò, oggi, 3 agosto, giorno di un mio imprecisato compleanno, e lasciando da parte i miei buoni propositi di diete estive dimagranti, mi sono alzata prestissimo e sono andata in cucina a prepararmi una ciotolina di dolcissime natillas caseras, con la  stessa ricetta di mia madre che ora vi propongo.


Ottima per i vostri bambini, figli o nipoti, specialmente se lasciate che collaborino con voi ripulendo il pentolino con un dito!


Ingredienti per 4 persone:

6 tuorli d'uovo
1/2 litro di latte
125 gr di zucchero
la scorza di mezzo limone
8 biscotti secchi
1 bastoncino di cannella
cannella in polvere
alcune gocce di vaniglia






In un pentolino lavorare bene con un cucchiaio di legno (circa 10 minuti) i tuorli con lo zucchero fino ad ottenere una crema.

Versarvi a poco a poco il latte precedentemente scaldato con la scorza di limone, il bastoncino di cannella e la vaniglia.

Cuocere a bagnomaria rimestando sempre finché si formi una pellicola sul cucchiaio di legno.
A questo punto ritirare e versare in ciotoline individuali.

Guarnire con un paio di biscotti, anche i savoiardi vanno bene, e cospargere con la cannella in polvere.

Lasciar raffreddare almeno un'oretta, sebbene anche tiepide, come piacevano a me da piccola, siano squisite.




NOTA:

Le natillas sono  uno dei  "dolci da cucchiaio"  più diffusi in tutta la Spagna, probabilmente d'origine monacale.

Non si sa con certezza la provenienza di questa squisita crema, ma quella castigliana è fra le migliori, specialmente a León dove il latte è ottimo.

In effetti la dolce crema pasticciera a base di latte, zucchero, uova, scorza di limone, vaniglia e cannella acquisisce nel capoluogo castigliano-leonese una bontà particolare dovuta forse alla qualità del latte, sicché sprofondare il cucchiaio in quella doratà densità dai profumi orientali costituisce quasi un peccato di lussuria.

Ma le natillas  che mia madre mi preparava a Siviglia, nella nostra casa di Triana, ogni 3 agosto, erano senza dubbio ancora migliori perché avevano anche il profumo della sua tenerezza.




PAROLA DELLA CUOCA ITAGNOLA!!!