Mancano poche ore per la notte più magica dell'anno: quella del 5 gennaio e cioé la Notte della Befana!
Viene chiamata anche la "Dodicesima notte" perché infatti ricorre dodici giorni dopo quella di Natale e conclude il periodo di passaggio dal vecchio anno al nuovo: è dunque una sorta di capodanno, e perciò, come ogni "capo dell'anno" è colma di sortilegi.
Lo ricorda anche un proverbio: "La notte di Befana nella stalla parla l'asino, il bove e la cavalla".
Un proverbio che riflette una credenza popolare, diffusa una volta soprattutto in Romagna e Toscana, secondo la quale gli animali parlano nella notte dell'Epifania.
Fino all'avvento dei trattori, in Toscana si tramandavano persino le parole che si scambiavano i buoi:
-"Biancone!"
-"Nerone!"
-"Te l'ha data ricca la cena il tuo padrone?"
-"No, non me l'ha data."
-"Tiragli una cornata!"
Perciò si diceva che alla vigilia dell'Epifania i contadini governavano senza risparmio le loro bestie per evitare che nella magica notte del 5 gennaio dicessero male del padrone o del loro custode.
Attenti dunque ai vostri animali domestici questa notte e tratteli bene dando loro tanti buoni manicaretti!
Ma si credeva anche che i morti s'incarnassero negli animali da stalla che acquisivano in quelle ore capacità divinatorie, come erano indovini i Tre Magi.
Narra una favoletta di Lugo di Romagna che la notte della Pasquetta o Pasquella, come viene anche detta la Befana una massaia incaricò il boaro di ascoltare che cosa avrebbero detto i suoi due buoi nella stalla, chiamati Bii e Ròo.
-"Padrona, badate bene che porta disgrazia" l'ammonì l'uomo.
Dovete sapere amici, che secondo la tradizione, era pericoloso ascoltarli perché l'incauto testimone o chi l'ha inviato, finita la notte magica, sarebbe stato costretto a seguirli, cioé a morire...
-" Tu non darti pensiero" ordinò la padrona, "io voglio che tu stia a sentire e che poi me lo dica".
-"Va bene, va bene" ripose il boaro, "spero che non abbiate poi a pentirvene".
E a
mezzanotte del 5 gennaio, sul giaciglio nella stalla, il boaro ascolta le bestie.
Ed ecco che il
Bii dice al
Ròo:
- "Sai quando morirà la padrona?".
E rispose il
Ròo:
-"Domattina la portano a seppellire".
Quando la massaia seppe della profezia fu
colta da un tale spavento che cadde a terra fulminata. E così venne compiuta la profezia del boaro...

Insomma, in realtà quella che si festeggia questa notte, come spiegava mio marito,
Alfredo Cattabiani, nel suo bel libro
"Lunario" (Mondadori) è la
personificazione femminile dell'anno, la
Madre Natura che, giunta alla fine dell'anno
invecchiata e rinsecchita, assume le sembianze di una
befana o una
"comare secca" da segare e bruciare.
Ma prima di morire offre una
cascatella di dolciumi e regalini che altro non sono se non i semi grazie ai quali riapparirà nelle vesti di giovinetta
Natura: ovvero è una
Luna che muore, diventa Nera, per rinascere falce virginea.
In alcune cittadine si usa ancora adesso, nella
Dodicesima notte, "cantare la pasquella" per le vie e le case.
Si tratta di
un rito antichissimo e poi cristianizzato che concludeva il periodo di passaggio dal vecchio al nuovo anno: in cambio
di doni i questuanti promuovevano con il loro augurio cantato la
prosperità del nuovo anno.
Rappresentavano anche i
morti che in questo periodo di passaggio, come in tutti i momenti di rivolgimento calendariale, penetravano nel mondo dei vivi per aiutare con la loro presenza il rinnovamento della natura, così come
i semi "sepolti nella terra" la fecondano preparando la primavera.
Frotte di giovani e di anziani, detti "befanotti", ricevevano dopo il canto uova, pane, formaggio, salsicce, come rammentano questi versi:
Da lontano abbiam saputo
che ammazzato il porco avete,
qualche cosa ci darete:
o salsiccia o mortadella.
Viva viva la Pasquella!
Da lontano siam venuti
Per cantarvi la Pasquella,
Colla cetra e coi liuti,
Per lucrar la mortadella:
Viva pasqua Epifania,
E la buona compagnia!
Il
rito della Pasquella è ancora vivo in alcune zone dell'Italia centro-settentrionale,
dall'Abruzzo alla Romagna.
Invece in altri luoghi, come a Recanati, sono cori di bambini a cantare strofette come ad esempio questa:
Sulle rive del Giordano
dove l'acqua diventa vino
per lavare Gesù Bambino
per lavare la faccia bella
giunti siamo alla Pasquella.
Una poesiola che pare alludere confusamente alla festa dell'Epifania nel
cristianesimo orientale, ancora viva in Italia a
Piana degli Albanesi, in provincia di Palermo, dove si festeggia il battesimo di Gesù.
D'altronde, la prima festa dell'Epifania nacque infatti in Oriente, fra il
120 e il 140, fra gli
gnostici basilidiani che celebravano il
battesimo di Gesù credendo che l'incarnazione del Figlio fosse avvenuta non alla nascita ma al battesimo.
Poi la festa, purificata dagli elementi gnostici, venne adottata dalle Chiese orientali trasformandosi nella
quadruplice celebrazione della nascita del Cristo, dell'adorazione dei Magi, del suo battesimo e del primo miracolo a Cana.
Infine verso il
V secolo si diffuse a Roma dove si ricordava non la nascita di Gesù, fissata al
25 dicembre, ma
l'adorazione dei Magi cui si unì inizialmente anche il battesimo di Gesù, spostato oggi alla prima domenica dopo l'Epifania, e il miracolo a Cana.
Gli Orientali chiamavano l'Epifania anche
"festa delle luci", e in suo ricordo si svolge a
Tarcento, in provincia di Udine,
la festa dei pignarul, cristianizzazione di un'arcaica cerimonia in cui si celebrava la
nascita del nuovo sole aiutandolo con i fuochi a crescere secondo i principi della magia simpatica.
E al calar della sera
una stella issata sulla cima di una pertica sale le
pendici del colle di Coia. Seguono i
tre Re Magi dietro un lungo corteo di gente in costume medievale che reca in mano una fiaccola.
La
stella è anche la protagonista sia nel
Veneto che nel Friuli della
"questua dei Tre Re": tre persone mascherate da re Magi e seguite da un corteo di coetanei vanno di casa in casa portando in mano una rudimentale
stella di carta, generalmente illuminata da una candela e che a volte viene fatta girare con una cordicella.
La stella appare inoltre in una festa che si svolge a
Sabbio Chiese, in provincia di
Brescia: il
"Canto della stella" che esegue a tarda sera un coro di giovani con un'orchestrina composta da fisarmonica, chitarra, mandolino e due violini. Un cantore regge con un'asta
una stella di carta a cinque punte, illuminata dall'interno, che talvolta contiene un minuscolo presepe di carta.
Ma torniamo alla
magia di questa notte che verrà.
Come già ho detto, siccome l'Epifania è un
"capo dell'anno", vi si traggono le
sorti e le previsioni per il futuro.
Una delle forme più tipiche è la
focaccia dove si è nascosta una fava: colui a cui tocca la fetta del dolce che la contiene è eletto
Re della fava e a sua volta elegge la
Regina gettando la fava nel bicchiere della donna prescelta. I due sovrani saranno fortunati per tutto l'anno, come testimonia anche un proverbio,
"Trovar la fava nel dolce", che significa fare una scoperta geniale e importante o un affare ricco ed eccellente.
Quedta focaccia, che ha la forma di una ciambella-corona in Francia, da me in Spagna, viene detta
"Roscòn de Reyes" sul quale ho già scritto in questo blog l'anno scorso e ho dato anche la ricetta originale.
Ma tornado agli
auspici per il nuovo anno da trarre fra questa notte e domani, ci sono varie modalità.
A
Isnello, in Sicilia, si pensa che il vento che soffia la
sera del 6 gennaio, al momento dei vespri, predominerà per tutto l'anno.
In
Campania si getta sul fuoco una
foglia d'ulivo: se salterà via, la vita sarà garantita; se brucerà crepitando, entro l'anno sopravverrà la morte.
In Friuli si
accendono falò dalle cui faville come dal fumo si traggono
presagi per il raccolto.
In
Romagna ci si pone in
un quadrivio per ascoltare le
parole dei passanti con le quali si articola un discorso il cui significato farebbe prevedere gli eventi dell'anno.
Insomma, cari amici, sulle
tradizioni di questa magica notte che si avvicina e sulla
Befana potrei ancora dirvi tante cose, ma già le hodette tempo fa e potete leggerle cliccando
qui.
Ora si è fatto tardi e devo
mettere le mie scarpe sotto il camino dove i
Re Magi mi porteranno i regali che ho chiesto.
Ma se arriva
anche la Befana, essendo io
la Cuoca Itagnola, sarò bene contenta di riceverla: l'importante è che non si porti via le mie scarpe...
Si sa infatti che la "
Befana vien di notte con le scarpe tutte rotte...
E voi, amici miei, mi raccomando,
andate a dormire presto, altrimenti la
Befana non vi porterà niente e volerà via senza fermarsi...
E soprattutto siate
buoni e rispettosi, giocate domattina con i vostri bambini e regalate qualcosa a quelli che non hanno niente, perché la magica
Befana vi vede e vi sente, come dicono i versi del
Pascoli:
La Befana vede e sente;
fugge al monte, ch'è l'aurora.
Quella mamma piange ancora
su quei bimbi senza niente.
La Befana vede e sente...
Perciò, ora, shissssss, silenzio: la Befana vede e sente....