giovedì 31 dicembre 2009

L'ANNO NUOVO: USANZE E CREDENZE




Ci avete fatto caso che il 2010 comincia di venerdì?
No? beh, è così e ciò vorrebbe dire, secondo una credenza friulana, che sarà un anno a rischio...
Se fosse invece iniziato di domenica sarebbe stato buono; se di martedì potrebbero arrivare "gravi guerre e altri malanni".


Ma essendo l'anno nuovo un numero pari porterà un raccolto abbondante; mentre annunciano carestia quelli dove compare il 7, o un suo multiplo, oppure il tredici, sicché converrà fare delle provviste quando si avvicineranno il 2013 e il 2014.


In altri luoghi dell'Italia nella notte di Capodanno si fanno presagi d'amore per trovare l'anima gemella.






Ad esempio in Veneto si fa colare un bianco d'uovo in una bottiglietta lasciata poi riposare all'aperto per tutta la notte: gli auspici si traggono osservando le forme che il materiale ha creato una volta rassodato.


Lo stesso pronostico si può ottenere con il piombo fuso gettato in una padella e lasciato poi solidificarsi durante la notte.


Quanto ai presagi sulla salute ve ne sono diversi.
In Abruzzo, ad esempio, per avere notizie sulla propria salute, si fanno cadere a mezzanotte, una alla volta, sul piano rovente del focolare, le foglie di un ramoscello di olivo: se la foglia si agita e volteggia, quella persona vivrà e avrà tanta salute quanti più movimenti farà la foglia; ma se questa rimane immobile e si brucia, la persona sarà spacciata.


Insomma, la varietà di usanze e credenze dell'Anno Nuovo è tale da rendere quasi impossibile un inventario regione per regione.



In ogni modo, e come molti ormai sanno, per avere buona fortuna si deve ricevere il primo dell'anno in allegria, magari danzando e indossando un indumento nuovo rosso, che simbolicamente è il colore del sole nel solstizio invernale.







E si dovrà brindare e mangiare durante tutto il primo giorno dell'anno qualcosa, come lenticchie, riso o fagioli, che cresca in pentola in modo da propiziare il benessere; oppure chicchi, noci o semi o altri cibi che simboleggino l'abbondanza, come accade in Spagna, dove il 31 dicembre, allo scoccare della mezzanotte, si devono ingoiare dodici acini d'uva, uno per ogni mese dell'anno.








Infine in alcune località si usa ancora il primo dell'anno fare la Questua casa per casa accompagnata da canti.


Ad esempio in Val Meduna (Friuli) al mattino del primo gennaio, gruppi di fanciulli girano per il paese gridando per dare la sveglia e cantando davanti alle case una strofetta di buon augurio per avere qualche dono, detto "buna man":


"Bon di', bon an;
daimi la buna man
ancia chest'an!"


Invece a Ferrazzano, in provincia di Campobasso, i canti, detti "maitunata", sono satirici e rivolti a persone che hanno fatto parlare di loro per qualunque motivo.






Ma anche la notte del 5 gennaio, vigilia dell'Epifania, si fa la Questua di casa in casa, un'usanza che nell'Italia centro-settentrionale, dall'Abruzzo alla Romagna e fino in Toscana e in Friuli è detta "cantare la Pasquella" e viene eseguita da ragazzi canterini e da i suonatori.


Ma in alcune valli del nord, come quelle del Montone, Bidente e Borello, cantano soltanto due personaggi mascherati: la "Befana" e il "Befanotto" suo marito.






Ma questa è un'altra storia che la Cuoca Itagnola vi racconterà fra qualche giorno.



mercoledì 30 dicembre 2009

ANATRA ALL'ARANCIA DI MASSIMO CAVALIERI PER CAPODANNO



(l'anatra all'arancia di Massimo, appena portata a tavola)




Il giorno di Natale appena trascorso mia figlia Clara e io siamo state invitate a pranzo da due carissimi amici: Massimo Cavalieri e la sua giovane moglie Libe Irazu, che oltre ad essere la stupenda e pazzoide madre del loro stupendo e folle bimbo di nove mesi, Davide, dalla voce baritonale, insegna flamenco nella scuola di mia figlia e lo balla anche benissimo.




(foto artistoide di Massimo e Libe davanti all'anatra all'arancia)



Ebbene, lui, Massimo, che è un ottimo cuoco, sebbene non sia quello il suo mestiere, aveva preparato per la prima volta nella sua vita l'ANATRA ALL'ARANCIA.



Confesso che temevo un fiasco, non per colpa del cuoco ma perché ritengo che l'anatra all'arancia sia un piatto di difficile riuscita: la carne potrebbe essere dura, oppure stoppacciosa, o la salsa amara...



Invece, quel volatile preparato con tanto amore e dedizione dall'improvvisato cuoco era la settima meraviglia!


Già soltanto a vederla riempiva i sensi, come potete constatare dalle mie fotografie!





La polpa era tenera e burrosa, la salsina dolce-amara al punto giusto, le scorze delle arance una carezza per il palato...

Insomma, una vero piatto della festa che vi propongo per il Cenone di Capodanno o per qualche altra occasione festiva.

Naturalmente la ricetta è quella che mi sono fatta scrivere da Massimo che qui sorride sornione e trionfante!







ANATRA ALL'ARANCIA DI MASSIMO CAVALIERI





Ingredienti per 4 persone:

1 anatra da circa 1 k e mezzo
4 arance
1 limone
50 g burro
aglio
sale pepe
1 mela
2 prugne secche
vino bianco
aceto balsamico
zucchero
olio




Salare e pepare l'anatra ben pulita sia dentro che fuori.

Riempire con 2 prugne, mela e uno spicchio d'aglio.

Far rosolare con burro e olio da tutti i lati per circa 15 minuti.

Sgrassare e poi aggiungere vino bianco.

Far cuocere per altri 15 minuti circa.

Togliere la buccia dalle arance e dal limone, tagliarle a julien e porle in una terrina.

Spremere le quattro arance e aggiungere parte del succo e parte delle bucce all'anatra e far cuocere il tutto per altre due ore circa, ma bagnando di tanto in tanto con il fondo di cottura.

Mettere in un pentolino le bucce rimaste, aggiungendo mezzo bicchiere di marsala, un po' di aceto balsamico, un cucchiaio di zucchero e il succo d'arancia e far ritirare il tutto a fuoco basso.

Una volta terminata la cottura dell'anatra cospargervi questa salsa sopra e guarnire con fette di arancia.

Lasciare riposare almeno mezz'ora.

Servire calda con fettine di pane carasau caldo e accompagnare con un buon rosso, ad esempio una ottimo barolo d'annata: il piatto lo merita!







Un consiglio: non fate come me. Mi ero servita una porzione piccola (quella che vedete nella foto sopra), nel timore che non fosse venuta bene del tutto...

E sono stata castigata per la mia sfiducia: quando ho voluto ripetere -ahimè!- il piatto di portata era desolatamente vuoto, (come potete vedere nella foto qui sotto).


E così mi sono dovuta accontentare dalle ossa che ho rosicchiato come un cane affamato e ho anche scavato, con la punta del coltello, la poca polpa rimasta attaccata qua e là...









Insomma caro Massimo, con una riuscita così l'anatra doveva pesare almeno 2 chili!

Mi raccomando per la prossima volta!

Altrimenti la Cuoca Itagnola potrebbe infuriarsi e armarsi dal suo matterello vendicativo...





Ma non oggi, Vigilia di Capodanno. Oggi la Cuoca Itagnola ti augura soltanto buone cose. ma non solo a te, a tutto il mondo.

E soprattutto a coloro che mangeranno un'anatra all'arancia così squisita!


BUON APPETITO AMICI

E

BUON ANNO!!!

martedì 29 dicembre 2009

MORTERUELO DI CUENCA PER IL CAPODANNO 2010



Giorni fa, nella puntata di domenica 20 dicembre del mio programma su Radiodue "Che bolle in pentola?", avevo consigliato una ricetta spagnola della "chisciottesca" terra di Castiglia-La Mancia.


Una ricetta tipica di una bella città, unica al mondo, dichiarata dall'UNESCO, nel 1996, patrimonio dell'umanità: CUENCA.


La ricetta in questione è quella di un singolare e tipico Paté di carni varie dove però è quasi d'obbligo la lepre e a volte anche la gallina: "MORTERUELO DE CUENCA"



(morteruelo de Cuenca)


Una ricetta piuttosto complessa e che perciò molti ascoltatori mi hanno chiesto di scriverla in questo mio blog.

Prima però, una premessa sulla città di Cuenca che purtroppo non tutti conoscono perché fuori dai soliti itinerari turistici che prevedono in genere Madrid, Toledo, Barcelona, Sevilla e Granada.


Ecco qualche notizia dunque.





Cuenca è un comune spagnolo di circa 46.000 abitanti situato, come ho già detto, nella comunità autonoma di Castiglia-La Mancia.

È sede vescovile ed è la capitale dell'omonima provincia.








La parte bassa della città è moderna mentre la parte alta è quella storica e bellissima situata sull'antica Conca fondata dai Romani che in Spagna arrivarono praticamente dappertutto.


Più tardi, con l'arrivo degli arabi, Cuenca divenne una fortezza a difesa della regione, che era stata da essi occupata, e sotto la dipendenza dell'Emirato di Valenza.


La parte antica della città si trova a cavallo di un ripido sperone i cui fianchi scendono a precipizio nelle gole profonde dei fiumi Jùcar e Huécar.


Quest'ultimo fiume, il Huécar, divide in due parti distinte l'attuale Cuenca: la città nuova, con una altitudine di 900 m. sul livello del mare, si trova a sud-ovest rispetto alla parte antica che raggiunge invece i 1.000 m. nella parte più alta dello sperone.





Ed è proprio là dove si trovano le singolari Casas Colgadas de Cuenca, che rendono la città unica al mondo!


Sono magnifiche case sospese che, sostenute da travi, si aggrappano al roccione, e che furono
costruite a partire dal XIV secolo.





Singolare è anche la Cattedrale in stile gotico dichiarata monumento nazionale.


Fu innalzata, dal 1182 al 1270, sui resti di una moschea araba, ma la facciata venne ricostruita in parte nel 1902 dopo un crollo.






Ah, una curiosità: Cuenca è gemellata con l’Aquila!

E a mio parere non è una scelta sbagliata, perché la bella città abruzzese, così martoriata ultimamente dal terribile terremoto dei mesi scorsi, è situata, come lo è anche Cuenca, in una conca sulle sponde del fiume Aterno, ad un'altitudine di 721 metri sul livello del mare e ciò la rende la terza tra i capoluoghi italiani più alti, appena dopo Enna e Potenza.





E poi c'è anche lo zaferano, el azafràn, che unisce ambedue: quello dell'Aquila è il migliore dell'Italia e quello della Mancia è il migliore della Spagna: i due però si contendono il primato della qualità in Europa e nel mondo!!!





Ma torniamo a Cuenca e parliamo della sua gastronomia che condivide molti piatti e prodotti tipici con altre province di Castitiglia-la Mancia e inoltre anche le sue origini contadine e pastorile, la qualità delle materie prime e il rispetto per le tradizioni.





("cordero asado")


Fra i piatti più caratteristici troviamo dunque "el cordero asado" cioé l'agnello arrosto, la cacciagione, fra cui, celebre in tutto il territorio, la "perdiz roja", la pernice rossa, i tipici stufati di carne chiamati "gazpachos" e i bolliti misti detti "ollas" con un'infinità di variazioni sul tema.


Cuenca però offre ai visitatori molti piatti della propria gastronomia con una personalità unica: da "los zarajos", a base di budelle di agnello arrostite nel forno a legna con rami aromatici; al "ajoarriero" dove il baccalà viene cucinato alla maniera degli antichi mulattieri con abbondante aglio; e fino al re dei dolci, di origine arabe, detto "alajù", a base di mandorle, fichi secchi e miele.





(alajù de Cuenca)


Ma celebre fra i gourmet di tutto il mondo, ormai confezionato in lattine che vengono espedite ovunque, è il MORTERUELO, lo squisito paté di Cuenca del quale vi darò ora la ricetta originale e che può costituire un ottimo antipasto per il Cenone di Capodanno.


Ecco dunque la tipica ricetta che si trova anche nel mio "vecchio" e quasi introvabile libro sulla cucina spagnola intitolato “La Spagna a tavola” (Newton Compton Editori).




MORTERUELO DE CUENCA

Questa sorta di paté, originario della provincia di Cuenca, viene conservato nelle tipiche terrine di ceramica della zona.


Si tratta di un'antica ricetta medievale conservata gelosamente dalle monache, sicuramente un po' costosa ma degna delle tavole più raffinate e dei palati più esigenti.

Si può preparare con il coniglio al posto della lepre, ma non è lo stesso.


Ingredienti:

1 lepre
1 gallina
250 g di fegato di maiale
1 osso di prosciutto abbastanza "in carne"
6 noci
250 g di strutto
1 cucchiaio di pimentón o paprica dolce
alcuni granelli di pepe
3 chiodi di garofano
mezzo cucchiaino di cannella in polvere
qualche seme di carvi ( o cumino)
pane grattugiato


In una pentolona con tanta acqua leggermente salata, lessare la lepre e la gallina, ben pulite e a pezzi, insieme con il fegato di maiale e l'osso del prosciutto. Quando le carni saranno tenere togliere la pelle, il grasso e le ossa lasciando soltanto la parte più magra che verrà tritata poi nel tritacarne con il fegato.

In una padella grande sciogliere lo strutto e incorporarvi la paprica senza farla bruciare; aggiungervi poi la carne tritata e tutte le spezie ben pestate nel mortaio; rimestare bene e bagnare con 1/2 litro del brodo di cottura delle carni.

Addensare tutto con sufficiente pane grattugiato (almeno 1 tazza) e lasciar cuocere bene finché diventa una specie di purea molto densa. A questo punto aggiungervi le noci ben pestate nel mortaio e lasciar cuocere ancora qualche minuto.

Versare in terrine di terracotta e, se si vuole conservare a lungo, coprire con un dito di strutto. Metterle in luogo fresco.

Questo paté si può consumare freddo oppure, scaldato a bagnomaria, spalmato su crostini di pane tostato.

Un buon vino rosso corposo è d'obbligo!




(morteruelo e crostini di pane)


BUON APPETITO
E, NATURALMENTE,


BUON ANNO DALLA VOSTRA CUOCA ITAGNOLA!!!




domenica 27 dicembre 2009

LA FIESTA DE LOS SANTOS INOCENTES, OVVERO IL PESCE D'APRILE ISPANICO...



(Strage degli Innocenti di Ducio di Buoninsegna-XIV secolo)

IL 28 DICEMBRE LA CHIESA CELEBRA LA FESTA DEI SANTI INNOCENTI CON LA QUALE UNA VOLTA COMINCIAVA IL CARNEVALE...


Ma andiamo per parti e prima, ecco un po' di storia evangelica.

In un episodio del Vangelo secondo Matteo (2,1-16), si racconta la Strage degli Innocenti in cui Erode il Grande, re della Giudea, ordina un massacro di bambini allo scopo di uccidere Gesù, della cui nascita a Betlemme era stato informato dai Tre Magi che vi erano arrivati, inseguendo una stella cometa, per adorare il Divino Neonato.



Secondo la narrazione evangelica, Gesù scampò alla Strage perché un angelo avvisò in sogno Giuseppe, ordinandogli di fuggire in Egitto insieme con Maria e il Bambinello.



Soltanto dopo la morte di Erode, la Sacra Famiglia tornò indietro, stabilendosi in Galilea, a Nazaret.


Ebbene, fin dal V secolo la Chiesa cattolica venera come martiri i bambini uccisi nella strage di Erode, con il nome di "Santi Innocenti", fissandone la memoria liturgica al 28 dicembre.


Il cruento episodio è stato raffigurato dagli artisti di ogni epoca e di ogni luogo.





(Strage degli Innocenti di Guido Reni- XVII secolo)



Per rendere omaggio ai piccoli martiri, il 28 dicembre, a Selva di Val Gardena, in quel di Bolzano, ci sarà il "Getto dei Fiori"; ossia una sfilata di sciatori in costume che lanciano dall'alto di un dirupo fiori multicolori sulla neve, come simboli del sangue innocenti dei bambini uccisi da Erode!








Ma stati attenti quel giorno se vi troverete in Spagna o in compagnia di spagnoli come me: potrete essere vittime di scherzi a non finire e diventare un vero "innocentone"; perché per noi spagnoli il giorno dei "santi innocenti" è come l'italiano "pesce d'aprile"!


In Spagna il simbolo degli scherzi è un pupazzo di carta ("el inocente") che viene appeso sulla schiena delle persone burlate, naturalmente a loro insaputa!



Questa usanza ispanica risale al Medioevo, quando il Carnevale iniziava addirittura il 26 dicembre, con la festa di Santo Stefano: un carnevale lunghissimo che finiva, come tuttora, il mercoledì delle Ceneri.


Di questo Carnevale si coglie ancora, appunto, la usanza di fare gli scherzi il giorno di "Los Santo Inocentes".


Quel giorno infatti, si svolgeva nelle chiese uno pseudo rito carnascialesco, detto "dell'Asino" oppure dell'Episcopello o Episcopus puerorum (vescovo dei fanciulii) perché il ruolo del vescovo era interpretato da un seminarista.


Quel ragazzino imberbe, il falso vescovello, che a volte portava in testa due orecchie d'asino, indossava i paramenti, saliva in cattedra, reggeva il coro e impartiva la benedizione!

La sua esaltazione era accompagnata da molte buffonerie.






Chierici e preti facevano un miscuglio tremendo di pazzie durante lo stesso servizio divino al quale assistevano con abiti da mascherata ed entravano nel coro danzando e cantando canzoni oscene!


L'altare, sotto gli occhi del finto celebrante, si trasformava in una sala da pranzo e da gioco. Nel turibolo, in luogo dell'incenso venivano gettati pezzi di cuoio che ammorbavano l'aria.



Dopo la messa ognuno cominciava a correre, saltare e ballare nella chiesa con tanta impudenza che qualcuno giungeva persino a denudarsi completamente...






Tutti questi comportamenti carnascialeschi erano un residuo delle feste romane "libertas di dicembre", legate al solstizio invernale e all'inizio del nuovo anno.


Sicché la Chiesa, che aveva combattuto le forme corrotte degli spettacoli pagani, si trovò nuovamente a combattere contro questo riflusso delle sedimentazioni pagane sulla cultura cristiana.


Cominciò Innocenzo III che nel 1207 emanò un decretale indirizzato ai vescovi polacchi ai quali imponeva di far cessare quei comportamenti. In quel documento il Pontefice scriveva:


"Frattanto avvengono nelle chiese stese spettacoli teatrali e non solo si introducono, con fini di scherno, mostruose mascherate, ma anche nei tre giorni di festa che seguono il Natale di Cristo i diaconi, i presbiteri, i suddiaconi a vicenda ostentando le bizzarrie della propria follia, con i propri gesti, con oscene esaltazioni alla presenza del popolo, che avviliscono il decoro sacerdotale".





Ma ci vollero ancora due secoli perché quei comportamenti sparissero dappertutto.

Un residuo di quelle usanze carnascialesche è dunque la Fiesta de los Santos Inocentes della Spagna.

Gli scherzi che subiscono "los inocentes", gli "innocenti" si chiamano "inocentadas" e sono di ogni tipo, dalle burle dei bambini agli scherzi più crudeli e a volte pesanti.


Scherzi che vengono anche ideati dai mezzi di comunicazione, come accade in Italia appunto con il "Pesce d'aprile"!


Io ne sto già ideando uno per mia figlia Clara che è una credulona e ci cascherà di sicuro, come ogni anno…

Ma non posso svelarlo ora: è un segreto, almeno fino a dopodomani....


venerdì 25 dicembre 2009

BUON NATALE E FELIZ NAVIDAD DALLA CUOCA ITAGNOLA!





LA CUOCA ITAGNOLA VI AUGURA SERENE FESTE !!!







VI AUGURA ANCHE , A VOI E ALLE VOSTRE FAMIGLIOLE ,
OGNI BEN DI DIO A TAVOLA






MA PER FAVORE, CON MODERAZIONE, ALTRIMENTI NON VI LAMENTIATE

SE DOPO LE FESTE DIVENTERETE "BOTERIANI" ...



IO STO COMINCIANDO A DIVENTARLO E SONO APPENA COMINCIATE...

AIUTOOOOOOO!!!!


domenica 20 dicembre 2009

IL SOLSTIZIO D'INVERNO: 21 DICEMBRE 2009









La Cuoca Itagnola si mette il suo cappello natalizio perché arriva ufficialmente il Solstizio d'Inverno!





Il 21 dicembre del 2009 in cui siamo, il sole lascia il segno del Sagittario ed entra in quello del Capricorno alle ore 18,48: saremo dunque in pieno Solstizio d'inverno.


Sarà la giornata più corta dell'anno rispetto alla notte, con soltanto 9 ore e 7 minuti di luce!


Si tratta di un momento particolare, di frattura fra un semestre e l'altro, e il sole giunge nel punto più meridio­nale dello zodiaco celeste o, per spiegarci meglio, tocca a mezzogiorno il punto più basso dell'orizzonte.

Una giornata in cui le ombre sono le più lun­ghe dell'anno.


Chi si trova a Roma, in piazza San Pietro, durante le ore di luce, lo può constatare facilmente perché l'obelisco che si trova al centro della piazza proietta la sua ombra sul selciato fin dove sono disegnati i vari segni astrologici.


Poi, dopo aver toccato quel punto, il sole comincia a poco a poco a ricrescere in cielo, tant'è vero che pochi giorni dopo, chi andrà di nuovo a Piazza San Pietro, potrà vedere l'ombra dell'obelisco leggermente più corta sul selciato.


Questo fenomeno celeste che accade ogni anno al solstizio invernale in cui il sole tocca a mezzogiorno il punto più basso dell'orizzonte, fu interpretato nel passato come una morte e rinascita simbolica del Sole, considerato la manifestazione di una potente divinità invisibile.


Perciò, nella seconda metà del secolo III dopo Cristo si affermò nella Roma pagana proprio il culto del Sole: e in suo onore l'imperatore Aureliano istituì la festa del Natalis Solis Invicti, il Natale del Sole Invitto, in cui si festeggiava con cerimonie grandiose e giochi il nuovo sole rinato dopo il solstizio invernale.



Ebbene, quella festa veniva celebrata proprio il 25 dicembre!


Era una festa bellissima e perciò molti cristiani erano attirati da quelle celebrazioni spettacolari; sicché la Chiesa romana, preoccupata per quella nuova pratica religiosa, quasi una vera e propria religione che poteva ostacolare la diffusione del cristianesimo più delle persecuzioni, pensò bene di celebrare nello stesso giorno, cioè il 25 dicembre, il Natale del Cristo.


La festa si affermò in pochi decenni e poi si estese a poco a poco al resto della cristianità. Ma nonostante ciò, nel V secolo, il pagano Natale del Sole Invitto era ancora vivo.


Fu allora che papa San Leone Magno ammonì i suoi fedeli a non partecipare a quella festa e soprattutto a non onorare il Sole: "Alcuni cristiani, prima di entrare nella basilica di San Pietro e dopo aver salito la scalinata che porta all'atrio superiore, si volgono verso il sole e piegando la testa si inchinano in onore dell'astro. Siamo angosciati per questo fatto che viene ripetuto in parte per ignoranza e in parte per mentalità pagana", scriveva preoccupato il Papa.


Una preoccupazione che però dovette durare poco perché da secoli e secoli, come sappiamo, il 25 dicembre, i cristiani di tutto il mondo celebrano la nascita del Sole.











Ma si tratta del Sole della cristianità: un Sole Bambino che è il Cristo!

sabato 12 dicembre 2009

LE DONNE DI FEDERICO GARCÍA LORCA A RADIOTRE




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DAL LUNEDI 14 AL VENERDI 18 DICEMBRE 2009
DALLE ORE 18 ALLE 18,45
A



"LE DONNE DI FEDERICO GARCÍA LORCA"

DI

MARINA CEPEDA FUENTES
REGIA
DIEGO MARRAS
A CURA DI
CETTINA FLACCAVENTO




LETTURE
CLARA BERNA E FRANCESCA SANTINI


OSPITI:

-BEPPE MENEGATTI, REGISTA TEATRALE. HA DIRETTO GRAN PARTE DELLE OPERE DI FEDERICO GARCIA LORCA, ALCUNE IN FORMA DI BALLETTO CLASSICO CON LA MOGLIE CARLA FRACCI COME PROTAGONISTA

-GABRIELE MORELLI, PROF. ORDINARIO DI LINGUA E LETTERATURA SPAGNOLA E PRESIDENTE DELL’ASSOCIAZIONE DEGLI ISPANISTI ITALIANI

-MARGHERITA BERNARD, PROF. ORDINARIO DI LETTERATURA COMPARATA ALL’UNIVERSITA’ DI BERGAMO

-GIGI DI LUCA, REGISTA TEATRALE. HA DIRETTO “LA CASA DI BERNARDA ALBA” IN DIALETTO NAPOLETANO

-CRISTINA BONADIO, ATTRICE PROTAGONISTA DELLA “CASA DI BERNARDA ALBA” IN DIALETTO NAPOLETANO





Comincia oggi su RADIOTRE un mio programma radiofonico in cinque puntate dedicato alle DONNE nelle opere di Federico García Lorca”, autentici archetipi femminili senza tempo.


In ogni puntata, anche con l’aiuto di alcuni esperti e le letture di alcuni brani, analizzo le varie protagoniste dei suoi drammi, ma anche di alcuni dei poemi contenuti nel “Romancero gitano”, come “Soledad Montoya” o la “Sposa infedele” o la gitana Carmen che danza per le strade di Siviglia con movenze talmente sconvenienti per la morale dell’epoca da dover far consigliare alle altre ragazze di “tirare le tende!”


L’obbiettivo principale del programma è quello di riflettere sull’evoluzione femminile, socialmente ed emotivamente, attraverso i personaggi-archetipi proposti da García Lorca, sottolineando anche la attualità della denuncia contro l’intolleranza nell’opera del poeta di Granada.


La mia pretesa sarebbe quella di riuscire a riscattare la magia dei personaggi femminili lorchiani a volte celata, nascosta, nella chiave ludica dei suoi sogni: perché le donne di Federico Garcìa Lorca sono imprigionate nelle limitazioni ancestrali della condizione femminile, ma lottano per superare quelle situazioni che le soffocano.


Pochi autori d'altronde sono riusciti a rappresentare, in maniera simbolica, la sofferenza delle donne del suo tempo come lo ha fatto Federico García Lorca, chiamato anche il Poeta della Luna Luna.






Ad esempio, come lui stesso affermava, il personaggio di Yerma, la sposa dell’opera omonima ritenuta sterile dal marito impotente, non è altro che la descrizione di un emblematico dramma delle donne di ogni tempo, alle quali viene addebitata “la colpa” dell’impossibilità di procreare: un dramma vero e perciò, diceva Lorca, non c’era bisogno di raccontare altro.


E così accade con molte altre figure femminili delle opere del grande autore andaluso: perché le donne sono le protagoniste in discusse del teatro lorchiano, da “Mariana Pineda” a “Nozze di sangue” alla “Casa di Bernarda Alba”, dove gli uomini appaiono soltanto nei ricordi (il marito morto) o nei soffocati desideri d’amore delle cinque figlie.

Nessuno dunque come García Lorca ha saputo mostrare con più verismo la vita delle tante donne protagoniste nei secoli di una muta tragedia fatta di sogni e illusioni repressi e di speranze schiacciate dalla tirannia degli uomini o da altre donne, come ad esempio accade alle disperate figlie che popolano la oscura “Casa di Bernarda Alba”, eternamente vestite a lutto e sottomesse alla madre-padrona in un ambiente, dove le passioni individuali vengono frenate dalle convenzioni sociali.
Donne che muoiono per la libertà, come la protagonista del dramma romantico “Mariana Pineda”; donne annullate dal perbenismo borghese come accade in “Donna Rosita nubile”; donne che vogliono cambiare la realtà attraverso la fantasia, come nella “Calzolaia prodigiosa”; donne infine, fra molte altre, che devono diventare insetti per poter volare, come nel “Maleficio della farfalla”.





(Federico Garcia Lorca e sua madre Vicenta Lorca)



Sono in genere personaggi femminili che aspirano all'amore e alla libertà e lottano e si ribellano contro le ipocrisie della vita; e molte di loro scelgono in alternativa allo squallore e alla miseria, la disperazione e la morte.


Accade ad esempio nella prima tragedia di Lorca, “Nozze di sangue”, dove la promessa sposa fugge il giorno delle nozze con l'amante Leonardo; in “Yerma”, dove la protagonista rifiuta il suo falso stato di sterilità e uccide il marito, simbolo dell'egoismo maschile.


Mentre Adele, la figlia minore di Bernarda Alba, preferisce il suicidio alla rinuncia all'amore e intorno a lei si crea un silenzio complice.


Quello stesso silenzio pesa sul personaggio femminile di “Donna Rosita nubile” , il dramma che venne rappresentato nel 1935, un anno prima dalla prematura morte del poeta: Rosita è una giovane zitella che vive immersa nella solitudine e nel rimpianto dell'amore mancato, ferma con la fantasia alla promessa d'amore naufragata con gli anni.


Insomma, drammi e storie di donne che, ad eccezione del personaggio storico di “Mariana Pineda”, sono di assoluta attualità, anche in altre culture.

(Federico Garcia Lorca e Luis Buñuel )



Le donne che descrive Garcìa Lorca sono legate all’universo della realtà: sono autentici simboli dei timori, dei dubbi, delle ansie, dei sogni di tante donne nel mondo.

Le donne di Federico García Lorca, infine, lottano contro la società e contro loro stesse per raggiungere la Libertà del corpo e della mente.