lunedì 22 marzo 2010

GIORNATA MONDIALE DELL'ACQUA: RISPARMIAMOLA!





Oggi, 22 marzo, si festeggia in tutto il mondo la Giornata dell’Acqua, istituita dall’Organizzazione delle Nazioni Unite.

Il messaggio per il 2010 è:


“Acqua pulita per un mondo sano”






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Ogni anno, in questa data,  l’Onu ci ricorda che l’acqua è "elemento prezioso e vitale da garantire a tutti i cittadini del pianeta, e da rispettare attraverso un uso sostenibile dell’ambiente".


Ci ricorda anche che dobbiamo tutelare l'Acqua perché:


L'Acqua è Vita





L'Acqua è Salute





L'Acqua è Economia





L'Acqua è Felicità





L'acqua è un Bene




L'Acqua è Poesia



Acqua di monte
Acqua di fonte
Acqua che squilli
Acqua che brilli
Acqua che canti e piangi
Acqua che ridi e muggi
Tu sei la vita
E sempre sempre fuggi

("Acqua", Gabriele D'Annunzio)
 
 
 
 
 
E l’acqua
fresca nasce
fa ruscelli
scende
casca sui sassi
scroscia
e frusciando
fa il fiume.



E l’acqua
sciolta nuota
nelle valli
e lunga e lenta
larga
silenziosa
luminosa
fa il lago.



E l’acqua
a onde muore
non muore mai
e muore
non muore mai
e muore
mentre immensa
fa il mare.

("E l'acqua", Roberto Piumini)
 
 
 
 
 
L'Aqua è Amore
 
  .................................

Tu beso fue en mis labios
de un dulzor refrescante.
Sensación de agua viva y moras negras
me dio tu boca amante.



Cansada me acosté sobre los pastos
con tu brazo tendido, por apoyo.
Y me cayó tu beso entre los labios,
como un fruto maduro de la selva
o un lavado guijarro del arroyo.



Tengo sed otra vez, amado mío.
Dame tu beso fresco tal como una
piedrezuela del río.

("La sed", Juana de Ibarbourou)
 
 
 
 

sabato 20 marzo 2010

GIORNATA MONDIALE DELLA POESIA: ANCHE A TAVOLA!


Il 21 marzo si celebra  la Giornata Mondiale della Poesia che è stata istituita dalla XXX Sessione della Conferenza Generale UNESCO nel 1999.


La data del 21 marzo  era stata scelta perché segna in genere il primo giorno di primavera, sebbene quest'anno l'Equinozio primaverile arriva sabato 20  marzo verso el 18,30.


L'Unesco, con questa Giornata  ha voluto  riconoscere  all'espressione poetica un ruolo privilegiato nella promozione del dialogo e della comprensione interculturali, della diversità linguistica e culturale, della comunicazione e della pace.





L'Unesco vuole così sottolineare che, tra le diverse forme di espressione, ogni società umana guarda all’antichissimo statuto dell’arte poetica come ad un luogo fondante della memoria, base di tutte le altre forme della creatività letteraria ed artistica.

Un altro obbiettivo proposto dall'Unesco per la Giornata di oggi è il"recupero di un dialogo tra la poesia e le altre arti".
 
 
 
E allora, mi sono detta, siccome la cucina è una vera e propria forma d'arte ecco che si può portare  la poesia in cucina, riempiendola di versi, più o meno culinari, perché anche il cibo e il vino sono stati oggetto d'ispirazione per tanti poeti.


Per celebrare dunque la Giornata Mondiale della Poesia anche "a tavola" ho raccolto qui alcune composizioni poetiche "enogastronomiche".




Cominciamo da uno dei miei poeti preferiti: Vincenzo Cardarelli. Nessuno ha cantato come lui  la sera della Liguria, eppure era di Tarquinia.

Ecco dunque  Vincenzo Cardarelli che canta la primavera appena iniziata paragonandola all'effervescenza del vino:

Oggi la primavera
è un vino effervescente.
Spumeggia il primo verde
sui grandi olmi fioriti a ciuffi
dove il germe già cade
come diffusa pioggia.
Ebbra la primavera
corre nel sangue.


Eh sì, il Cardarelli aveva ragione, tant'è vero che da me in Spagna si dice che "la primavera la sangre altera", e cioè "con la primavera il sangue si altera", s'inebria!




E probabilmente  il grande  Pablo Neruda avrà scritto in primavera questa sua "Ode al vino", dove il poeta cileno mescola amori diversi ma complementari.  Come lo sono  il vino, la donna desiderata,  la natura:

Amore mio, d'improvviso
 il tuo fianco
 è la curva colma
 della coppa.
Il tuo petto è il grappolo,
 la luce dell'alcool
la tua chioma,
 le uve i tuoi capezzoli...

 
Ricorda un po' la Bibbia vero? D'altronde  i sentimenti, i sapori, i profumi, la poesia sono antichi più della Bibbia... Appartengono a tutte le epoche.

Ad esempio, nell'antica Roma, il poeta ispano-latino Marziale del I secolo, utilizza i versi di un epigramma per invitare un amico a una cena, modesta -dice lui - ma allietata dalla musica dei flautisti come era costume allora nei banchetti pubblici e privati:

Se di cenare in casa malinconico
ti stringe il cuore,
vieni da me, Toranio.
La cena, chi lo nega, è povera,
ma il giovane Condielo,
né troppo sacre, né troppo profane
ariette eseguirà sopra il suo flauto...

 
 
Invece Lorenzo il Magnifico utilizza una sua poesiola, "La canzone dei confortini", dedicata ai "bericuocoli" e ai "confortini", biscotti tipici toscani della sua epoca, come il pretesto per filosofare sul tempo che passa e non ritorna:

Bericuocoli, donne e confortini
se ne volete i nostri son de' fini.
Non bisogna insegnar come si fanno:
ch'è tempo perso, e 'l tempo è pur gran danno:
e chi lo perde, come molte fanno
convien che faccia poi de' pentolini.

Io però ho una poesia-culinaria che amo più de tutte: l'ha scritta Giovanni Pascoli e l'ha dedicata a uno dei prodotti più tipici della sua terra romagnola: la piada che in Romagna è il pane quotidiano.
 
 
 
Ed ecco  il Pascoli che descrive poeticamente la sua preparazione a mano:
 
E tu, Maria, con le tue mani blande
domi la pasta e poi l'allarghi e spiani;
ed ecco è liscia come un foglio, e grande
come la luna; e sulle aperte mani
tu me l'arrechi, e me l'adagi molle
sul testo caldo, e quindi t'allontani.

Io, la giro, e le attizzo con le molle
il fuoco sotto, fin che stride invasa
dal calor mite e si rigonfia in bolle:
e l'odor del pane empie la casa.

 
Poi c'è lui, un altro  dei miei poeti italiani preferiti:  il Vate, Gabriele D'Annunzio che era nato a Pescara e anche vivendo in altri luoghi non dimenticava le buone cose della sua terra. 
 


 E  ne  ricorda alcune persino in versi; come questi, perfettamente "dannunziani", che utilizza per magnificare l'ineguagliabile brodetto abruzzese appena piccante grazie al peperoncino, il "diavoletto" lo chiamano in Abruzzo:
 
Nel glauco mare che già amaro in sante
rampogne il Vate disse, nel sonante
mare che specchia Febo italo amante
divino ardente,
di tra i flutti prendemmo la silente
figliolanza del cefalo lucente,
il turgido merlango paziente...

Dai fiorenti
orti cogliemmo il timo, i rossardenti
diavoletti folli e le virenti
erbette fine.

Il fuoco lento infine alle terrine
porose demmo, e il canto alle marine
spiagge che vider navi anche col rostro.
Nessun brodetto mai eguaglia il nostro!

 
Insomma, come vedete la poesia può  essere grande poesia persino descrivendo la preparazione di un pane, come faceva il Pascoli o la zuppa di pesce come D'Annunzio.
 
 
 
Oppure questi versi di un  poeta dei nostri giorni, è il bolzanese Gerhard Kofler che  è tratta dalla sua raccolta, dal culinario titolo, "Stoviglie e posate".
 
Tazzina di caffè
è questo
il momento buono
riepilogo
e incontro
sorso
al cuore
resiste
la lingua
nel caldo
tocca
i profumati ricordi
di tutti gli amici
di tutti gli amori...

 Ma non sempre i poeti creano delle vere poesie, a volte sono soltanto filastrocche o sonetti comici o versi in libertà, tanto per divertirsi.
 
Come ad esempio quelli dello scrittore Nico Orengo con questo suo "Epitaffio per un gelato:
 
Per un attimo
se ne sta impettito
poi si è squagliato!

Oppure Carlo Porta che così "canta" i "Tordi con la polenta":

Ed i tordi più di trenta
in lardosa maestà
stavan là sulla polenta
come turchi sul sofà!

Insomma,  come potete vedere, anche i poeti sanno cantare il cibo sia come divertimento sia con vere e proprie poesie.
 
 
 
E così il "serioso" Giacomo Leopardi in gioventù ha dedicato versi coltissimi contro la minestra, che odiava.
 
E Guido Gozzano ha cantato le squisite "bignole" torinesi con versi deliziosi che inneggiano "alle signore che le mangiano nelle pasticcerie"
 
 
E anche di Gozzano sono  questi malinconici e "proustiani" versi dei "Profumi della cucina" della sua "mitica" "Signorina Felicita":
 
M'era più dolce starmene in cucina
tra le stoviglie a vividi colori
tu tacevi, tacevo Signorina
godevo quel silenzio e quegli odori
tanto tanto per me consolatori
di basilico, d'aglio, di cedrina.

 
 
E anch’io mi sono permessa di comporre questa filastrocca in versi in lode alla fonduta e un po’ imitando a modo mio il Palazzeschi di  "lasciatemi divertire!":


Oh Fonduta valdostana
sei buona con la fontina
ma non con il formaggio grana!
Sei gialla, sei cremosa, sei densa,
e perciò, oh Fonduta,
sei sempre nella mia dispensa.
E quando voglio far bella figura
con qualcosa di squisito
offro ai miei ospiti la Fonduta
per saziare il loro appetito!

 
Come vedete si  potrebbe infatti  scrivere tanto sulla "poesia in cucina" e anche voi potete cimentarvi lodando in versi i cibi o i piatto o i vini che  più amate: è primavera, amici e tutto è permesso!
 
 
 
Una stagione di transizione, quella della primavera, il cui nome deriverebbe da Ver, un termine di origine indo-europea; mentre le parole primo e  vere significavano propriamente "all'inizio della primavera", la stagione della fioritura, del passaggio fra inverno ed estate.
 
Una stagione che si ripete regolarmente ogni anno. Eppure, per chi ha il dono di meravigliarsi il risveglio della natura, i peschi fioriti, le margherite nei prati e persino l'erba nuova è come se li vedesse per la prima volta, con occhi vergini.
 
D'altronde, la capacità di stupirsi di fronte al quotidiano è infatti l'inizio della conoscenza, della vera conoscenza come diceva Platone: "E' tipico del filosofo quello che tu provi, essere pieno di meraviglia".



La meraviglia è uno stato d'animo in cui nulla è dato per scontato. Tutto nel quotidiano, anche ciò che abbiamo già visto, costituisce per noi una sorpresa.

Non è un privilegio di pochi; spesso vi sarà capitato di uscire una mattina di casa e di contemplare con stupore, quasi fosse il primo giorno della creazione, le case, gli autobus, le persone che s'incrociano, la pioggia di una giornata primaverile; e i platani dei viali e una farfalla e il fiume.


Ebbene, se riuscissimo a uscire ogni volta di casa con tale disposizione d'animo, a vedere le cose e le persone con meraviglia, quasi le incontrassimo per la prima volta, i nostri pregiudizi cadrebbero a poco a poco e forse, se tutti provassero quei sentimenti di stupore davanti alla natura, forse, non ci sarebbero tante guerre, ne tanto odio, ne tanto dolore...


Beh, ora sto cadendo quasi nell'ovvio! Ma quel che volevo sottolineare, per finire, è che la poesia e la primavera vanno a braccietto…






 
D’altronde già lo dice uno dei miei poeti preferiti fin da ragazzina: il sivigliano Gustovo Adolfo Bécquer
 
Mentre l'aria nel suo grembo porti
profumi e armonia;
mentre nel mondo ci sia primavera,
vi sarà poesia!
 
 
Questo poeta  era anche molto amato da Eugenio Montale, e vi interessa leggerlo in italiano, potrete trovare le sue Rime d'amore tradotte da me qualche anno fa nella collezione che la editrice Newton Compton dedica ai poeti del mondo intero in edizione economica.



Bécquer era, nella mia adolescenza e lo è tuttora in Andalusia, il poeta dei primi sospiri giovanili di amore in primavera. E come non esserlo se scriveva versi come questi:

Odo, fluttuando in onde di armonia,
suoni di baci e battere un'ala;
le mie palpebre si chiudono... Che succede?
Dimmi...? Silenzio!
- È l'amore che passa!


E con queste versi romanticissimi la vostra CUOCA ITAGNOLA vi  augura: 
 
 
 
 
BUONA PRIMAVERA!!!

lunedì 15 marzo 2010

MARZO E I SUOI PROVERBI






Siamo ormai a metà  marzo, il mese della primavera che dovrebbe portare il bel tempo, i fiori e l'amore a tutti gli esseri  viventi!

 Ma non ci si deve illudere perché  potrebbe persino nevicare ancora.

Ma se così fosse la  neve, perlomeno in pianura, durerà poco. Si dice infatti: "La neve marzolina viene la sera e va via la mattina".

Ispirandosi a questo proverbio qualcuno, stanco delle angherie della propria vicina, ne coniò un altro: "Tanto durasse la mala vicina quanto dura la neve marzolina".



In ogni modo si sa che questo è un mese capriccioso e imprevedibile tant'è vero che si dice: "Marzo, pazzo!"; "Marzo pazzerello, guarda il sole e prendi l'ombrello" oppure "Marzo sole e guazzo".

E infatti, a chi è un po' lunatico: si domanda "Sei nato a marzo?" Perché si crede che chi nasce in questo mese ne subisce l'influsso anche nel carattere.

In ogni modo, se a marzo la pioggia non manca, anzi qualche volta ci accompagna per giorni e giorni, quando fa bel tempo sentiamo che la primavera sta arrivando perché il sole comincia scaldare, tant'è vero che si dice: "Non ci fu marzo così tristo che non mandasse il cane all'ombra".

Col primo sole tiepido si svegliano dal letargo molti animali. Perciò attenti a camminare nei prati perché "Marzo, la serpe esce dal balzo".




A marzo la  primavera è annunciata dall'arrivo di tante specie di uccelli, molti dei quali attraversano in volo i mari cercando il tepore della nuova stagione.

Perciò, soprattutto in campagna, sono nati tanti proverbi: "Per San Gregorio Papa la rondine passa l'acqua, se non l'ha passata vuol dire che nel mare è annegata". La festività di san Gregorio è il 12 marzo.



Ma, come rammenta un altro noto proverbio, "Una rondine non fa primavera", sicché per vederne tante probabilmente occorrerà attendere almeno al 21 marzo quando, fino alla riforma del calendario liturgico, si celebrava la festa di San Benedetto poi assurdamente spostata a luglio annullando in questo modo uno dei proverbi più noti: "Per San Benedetto la rondine sotto il tetto".

In ogni modo per vedere arrivare le rondine in massa, bisognerà aspettare ancora un po', al 25 marzo, Festa dell'Annunciazione di Maria: "Per l'Annunziata la rondine è ritornata", si dice infatti.





Il canto degli uccelli che annuncia il bel tempo rappresentava nel mondo contadino di una volta anche la fine delle ristrettezze invernali perché la richiesta di mano d'opera in campagna cresceva e si poteva finalmente cambiare padrone.

Un proverbio toscano lo rammenta: "Quando canta il ghirlingò chi ha cattivo padròn mutar lo può", il "ghirlingò" è il medesimo uccellino canoro primaverile che i siciliani chiamano nello stesso proverbio "cirrinciò" e i calabresi "firringò".

Ma nel conflitto contadino-padrone subentravano anche altri uccelli: "Canta il cuculo sulla quercia nera, ricordati padrone che è primavera"; oppure, come affermavano i veneti più esplicitamente, "Sifola el tordo, canta el merlo, fora l'inverno: in culo al paròn!"






Ma fra i detti che riguardano questo mese ve n'è uno che, per coloro che vivono in città, è molto misterioso: "Far lume a marzo".

 Si riferisce a un'usanza contadina ancora viva in alcune zone: negli ultimi giorni di febbraio e nei primi di marzo si accendono nei campi, all'imbrunire, dei grandi fuochi.

Si bruciano le erbe secche dell'inverno e i tralci secchi della vite tagliati durante la potatura. La cenere serve anche a concimare i campi.





Forse questa usanza è un'eco lontana di un rito dell'antica Roma: proprio il primo marzo, le Vestali accendevano il nuovo fuoco nel tempio di Vesta, la dea della terra, per simboleggiare la nascita del nuovo anno che cominciava proprio a marzo.

martedì 9 marzo 2010

RICETTA DI QUARESIMA: BROCCOLETTI, PATATE E ARINGHE FRESCHE



Si mangia, si mangia "di magro" durante i giorni della Quaresima!

Un nome che deriva dal latino Quadragesima dies, che significava "quarantesimo giorno", cioè quarantesimo giorno prima della Pasqua.

Ma perché quaranta giorni? Perché , secondo la Bibbia, quaranta furono i giorni in cui avevano digiunato Mosè, Elia e il Cristo, e quaranta furono i giorni del Diluvio universale, periodo di purificazione.

La Quaresima fu adottata in Oriente nel secolo IV e a Roma a partire dall'anno 384  e ha dato luogo nel mondo cristiano a tantissimi riti, proverbi, modi di dire, sacre rappresentazione e persino tante ricette di cucina a base di pesce, considerato dalla Chiesa un "cibo magro" e dunque da consumare durante i giorni di astinenza e penitenza della "Caremma", come viene chiamata  nel Salento.




Ebbene una volta, quando i cristiani osservavano il periodo quaresimale, si mangiava per tutti i quaranta giorni "di magro". Le carni erano bandite e regnava incontrastato il pesce.


Nei paesi di mare non c'era alcun problema per reperirlo. E anche in certe zone interne ricche di fiumi e laghi.

Ma in quei luoghi dove i pesci erano scarsi o inesistenti bisognava accontentarsi di quelli che arrivavano secchi o sotto sale, come le alice, gli stoccafissi, il baccalà e le aringhe affumicate.



L'aringa divenne persino l'attributo della Quaresima, che, infatti appariva raffigurata come una Vecchia magra, brutta e triste che aveva sempre degli  ortaggi e teneva in mano alcuni pesci, spesso delle aringhe o del baccalà.

Quella figura tristissima ha ispirato il detto : "Pare una Quaresima", riferito a una persona smagrita, tetra e grigia.

Un altro detto invece paragona un lavoro o un impegno che dura molto alla Quaresima: "Lungo come la Quaresima", si dice infatti.

E ora basta,  perché  vi darò la ricetta di un piatto quaresimale che ho ideato qualche giorno fa e che si prepara, appunto, con le  aringhe fresche ma che si può realizzare anche con le sarde, le alici, gli sgombri oppure il baccalà!

Eccola.

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BROCCOLETTI, PATATE E ARINGHE FRESCHE


Prima di tutto pulite i broccoletti togliendo le parti più dure dei gambi e lessateli al vapore per evitare la perdita delle loro proprietà nutritive.






Sbucciare le patate, lavarle, sgocciolarle bene e tagliarle a rondelle fine.





Lavate e asciugare bene i filetti di aringhe fresche: di solito infatti vengono vendute già aperte e spinate ma se così non fosse, fatelo voi.



A questo punto prendete una teglia di ceramica, terracotta o vetro che possa andare in forno e, dopo averla unta d’olio d’oliva extravergine, sistemate sul fondo una parte delle aringhe con la polpa in vista.



Copritele con un po’ di broccoletti, ancora un filo d’olio e infine alcune patate, olio e sale.



Ricominciate con le aringhe, poi i broccoletti, le patate e finite con uno strato di aringhe o di qualcuno dei pesci che vi ho indicato prima. Un filo d’olio ancora, poco sale e pepe se vi piace.




Coprite con la carta argentata e infornate per circa 20 minuti con il forno precedentemente scaldato a 180° circa. Quando mancheranno pochissimi minuti togliete la carta e infilate uno stecchino in verticale: se entra facilmente il piatto sarà praticamente pronto! Fate cuocere ancora per gli ultimi 5 minuti e lasciate raffreddare pochi secondi.




Servite però caldo accompagnando con un vinello bianco fresco. Ma se fa ancora freddo come in questi giorni, meglio un rosso leggero che, d’altronde, si sposa bene con il pesce azzurro.





Ah, dimenticavo:

Buona “astinenza” quaresimale!



E, naturalmente:

 BUON APPETITO!!!!



giovedì 4 marzo 2010

PATATE MON AMOUR: ISTRUZIONI PER L'USO







Il passato  2 marzo 2010, il Commissario europeo alla Salute e Politica dei consumatori, John Dalli, ha concesso l'autorizzazione alla coltivazione della patata gm Amflora, prodotta dalla multinazionale Basf, e cioè una patata  geneticamente modificata perchè contenga una maggior percentuale di amido.

Ebbene, dopo la notizia si sono scatenate le associazioni ambientaliste, gastronomiche, ecc.  E la questione "patate GM sì" "patate GM no" ha riempito le pagine dei giornali e dei vari mezzi di comunicazione.


Il signor Commisario Europeo si è difesso specificando  che queste patate sono destinate all'industria per la fabbricazione di collanti e altri prodotti ma anche di alcuni mangimi per animali.

E chi ci garantisce che quelli animali non siano poi destinati alla nostra alimentazione?

Nel frattempo, mentre avremmo le idee più chiare io vi consiglio di acquistare e consumare  patate patate, quelle di tutta la vita senza aggiunte di nessun tipo (selenio, iodio...) e che costano  molto  meno di un  euro al chilogrammo.

Insomma, patate vere: patate a pasta gialla, patate a pasta bianca, patate a buccia rossa, patate novelle...

Qualsiasi tipo di patate purché siano soltanto quello: PATATE!!!





Fra l'altro, qui in Europa,  le patate per l'alimentazione umana non hanno bisogno di aggiunte di nessun tipo perché sono ricche di proprietà nutritive: in primo luogo i carboidrati, presenti in larga misura e sotto forma di amidi, che svolgono una azione simile a quella delle fibre alimentari perchè resistenti ad alcuni enzimi dello stomaco.

Inoltre le patate  contengono  zuccheri e vitamina C, ma soprattutto potassio, in una misura pari al 20% della quantità minima necessaria per l’organismo. E altri minerali quali fosforo e zinco, ed anche le fibre, allo stesso livello della pasta e del pane di tipo integrale.

Recentemente è stato anche accertato  che le patate hanno il potere di ridurre il colesterolo nel sangue, proteggendo e mantenendo elastiche le arterie, inoltre sono perfettamente digeribili, adatte a tutti, anche ai sofferenti di ulcera; soltanto gli obesi devono consumarle con discrezione.





Insomma, mangiare patate-patate fa bene alla salute e anche alle tasche perché  costano  poco e ci si possono creare piatti squisiti e rapidi.

Per tutto ciò, e mentre passa la buffera delle patate GM, che ci auguriamo di non ingerire mai, ripassiamo un po' la storia delle patate che è affascinante come un romanzo di avventure.






Cominciamo dalle loro origine e cioé  l'America dei Conquistadores.

Le patate infatti  non arrivarono  in Europa con Cristoforo Colombo bensì con i Conquistadores provenienti dalla Estremadura, quando conquistarono il Perù; perché questo umile tubero è originario della fascia andina del Perù, del Cile  e della Bolivia, dove  nella lingua degli Incas, il quechua, viene detto papa, che significa appunto "tubero".

Il nome di "papas fu subito adottato dagli spagnoli e ancora oggi perdura nelle regioni che per prime le gustarono: le Canarie, l'Andalusia e l'Estremadura, mentre nel resto della Spagna si chiamano patatas, forse per analogia con la sorella dolce Ipomoea batatas, la cosiddetta "patata dolce americana" che Cristoforo Colombo aveva trovato nei Caraibi già nel suo primo viaggio.

Ebbene, per chi non lo sapesse la Estremadura è la regione che confina con il Portogallo. Il suo nome vuol dire  "Terra negli "estremi", terra nel limite delle frontiere.

Terra povera, di uomini poveri bellicosi e avventurieri: Pizarro, Nuñez de Balboa, Valdivia, Orellana, Hernán Cortes, sono alcuni dei molti estremegni che nel Cinquecento seguirono le orme di Cristoforo Colombo purtroppo non seguendo sempre il suo esempio pacifista.

Ma molti dei Conquistadores dell'Estremadura erano contadini, agricoltori, figli d'una terra dura e ingrata che offriva poche risorse, sicché dal Perù, insieme con l'oro, l'argento e le pietre preziose, quei  soldati di ventura portarono in Europa un altro tesoro: la patata.





Inizialmente i  Conquistadores  chiamarono la patata  turma de tierra, che letteralmente significa "testicoli di terra", l'appellativo popolare dei tartufi nell'Estremadura dove fanno parte di molti piatti tradizionali.

Si raccontava all'epoca che quei soldati andati in America portarono le prime patate nascoste nei loro sacchi di viaggio con la convinzione di aver trovato un raro tartufo  coltivabile e dunque alla portata di tutti e non più rarità affidata all'olfatto delle molte scrofe che pascolavano nei boschi della loro terra.

In ogni modo, una volta capito che la patata non era un tartufo, la cucinarono in decine di modi e la  introdussero nell'insaccato più popolare, la morcilla patatera, uno squisito salame semidolce  di sanguinaccio di maiale e patate.



Insomma, per tutto ciò che ho raccontato  noi spagnoli amiamo le patate e le cuciniamo in tantissime maniere oppure le utilizziamo come contorno  fisso per molti piatti di carne o pesce.

Ma ci piace soprattutto consumarle così, da sole, fritte, arrostite, in padella, anche accompagnate da salsine saporite.

Ad esempio nelle Canarie, dove las papas arrivarono quasi subito, perché le navi che tornavano oppure andavano in America vi si fermavano per fare rifornimenti, preparano le "papas arrugás" ("patate raggrinzite") con "mojo picon" e cioè patate bollite e poi fatte asciugare in padella con sale grosso finché si raggrinziscono, condite con una salsina piccante buonissima...







Eppure...


Eppure, inizialmente quello strano frutto proveniente dall'America andina, dalle forme bitorzolute che ricordavano quelle dei tartufi, fu esclusivamente coltivato per l'alimentazione delle bestie...

Furono i carmelitani scalzi ad introdurre  le patate in Italia  tra la fine del Cinquecento e il Seicento, ma soltanto due secoli dopo furono infatti utilizzate in cucina.

Occorre infatti arrivare al 1784 per trovare notizie scritte al riguardo. Fu allora che  il sacerdote Giovan Battista Occhiolini, nella Memoria sopra il meraviglioso frutto americano chiamato volgarmente patata, indirizzata al cardinale Casali, prefetto del buon governo, accenna all'utilizzazione alimentare di quel "frutto americano che l'ignoranza e l'avversione de' contadini ha tenuto sepolto, sebbene siansi trovati nelle più lagrimevoli miserie delle passate carestie...".

L'Occhiolini, che possiamo dunque considerare il pioniere dell'uso della patata nella cucina italiana, suggerisce nel suo libro anche una serie di proposte culinarie molto generiche fra cui una sorta di ricetta per gli gnocchi: "...parimenti possono farsi con la metà di farina di grano ed altrettanto di pasta di patate cotte, aggiungendovi alcune uova".





Si dovrà arrivare però al secolo XIX per trovare in un libro di cucina un'intero capitolo destinato alle patate.

Nel 1801, infatti, Vincenzo Corrado aggiunse alla quinta edizione del Cuoco galante  un ricchisssimo prontuario per i più svariati usi della gustosa specie vegetale in titolato  Trattato delle patate, in cui appare finalmente la ricetta delle "Patate in gnocchi".

Tuttavia nelle cucine della nobiltà e la borghesia  le patate si erano dignitosamente inserite nei menù fin dal 1786, anno in cui troviamo la ricetta delle "patate alla tedesca":  non casualmente, però, perché nel 1756, in Germania, i prigionieri della "Guerra dei Sette anni" erano stati sfamati prevalentemente con le patate. Non è infondato congeturare che qualche "detenuto eccellente", tornando in patria abbia voluto diffonderle.







In Francia lo fece Antoine Parmentier di cui sono rimasti celebri gli stratagemmi per convincere i conterranei a coltivare e consumare le patate; fra cui quello di venderle a prezzi altissimi e soltanto a chi aveva raccomandazioni, come se si trattasse di un cibo raro e prezioso. Sicché i francesi divennero grandi consumatori di patate e in onore di Parmentier fu ideata la celebre crema che porta il suo nome.








Ma torniamo in Italia dove la patata trovò finalmente un suo degno e meritato posto in cucina grazie a Pellegrino Artusi  e al suo libro La scienza in cucina e l'arte di mangiar bene.

Pubblicata a Firenze nel 1891 e dopo numerosissime ristampe, quest'opera, che ha contribuito all'unificazione nazionale più di quanto non abbia fatto il romanzo  I promessi sposi  del Manzoni, è prodiga di ricette a base di patate: budini, sformati, piatti in umido, stufati, insalate.

E dulcis in fundo, l'Artusi ha offerto alle donne italiane persino un dolce di patate, quelle che Grazia Deledda definiva: "rotonde e lisce come uova di marmo giallo".






Insomma, amici miei: quanto hanno navigato le nostre buone e umili patate dai molti nomi!

Questo tubero che come dicevo, è giunto in Italia nel XVII secolo portato dalla Spagna dai carmelitani scalzi, si chiamò inizialmente, per la sua somiglianza con i tartufi,  tartuffo o tartufflo o tartufolo: nome che diventò in tedesco kartoffel tramite il francese cartoufle.

Ma qui in Italia, dove  il prezioso tubero non venne mangiato diffusamente fino alla fine del XVIII secolo, prevalse successivamente il termine spagnolo patata, mentre in Francia fu preferito quello di pomme de terre, "mela di terra", traduzione di erdappel, che era stato coniato in Olanda.


Hanno  navigato insomma, e continuano  a navigare le ottime  patate, ormai tanto europee come americane: hanno navigato    sui mari universali anche per sconfiggere la   fame.

 La fame ha unito infatti nei secoli i due mondi, quello Vecchio e quello Nuovo, sfamato in parte grazie a prodotti come la patata, el mais e tanti altri arrivati dall'America.

E a tale proposito, a proposito di fame e di patate, noi in Spagna abbiamo ideato una delizia del palato:  economica, facile da preparare, bella a vedersi perché rammenta il sole  e talmente popolare da diventare ormai  quasi  sinonimo della cucina spagnola...

Naturalmente mi riferisco alla TORTILLA DE PATATAS!!!




Corro a prepararla per cena e poi l'accompagnerò   con una fresca insalita mista.  In questo modo  diventa  un pasto completo con tutti i crismi: i carboidrati delle patate, le proteine delle uova e le vitamine delle verdure.

E se la volete fare anche  voi, cari amici bloggeristi, potete trovare la ricetta   cliccando qui.

BUON APPETITO!