sabato 16 gennaio 2010

IL SANTO DEL GIORNO: SANT'ANTONIO ABATE, PROTETTORE DEGLI ANIMALI DOMESTICI




Il 17 gennaio è la Festa di Sant'Antonio Abate, che era un eremita egiziano, considerato il fondatore del monachesimo cristiano e il primo degli abati, morto nel deserto di Tebaide il 17 gennaio del 357.


Un santo popolarissimo, fin dal primo Medioevo , conosciuto con molti altri nomi: sant'Antonio il Grande, sant'Antonio d'Egitto, sant'Antonio del Fuoco, sant'Antonio del Deserto, sant'Antonio l'Anacoreta, il santo del maialino...


Ebbene, la tradizione vuole che il giorno della sua Festa, sui sagrati di molte chiese si benedicano gli animali domestici di cui il santo, è ritenuto il protettore.



(Frida, la mia ex-cagnetta)


Cani, gatti, cavalli, asini, ma anche usignoli, cardellini, tartarughe sono condotti dai loro padroni in un'atmosfera di comunione edenica che incantò Goethe nel suo "Viaggio in Italia".





(due dei miei gatti, Lorca e Dalì)
E in molti luoghi dell'Italia, specialmente nel Lazio, ci sono particolari cerimonie che hanno come protagonisti i cavalli: come ad esempio ad Anguillara, sul lago di Bracciano; oppure a Velletri, nei Castelli romani, con la caratteristica "Corsa dell'anello" con i cavalli riccamente bardati.



(Corsa di cavalli a Ronciglione, Viterbo)

Ma la cerimonia più spettacolare della Tuscia, che è una provincia ricchissima di feste tradizionali, fra cui alcuni splendidi Carnevali, si tiene a Sutri, in provincia di Viterbo, durante la benedizione degli animali sfilano le due Società della Cavalleria di sant'Antonio - la Vecchia, fondata nell'Ottocento, e la Nuova fondata dopo la prima guerra mondiale - che eleggono ogni anno un Deputato il quale ha l'onore di ospitare il Gonfalone nella sua casa per un anno: ma dovrà offrire un rinfresco a chiunque vada a visitarlo.


Oltre a questo rito si svolge la Corsa della Stella durante la quale i concorrenti a cavallo cercano di colpire con un giavellotto un cerchio posto al centro di una stella appesa a un filo.





(Sutri, Festa di Sant'Antonio Abate)

Si racconta che il patronato di sant'Antonio sugli animali sia nato da un'antica leggenda che ora vi riporto, proprio come è stata scritta da Aymar Falcoz , un religioso dell'Ordine Antoniano vissuto nel Cinquecento.



"Un giorno beato Antonio si trovava nei pressi della città di Barcellona, di fronte alle porte del palazzo del preposito regio.

Una scrofa, trattenendolo con le fauci, trascinò un porcellino zoppo e malato che aveva appena partorito. Lo depose dinanzi ai piedi del santo con lamenti e grugniti quasi a chiedere, come poteva, aiuto e guarigione.

Mentre tutti erano presenti a quanto avveniva e se ne meravigliavano, il santo uomo di Dio operò immediatamente la guarigione dell'animaletto malato a mezzo del segno salutifero della croce.

Per tale miracolo il santo abate fu da tutti riconosciuto e fu accompagnato presso il re gravemente ammalato cui, secondo quanto è narrato, con l'aiuto di Dio restituì la salute, convertendo poi lui e la città al culto del vero Dio.

Perciò gli abitanti di quella regione intesero rappresentare per immagine il ricordo dell'impresa di quel santo padre e aggiunsero ai piedi di lui un maiale".






Questa però è una delle tante versioni della leggenda: un altra narra che il maialino guarito lo seguì fedelmente per tutta la vita diventando il suo in­separabile compagno, come testimonierebbe anche l'iconografia, dove appunto il santo appare con l'animaletto accanto.



In re­altà, sostiene la critica agio­grafica moderna, di cui parla anche Alfredo Cattabini nel suo libro "Santi d'Italia" (Rizzoli) l'attributo del maialino insieme con la leggenda sa­rebbe stato ispirato da un avvenimento storico.




Quando nel IX secolo le reliquie di sant'Antonio furono traslate da Costantino­poli alla Motte-Saint-Didier, in Francia, venne costituito nel centro che già ospitava i benedettini di Mont Majeur una comunità ospedaliera laica per curare i malati di ergotismo canceroso, causato dall'avvele­namento di un fungo presente nella segala usata per la pani­ficazione. Il morbo era co­no­sciuto fin dall'antichità come ignis sacer per il bruciore che provo­cava.



Per poter accogliere e assistere tutti quei malati che, oltre alle cure ospedaliere, si affidavano alla potenza tau­maturgica del santo, si costruì un ospedale retto da quella comunità laica che nel 1297 si trasformò in un ordine di canonici regolari retti dalla regola di sant'Agostino e costruì altri ospedali in Europa.



Uno dei più anti­chi privilegi che i Papi accordarono loro fu di poter allevare maiali per uso proprio. Il loro grasso ser­viva, usato come medicamento, nella cura dell'ergotismo o "herpex zoster" che venne chiamato perciò "il male di sant'Anto­nio" e poi "il fuoco di sant' Antonio".



Il singolare allevamento avveniva a spese della comunità sicché i porcelli potevano circolare liberamente fra vie e cortili por­tando una campanella di riconoscimento.



Per questo motivo nella religiosità popolare il maia­lino cominciò ad essere associato all'eremita egiziano e a diven­tarne nell'iconografia un suo attributo insieme con la campa­nella di riconoscimento e il bastone a tau, simbolo di ogni anacoreta.



Succes­sivamente gli si attribuì il patronato sui maiali e per estensione su tutti gli ani­mali domestici.



Persino la macellazione del porco fu colle­gata alla sua festa in molte località dell'Italia, dove per festeggiarlo si mangiano anche piatti tipici a base di maiale.



Molto singolari sono le dolcissime "teste ru Porcu" della Sicilia: la tradizione palermitana vuole che questo dolce, che simboleggia il maiale, venga venduto proprio per la festa di Sant'Antonio Abate.






Ancora oggi a Cansano, in Abruzzo, ma anche in altri luoghi, un maiale viene acquistato nella prima settimana di novembre e macellato qualche giorno prima del 17 gennaio.


Durante il periodo di ingrassamento il ma­iale porta una campanella al collo circolando liberamente per il paese.


"Pare 'u purcelluce 'e Sant'Antonie", si dice nel Molise dello scroccone di pasti abituale oppure di chi s'ingozza quando viene invitato, e naturalmente l'espressione risale proprio a quell'usanza di lasciare lasciato libero per le vie del paese il maialino, che nessuno potrà prendere: chi lo rubasse, dicono, sarebbe castigato dallo stesso Santo.


Infatti nella pianura padana si dice ancora di chi è colpito da disgrazie improvvise che : "Deve aver rubato il porco di Sant'Antonio".


Di questo tema e della tradizione dei falò che si accendono la Vigilia della Festa del santo, ho già parlato in queste pagine del blog nel gennaio dell'anno scorso.



(Le Farchie di Fara Filiorum Petri, Abruzzo)
Ora m'interessa invece farvi conoscere un altra teoria perché, aldilà di leggende e tradizioni popolari, alcuni studiosi ritengono che la presenza del maiale e del fuoco nell'iconografia e nei vari riti delle celebrazioni in onore del popolare santo, sia riconducibile a culti pagani d'origine celtica.

D'altronde, nell'area celtica dove il culto di sant'Antonio si radicò e diffuse in tutto l'Occidente, esisteva una divinità della rinascita e della luce, e quindi anche del "fuoco", che trionfava sugli inferi e presiedeva, a cavallo, al rinnovamento della natura e alla fertilità degli animali: il dio Lug cui erano consacrati cinghiali e maiali selvatici.

I Celti lo onoravano a tal punto da porre una statuetta di cinghiale sull'elmo e da raffigurarlo sugli stendardi.

(Galata Morente)

Spalmavano addirittura i capelli, che portavano corti, con una densa poltiglia di gesso perché di­ventassero rigidi e somigliassero alle cotenne dell'animale, come te­stimonia Il Galata morente al Museo Capitolino di Roma. Sicché, si po­trebbe conget­turare che, per uno di quei processi sincretistici tipici dei periodi di pas­saggio di una popolazione da una religione all'altra, la venerazione per il dio Lug si sia tra­sferita in parte, insieme con il maiale, il fuoco e i cavalli, nel culto per l'e­remita egizio.

Forse, non casual­mente, in certe sculture e dipinti, come nel bellissimo quadro del Pisanello, alla Natio­nal Gallery di Londra, ai piedi di sant'Antonio vi è un ma­iale nero selvatico, quasi un cinghiale.




("Sant'Antonio e san Giorgio", Pisanello-1490)


Che altro dire? Beh, sulle tradizioni, leggende e curiosità scaturite nei secoli attorno alla figura del celeberrimo santo barbuto si potrebbero riempire libri e non è questa la sede.

Ma siccome lui è il santo protettore degli animali domestici, ora che è la sua festa, vorrei pregargli che stenda il suo mantello sul mio povero gatto Garcìa Lorca - Lorca per gli amici - che, dopo 12 anni di convivenza, è scomparso dal mio giardino ormai un mese fa senza lasciare traccia...

Speriamo almeno che Sant'Antonio, nonostante Lorca fosse un gatto piuttosto introverso, geloso e permaloso, lo porti nel paradiso degli animali.


(Lorca, prima di scomparire nel nulla...)



1 commento:

Rita ha detto...

cara Marina, anch'io avevo un gatto che si chiamava Leo e anch lui, come il tuo Lorca, è scomparso nel nulla qualche anno fa...