domenica 21 febbraio 2010

SIVIGLIA, LA QUARESIMA E IL BACCALA' AL PIL PIL




Eccomi di nuovo a Siviglia dove già si percepisce l'atmosfera della prossima Settimana Santa: nelle chiese, con i lunghissimi preparativi per montare i vari “troni” delle processioni; nei negozi specializzati le cui vetrine mostrano gli abiti (tonache colorate, copricapo, mantelline, ecc) dei confratelli delle decine e decine di confraternite che sfileranno ogni giorno.



Ma anche nelle pasticcerie c'è profumo penitenziale grazie ai vari dolci tipici di questo periodo fra cui le “torrijas” imbevute di miele e che per noi sivigliani sono sinonimo di Quaresima.







Nei numerosi bar si possono degustare anche molte “tapas” tipiche del periodo quaresimale: “espinacas con garbanzos” (gli spinaci con ceci al profumo di cumino che personalmente mi riportano a mia madre), friturillas de bacalao (frittelle di baccalà dorate e croccanti da degustare con una coppa di vino bianco ben fresco), bacalao con tomate (il sivigliano baccalà al sugo preparato con un soffritto di peperone rosso e cipolla) e molti altri piatti dove il baccalà occupa un posto d'onore.








Ad esempio, il “bacalao al pil-pil” che, sebbene non appartenga alla cucina andalusa è diventato un tipico piatto della Quaresima in molti locali di Siviglia.

Il bacalao al pil-pil è una delizia della cucina basca.
D'altronde una delle colonne portanti della cucina del Paese Basco è il baccalà , quei grossi merluzzoni della famiglia dei gadidi di acque fredde, che i pescatori baschi scoprirono nel XII secolo nelle coste di Terranova e dell'Islandia e che vollero a tutti i costi portare fino al loro Paese.

Ma siccome le distanze erano grandi e si rischiava la putrefazione, pensarono bene di conservarli, una volta puliti, sotto sale, come già facevano con le parti commestibili delle balene.




Ed ecco apparire il baccalà: per i norvegesi, che fino ad allora avevano il monopolio della conservazione dei loro merluzzi, con l'invenzione dello stoccafisso seccato all'aria, fu un duro colpo.



In principio si trattò di modeste quantità destinate ai bisogni di bordo; poi si cominciò a preparare il baccalà anche per usi familiari, sicché in poco tempo la produzione crebbe tanto da diventare una importante risorsa alimentare per tutta la Spagna.
Non dimentichiamo che fin dal Medioevo i maragatos d'Astorga e in generale tutti gli arrieros o mulattieri del nord trasportavano dappertutto i prodotti alimentari, fra cui il baccalà che si dimostrò, per la sua lunga conservazione, una merce di scambio preziosa, specialmente in quelle località sprovviste di mare.



D'altra parte la Chiesa cattolica, con i divieti quaresimali e le astinenze, diede un grande impulso alla diffusione di quel pesce salato che per le sue proprietà e la sua bontà poteva sostituire degnamente la carne.
Il baccalà divenne perciò l'alimento principale di molti ordini religiosi che, fra l'altro, lo preparavano in tanti modi diversi.






La tecnica dei baschi fu imitata dai portoghesi e poi dai veneti, ma ormai da secoli le ricette a base di baccalà si erano moltiplicate nel Paese Basco: la purrusalda, o zuppa di baccalà e porri; il baccalà con latte e vongole veraci; il baccalà con telline; la zurrukutuna, una sorta di zuppa di pane e aglio con il baccalà sminuzzato; il baccalà alla “vizcaina” che deve il suo colore rosso, non ai pomodori, come molti sprovveduti ristoratori tentano di far credere, ma ai cosiddetti “pimientos choriceros”, o piccoli peperoni secchi.
E in fine il baccalao al pil-pil.


Si tratta di una semplice ricetta preparata con aglio, olio e peperoncino, il cui segreto risiede nella gurpilada,e cioè un modo particolare di muovere il tegame di terracotta con una speciale rotazione dei polsi.
La parola pil-pil indica, onomatopeicamente, il suono del pesce mentre cuoce e viene mosso nel tegame, affinché la gelatina della pelle si sciolga e "leghi" tutti gli ingredienti.









Si dice che il triangolo d'oro del baccalà iberico abbia i vertici in Lisbona, Barcellona e Bilbao, la città del bellissimo Museo Guggenheim e anche la più grande del Paese Basco.
A Bilbao si è formata da qualche anno l'Associazione “Triangulo de Oro del Bacalao”, un sodalizio gastronomico che ha come obiettivo principale quello di difendere a spada tratta la buona qualità del baccalà in tutto il territorio e la purezza delle ricette tradizionali servite nei vari locali ristoratori.
Inoltre pubblica annualmente la Guida del Triangolo d'Oro del Baccalà con l'elenco di quei ristoranti dove viene preparato a regola d'arte, e quelli da evitare assolutamente per la mancanza di serietà culinaria.


Ma ora bando alle chiacchiere e prendete nota di questa ricetta tipica del Paese Basco come l'ho potuta degustare proprio ieri sera in un ristorante di Siviglia che offre soprattutto piatti a base di baccalà di ogni luogo della Spagna.


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BACALAO AL "PIL-PIL" ( Baccalà “aglio, olio e peperoncino”)



La parola pil-pil, come già accennato, è onomatopeica, perché ricalca il suono del baccalà quando si sta friggendo lentamente nel tegame di terracotta: un po' accade con il ragù napoletano doc che durante la cottura dovrebbe “pippiare” .


Il segreto per la buona riuscita di questo semplice ma saporito piatto, chiamato anche "alla bilbaina", risiede sia nella buona qualità del baccalà, che deve essere molto bianco e grosso, sia nella salsa, ottenuta facendo roteare il tegame con il movimento dei polsi delle due mani.



Ingredienti per 4 persone:

800 g di baccalà ammollato almeno 24 ore
150 ml d'olio d'oliva extravergine (circa 3/4 di bicchiere)
4 spicchi d'aglio
una punta di peperoncino
sale





Scolare bene il baccalà dopo che è stato a mollo per un'intera giornata, spinarlo e tagliarlo a pezzi. Affettare l'aglio per lungo e il peperoncino a pezzettoni.

In un tegame di coccio, abbastanza largo e basso, mettere tutto l'olio e rosolarvi l'aglio e il peperoncino: appena saranno dorati ritirarli e metterli da parte.

Nello stesso olio molto caldo soffriggere lentamente i pezzi di baccalà, con la pelle, verso l'alto prima e poi verso il basso. Dopo circa 15 minuti saranno pronti.

A questo punto versare tutto l'olio in una tazza, mescolarlo con un po' dell'acqua d'ammollo del baccalà e versarlo a poco a poco di nuovo sui pezzi di pesce, agitando continuamente il tegame con le due mani per far sì che la salsa "leghi" con la gelatina che si staccherà dalla pelle del baccalà.

Quando si sarà formata una salsina bianca molto densa, come una specie di maionese, (secondo la qualità del baccalà tutto ciò avverrà dopo 10 o 15 minuti), guarnire con l'aglio e il peperoncino messi da parte e servire a tavola molto caldo. Accompagnare con del buon vino rosso.


Ah, una curiosità:

Per i baschi il baccalà fa parte anche delle loro usanze divinatorie: quando un pescatore in mare non ritorna le donne della famiglia colpiscono un tavolo con una grossa spina di baccalà mentre ripetono una sorta di preghiera minacciosa in lingua euzkera:
-"Baccaladino salato, nato in Terranova, se non dici la verità ti romperò le ossa: come sta il nostro uomo?".
Poi lanciano la spina in aria: se cade dalla parte concava, le buone notizie sono assicurate!

martedì 16 febbraio 2010

"PER BERLINGACCIO CHI NON HA CICCIA MANGIA IL GATTACCIO": OVVEROSIA TROPPO RUMORE PER NULLA!




(Picasso medita sugli umani...")




Premetto che professionalmente non stimo il signor Beppe Bigazzi che ritengo un bravo ciarlatano che riesce a "vendere gatto per lepre", come si dice dalle mie parti di coloro che offrono qualcosa al posto di un'altra tentando di trarre in inganno.


Ma il rumore che si è inalzato dopo la sua dichiarazione di aver mangiato qualche volta la carne di gatto in passato mi sembra sproporzionato.



In Spagna il detto "dare gatto per lepre" ("dar gato por liebre") nacque negli anni Quaranta, dopo la Guerra Civile (1936-1939) quando la fame era tanta e "misteriosamente", a poco a poco, i gatti randaggi cominciarono a sparire.



Quelli, dal dopoguerra spagnolo e fino a metà degli anni Cinquanta, erano chiamati "anni della fame" proprio per la scarsità del cibo in un Paese dove il terribile conflitto fratricida aveva distrutto città e campagne.



I gatti, inizialmente, costituirono in molte luoghi e per molte famiglie, l'unica possibilità di mangiare proteine animali gratis! La loro carne fra l'altro è molto simile a quella dei conigli e, dai racconti dei miei nonni che la guerra la patirono, molto saporita.


Perciò, tuttora, in Spagna le persone anziane non mangiano coniglio o lepre se prima non li hanno visti interi e ricoperti dalla loro pelle.


E, quando in una trattoria a poco prezzo il coniglio o la lepre sono nel menù subito si domandano se non sarà un piatto dove c'è "gatto per le lepre"



Così è accaduto e accade in tutti i Paesi dove la fame la faceva e la fa da padrona.



Anche in Italia.

E in questo modo, quando i contadini più poveri volevano festeggiare il Carnevale a suon di grasse scorpacciate, prima dell'arrivo dell'austera Quaresima, mangiavano i gatti al posto di altri animali domestici.



Come in Toscana, dove il Giovedì Grasso è detto "Berlingaccio", e dove infatti è nato il detto: "Per Berlingaccio chi non ha la ciccia ammazza il gattaccio".




Il tale Beppe Bigazzi infatti lo ha raccontato in diretta durante la puntata del carnascialesco giovedì scorso, nel programmino pseudoculturalgastronomico "la Prova del cuoco", soggiungendo ingenuamente che anche lui ha mangiato a volte i gatti la cui "carnina" è buona...



Aprite cielo!







- "Fuori, fuori l'assassino dei gatti!"

Hanno gridato animalisti, ministri e ascoltatori buonisti che probabilmente non disdegnano di mangiare polli e galline tenuti ingabbiati 24 ore al giorno.


O spalmano con golosità sui crostini il paté del fegato delle oche, ingrassato forzatamente .





Oppure divorano bisteccone di vitelli fatti ingrassare velocemente o salsicce di maiali tenuti in catività.







E il Bigazzi, che premetto non stimo professionalmente, e che no ha detto che ogni giorno prende un gattino, lo spella vivo e lo mangia alla cacciatora, ma che ha semplicemente riportato l'antica tradizione della sua terra, è stato ingiustamente radiato dal programma di pseudoculturagastronomica dove svolgeva un ruolo consono al basso livello "terra terra" della suddetta trasmissione televisiva.



E i mezzi di comunicazione, con tanti problemi che ci affliggono, ne hanno parlato per giorni e ne parlano tuttora...



Così va il mondo; oppure, come direbbe Pirandello "così è se vi pare".


Ah, dimenticavo.


Mentre l'ennesimo telegiornale dava per l'ennesima volta la notizia di un Bigazzi-mangiagatti, uno dei mie felini, il simpatico Picasso, mi miagolava guardandomi dalla sua sedia preferita davanti alla Tv.


Mi è parso di capire che Picasso mi diceva, annoiato dai commenti dei giornalisti e degli esperti vari: "ma che sarà mai! E io allora, che prendo gli uccellini e le lucertole soltanto per giocarci...?"






(Picasso sbadiglia annoiato davanti alla TV)



E diceva la verità: questa mattina, ultimo martedì di Carnevale, Picasso mi ha portato davanti alla porta del giardino una povera lucertolina tramortita e senza coda...
Forse voleva festeggiare a modo suo il Martedì grasso...

Quasi, quasi lo radio dalla mia cucina!

venerdì 12 febbraio 2010

A CARNEVALE OGNI FRITTO VALE!









Evviva i Dolci di Carnevale rigorosamente fritti, che ricevono nomi diversi secondo i luoghi.
In Toscana chiacchiere o trecce, e poi frappe laziali, castagnole romane, frittelle di riso molisane, fritole triestine, nigelan altoatesini, sfincitelle siciliane, tortelli romagnoli, bomboloni fiorentini, cicerchiata umbra e chi più ne ha più ne metta!



E ancora: Frittelle di riso, Frittelle di cocco, Krapfen veloci, Panzarotti, Bugie, Galani, Ravioli dolci fritti, frittelle di mele, Castagnole, Zeppole napoletane, Frittelle di castagne, Frittelle di riso, Fritole veneziane, Frittelle di zucca, Frittelle di frutta, Bignè fritti...
Insomma, tanti, tantissime golosità per festeggiare il Carnevale, perché si sa che in questi giorni il "fritto non fa male"!


E le fregnacce? Ma dove le lasciamo le "fregnacce di Carnevale?
Naturalmente ad Acquapendente, una cittadina della provincia di Viterbo celebre anche per la festa primaverile dei cosiddetti "Pugnaloni", dove le "fregnacce" non sono idiozie o cavolate dette dalla popolazione, ma squisite frittelle ottime con il formaggio locale o con la crema di cioccolato.

In Sardegna invece si mangiano, fra molte altre dolcezze, le zippulas (più o meno come le zeppole napoletane) che sono ciambelline fritte di farina, patata e ricotta al profumo di agrumi, buone da far paura.

E a proposito dei dolci fritti di Carnevale, adesso vi darò io una ricetta spagnola che avevo promesso addirittura l'anno scorso ai miei cari ascoltatori di Radiodue nel mio "vecchio" programma "Che bolle in pentola?".

Eccola.

BUÑUELOS DE VIENTO ( Bigné d'aria)

La maggior parte dei dolci di Carnevale sono fritti, e anche da noi in Spagna; mia madre ad esempio preparava per noi bambini "las mentiras"- le bugie - simili alle frappe, mentre la nostra tata gagliega faceva anche le filloas della Galizia, buonissime, una sorta di crépes molto friabili.
Certo, preparare i dolci fritti di Carnevale devo dire che è un po' una noia, perché richiede tanto tempo e poi la cucina diventa puzzolente d'olio fritto e rifritto e gli occhi fanno male dal fumo.
Volete un consiglio? Comprateli già fatti ma se avete problemi di digestione, meglio dal panettiere che di solito li preparano al forno.

Ma se proprio ci tenete a preparali da voi, quando certamente si risparmia, poiché quelli già pronti costano un po' cari, ecco un altro consiglio: per far sì che i dolci fritti risultino leggeri, friabili e non unti occorre che nell’impasto base lo zucchero venga usato con molta parsimonia mentre lo si userà con generosità dopo la frittura, al momento di inzuccherarli.
E poi fateli asciugare bene nella carta assorbente: io ad esempio per la frittura in genere metto da parte quelle buste marroni, che di solito danno con la frutta o con il pane; è la miglior carta assorbente che c'è, inoltre è gratis e si risparmia anche qualche albero.
Ora, ad esempio, vi insegnerò a preparare i nostri tipici buñuelos de viento dei gitani andalusi, (bigné d'aria) così chiamati perché all'interno sono vuoti: una sorta di bigné che i gitani preparano (a volte a forma di ciambelline), non solo per Carnevale, ma anche nelle fiere e sagre.
Nella popolare Feria de abril di Siviglia si possono acquistare all'alba, dopo tutta una notte di danze e bevute, e consumare inzuppati nella cioccolata fumante che viene preparata di solito in apposite bancarelle.
I buñuelos de viento appartengono alla stessa famiglia dei celebri churros che sono più complicati da fare perché occorre un utensile speciale chiamato appunto churrera.


Ingredienti:

farina
olio
sale
acqua
1 uovo ( facoltativo )

Prendere due cucchiaiate d'acqua, una d'olio e un po' di sale e far bollire in un tegame.
Appena bolle togliere dal fuoco e mischiarvi la farina a poco a poco, aggiungendo acqua calda fino a formare una pastella densa che verrà ancora lavorata : sarà pronta quando girandola vi si formeranno "occhi".
Aggiungere l'uovo sbattuto (se si vuole un po' più di consistenza), e lasciar riposare.
Poi friggere a cucchiaiate in olio bollente, sgocciolare e ancora caldi cospargere con zucchero e cannella.

E a proposito di dolci di carnevale: sapevate che a Fano, una bella città marchigiana a 12 chilometri da Pesaro, si festeggia un Carnevale particolare, il cui motto è "Bello da vedere... Dolce da gustare"?

Ebbene dalle decine di carri allegorici che sfilano per le strade di Fano, ad esempio la Domenica Grassa, e che sono veri e propri palcoscenici mobili, vengono lanciati quintali di dolciumi: questa tradizione si chiama "il getto", ed è una singolare "battaglia dolce" capace di coinvolgere giovani e bambini che fanno a gara a chi ne raccoglie di più; tant'è vero che molti, anche se c'è il sole, portano alla sfilata un grosso ombrello!

E questo è tutto per ora. Buon appetito.

E NATURALMENTE BUON CARNEVALE 2010!!!

lunedì 8 febbraio 2010

IL SANTO DEL GIORNO: SANT'APOLLONIA, PATRONA DEI DENTISTI






Vi fanno male i denti? Pregate sant'Apollonia!!!


Il 9 febbraio si celebra la Festa di Sant'Apollonia, patrona dei dentisti, igienisti dentali e odontotecnici e protettrice contro il mal di denti.


Ma sapete perché?


Perché la tradizione vuole che sia stata una vergine martire cui cavarono i denti di bocca mentre la martirizzavano.


Si racconta che Apollonia, nata ad Alessandria d'Egitto nel III secolo d.C., venne infatti martirizzata nell'anno 294 circa durante una sommossa popolare contro i cristiani, eccitata da un indovino pagano. Ma una Passio latina trasferisce invece questo martirio a Roma, durante il governo dell'imperatore Giuliano.


Apollonia, che era allora un'anziana donna cristiana zitella che aveva aiutato i cristiani e fatto opera di apostolato, venne catturata tra gli altri e percossa al punto di farle cadere i denti. Sebbene, secondo la tradizione popolare, le furono divelti uno a uno con le tenaglie.


Ma, come accade in genere nell’iconografia sacra con tutte le sante vergini, Apollonia è raffigurata in giovane età.


Venne poi preparato un gran fuoco per bruciarla viva se non avesse pronunciato delle bestemmie. E lei, riuscita a liberarsi con un'inganno dalle mani della plebe, si lanciò tra le fiamme, dove morì, pur di non rinunciare alla sua fede.






(Martirio di sant'Apollonia)

Il corpo della martire, secondo alcuni racconti, sarebbe stato ridotto in cenere e perciò in alcuni luoghi il giorno della sua festa si accendono dei falò, come ad Ariccia, nel Lazio, dove i fuochi si chiamano "Focacci". Inoltre,si distribuiti fagioli con le cotiche, insieme a ciambelle col vino.


Fin dal primo Medioevo il culto per la martire di Alessandria, si diffuse prima in Oriente e poi in Occidente; in varie città europee sorsero chiese a lei dedicate, a Roma ne fu edificata una, oggi scomparsa, presso S. Maria in Trastevere.


Si racconta che la diffusione del culto fu dovuta anche alla leggenda, simile ad altre sante giovani martiri, di essere figlia di un re che la fece uccidere perché non abiurava la fede cristiana.



È stata tale la devozione per la santa martire Apollonia, , che dal Medioevo in poi si moltiplicarono i suoi denti-reliquie miracolosi, venerati dai fedeli e custoditi nelle chiese e oratori sacri dell’Occidente; al punto che papa Pio VI (1775-1799), che era molto rigido su queste forme di culto, fece raccogliere tutti quei denti che si veneravano in Italia, raccolti in un bauletto pesante circa tre kg e li fece buttare nel Tevere.

Nonostante ciò, in Francia si conservano ancora cinquecento presunti denti della santa!




(Sant'Apollonia di Zurbaran)




La sua festa sin dall’antichità si celebra il 9 febbraio: santa Apollonia, vergine e martire di Alessandria d’Egitto è invocata in tutti i malanni e dolori dei denti; il suo attributo nell’iconografia è una tenaglia che tiene stretto un dente.


A lei fu dedicato a Firenze, nel 1339, il Cenacolo di Sant'Apollonia: una piccola parte di quello che un tempo era il grande convento di Sant'Apollonia, di regola benedettina, fra i più grandi conventi femminili della città, posto fra le odierne via San Gallo, via XXVII Aprile e via Santa Reparata.




(Cenacolo di Sant'Apollonia a Firenze)


È la santa patrona di Ariccia, Asso, Bellaria-Igea Marina, Cantù, Camponogara, Cuccaro Monferrato, Ramate e di Patrignone, dove viene festeggiata con riti e manifestazioni varie.



Ad esempio a Cantù il 9 febbraio c'è la Fiera per le vie del centro con a quasi duecento bancarelle e anche, nella chiesa di San Paolo, il tradizionale bacio della reliquia, un dente della santa.



Anche ad Asso si celebra la tradizionale festa in onore di Santa Apollonia; e a Viganò si prepara per giorni e giorni, con una ricetta antica e segretissima, il tipico raviolo dolce, della santa.





(I ravioli dolci di Viganò)




Infine, a Bellaria, vicino a Rimini, la festa in onore di Sant'Apollonia è già iniziata e dura una settimana e, come ogni anno, piazze e strade del centro, sono invase da mercatini vari e stand gastronomici che faranno da cornice a interessanti iniziative e divertenti eventi.


Una curiosità: in alcune località della Lombardia ma anche del Veneto, a ritirare i dentini che perdono i bambini, lasciando soldi e regalini, non è un topo bensì Sant'Apollonia in persona!!!

giovedì 4 febbraio 2010

VIVA SANT'AJTA. LA GRANDE MADRE DI CATANIA!




(La Festa di Sant'Agata a Catania)



Le Candele, i Ceri, il Fuoco, la Luce, accompagnano le prime feste di febbraio: la Candelora del 2, San Biagio del 3 e infine Sant'Agata del 5 del mese.



Candele, ceri, fuochi e Luce che sono elementI "purificatori" in questo mese invernale il cui nome, come ho già detto precedentemente, proviene dal latino Februarius che significava letteralmente "mese delle purificazioni".


Delle due prime feste ho già scritto su queste pagine, perciò oggi andremo in Sicilia, nella bella e signorile Catania: una città ai piedi del sempre fumante Etna, che si trasforma per tutta la durata della Festa, dal 3 al 5 febbraio, nella Città della Luce.




(La Santuzza nel Fercolo)



E tutto ciò in onore di lei, la "santa delle donne": la Santuzza, sant'Ajta.

Sant'Agata: la Grande Madre di Catania!



(La Cattedraledi Catania)



La verità, amici, è che non so nemmeno da dove cominciare a raccontarvi la Festa di sant'Agata di Catania, tanto mi aveva impressionato quando ci sono stata per la prima volta qualche anno fa, in un indimenticabile viaggio attorno alle pendici dell'Etna dove le cittadine sono di calce bianca e di pietra lavica.

Non pretendo nemmeno di raccontarla correttamente, come potrebbero fare, molto meglio di me, i catanesi o gli studiosi delle tradizioni del luogo. Io mi limiterò a svelarvi le mie sensazioni.



(Processione della Esperanza Macarena a Siviglia)
Le sensazioni di una andalusa, abituata alle spettacolari processioni della Settimana Santa o a quelle dei vari pellegrinaggi a santuari mariani: a Catania ho provato le stesse emozioni che ho sentito partecipando alla Romeria de la Virgen del Rocio durante la Pentecoste, oppure alla processione della Esperanza Macarena del Venerdì Santo a Siviglia.


(La Virgen del Rocio)


Tutte e due, la Madonna del Rocio e la Macarena, immagini, simboli eterni, delle Grandi Madri del Mediterraneo. Come sant'Agata, la piccola grande martire di Catania!




(La Esperanza Macarena)




Se avete occasione, non vi perdete questa festa, perché vi assicuro che, come è accaduto a me, non la dimenticherete facilmente: e non soltanto per la suggestione delle processioni, soprattutto di quella notturna del 5 febbraio, ma perché si tocca con mano la sacralità dei rituali; rituali ancestrali, come quelli che venivano dedicati alle Grandi Madri dell'anti­chità nell'antica Magna Grecia!





(La Santuzza di Catania)



E allora, prestate attenzione, perché vi racconterò chi si cela dietro il velo miracoloso della piccola martire cristiana sant'Agata: un velo che, dicono i catanesi, per secoli ha preservato l'intero territorio dalle brame del Grande Padre Etna!



(Sant'Agata, martire catanese)


Cominciamo dunque per parti: chi era la Santuzza, la sant'Agata celebrata a Catania, di dove è la patrona?



Era una ragazzina, vissuta a Catania nel secolo III della nostra Era, che a quindici anni, il 5 febbraio di un anno non precisato, venne martirizzata con molte torture fra cui il taglio della mammella: perciò viene raffigurata in genere in dipinti e sculture i seni sopra un vassoio.


(Martirio di Sant'Agata del Tiepolo)



Dopo la sadica tortura, si racconta che la martire venne ricondotta in carcere dove a mezzanotte in punto del terzo giorno le apparve l'apostolo Pietro accompagnato da un angelo che -miracolosamente- le risanò la mammella amputata.


Ebbene proprio per questo episodio sant'Agata viene anche invocata dalle puerpere che soffrono mentre allattano, ma anche di coloro che hanno malattie alle mammelle.


E perciò, a Catania , per la festa di questi giorni si preparano dei dolcetti detti "cassatedde" oppure "minnuzzi ri Sant’Àjita".



(Cassatedde o minnuzzi di sant'Agata)



E narra una leggenda che l'anno seguente alla sua morte, proprio il 5 febbraio, un'eruzione dell'Etna minacciava Catania. Alcuni fedeli corsero al suo sepolcro prendendo il velo che ricopriva il corpo della santa: quando lo misero davanti alla colata di lava questa si arrestò come per miracolo!
E perciò i catanesi e gli altri abitanti dei suggestivi paesi dell'Etna, da Linguaglossa ad Aci Reale, considerano sant'Agata, la "velata", la loro protettrice: una sorta di Grande Madre alla quale chiedere appunto protezione e favori.



E forse voi non ci crederete ma Catania, tanti secoli fa, durante gli ultimi secoli dell'Impero Romano, si venerava proprio una Grande Madre: Iside, la velata, la luna piena che a poco a poco si vela per morire e poi rinascere più splendente che mai!





(La dea Iside Velata)
In onore della dea Iside, quasi alla fine dell'inverno, si consacrava una navicella al termine di una processione chiamata Navigium Isidis.


E le donne che la seguivano portavano un "velo: come il velo di Sant'Agata la velata.


E i sacerdoti di Iside vestivano una "bianca tunica": come il candido "sacco" che indossano le centinaia di devoti della Santuzza catanese, i "Citatini ri Sant'Ajta".

"Citatini viva sant'Ajta!", gridano tutti, in coro, ritmicamente, come una nenia ancestrale per le vie di Catania dove sfilano anche le undici Candelore sfarzosamente illuminate.



(Il Fercolo della Santuzza di Catania)
I Citatini, le centinaia di devoti vestiti col sacco bianco, portano per penitenza gigantesche candele accese, pesanti come il loro corpo. E poi altri devoti, centinaia, tirano le funi del fercolo sopra il quale ardono ancora altri ceri offerti dalla popolazione.


(I giganteschi Ceri di Sant'Agata)



E così tutta la notte fino all'alba. E al centro del corteo, troneggiante come una Grande Madre nel fercolo, il carro a forma di nave, c'è il busto d'argento della Martire bambina: "la santa delle donne", sant'Agata, la Santuzza di Catania!





(Il Busto di Sant'Agata di Catania)
Ma la Festa di Sant'Agata ha anche degli aspetti carnascialeschi, anche perché a febbraio si è in pieno periodo di Carnevale, d'altronde una volta a Catania, come racconta il Pitrè, il più grande studioso delle tradizioni siciliane, c'era l'usanza delle 'ntuppateddu: e cioè, scrive il Pitrè, "certe donne che mescolate alla folla, per non farsi conoscere, si coprivano interamente il capo con una specie di sacco di seta nera completamente chiuso a parte un solo foro nell'occhio destro. Gironzolavano per i luoghi più frequentati accostando qualche amico o conoscente e conducendolo in una pasticceria a comprare confetti o altre ghiottonerie".


E curiosamente da me in Spagna, specialmente nella province castigliane di Segovia e Zamora, il 5 febbraio non è soltanto la festa di sant'Agata, anzi Santa Agueda, ma anche la Festa delle donne, dette per l'occasione "las Aguedas", "le Agate".



Las Aguedas, vengono nominate "alcaldesas", sindachesse, e prendono nei giorni della Festa il po­tere, con la consegna dal sindaco in carica del "bastone del comando", e persino l'iniziativa negli approcci amorosi: una tradizione che risale al XIII secolo!





(Las Aguedas con il bastone del Comando e il costume tipico)
Si tratta di un vero e proprio "Carne­vale delle donne" che esisteva anticamente anche in Sicilia ma che poi si è perduto mentre in alcuni luoghi della Spagna infatti si è mantenuto vivo sotto alcuni aspetti.

In ogni modo, quel che è chiaro è che il 5 febbraio è la nostra Festa, donne!


Una festa antichissima in onore delle Grandi Madre ancestrali del Mediterraneo portatrici di abbondanza e fertilità!




(Santa Agueda di Zurbaran)


AUGURI A TUTTE LE DONNE!!!

mercoledì 3 febbraio 2010

IL SANTO DEL GIORNO: SAN BIAGIO PROTETTORE DELLA GOLA



Il 3 febbraio si festeggia san Biagio, che è il protettore della gola e dunque specialmente di chi, come me, usa le cordi vocali per lavorare!


E perciò il giorno di san Biagio, in tantissime chiese, come è accaduto per la Festa della Candelora del giorno precedente, si benedicono i ceri.


Con due di queste candele benedette, tenendole incrociate, i sacerdoti toccheranno la gola dei fedeli.




La liturgia del rito dice testualmente:



Il sacerdote pone le due candele incrociate sotto il mento, alla gola di quanti desiderano la benedizione. Questi si inginocchiano davanti all’altare, mentre il sacerdote dice:

Per intercessione di San Biagio, Vescovo e Martire, Dio ti liberi dal mal di gola e da ogni altro male. Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Amen"


Ma chi era questo popolare santo e perché lo si ritiene il protettore contro le malattie della gola in tutto il mondo cristiano?



San Biagio era un medico di origine armena che divenne vescovo di Sebaste nel IV secolo. In Italia il suo culto è molto popolare anche perché è il patrono di Maratea, dove nel 732 sarebbero state traslate alcuni suoi resti.

Quanto al suo potere taumaturgico sulla gola lo si deve a un episodio leggendario che potremmo definire quasi "gastronomico"...
"Si racconta infatti che durante una persecuzione contro i cristiani, Biagio venne processato e poi condannato a morte: e mentre veniva condotto al martirio una donna gli portò il figlioletto che stava soffocando per una lisca di pesce che gli si era conficcata in gola.
San Biagio lo benedisse e la sua benedizione fu miracolosa per il bambino. Per questo motivo nel giorno della sua festa, cioè oggi, il sacerdote tocca la gola dei fedeli con l'imposizione di due candele incrociate."



E allora? Allora che aspettate cari amici: avete mal di gola, siete rauchi, non riuscite a parlare perché le tonsille vi danno fastidio? Niente medicine, soprattutto senza la prescrizione medica: andate in chiesa in tempo per la cerimonia delle candele, e... chissà, forse san Biagio vi farà la grazia!



Ad esempio a Roma potete andare alla Chiesa di San Biaggio alla Pagnotta (di rito armeno) cosidetta perché da secoli il giorno del santo si distribuiscono delle piccoli ssime pagnottine benedette, dette anche "pani del santo".che poi si conservano in casa, ritendoli i fedeli una sorta di talismano contro le malattie della gola. Inoltre i devoti del santo accendono ceri a centinaia davanti all'altare maggiore, sul quale sono esposti diversi reliquari; tra questi il più venerato è quello che contiene un frammento della gola del martire, collocato accanto alla porta per permettere ai fedeli di baciarlo.
(Chiesa romana di San Biagio alla Pagnotta)

L'usanza di distribuire pani benedetti per la festa di San Biagio è diffusa in tutta l'Italia: sopravvive per­sino in una grande città come Milano dove - pensate - i fedeli di san Biagio mangiano addirittura una fetta di panettone conservata appositamente per la festa fin dal giorno di Natale.


Ma il rituale più interessante attorno ai "pani di san Biagio" è quello che si svolge a Taranta Peligna, in provincia di Chieti, dove si preparano le Panicelle, che sono pani con una forma che rammentarebbe la mano del santo.


(Panicelle di San Biagio di Taranta Peligna)




A Taranta Peligna la festa in realtà è cominciata la sera del passato 31 gennaio, quando gli appartenenti alla Confraternita di san Biagio, indossando camicie bianche, cominciano la preparazione dei pani sacri con la farina precedentemente ottenuta con una questua.

Le operazioni si svolgono attualmente nel forno di Taranta Pe­ligna e non avete idea di come partecipa quasi tutta la popolazione: infatti, molti cittadini vi si recano per impastare, dare forma alle panicelle e poi timbrarle con un bollo speciale che raffigura san Biagio mentre miracola il bambino della leggenda con la sua benedizione.

A Taranta Peligna, il culto del santo risale al secolo XIII, e fu promosso dalla corporazione dei lanieri. E perché, vi domanderete?

Perché la cittadina, come molte altre abruzzese, si trovava nei pressi del tratturo principale, dove transitavano decine di migliaia di pecore transumanti; sicché si era sviluppato una fiorente attività artigianale di lanieri, scardatori e tessitori. E siccome, secondo la tradizione, san Biagio era stato martirizzato con lo scardasso, un pettine dai denti di ferro per ammorbidire i fiocchi di lana, venne considerato patrono dei lanieri.



Ma se vi trovate in Sardegna avrete anche di che festeggiare: ad esempio a Gergei, in provincia di Nuoro, dove protagonista della festa di San Biagio è "su sessineddu", cioè giunchi intrecciati cui si appen­dono arance, mele, caramelle, dolcetti e anche fiori e fiocchi.




"Su sessi­neddu" vengono portati in chiesa per la benedizione e poi ci saranno i bambini per le vie a darli l'assalto!


("su sessineddu")

Completamente diversa è la Festa di San Biagio che si svolge a Fiuggi, nel Lazio della Ciociaria: si chiama "Festa delle stuzze", ed è ispirata a un episodio leggendario.

Si narra che in una lontana sera del 3 febbraio la cittadina ciociara fu circondata dai nemici che avrebbero voluto metterla a ferro e a fuoco. Ma grazie all'intervento di san Biagio sarebbero ap­parse delle fiamme gigantesche allontanando gli assalitori.


(le "stuzze" di San Biagio a Fiuggi)
In ricordo del miracolo ogni anno si accendono sulla piazza della citta­dina molti tronchi d'albero trasportati dai giovani del luogo, e cioè "le stuzze". Ma probabilmente questo rito rievoca antichi riti di purificazione per la nuova annata nei campi.

D'altronde San Biagio è anche patrono di chi lavora nei campi: infatti a Militello Rosmarino, in Sicilia, si svolge una processione particolare con il fercolo di san Biagio che, trascinato dai devoti con le "cordelle", lunghe corde sottilissime e multicolori, attraversa le vie del paese per la rituale benedizione dei campi. Durante il trasposto i fedeli gridano "San Vrasi, riri!" (San Biagio ridi!)
Ma non sempre sono le candele a toccare la gola dei fedeli oggi, per la festa di San Biagio: ad esempio, a Castel di Sasso, in provincia di Caserta, la mattina del 3 febbraio il sacerdote ungerà la gola dei fedeli -pensate - con una penna di gallina immersa nell'olio benedetto! Poi si mangeranno dei pani tipici della festa, salati e pepati, e infine ci sarà una bella processione.


E anche a Monte San Biagio, una cittadina la­ziale in provincia di Latina che ha il santo proprio come patrono, non si be­nedicono in chiesa la candele ma dell'olio d'oliva con il quale si ungono le gole, per preservarle dalle malattie.
Ma insieme con l'olio d'oliva si benedicono anche le "dita", cioè un pane tipico fatto a forma di dita che viene distribuito come una specie di amuleto.


E anche da me, in Spagna, la Festa di San Biagio è diffusissima dappertutto, e infatti si dice: "san Biagio, san Biagio, fai che la gola non mi duola". Ma siccome in spagnolo il popolare santo si chiama san Blás la preghierina suona così: "San Blás, san Blás, haz que la garganta no me duela más".



(San Biagio di Hans Memling-1491)


Ah, e ricordate che forse il freddo di questi giorni potrebbe andare via definitivamente, come rammenta un proverbio: "Il barbato, il frecciato, il mitrato e il freddo se ne è andato!".
Il "barbato" è sant'Antonio Abate del 17 gennaio; il "frecciato" san Sebastiano del 20 del mese e infine il "mitrato" san Biagio del 3 febbraio.


BUONA FESTA A TUTTI!