martedì 5 gennaio 2010

LA NOTTE DELLA BEFANA PARLA L'ASINO CON LA CAVALLA



Mancano poche ore per la notte più magica dell'anno: quella del 5 gennaio e cioé la Notte della Befana!

Viene chiamata anche la "Dodicesima notte" perché infatti ricorre dodici giorni dopo quella di Natale e conclude il periodo di passaggio dal vecchio anno al nuovo: è dunque una sorta di capodanno, e perciò, come ogni "capo dell'anno" è colma di sortilegi.


Lo ricorda anche un proverbio: "La notte di Befana nella stalla parla l'asino, il bove e la cavalla".

Un proverbio che riflette una credenza popolare, diffusa una volta soprattutto in Romagna e Toscana, secondo la quale gli animali parlano nella notte dell'Epifania.

Fino all'avvento dei trattori, in Toscana si tramandavano persino le parole che si scambiavano i buoi:


-"Biancone!"
-"Nerone!"
-"Te l'ha data ricca la cena il tuo padrone?"
-"No, non me l'ha data."
-"Tiragli una cornata!"


Perciò si diceva che alla vigilia dell'Epifania i contadini governavano senza risparmio le loro bestie per evitare che nella magica notte del 5 gennaio dices­sero male del padrone o del loro custode.

Attenti dunque ai vostri animali domestici questa notte e tratteli bene dando loro tanti buoni manicaretti!


Ma si credeva anche che i morti s'incarnassero negli animali da stalla che acquisivano in quelle ore capacità divinatorie, come erano indovini i Tre Magi.









Narra una favoletta di Lugo di Romagna che la notte della Pasquetta o Pasquella, come viene anche detta la Befana una massaia incaricò il boaro di ascoltare che cosa avrebbero detto i suoi due buoi nella stalla, chiamati Bii e Ròo.


-"Padrona, badate bene che porta disgrazia" l'ammonì l'uomo.



Dovete sapere amici, che secondo la tradizione, era pericoloso ascoltarli perché l'incauto testimone o chi l'ha inviato, finita la notte magica, sarebbe stato costretto a seguirli, cioé a morire...


-" Tu non darti pensiero" ordinò la padrona, "io voglio che tu stia a sentire e che poi me lo dica".


-"Va bene, va bene" ripose il boaro, "spero che non abbiate poi a pentirvene".

E a mezzanotte del 5 gennaio, sul giaciglio nella stalla, il boaro ascolta le bestie.

Ed ecco che il Bii dice al Ròo:

- "Sai quando morirà la padrona?".

E rispose il Ròo:

-"Domattina la portano a seppellire".

Quando la massaia seppe della profezia fu colta da un tale spavento che cadde a terra fulminata. E così venne compiuta la profezia del boaro...



Insomma, in realtà quella che si festeggia questa notte, come spiegava mio marito, Alfredo Cattabiani, nel suo bel libro "Lunario" (Mondadori) è la personificazione femminile dell'anno, la Madre Natura che, giunta alla fine dell'anno invecchiata e rinsecchita, assume le sembianze di una befana o una "comare secca" da segare e bruciare.

Ma prima di morire offre una cascatella di dolciumi e rega­lini che altro non sono se non i semi grazie ai quali riapparirà nelle vesti di giovinetta Natura: ovvero è una Luna che muore, diventa Nera, per rinascere falce virginea.




In alcune cittadine si usa ancora adesso, nella Dodicesima notte, "cantare la pasquella" per le vie e le case.
Si tratta di un rito antichissimo e poi cristianizzato che concludeva il periodo di passaggio dal vecchio al nuovo anno: in cambio di doni i questuanti promuovevano con il loro augurio cantato la prosperità del nuovo anno.

Rappresentavano anche i morti che in questo periodo di passaggio, come in tutti i momenti di rivolgimento calendariale, penetravano nel mondo dei vivi per aiutare con la loro presenza il rinnovamento della natura, così come i semi "sepolti nella terra" la fecondano preparando la primavera.




Frotte di giovani e di anziani, detti "befanotti", ricevevano dopo il canto uova, pane, formaggio, salsicce, come rammentano questi versi:


Da lontano abbiam saputo
che ammazzato il porco avete,
qualche cosa ci darete:
o salsiccia o mortadella.
Viva viva la Pasquella!
Da lontano siam venuti
Per cantarvi la Pasquella,
Colla cetra e coi liuti,
Per lucrar la mortadella:
Viva pasqua Epifania,
E la buona compagnia!

Il rito della Pasquella è ancora vivo in alcune zone dell'Italia centro-settentrionale, dall'Abruzzo alla Romagna.

Invece in altri luoghi, come a Recanati, sono cori di bambini a cantare strofette come ad esem­pio questa:


Sulle rive del Giordano
dove l'acqua diventa vino
per lavare Gesù Bambino
per lavare la faccia bella
giunti siamo alla Pasquella.

Una poesiola che pare alludere confusamente alla festa dell'Epifania nel cristianesimo orientale, ancora viva in Italia a Piana degli Albanesi, in provincia di Palermo, dove si festeggia il battesimo di Gesù.

D'altronde, la prima festa dell'Epifania nacque infatti in Oriente, fra il 120 e il 140, fra gli gnostici basilidiani che celebravano il battesimo di Gesù credendo che l'incarnazione del Figlio fosse avvenuta non alla nascita ma al battesimo.

Poi la festa, purificata dagli elementi gnostici, venne adottata dalle Chiese orientali trasformandosi nella quadruplice celebrazione della nascita del Cristo, dell'adorazione dei Magi, del suo bat­tesimo e del primo miracolo a Cana.

Infine verso il V secolo si diffuse a Roma dove si ricordava non la nascita di Gesù, fissata al 25 di­cembre, ma l'adorazione dei Magi cui si unì inizialmente anche il battesimo di Gesù, spostato oggi alla prima domenica dopo l'Epifa­nia, e il miracolo a Cana.





Gli Orientali chiamavano l'Epifania anche "festa delle luci", e in suo ricordo si svolge a Tarcento, in provincia di Udine, la festa dei pignarul, cristia­nizzazione di un'arcaica cerimonia in cui si celebrava la nascita del nuovo sole aiutandolo con i fuochi a crescere se­condo i principi della magia simpatica.

E al calar della sera una stella issata sulla cima di una per­tica sale le pendici del colle di Coia. Se­guono i tre Re Magi dietro un lungo corteo di gente in costume medie­vale che reca in mano una fiac­cola.

La stella è anche la protagonista sia nel Veneto che nel Friuli della "questua dei Tre Re": tre persone mascherate da re Magi e seguite da un corteo di coetanei vanno di casa in casa portando in mano una rudimentale stella di carta, generalmente illuminata da una candela e che a volte viene fatta girare con una cordicella.




La stella appare inoltre in una festa che si svolge a Sabbio Chiese, in provincia di Brescia: il "Canto della stella" che esegue a tarda sera un coro di giovani con un'orchestrina composta da fisarmo­nica, chitarra, mandolino e due violini. Un cantore regge con un'asta una stella di carta a cinque punte, illuminata dall'interno, che talvolta contiene un minuscolo presepe di carta.



Ma torniamo alla magia di questa notte che verrà.

Come già ho detto, siccome l'Epifania è un "capo dell'anno", vi si traggono le sorti e le previsioni per il futuro.

Una delle forme più tipiche è la focaccia dove si è nascosta una fava: colui a cui tocca la fetta del dolce che la contiene è eletto Re della fava e a sua volta elegge la Regina gettando la fava nel bicchiere della donna prescelta. I due sovrani saranno fortu­nati per tutto l'anno, come testimonia anche un proverbio, "Trovar la fava nel dolce", che significa fare una scoperta geniale e importante o un affare ricco ed eccellente.

Quedta focaccia, che ha la forma di una ciambella-corona in Francia, da me in Spagna, viene detta "Roscòn de Reyes" sul quale ho già scritto in questo blog l'anno scorso e ho dato anche la ricetta originale.






Ma tornado agli auspici per il nuovo anno da trarre fra questa notte e domani, ci sono varie modalità.

A Isnello, in Sicilia, si pensa che il vento che soffia la sera del 6 gennaio, al momento dei vespri, predominerà per tutto l'anno.

In Campania si getta sul fuoco una foglia d'ulivo: se salterà via, la vita sarà garantita; se brucerà crepitando, entro l'anno sopravverrà la morte.
In Friuli si accendono falò dalle cui faville come dal fumo si traggono presagi per il raccolto.


In Romagna ci si pone in un quadrivio per ascoltare le parole dei passanti con le quali si arti­cola un discorso il cui significato farebbe prevedere gli eventi del­l'anno.


Insomma, cari amici, sulle tradizioni di questa magica notte che si avvicina e sulla Befana potrei ancora dirvi tante cose, ma già le hodette tempo fa e potete leggerle cliccando qui.

Ora si è fatto tardi e devo mettere le mie scarpe sotto il camino dove i Re Magi mi porteranno i regali che ho chiesto.


Ma se arriva anche la Befana, essendo io la Cuoca Itagnola, sarò bene contenta di riceverla: l'importante è che non si porti via le mie scarpe...



Si sa infatti che la "Befana vien di notte con le scarpe tutte rotte...

E voi, amici miei, mi raccomando, andate a dormire presto, altrimenti la Befana non vi porterà niente e volerà via senza fermarsi...

E soprattutto siate buoni e rispettosi, giocate domattina con i vostri bambini e regalate qualcosa a quelli che non hanno niente, perché la magica Befana vi vede e vi sente, come dicono i versi del Pascoli:

La Befana vede e sente;
fugge al monte, ch'è l'aurora.
Quella mamma piange ancora
su quei bimbi senza niente.
La Befana vede e sente...



Perciò, ora, shissssss, silenzio: la Befana vede e sente....

1 commento:

acquaviva ha detto...

Quanta poesia in questo tuo post!!!
Sai che a Varese il dolce tradizionale per l'Epifania è un cammello di sfoglia?