sabato 30 gennaio 2010

I TRE GIORNI DELLA MERLA DIVENTERANNO QUINDICI!




Ecco la Cuoca Itagnola congelata, appena ritornata da Siviglia dove ultimamente c'erano circa 22°!


Qui invece fa un freddo cane amici, e la mia casa, tenute chiusa per dieci giorni, è proprio un iceberg gelido.


Va bene che questi sono proprio "I Giorno della merla", i più freddi dell'anno, la cui leggenda ho già raccontato qui l'anno scorso di questi tempi, ma quando è troppo è troppo!


E pare, dicono i giornali, che questi maledetti giorni diventeranno quindici invece dei soliti tre leggendari...




Beh, non so la povera merla come farà, ma io non so se resisterò: nel frattempo metto gli sci per scendere le scale di casa!


(Picasso dormicchia...)

Che fare dunque? Mi preparo una tisana bollente, sebbene sarebbe meglio una tazza di cioccolata calda, ma sono a dieta post-tapas-de-Siviglia...




E poi, mentre la sorseggio, vedo un bel film in TV con Picasso sul grembo per riscaldarmi.



Ma fa troppo freddo... La tisana non basta!








Ma sì, mi preparo una bella cioccolata e l'accompagnerò con una delle tortas de aceite sivigliane che ho portato: leggere, croccanti e profumate d'olio d'oliva.




Un giorno vi darò l'antica, originale ricetta e vi svelerò una curiosità che unisce questa dolce prelibatezza andalusa con una delle dive, divissime del passato: Rita Haywort.






In ogni modo, cari amici, nonostante il gelo, sono contenta di essere di nuovo qui: d'altronde ormai sono totalmente, profondamente la vostra Cuoca Itagnola!

venerdì 22 gennaio 2010

LA BIENAL DE FLAMENCO DE SEVILLA 2010



ECCOMI A SIVIGLIA PER QUALCHE GIORNO: UN SOGGIORNO DI RIFLESSIONE, RIPOSO ED EVENTI VARI SEMI-LAVORATIVI, FRA CUI TUTTO CIÒ CHE SI RELAZIONA CON IL FLAMENCO E CON LA GASTRONOMIA TIPICA.








(tapas: assaggini per l'aperitivo)



EBBENE IERI SONO ANDATA ALLA BELLA SEDE DEL AYUNTAMIENTO DI SIVIGLIA (IL COMUNE), DOVE SI PRESENTAVA ALLA STAMPA E AGLI ADDETTI AI LAVORI IL MANIFESTO DELLA PROSSIMA BIENNALE DI FLAMENCO, CHE SI TERRÀ DAL 15 SETTEMBRE FINO AL 10 OTTOBRE 2010.


PER VOLERE DEL SINDACO DI SIVIGLIA E DELLA DIREZIONE DELLA BIENNALE IL MANIFESTO E' STATO ESEGUITO DA QUATTRO GIOVANI GRAFFITARI FAMOSI (FAMOSI NEL LORO MONDO, NATURALMENTE):
-SUSO33 DI MADRID,
- SAN DI CACERES,
-EL NINO DE LAS PINTURAS, DI GRANADA,
-SELEKA DI SIVIGLIA.





EBBENE, IL RISULTATO E' QUESTO CHE VEDETE QUI SOTTO...



SONO D'ACCORDO SULLA EVENTUALITÀ DI RINNOVARE L'IMMAGINE DELLA PIÙ IMPORTANTE MANIFESTAZIONE MONDIALE SUL FLAMENCO, CHE ESISTE A SIVIGLIA ORMAI DA 30 ANNI , MA PERSONALMENTE NON VEDO IL RAPPORTO FRA QUESTO MANIFESTO E L'EVENTO CHE VUOLE PUBBLICIZZARE.



CHE NE PENSATE?

sabato 16 gennaio 2010

IL SANTO DEL GIORNO: SANT'ANTONIO ABATE, PROTETTORE DEGLI ANIMALI DOMESTICI




Il 17 gennaio è la Festa di Sant'Antonio Abate, che era un eremita egiziano, considerato il fondatore del monachesimo cristiano e il primo degli abati, morto nel deserto di Tebaide il 17 gennaio del 357.


Un santo popolarissimo, fin dal primo Medioevo , conosciuto con molti altri nomi: sant'Antonio il Grande, sant'Antonio d'Egitto, sant'Antonio del Fuoco, sant'Antonio del Deserto, sant'Antonio l'Anacoreta, il santo del maialino...


Ebbene, la tradizione vuole che il giorno della sua Festa, sui sagrati di molte chiese si benedicano gli animali domestici di cui il santo, è ritenuto il protettore.



(Frida, la mia ex-cagnetta)


Cani, gatti, cavalli, asini, ma anche usignoli, cardellini, tartarughe sono condotti dai loro padroni in un'atmosfera di comunione edenica che incantò Goethe nel suo "Viaggio in Italia".





(due dei miei gatti, Lorca e Dalì)
E in molti luoghi dell'Italia, specialmente nel Lazio, ci sono particolari cerimonie che hanno come protagonisti i cavalli: come ad esempio ad Anguillara, sul lago di Bracciano; oppure a Velletri, nei Castelli romani, con la caratteristica "Corsa dell'anello" con i cavalli riccamente bardati.



(Corsa di cavalli a Ronciglione, Viterbo)

Ma la cerimonia più spettacolare della Tuscia, che è una provincia ricchissima di feste tradizionali, fra cui alcuni splendidi Carnevali, si tiene a Sutri, in provincia di Viterbo, durante la benedizione degli animali sfilano le due Società della Cavalleria di sant'Antonio - la Vecchia, fondata nell'Ottocento, e la Nuova fondata dopo la prima guerra mondiale - che eleggono ogni anno un Deputato il quale ha l'onore di ospitare il Gonfalone nella sua casa per un anno: ma dovrà offrire un rinfresco a chiunque vada a visitarlo.


Oltre a questo rito si svolge la Corsa della Stella durante la quale i concorrenti a cavallo cercano di colpire con un giavellotto un cerchio posto al centro di una stella appesa a un filo.





(Sutri, Festa di Sant'Antonio Abate)

Si racconta che il patronato di sant'Antonio sugli animali sia nato da un'antica leggenda che ora vi riporto, proprio come è stata scritta da Aymar Falcoz , un religioso dell'Ordine Antoniano vissuto nel Cinquecento.



"Un giorno beato Antonio si trovava nei pressi della città di Barcellona, di fronte alle porte del palazzo del preposito regio.

Una scrofa, trattenendolo con le fauci, trascinò un porcellino zoppo e malato che aveva appena partorito. Lo depose dinanzi ai piedi del santo con lamenti e grugniti quasi a chiedere, come poteva, aiuto e guarigione.

Mentre tutti erano presenti a quanto avveniva e se ne meravigliavano, il santo uomo di Dio operò immediatamente la guarigione dell'animaletto malato a mezzo del segno salutifero della croce.

Per tale miracolo il santo abate fu da tutti riconosciuto e fu accompagnato presso il re gravemente ammalato cui, secondo quanto è narrato, con l'aiuto di Dio restituì la salute, convertendo poi lui e la città al culto del vero Dio.

Perciò gli abitanti di quella regione intesero rappresentare per immagine il ricordo dell'impresa di quel santo padre e aggiunsero ai piedi di lui un maiale".






Questa però è una delle tante versioni della leggenda: un altra narra che il maialino guarito lo seguì fedelmente per tutta la vita diventando il suo in­separabile compagno, come testimonierebbe anche l'iconografia, dove appunto il santo appare con l'animaletto accanto.



In re­altà, sostiene la critica agio­grafica moderna, di cui parla anche Alfredo Cattabini nel suo libro "Santi d'Italia" (Rizzoli) l'attributo del maialino insieme con la leggenda sa­rebbe stato ispirato da un avvenimento storico.




Quando nel IX secolo le reliquie di sant'Antonio furono traslate da Costantino­poli alla Motte-Saint-Didier, in Francia, venne costituito nel centro che già ospitava i benedettini di Mont Majeur una comunità ospedaliera laica per curare i malati di ergotismo canceroso, causato dall'avvele­namento di un fungo presente nella segala usata per la pani­ficazione. Il morbo era co­no­sciuto fin dall'antichità come ignis sacer per il bruciore che provo­cava.



Per poter accogliere e assistere tutti quei malati che, oltre alle cure ospedaliere, si affidavano alla potenza tau­maturgica del santo, si costruì un ospedale retto da quella comunità laica che nel 1297 si trasformò in un ordine di canonici regolari retti dalla regola di sant'Agostino e costruì altri ospedali in Europa.



Uno dei più anti­chi privilegi che i Papi accordarono loro fu di poter allevare maiali per uso proprio. Il loro grasso ser­viva, usato come medicamento, nella cura dell'ergotismo o "herpex zoster" che venne chiamato perciò "il male di sant'Anto­nio" e poi "il fuoco di sant' Antonio".



Il singolare allevamento avveniva a spese della comunità sicché i porcelli potevano circolare liberamente fra vie e cortili por­tando una campanella di riconoscimento.



Per questo motivo nella religiosità popolare il maia­lino cominciò ad essere associato all'eremita egiziano e a diven­tarne nell'iconografia un suo attributo insieme con la campa­nella di riconoscimento e il bastone a tau, simbolo di ogni anacoreta.



Succes­sivamente gli si attribuì il patronato sui maiali e per estensione su tutti gli ani­mali domestici.



Persino la macellazione del porco fu colle­gata alla sua festa in molte località dell'Italia, dove per festeggiarlo si mangiano anche piatti tipici a base di maiale.



Molto singolari sono le dolcissime "teste ru Porcu" della Sicilia: la tradizione palermitana vuole che questo dolce, che simboleggia il maiale, venga venduto proprio per la festa di Sant'Antonio Abate.






Ancora oggi a Cansano, in Abruzzo, ma anche in altri luoghi, un maiale viene acquistato nella prima settimana di novembre e macellato qualche giorno prima del 17 gennaio.


Durante il periodo di ingrassamento il ma­iale porta una campanella al collo circolando liberamente per il paese.


"Pare 'u purcelluce 'e Sant'Antonie", si dice nel Molise dello scroccone di pasti abituale oppure di chi s'ingozza quando viene invitato, e naturalmente l'espressione risale proprio a quell'usanza di lasciare lasciato libero per le vie del paese il maialino, che nessuno potrà prendere: chi lo rubasse, dicono, sarebbe castigato dallo stesso Santo.


Infatti nella pianura padana si dice ancora di chi è colpito da disgrazie improvvise che : "Deve aver rubato il porco di Sant'Antonio".


Di questo tema e della tradizione dei falò che si accendono la Vigilia della Festa del santo, ho già parlato in queste pagine del blog nel gennaio dell'anno scorso.



(Le Farchie di Fara Filiorum Petri, Abruzzo)
Ora m'interessa invece farvi conoscere un altra teoria perché, aldilà di leggende e tradizioni popolari, alcuni studiosi ritengono che la presenza del maiale e del fuoco nell'iconografia e nei vari riti delle celebrazioni in onore del popolare santo, sia riconducibile a culti pagani d'origine celtica.

D'altronde, nell'area celtica dove il culto di sant'Antonio si radicò e diffuse in tutto l'Occidente, esisteva una divinità della rinascita e della luce, e quindi anche del "fuoco", che trionfava sugli inferi e presiedeva, a cavallo, al rinnovamento della natura e alla fertilità degli animali: il dio Lug cui erano consacrati cinghiali e maiali selvatici.

I Celti lo onoravano a tal punto da porre una statuetta di cinghiale sull'elmo e da raffigurarlo sugli stendardi.

(Galata Morente)

Spalmavano addirittura i capelli, che portavano corti, con una densa poltiglia di gesso perché di­ventassero rigidi e somigliassero alle cotenne dell'animale, come te­stimonia Il Galata morente al Museo Capitolino di Roma. Sicché, si po­trebbe conget­turare che, per uno di quei processi sincretistici tipici dei periodi di pas­saggio di una popolazione da una religione all'altra, la venerazione per il dio Lug si sia tra­sferita in parte, insieme con il maiale, il fuoco e i cavalli, nel culto per l'e­remita egizio.

Forse, non casual­mente, in certe sculture e dipinti, come nel bellissimo quadro del Pisanello, alla Natio­nal Gallery di Londra, ai piedi di sant'Antonio vi è un ma­iale nero selvatico, quasi un cinghiale.




("Sant'Antonio e san Giorgio", Pisanello-1490)


Che altro dire? Beh, sulle tradizioni, leggende e curiosità scaturite nei secoli attorno alla figura del celeberrimo santo barbuto si potrebbero riempire libri e non è questa la sede.

Ma siccome lui è il santo protettore degli animali domestici, ora che è la sua festa, vorrei pregargli che stenda il suo mantello sul mio povero gatto Garcìa Lorca - Lorca per gli amici - che, dopo 12 anni di convivenza, è scomparso dal mio giardino ormai un mese fa senza lasciare traccia...

Speriamo almeno che Sant'Antonio, nonostante Lorca fosse un gatto piuttosto introverso, geloso e permaloso, lo porti nel paradiso degli animali.


(Lorca, prima di scomparire nel nulla...)



martedì 12 gennaio 2010

BERENJENAS RELLENAS DE MI AMIGA PILAR (MELANZANE RIPIENE SIVIGLIANE)



(Sevilla-Basilica del Salvador)



Fra pochi giorni andrò a Siviglia che, come ormai sapete, è la mia città di nascita e dove ho studiato dalle Elementari fino alla Università, sebbene quando arrivai a Roma tanti anni fa, fresca di laurea in architettura e credendo di poter convalidare il titolo spagnolo mi trovai con una bella sorpresa: siccome la Spagna non era ancora nell'Unione Europea, perché c'era la dittatura di Franco, il mio titolo non era equiparabile a quello italiano!

Di tutte le materie che avevo fatto a Siviglia mi convalidarono poco più della metà e così dovetti immatricolarmi al terzo anno di nuovo.

In realtà, con il segno di poi, quello doveva esere già predestinato perché a Valle Giulia incontrai Angelo, anche lui studente di architettura, padre della mia adorata figlia Clara.

Ma non è di questo che volevo parlare, ma dalla mia carissima amica Pilar Alberich, con la quale ho studiato dalle Medie fino ad Architettura: siamo, insomma, quel che si dice due amiche per la pelle! La sorella che non ho mai avuto, essendo io l'unica femmina fra i miei quattro fratelli maschi.

La madre di Pilar, Adela, che morì a 90 anni, era una grande cuoca, oltre che madre di sette figli e lettrice instancabile: trovava il tempo anche per tessere ai ferri maglioni per tutta la famiglia mentre leggeva o ascoltava musica classica!

Ai suoi pranzi e merende memorabili ero un'invitata "fissa", anzi, ero in realtà un altro membro della famiglia: l'ora del thé di Adela era un appuntamento da non mancare, che ha accompagnato la mia adolescenza e prima giovinezza, con decine di manicaretti preparati da lei, marmellate, paté, torte, biscotti, ecc.

Accade lo stesso ora: dopo decenni di vicissitudini di vita della famiglia di Pilar e della mia, ogni volta che torno a Siviglia tutto è identico, la nostra amicizia è salda più che mai e sono fissa alla sua tavola, insieme con il marito, l'architetto Jaime Lopez de Asiaìn, le figlie Maria e Ana, e, da poco, anche con la bella nipotina Lola.

L'ultima volta che sono stata a casa sua Pilar, che fra disegni di fabbricati e visite ai cantieri, riesce a cucinare ogni giorno dei veri manicaretti, mi ha preparato queste squisite melanzane ripiene che già faceva sua madre, nonna Adela.

Vi propongo la loro ricetta originale che ho tradotto per voi in italiano. Eccola.







BERENJENAS RELLENAS DE PILAR
Ingredienti:

-melanzane piccole
-avanzi di pollo lesso o di bollito
- dadini piccoli di prosciutto crudo
- 1 uovo
-pane grattugiato
- olio d’oliva
-noce moscata
- origano
- sale, pepe






Cuocere le melanzane intere e pulite al vapore finché siano tenere ma non troppo perché non si devono rompere. Lasciarle freddare e poi tagliarle a metà nel senso della lunghezza. Svuotarle con un cucchiaino e metterle a scolare bene sopra un panno pulito con la cavità in giù.

Versare la polpa in una padella e farla asciugare a fuoco lento senza olio perché perda l’acqua. Poi aggiungervi la carne sminuzzata, i dadini di prosciutto e le spezie: mescolare bene e soffriggere rapidamente con un po’ d’olio d’oliva.

Far raffreddare e mescolarvi del pane grattugiato e l’uovo intero. Con l’impasto ben mescolato riempire le mezze melanzane premendo bene perché non fuoriesca: infarinate leggermente soltanto la parte con il ripieno e friggere in abbondante olio d’oliva. Scolare bene.

Si possono anche cuocere in forno ma sinceramente sono molto più buone fritte: così le faceva nonna Adela, la madre di Pilar; e così le prepara Pilar . Vi assicuro che se ben asciugate nella carta assorbente, sono leggere e soprattutto squisite!


Si degustano calde, o tiepide oppure fredde il giorno dopo. Come antipasto.

Un buon rosso, tipo il Rioja o la Barbera ci sta benissimo.


Buon appetito dalla Cuoca Itagnola e, soprattutto, dalla sua amica del cuore Pilar!

sabato 9 gennaio 2010

GENNAIO E I SUOI PROVERBI





Eccoci a gennaio che, in genere, è il mese più freddo dell'anno e la neve e il gelo coprono città e campagne.


Gennaio è anche il mese che porta via tutte le feste, come ricorda questa filastrocca:


"Epifania tutte le feste porta via; le mette in una cassa, le libera solo per Pasqua; ma ne libera qualcuna, a san Giuseppe e la Madonna".


La Madonna citata è la festa dell'Annunciazione, al 25 marzo, che una volta in certe città era festa di precetto.



Ma a proposito del freddo a gennaio, ormai da un punto di vista metereologico è proprio inverno, come ricorda il proverbio: "Un mese prima di Natale, un mese dopo Natale è inverno naturale".


Perciò, se andate a passeggiare non sedervi sui prati, come d'altronde ci ricorda un proverbio: "Nei mesi errati - cioè con la erre - non seder sui prati". Ma qualcuno di voi obietterà che gennaio non contiene la erre. E' vero: ma il proverbio è la traduzione di uno più antico latino, e in latino gennaio si diceva ianuarius, e dunque conteneva la erre.


Tuttavia il freddo peggiore, come abbiamo potuto vedere e dando anche retta ai proverbi, arriva con la Befana, la "Vecia", dicono i veneti: "De Nadal un freddo coral; de la Vecia un freddo che se crepa", da Natale un freddo tremendo, dalla Befana un freddo che si crepa.


Ma il freddo non impedisce qualche lavoro di potatura e di seminatura perché, ad esempio, è risaputo che "Un bell'agliaio va piantato nel mese di gennaio".


E guai a ritardare perché per ogni mese di ritardo l'aglio va peggiorando: "Gennaio agliaio, febbraiolo agliolo, maggio agliaccio".




E' anche il mese più adatto per potare le viti soprattutto con la luna calante; ed è consigliabile non rinviare la potatura perché "Luna dei grappoli a gennaio, luna dei racimoli a febbraio".

In ogni modo a gennaio ci sono pochi lavori da fare…Non resta che riposarsi.
I romagnoli ricordano a questo proposito: “in gennaio la neve ostenta sfarzo, ma nella stalla si gioca a carte”.

E con tanto tempo libero conviene anche cucinare buoni e saporiti piatti e ottimi brodi di gallina, come ricordano i contadini: "Gennaio non lasciar galline nel pollaio" nel senso che conviene eliminare le più vecchie che non fanno uova ma fanno buon brodo.

Ora infatti le galline giovani, dopo la sosta dovuta al cambio del piumaggio, ricominciano a fare uova: "Per l'anno nuovo tutte le galline fanno l'uovo" si dice, oppure più sinteticamente: "Gennaio ovaio".





Un mese freddo, dunque, è gennaio; con un periodo addirittura gelido. Quale?

Le opinioni divergono, così come il freddo colpisce in giorni diversi secondo gli anni. Ma un proverbio ci rammenta che "Sant'Antonio, la gran freddura; San Lorenzo la gran calura; l'una e l'altra poco dura", presupponendo che si sappia che sant'Antonio è festeggiato il 17 del mese e san Lorenzo il 10 agosto.

Dopo la festa dell'eremita egiziano il freddo dovrebbe lentamente scemare perché si dice: "Il barbato, il frecciato, il mitrato, il freddo se n'è andato".


Il barbato è sant'Antonio Abate, il frecciato san Sebastiano, festeggiato il 20 gennaio, che nell'iconografia è trafitto dalle frecce sebbene così non sia morto; mentre il mitrato è san Biagio che, ricordato il 3 febbraio, ha sul capo la mitra vescovile.


Ma un altro proverbio sostiene che "A San Vincenzo l'inverno mette i denti", e cioè il 22 gennaio!




In ogni modo il maltempo è manna per il futuro raccolto perché "Se nevica in gennaio si riempie il granaio" cui fa eco quest'altro detto: "Guardati da un buon gennaio che ti farà piangere febbraio".


Per il grano invece conviene un tempo buono, pur rigido, perché "Gennaio all'asciutto, grano dappertutto".

Oppure "Gennaio asciutto, contadino ricco"; o ancora "il freddo di gennaio empie il granaio".


Insomma un gennaio asciutto e ventoso, magari con una fredda tramontana, è il clima ideale per la campagna: "Dio ci guardi dal fungo di gennaio!", dicono i più vecchi perché con l'umidità si favorisce la nascita dei funghi, che hanno bisogno di caldo umido per svilupparsi mentre il grano ne sarebbe danneggiato.

Insomma, per finire possiamo dire, come dicevano i contadini una volta, che "Gennaio è avaro", perché questo mese è caratterizzato dalla "stasi" vegetale, c'è una pausa insomma, sicché offre poco o niente, nemmeno il sole che è quasi sempre velato.





Non resta che riposarsi e far Festa, ballando, cantando, scherzando, bevendo il vino appena imbottigliato e mangiando e le scorte di grasso invernali: come si fa infatti in Carnevale che, d'altronde, comincerà ufficialmente domenica 17, festività di Sant'Antonio Abate!



Ma di questo parleremo a suo tempo.

venerdì 8 gennaio 2010

MAI FIDARSI DALLE APPARENZE: FIABA PERSIANA



Ormai è passata la mezzanotte da un bel po' e quando mi accade di stare sveglia a quest'ora poi non riesco ad addormentarmi.

Ci vorrebbe una bella favola ma non ho chi me la racconti...

Provo a chiudere gli occhi e pensarmi bambina in braccio alla mamma... Niente, non funziona.

Beh, vuol dire che la racconterò io a voi, ma non so se arriverò alla fine: mi potrei addormentare mente lo faccio.


Ci provo e vi racconto questa d'origine persiana che, come tutte le fiabe, contiene una morale.


( mia madre tanti, ma tanti anni fa)



‹‹Una volta, tanti secoli fa, c'era un soldato del re che aveva un cane fedelissimo. Lo aveva allevato fin dalla nascita e di lui si fidava ciecamente, fino al punto di lasciargli custodire il figlioletto di pochi mesi quando lui o sua moglie dovevano assentarsi.

Così accade un giorno.

Infatti il soldato venne chiamato urgentemente dal re proprio mentre sua moglie era andata al mercato:

-"Il re ti chiama", gli disse una guardia del re che era venuto a cercarlo.


Il soldato, senza pensarlo due volte si infilò l'uniforme e ordinò al cane di custodire gelosamente la casa e il bimbo:

-"Nessuno, dico nessuno, deve avvicinarsi alla nostra casa. Intesi?".

Quando il suo padrone uscì, il cane si accucciò accanto al bambino che dormiva. Tutto andava per la meglio quando a un certo punto un serpente enorme cominciò a strisciare verso la culla del bambino.

Il cane si alzò di scatto e con un gran balzo riuscì a mordere il serpente e ad ucciderlo subito.


Destino volle che in quel momento ritornasse il soldato, e il cane, come era sua abitudine gli corse incontro festosamente. Ma aveva la bocca insanguinata del morso dato al serpente e il soldato vedendolo, credette che avesse attaccato il piccino: fu la condanna a morte del povero cane.

Il soldato, accecato dal dolore, lo colpì infatti con la spada e lo ammazzò...

Ma quale non fu la sua sorpresa quando entrando in casa vide suo figlio addormentato e il serpente morto ai piedi della culla! Provò allora un forte rimorso per la morte del suo cane; ma il suo pentimento non servì a ridargli la vita.››


۞۞۞

Anche tu, amico che leggi, non agire mai senza prima accertarti della verità di ciò che hai davanti ai tuoi occhi perché le apparenze potrebbero ingannarti e potreste causare danno proprio a coloro che meno lo meritano.



E ORA VADO A DORMIRE. BUONA NOTTE AGLI INSONNI...


martedì 5 gennaio 2010

LA NOTTE DELLA BEFANA PARLA L'ASINO CON LA CAVALLA



Mancano poche ore per la notte più magica dell'anno: quella del 5 gennaio e cioé la Notte della Befana!

Viene chiamata anche la "Dodicesima notte" perché infatti ricorre dodici giorni dopo quella di Natale e conclude il periodo di passaggio dal vecchio anno al nuovo: è dunque una sorta di capodanno, e perciò, come ogni "capo dell'anno" è colma di sortilegi.


Lo ricorda anche un proverbio: "La notte di Befana nella stalla parla l'asino, il bove e la cavalla".

Un proverbio che riflette una credenza popolare, diffusa una volta soprattutto in Romagna e Toscana, secondo la quale gli animali parlano nella notte dell'Epifania.

Fino all'avvento dei trattori, in Toscana si tramandavano persino le parole che si scambiavano i buoi:


-"Biancone!"
-"Nerone!"
-"Te l'ha data ricca la cena il tuo padrone?"
-"No, non me l'ha data."
-"Tiragli una cornata!"


Perciò si diceva che alla vigilia dell'Epifania i contadini governavano senza risparmio le loro bestie per evitare che nella magica notte del 5 gennaio dices­sero male del padrone o del loro custode.

Attenti dunque ai vostri animali domestici questa notte e tratteli bene dando loro tanti buoni manicaretti!


Ma si credeva anche che i morti s'incarnassero negli animali da stalla che acquisivano in quelle ore capacità divinatorie, come erano indovini i Tre Magi.









Narra una favoletta di Lugo di Romagna che la notte della Pasquetta o Pasquella, come viene anche detta la Befana una massaia incaricò il boaro di ascoltare che cosa avrebbero detto i suoi due buoi nella stalla, chiamati Bii e Ròo.


-"Padrona, badate bene che porta disgrazia" l'ammonì l'uomo.



Dovete sapere amici, che secondo la tradizione, era pericoloso ascoltarli perché l'incauto testimone o chi l'ha inviato, finita la notte magica, sarebbe stato costretto a seguirli, cioé a morire...


-" Tu non darti pensiero" ordinò la padrona, "io voglio che tu stia a sentire e che poi me lo dica".


-"Va bene, va bene" ripose il boaro, "spero che non abbiate poi a pentirvene".

E a mezzanotte del 5 gennaio, sul giaciglio nella stalla, il boaro ascolta le bestie.

Ed ecco che il Bii dice al Ròo:

- "Sai quando morirà la padrona?".

E rispose il Ròo:

-"Domattina la portano a seppellire".

Quando la massaia seppe della profezia fu colta da un tale spavento che cadde a terra fulminata. E così venne compiuta la profezia del boaro...



Insomma, in realtà quella che si festeggia questa notte, come spiegava mio marito, Alfredo Cattabiani, nel suo bel libro "Lunario" (Mondadori) è la personificazione femminile dell'anno, la Madre Natura che, giunta alla fine dell'anno invecchiata e rinsecchita, assume le sembianze di una befana o una "comare secca" da segare e bruciare.

Ma prima di morire offre una cascatella di dolciumi e rega­lini che altro non sono se non i semi grazie ai quali riapparirà nelle vesti di giovinetta Natura: ovvero è una Luna che muore, diventa Nera, per rinascere falce virginea.




In alcune cittadine si usa ancora adesso, nella Dodicesima notte, "cantare la pasquella" per le vie e le case.
Si tratta di un rito antichissimo e poi cristianizzato che concludeva il periodo di passaggio dal vecchio al nuovo anno: in cambio di doni i questuanti promuovevano con il loro augurio cantato la prosperità del nuovo anno.

Rappresentavano anche i morti che in questo periodo di passaggio, come in tutti i momenti di rivolgimento calendariale, penetravano nel mondo dei vivi per aiutare con la loro presenza il rinnovamento della natura, così come i semi "sepolti nella terra" la fecondano preparando la primavera.




Frotte di giovani e di anziani, detti "befanotti", ricevevano dopo il canto uova, pane, formaggio, salsicce, come rammentano questi versi:


Da lontano abbiam saputo
che ammazzato il porco avete,
qualche cosa ci darete:
o salsiccia o mortadella.
Viva viva la Pasquella!
Da lontano siam venuti
Per cantarvi la Pasquella,
Colla cetra e coi liuti,
Per lucrar la mortadella:
Viva pasqua Epifania,
E la buona compagnia!

Il rito della Pasquella è ancora vivo in alcune zone dell'Italia centro-settentrionale, dall'Abruzzo alla Romagna.

Invece in altri luoghi, come a Recanati, sono cori di bambini a cantare strofette come ad esem­pio questa:


Sulle rive del Giordano
dove l'acqua diventa vino
per lavare Gesù Bambino
per lavare la faccia bella
giunti siamo alla Pasquella.

Una poesiola che pare alludere confusamente alla festa dell'Epifania nel cristianesimo orientale, ancora viva in Italia a Piana degli Albanesi, in provincia di Palermo, dove si festeggia il battesimo di Gesù.

D'altronde, la prima festa dell'Epifania nacque infatti in Oriente, fra il 120 e il 140, fra gli gnostici basilidiani che celebravano il battesimo di Gesù credendo che l'incarnazione del Figlio fosse avvenuta non alla nascita ma al battesimo.

Poi la festa, purificata dagli elementi gnostici, venne adottata dalle Chiese orientali trasformandosi nella quadruplice celebrazione della nascita del Cristo, dell'adorazione dei Magi, del suo bat­tesimo e del primo miracolo a Cana.

Infine verso il V secolo si diffuse a Roma dove si ricordava non la nascita di Gesù, fissata al 25 di­cembre, ma l'adorazione dei Magi cui si unì inizialmente anche il battesimo di Gesù, spostato oggi alla prima domenica dopo l'Epifa­nia, e il miracolo a Cana.





Gli Orientali chiamavano l'Epifania anche "festa delle luci", e in suo ricordo si svolge a Tarcento, in provincia di Udine, la festa dei pignarul, cristia­nizzazione di un'arcaica cerimonia in cui si celebrava la nascita del nuovo sole aiutandolo con i fuochi a crescere se­condo i principi della magia simpatica.

E al calar della sera una stella issata sulla cima di una per­tica sale le pendici del colle di Coia. Se­guono i tre Re Magi dietro un lungo corteo di gente in costume medie­vale che reca in mano una fiac­cola.

La stella è anche la protagonista sia nel Veneto che nel Friuli della "questua dei Tre Re": tre persone mascherate da re Magi e seguite da un corteo di coetanei vanno di casa in casa portando in mano una rudimentale stella di carta, generalmente illuminata da una candela e che a volte viene fatta girare con una cordicella.




La stella appare inoltre in una festa che si svolge a Sabbio Chiese, in provincia di Brescia: il "Canto della stella" che esegue a tarda sera un coro di giovani con un'orchestrina composta da fisarmo­nica, chitarra, mandolino e due violini. Un cantore regge con un'asta una stella di carta a cinque punte, illuminata dall'interno, che talvolta contiene un minuscolo presepe di carta.



Ma torniamo alla magia di questa notte che verrà.

Come già ho detto, siccome l'Epifania è un "capo dell'anno", vi si traggono le sorti e le previsioni per il futuro.

Una delle forme più tipiche è la focaccia dove si è nascosta una fava: colui a cui tocca la fetta del dolce che la contiene è eletto Re della fava e a sua volta elegge la Regina gettando la fava nel bicchiere della donna prescelta. I due sovrani saranno fortu­nati per tutto l'anno, come testimonia anche un proverbio, "Trovar la fava nel dolce", che significa fare una scoperta geniale e importante o un affare ricco ed eccellente.

Quedta focaccia, che ha la forma di una ciambella-corona in Francia, da me in Spagna, viene detta "Roscòn de Reyes" sul quale ho già scritto in questo blog l'anno scorso e ho dato anche la ricetta originale.






Ma tornado agli auspici per il nuovo anno da trarre fra questa notte e domani, ci sono varie modalità.

A Isnello, in Sicilia, si pensa che il vento che soffia la sera del 6 gennaio, al momento dei vespri, predominerà per tutto l'anno.

In Campania si getta sul fuoco una foglia d'ulivo: se salterà via, la vita sarà garantita; se brucerà crepitando, entro l'anno sopravverrà la morte.
In Friuli si accendono falò dalle cui faville come dal fumo si traggono presagi per il raccolto.


In Romagna ci si pone in un quadrivio per ascoltare le parole dei passanti con le quali si arti­cola un discorso il cui significato farebbe prevedere gli eventi del­l'anno.


Insomma, cari amici, sulle tradizioni di questa magica notte che si avvicina e sulla Befana potrei ancora dirvi tante cose, ma già le hodette tempo fa e potete leggerle cliccando qui.

Ora si è fatto tardi e devo mettere le mie scarpe sotto il camino dove i Re Magi mi porteranno i regali che ho chiesto.


Ma se arriva anche la Befana, essendo io la Cuoca Itagnola, sarò bene contenta di riceverla: l'importante è che non si porti via le mie scarpe...



Si sa infatti che la "Befana vien di notte con le scarpe tutte rotte...

E voi, amici miei, mi raccomando, andate a dormire presto, altrimenti la Befana non vi porterà niente e volerà via senza fermarsi...

E soprattutto siate buoni e rispettosi, giocate domattina con i vostri bambini e regalate qualcosa a quelli che non hanno niente, perché la magica Befana vi vede e vi sente, come dicono i versi del Pascoli:

La Befana vede e sente;
fugge al monte, ch'è l'aurora.
Quella mamma piange ancora
su quei bimbi senza niente.
La Befana vede e sente...



Perciò, ora, shissssss, silenzio: la Befana vede e sente....

domenica 3 gennaio 2010

LA CUOCA ITAGNOLA ANNUNCIA LA SCOMPARSA DI "CHE BOLLE IN PENTOLA?"




Ebbene sì, cari amici, è con grande sconforto che la vostra

CUOCA ITAGNOLA
annuncia


LA SCOMPARSA UFFICIALE

del programma radiofonico


"CHE BOLLE IN PENTOLA?SAPORI E SAPERI DELLA CUCINA ITALIANA E NON SOLO"

che da circa otto anni andava in onda ogni sabato e domenica sulle frequenze di


RADIODUE




Che dire?


Che continuerò dalle pagine di questo blog a "trasmettere" notizie, curiosità, tradizioni, proverbi, ricette, ecc., ogni settimana, come facevo dai microfoni di Radiodue, dove, per ora, sono stata "cancellata"...



Mannaggia! Questa è la prima volta che mi accade da quando nel lontano 1984 iniziai a collaborarvi con il mio primo programma di gastronomia e tradizioni popolari intitolato: "MANGIAR CANTANDO".


Insomma, cari amici, nella vita gli esami non finiscono mai e la nuova direzione di Radiodue così ha voluto.



Ma, chi lo sa: forse questa "cancellazione" mi porterà ad altre esperienze:
la CUOCA ITAGNOLA, sebbene molto dispiaciuta, è tenace e non si arrende mai!



Vi terrò informati dei miei giravolta nell'etere della radiofonia e non solo.




UN ABBRACCIO A TUTTI I MIEI FEDELI ASCOLTATORI
E GRAZIE PER ESSERLO STATI IN QUESTI ANNI



MA PER FAVORE, NON DIMENTICATEMI:


VI VOGLIO BENE!!!