Il 21 marzo si celebra la Giornata Mondiale della Poesia che è stata istituita dalla
XXX Sessione della Conferenza Generale UNESCO nel 1999.
La data del
21 marzo era stata scelta perché segna in genere il
primo giorno di primavera, sebbene quest'anno
l'Equinozio primaverile arriva
sabato 20 marzo verso el 18,30.
L'Unesco, con questa
Giornata ha voluto riconoscere all'espressione poetica un ruolo privilegiato nella promozione del dialogo e della comprensione interculturali, della diversità linguistica e culturale, della comunicazione e della pace.
L'Unesco vuole così sottolineare che, tra le diverse forme di espressione, ogni società umana guarda all’antichissimo statuto
dell’arte poetica come ad un luogo fondante della memoria, base di tutte le altre forme della creatività letteraria ed artistica.
Un altro obbiettivo proposto dall
'Unesco per la Giornata di oggi è il
"recupero di un dialogo tra la poesia e le altre arti".
E allora, mi sono detta, siccome la
cucina è una vera e propria forma d'arte ecco che si può portare la
poesia in cucina, riempiendola di versi, più o meno culinari, perché anche il
cibo e il vino sono stati oggetto d'
ispirazione per tanti poeti.
Per celebrare dunque la
Giornata Mondiale della Poesia anche
"a tavola" ho raccolto qui alcune composizioni poetiche "enogastronomiche".
Cominciamo da uno dei miei poeti preferiti:
Vincenzo Cardarelli. Nessuno ha cantato come lui la
sera della Liguria, eppure era di
Tarquinia.
Ecco dunque
Vincenzo Cardarelli che canta la primavera appena iniziata paragonandola all'
effervescenza del vino:
Oggi la primavera
è un vino effervescente.
Spumeggia il primo verde
sui grandi olmi fioriti a ciuffi
dove il germe già cade
come diffusa pioggia.
Ebbra la primavera
corre nel sangue.
Eh sì, il
Cardarelli aveva ragione, tant'è vero che da me in Spagna si dice che
"la primavera la sangre altera", e cioè
"con la primavera il sangue si altera", s'inebria!
E probabilmente il grande
Pablo Neruda avrà scritto in primavera questa sua
"Ode al vino", dove il poeta cileno mescola amori diversi ma complementari. Come lo sono il vino, la donna desiderata, la natura:
Amore mio, d'improvviso
il tuo fianco
è la curva colma
della coppa.
Il tuo petto è il grappolo,
la luce dell'alcool
la tua chioma,
le uve i tuoi capezzoli...
Ricorda un po' la
Bibbia vero? D'altronde i sentimenti, i sapori, i profumi, la poesia sono antichi più della Bibbia... Appartengono a tutte le epoche.
Ad esempio, nell'antica Roma, il poeta ispano-latino
Marziale del
I secolo, utilizza i versi di un
epigramma per invitare un amico a
una cena, modesta -dice lui - ma allietata dalla
musica dei flautisti come era costume allora nei banchetti pubblici e privati:
Se di cenare in casa malinconico
ti stringe il cuore,
vieni da me, Toranio.
La cena, chi lo nega, è povera,
ma il giovane Condielo,
né troppo sacre, né troppo profane
ariette eseguirà sopra il suo flauto...
Invece
Lorenzo il Magnifico utilizza una sua poesiola,
"La canzone dei confortini", dedicata ai
"bericuocoli" e ai
"confortini", biscotti tipici toscani della sua epoca, come il pretesto per filosofare sul tempo che passa e non ritorna:
Bericuocoli, donne e confortini
se ne volete i nostri son de' fini.
Non bisogna insegnar come si fanno:
ch'è tempo perso, e 'l tempo è pur gran danno:
e chi lo perde, come molte fanno
convien che faccia poi de' pentolini.
Io però ho una
poesia-culinaria che amo più de tutte: l'ha scritta
Giovanni Pascoli e l'ha dedicata a uno dei prodotti più tipici della sua terra romagnola:
la piada che in
Romagna è il pane quotidiano.
Ed ecco il
Pascoli che descrive poeticamente la sua preparazione a mano:
E tu, Maria, con le tue mani blande
domi la pasta e poi l'allarghi e spiani;
ed ecco è liscia come un foglio, e grande
come la luna; e sulle aperte mani
tu me l'arrechi, e me l'adagi molle
sul testo caldo, e quindi t'allontani.
Io, la giro, e le attizzo con le molle
il fuoco sotto, fin che stride invasa
dal calor mite e si rigonfia in bolle:
e l'odor del pane empie la casa.
Poi c'è lui, un altro dei miei poeti italiani preferiti: il Vate,
Gabriele D'Annunzio che era nato a
Pescara e anche vivendo in altri luoghi non dimenticava le buone cose della sua terra.
E ne ricorda alcune persino in versi; come questi, perfettamente "dannunziani", che utilizza per magnificare l'ineguagliabile
brodetto abruzzese appena piccante grazie al peperoncino, il
"diavoletto" lo chiamano in
Abruzzo:
Nel glauco mare che già amaro in sante
rampogne il Vate disse, nel sonante
mare che specchia Febo italo amante
divino ardente,
di tra i flutti prendemmo la silente
figliolanza del cefalo lucente,
il turgido merlango paziente...
Dai fiorenti
orti cogliemmo il timo, i rossardenti
diavoletti folli e le virenti
erbette fine.
Il fuoco lento infine alle terrine
porose demmo, e il canto alle marine
spiagge che vider navi anche col rostro.
Nessun brodetto mai eguaglia il nostro!
Insomma, come vedete la poesia può essere
grande poesia persino descrivendo la preparazione di un pane, come faceva il
Pascoli o la zuppa di pesce come
D'Annunzio.
Oppure questi versi di un poeta dei nostri giorni, è il bolzanese
Gerhard Kofler che è tratta dalla sua raccolta, dal culinario titolo,
"Stoviglie e posate".
Tazzina di caffè
è questo
il momento buono
riepilogo
e incontro
sorso
al cuore
resiste
la lingua
nel caldo
tocca
i profumati ricordi
di tutti gli amici
di tutti gli amori...
Ma non sempre i poeti creano delle vere poesie, a volte sono soltanto
filastrocche o
sonetti comici o versi in libertà,
tanto per divertirsi.
Come ad esempio quelli dello scrittore
Nico Orengo con questo suo
"Epitaffio per un gelato:
Per un attimo
se ne sta impettito
poi si è squagliato!
Oppure
Carlo Porta che così "canta" i
"Tordi con la polenta":
Ed i tordi più di trenta
in lardosa maestà
stavan là sulla polenta
come turchi sul sofà!
Insomma, come potete vedere, anche
i poeti sanno cantare il cibo sia come divertimento sia con vere e proprie poesie.
E così il "serioso"
Giacomo Leopardi in gioventù ha dedicato versi coltissimi
contro la minestra, che odiava.
E
Guido Gozzano ha cantato le squisite
"bignole" torinesi con versi deliziosi che inneggiano
"alle signore che le mangiano nelle pasticcerie".
E anche di Gozzano sono questi malinconici e "proustiani" versi dei
"Profumi della cucina" della sua "mitica"
"Signorina Felicita":
M'era più dolce starmene in cucina
tra le stoviglie a vividi colori
tu tacevi, tacevo Signorina
godevo quel silenzio e quegli odori
tanto tanto per me consolatori
di basilico, d'aglio, di cedrina.
E anch’io mi sono permessa di comporre questa filastrocca in versi
in lode alla fonduta e un po’ imitando a modo mio il
Palazzeschi di "
lasciatemi divertire!":
Oh Fonduta valdostana
sei buona con la fontina
ma non con il formaggio grana!
Sei gialla, sei cremosa, sei densa,
e perciò, oh Fonduta,
sei sempre nella mia dispensa.
E quando voglio far bella figura
con qualcosa di squisito
offro ai miei ospiti la Fonduta
per saziare il loro appetito!
Come vedete si potrebbe infatti scrivere tanto sulla
"poesia in cucina" e anche voi potete cimentarvi lodando in versi i cibi o i piatto o i vini che più amate:
è primavera, amici e tutto è permesso!
Una
stagione di transizione, quella della
primavera, il cui nome deriverebbe da
Ver, un termine di
origine indo-europea; mentre le parole
primo e
vere significavano propriamente
"all'inizio della primavera", la stagione della fioritura, del passaggio fra inverno ed estate.
Una stagione che si ripete regolarmente ogni anno. Eppure, per chi ha il
dono di meravigliarsi il risveglio della natura, i peschi fioriti, le margherite nei prati e persino l'erba nuova è come se li vedesse per la prima volta, con occhi vergini.
D'altronde,
la capacità di stupirsi di fronte al quotidiano è infatti l'inizio della conoscenza, della vera conoscenza come diceva Platone:
"E' tipico del filosofo quello che tu provi, essere pieno di meraviglia".
La
meraviglia è uno stato d'animo in cui nulla è dato per scontato. Tutto nel quotidiano, anche ciò che abbiamo già visto, costituisce per noi una sorpresa.
Non è un privilegio di pochi; spesso vi sarà capitato di uscire una mattina di casa e
di contemplare con stupore, quasi fosse il primo giorno della creazione, le case, gli autobus, le persone che s'incrociano, la pioggia di una giornata primaverile; e i platani dei viali e una farfalla e il fiume.
Ebbene, se riuscissimo a uscire ogni volta di casa con tale disposizione d'animo, a vedere le cose e le persone
con meraviglia, quasi le incontrassimo per la prima volta, i nostri pregiudizi cadrebbero a poco a poco e forse, se tutti provassero quei
sentimenti di stupore davanti alla natura, forse, non ci sarebbero tante guerre, ne tanto odio, ne tanto dolore...
Beh, ora sto cadendo quasi nell'ovvio! Ma quel che volevo sottolineare, per finire, è che
la poesia e la primavera vanno a braccietto…
D’altronde già lo dice uno dei miei poeti preferiti fin da ragazzina: il sivigliano
Gustovo Adolfo Bécquer
Mentre l'aria nel suo grembo porti
profumi e armonia;
mentre nel mondo ci sia primavera,
vi sarà poesia!
Questo poeta era anche molto amato da
Eugenio Montale, e vi interessa leggerlo in italiano, potrete trovare le sue
Rime d'amore tradotte da me qualche anno fa nella collezione che la editrice
Newton Compton dedica ai poeti del mondo intero in edizione economica.
Bécquer era, nella mia adolescenza e lo è tuttora in
Andalusia, il poeta dei primi sospiri giovanili di amore in primavera. E come non esserlo se scriveva versi come questi:
Odo, fluttuando in onde di armonia,
suoni di baci e battere un'ala;
le mie palpebre si chiudono... Che succede?
Dimmi...? Silenzio!
- È l'amore che passa!
E con queste versi romanticissimi la vostra
CUOCA ITAGNOLA vi augura:
BUONA PRIMAVERA!!!