giovedì 29 gennaio 2009

I GIORNI DELLA MERLA: CHE FREDDO CHE FA!

I tre ultimi giorni di gennaio vengono detti "I giorni della Merla" e possono essere freddissimi: e sapete perché?



Ecco la favoletta che racconta l'origine di questo nome.














"Tanto, tanto tempo fa, quando i merli erano ancora bianchi, il mese di gennaio era tiepido.







Una famiglia di merli, padre, madre e tre merlottini, vi­veva senza preoccupazioni su un'immensa quercia di un giardino che apparteneva a una famiglia della nobiltà.







Alla fine di gennaio, che allora era il mese più corto dell'anno poiché aveva soltanto 28 giorni mentre febbraio era di 31, il padre merlo partì alla ricerca di cibo per la famigliola.









Era una giornata soleggiata e serena, mamma Merla uscì cantando dal nido e, chissà mai perché, cominciò a deridere messer Gennaio, diciendogli che come mese invernale non valeva niente poiché non era tanto freddo.




Gennaio, furibondo, decise di vendicarsi: chiese tre giorni a febbraio, che da quella volta restò con ventotto, e quei tre giorni li trasformò in una ghiac­ciaia mandando la temperatura sottozero.




La neve e il gelo colpi­rono la famigliola dei merli che rischiavano di congelare.



Quando mamma Merla vide uscire del fumo da un camino della villa decise di rifu­giarsi su quel tepore insieme con i figli; ma il fumo nero impregnò tal­mente le loro penne che la famigliola diventò nera come la pece.



E accade così anche, per sempre, con i loro discendenti".




E perciò gli ultimi tre giorni di gennaio furono ribattezzati "I giorni della Merla".



Un detto dell'Istria ricorda infatti che "29, 30 e 31 zenaro/ xe i tre zorni del merlo/ che ga inganà fevraro".



Un altro proverbio rammenta che potrebbe anche nevicare: "Nei tre giorni imprestati della merla la neve puoi vederla". :

Insomma, il freddo sembra assicurato!






Ma ora andiamo a vedere una delle Feste più interessanti in giro per l'Italia a proposito dei "I tre giorni della Merla".




Si celebrava una volta nei paesi del lodigiano quando, per scacciare il freddo in questo periodo, i ragazzi si riunivano cantando.


A un certo punto della festa le ragazze correvano a barricarsi da qualche parte: per poter entrare nel loro rifugio i giovani dovevano cantare la cosiddetta Madonà, una serie di strofe in onore della Merla.



Soltanto quando le ragazze erano soddisfatte, lasciavano entrare i loro compagni. Per questo motivo ancora oggi nel lodigiano "cantare la Madonà" significa fare una lunga antica­mera.

















Ma ancora oggi, a Lodi, nella provincia di Milano, qualche giorno prima, per la Festa di San Bastiano, si fa festa sotto i portici del Broletto, dove si distribuiscono calderoni di trippa cotta e si cantano i popolari canti della Madonà della Merla!






AH, E NON DIMENTICATE DI ACQUISTARE SABATO 31 NELLE PIAZZE O CENTRO COMMERCIALI DI TUTTA ITALIA LE ARANCE DELLA SALUTE DELL'AIRC :


L'ASSOCIAZIONE ITALIANA PER LA RICERCA CONTRO IL CANCRO TI RINGRAZIA!

domenica 25 gennaio 2009

DONNE STUPRATE: "SOLO UNOS CUANTOS PIQUETITOS..."




(Rubens; Ratto delle Sabine, 1618)



FIRENZE. 2008. Donna stuprata nei bagni del museo degli Uffizi

Una 25enne, dipendente del museo degli Uffizi di Firenze, è stata stuprata da un uomo nei bagni della galleria. Da giorni egli la corteggiava, ma lei lo rifiutava. Il malvivente, arrestato dai carabinieri, è un uomo di 37 anni, residente nella provincia fiorentina, ma originariamente campano.



GENOVA. 2008. Una trentenne genovese stuprata da due uomini.

La ragazza ha denunciato alla polizia di essere stata picchiata, stuprata e rapinata da due maghrebini mentre si trovava in via Canneto il Curto, poco distante dalla centrale cattedrale di San Lorenzo.



ROMA. 2009. Coppia aggredita a Guidonia: lei stuprata

Donna stuprata da cinque uomini: hanno prima picchiato e chiuso nel bagagliaio lui, poi in cinque hanno violentato a turno la sua fidanzata. E' successo a Guidonia dove una coppia è stata aggredita da cinque uomini.




(Frida Kahlo; Unos cuantos piquetitos, 1936)




CITTÀ DEL MESSICO, 1936. Donna stuprata e assassinata

Quando l'assassino viene arrestato nel luogo del delitto si difende dicendo: "le ho dato soltanto alcune coltellate...". Questo fatto di cronaca ispirò a Frida Kahlo il celebre dipinto qui sopra.



BARCELONA. 2008. Donna assassinata dal marito.

La donna assassinata dal marito lo aveva denunciato da anni per violenza, hanno dichiarato i suoi familiari.



LONDRA. 2008. Donna stuprata: risarcimenti ridotti perché era ubriaca

L'abuso di alcolici o droghe è un'attenuante dello stupro in Gran Bretagna: se la donna è ubriaca, il risarcimento in caso di violenza sessuale viene ridotto del 25%.

PAKISTAN. 2009. I talebani uccidono una danzatrice

I talebani del Pakistan hanno ucciso Shabana, una famosa danzatrice del ventre di Mingora come gesto dimostrativo contro un’attività che ritengono immorale. La donna è stata catturata, trascinata sulla pubblica piazza e massacrata.

ROMA. 2009. Donna stuprata a Capodanno

Una romana di 25 anni è stata violentata la notte di Capodanno in una Festa alla Fiera di Roma: sotto shock, ha denunciato lo stupro ed è stata ricoverata all'ospedale San Camillo della capitale. Davide F. un fornaio di 22 anni di Fiumicino, reo confesso, è stato scarcerato dopo pochi giorni e messo agli arresti domiciliari.


LO STUPRATORE SI DIFENDE: "L'AVEVO STUPRATA, MA SOTTO GLI EFFETTI DELL'ALCOOL E DELLA DROGA...".


DONNE, DONNE, DONNE, DONNE!!!
VIOLENTATE, MALTRATTATE, ASSASSINATE:
FINO A QUANDO?

mercoledì 21 gennaio 2009

CALDILLO DE PERRO: BRODETTO DI MERLUZZO DI CADICE


Letteralmente la ricetta che ora vi darò e che ho proposto un paio di domeniche fa ai miei ascoltatori di Radiodue ha un nome molto, ma molto particolare: "Caldillo de perro" e cioè "Brodetto di cane"!


Ma non inorridite: non si tratta di una vera e propria zuppa a base di un povero cagnetto!


In Spagna i cani non si mangiano: una volta, ai tempi della Guerra Civile i gatti sì che finivano in padella cucinati "alla cacciatora" al posto degli inesistenti conigli o lepri. Ma la fame era tanta.

"Dar gato por lievre", "Dare gatto al posto della lepre", è infatti un detto popolare nato nel dopoguerra.






Ma torniamo al nostro "Caldillo de perro", che nonostante l'insolito quanto deviante nome, si tratta in realtà di una semplice, ma squisita, "zuppa di merluzzo alle arance" tipica della bella città di Cadice, sebbene anche la vicina cittadina andalusa del Puerto de Santa Maria ne contenda la paternità.


(Cadice, la bella)






"La tacita de plata", "la tazzulella d'argento", viene chiamata Cadice per la luminosità delle saline che l'avvolgono e fanno splendere, come l'argento appunto, la cupola barocca della sua cattedrale.





Cadice, l'antica Gades dei Romani, possiede un Carnevale unico nel suo genere e una delle cucine più ricche e varie dell'Andalusia.

Oltre agli squisiti frutti di mare, ai crostacei, ai molluschi e ai pescetti della costa con cui si preparano saporiti brodetti di pesce, all'interno della sua provincia si trovano i saporiti e "odorosi" piatti di carne cucinati con i vini di Jerez, come "i rognoncini al Jerez" o "la coda di vacca alla jerezana"; senza dimenticare però verdure sublimi come los "alcauciles del Guadalete", una varietà di carciofi nati nei dintorni delle saline.


Ed ecco adesso la tipica ricetta gaditana:


CALDILLO DE PERRO Y NARANJAS (brodetto di merluzzo alle arance)

Un piatto leggero e saporito ottimo per l'inverno quando abbondano le arance fresche.


Ingredienti per 4 persone:

1 k di merluzzo tagliato a fette, ma va bene anche il nasello
1 cipolla
1 porro
2 carote
mezzo bicchiere di vino bianco secco
1 bicchiere di succo d'arance preferibilmente amare, come quelle di Siviglia
olio d'oliva, sale

Preparare un brodo con la testa del pesce, il porro, le carote, il vino e un po' di sale. Colare e tenere da parte un litro abbondante.

In un tegame di terracotta soffriggere la cipolla finemente affettata; aggiungere poi metà del brodo caldo e cuocere finché la cipolla diventi tenerissima (circa 15 minuti); aggiungere poi il brodo rimanente e le fette di pesce.

Salare, coprire e far cuocere a fuoco lento finché il brodo si sarà ristretto (altri 15 minuti).

A fine cottura aggiungere il succo d'arance colato.

Servire caldo sopra fette di pane abbrustolito e accompagnare con un vinello bianco, secco e fresco.





Ma torniamo al nome di questo piatto tipico della provincia di Cadice, "brodetto di cane", traduzione letterale di "Caldillo de perro" del quale ancora nessuno sa il perché.

Le ipotesi sono diverse e le leggende tante. Un paio risalgono ai tempi dei "Mori".

1°) Si racconta che sulla costa andalusa gli arabi preparavano una zuppetta con la testa e le spine dei pesci che invece i cristiani gettavano ai cani... Da qui deriverebbe il nome del piatto.

2°) Si dice che invece il nome della ricetta fu dato dai cristiani alla zuppa come segnale di disprezzo verso coloro che l'avevano inventata: gli "infedeli" o "perros"...

Un'altra ipotesi vuole il piatto sia originario del porto peschereccio della città del poeta Rafael Alberti , degli ottimi vini, dell'ottimo pesce e degli ottimi frutti di mare: il Puerto de Santa Maria.

(Puerto de Santa Maria)

Si narra che tanti secoli fa in quel popoloso porto che vide tanti marinai partire con Colombo per le Americhe, c'era un marinaio, cuoco di una delle navi colombiane, che tutti chiamavano "El Perro" per la sua fedeltà al padrone.

Fu sua l'idea di preparare un brodetto con pezzi di pesce appena pescato, merluzzo, nasello o altro, e aggiungervi abbondante succo d'arance.

Insomma, amici, sia quale sia l'origine del particolare nome di questo piatto, io vi assicuro che è buonissimo, facilissimo e anche economico!

Ah, e non ingrassa per niente!



lunedì 19 gennaio 2009

"MANGIAR DI GRASSO" A CARNEVALE I°: COSTOLETTE DI MAIALE AL FINOCCHIO:

Con questa ricetta saporitissima inaugurerò la lunga serie di piatti "grassi" per il Carnevale appena iniziato sabato scorso e che vi proporrò ogni tanto da qui al 26 febbraio, Mercoledì delle Ceneri, quando inizierà la ancora più lunga Quaresima.












Ecco dunque la ricetta delle "Costolette o spuntature di maiale al finocchio", come promesso domenica scorsa nella mia rubrica radiofonica "Che bolle in pentola?"






*Ingredienti per due persone:


2 o 3 costolette di maiale spesse
1 o 2 spicchi d'aglio
due cucchiaiate di semi di finocchio
mezzo bicchierino di vino rosso
mezzo bicchierino d'olio d'oliva
sale e pepe oppure po' di peperoncino macinato




Spalmare le costolette con i semi di finocchio per i due lati e lasciare marinare con un po' d'olio d'oliva per un paio d'ore; poi togliere i semi.



In una padella capiente e antiaderente, far soffriggere l'aglio (vestito) nell'olio e poi cuocervi la carne per i due lati: quando sarà dorata e quasi cotta bagnare con il vino rosso e lasciar cuocere a fuoco vivo.


Salare e pepare oppure, a fine cottura aggiungere un po' di peperoncino macinato se si vuole un sapore piccante più deciso.


Accompagnare con patate fritte oppure con fette di polenta abbrustolita e servire con una insalata di finocchi crudi che sono digestivi.


Un buon bicchiere di vino rosso è d'obbligo!


E non lo dico soltanto io: prima di me, molto prima, lo ha affermato l'antica Regola Salernitana.


"Della carne la peggiore la porcina/ qualora senza ber vino la mangi,/ ma divien, se la correggi con esso,/ ottimo cibo e medicina", dicevano infatti i medici del Medioevo che hanno composto la celebre Regola della Salute, lasciando un filo di speranza agli amanti di spuntature, prosciutti e culatelli, nonché del vino.


Meno male!



Ma a guastare la festa arrivò nel Quattrocento il Platina, che nel suo libro "Il piacere onesto e la buona salute", dove per "piacere onesto" lui intendeva giustamente la buona tavola, affermava: "La carne di maiale, sia fresca sia salata, è pericolosa, e da luogo a umori cattivi...".
E sulla porchetta scriveva: "E’ eccellente da mangiare ma nutre poco e male; è pesante da digerire, nuoce allo stomaco, agli occhi e al fegato, nonché provoca occlusioni, calcoli e fa aumentare il catarro".


Insomma, un disastro! Chissà se sono d'accordo con il Platina gli abitanti di Norcia, di Ariccia, di Bagnaia e dei tanti luoghi del centro-Italia dove della porchetta hanno fatto con gli anni quasi una bandiera!






Invece nel I secolo della nostra Era, Plinio il Vecchio, nella sua monumentale Storia naturale, dava una serie di rimedi contro diverse malattie utilizzando alcune parti del maiale.

Per esempio, per guarire la congiuntivite secca bisognava applicare sull'occhio la polvere del filetto di maiale bruciato; per i dolori del parto pare che il latte di scrofa bevuto mescolato a parti uguali col vino mielato facesse miracoli; e per non ubriacarsi durante una avventura amorosa Plinio raccomandava di mangiare prima il polmone arrosto del maiale; contro il mal di milza sembra invece che il fiele di porco fosse un toccasana.


Fiele che i maschietti dell'antica Roma adoperavano anche come afrodisiaco: e sì, cari amici, diceva Plinio che spalmandosi sulle parti intime il fiele di porco, giovane però, non vi era fanciulla che potesse resistere...

Che dire: una specie di antesignano del Viagra; provate amici, provate, non si sa mai....



D'altronde il maiale non è soltanto il protagonista dei festeggiamenti del "Santo del porcellino" perché fin dall'antichità i mesi invernali sono stati dedicati alla sua macellazione.

Già nell'antica Roma, in gennaio si celebravano feste e cerimonie agricole durante le quali veniva sacrificata una scrofa alla dea Cerere come augurio di fertilità e d'abbondanza per i raccolti primaverili.

La carne di maiale inoltre, insieme a quelle del capretto e dell'agnello, è stata la prediletta dell'uomo fin dalla preistoria: i primi allevamenti pare che risalgano al 6.500 a.C.

Nei Paesi mediterranei e nel Vicino Oriente era un animale da pascolo, che viveva prevalentemente nei boschi allo stato libero; più tardi si inserì nel tessuto urbano vivendo di avanzi con i conseguenti pericoli sanitari per gli abitanti: tenia, salmonellosi, trichinosi; e perciò i Romani idearono "allevamenti razionali" molti simili alle attuali porcilaie.



Tutto bene, direte voi, ma dal punto di vista nutrizionale quali sono le caratteristiche del maiale?

Tante: è molto proteica e apporta 18 a 20 grammi di proteine ogni 100 grammi, anche se il contenuto varia in funzione della specie, l’età e dal taglio.

La coscia del maiale, ad esempio, è la parte più pregiata, ricca in proteine muscolari facilmente assimilabili. Apporta inoltre valori nutritivi con tutti gli aminoacidi essenziali che il corpo umano necessita per la formazione delle proteine. È ideale per la griglia dato il basso contenuto di grasso ed è anche molto digeribile.



Riassumendo: la carne di maiale contiene tutte le sostanze minerali necessarie per l’organismo, meno il calcio. Contiene vitamine del complesso B, eccentuando l’acido folico, e inoltre il suo apporto di ferro, che si assorbe facilmente, è una motivazione per non eliminare la carne di maiale dalla nostra dieta.



Ma in genere, la carne di maiale si distingue per il suo alto contenuto in grassi, sebbene la quantità sia diversa secondo la razza, la specie e il sesso, l’età, il taglio e l’alimentazione ricevuta dall’animale.







E allora? Ingrassa o non ingrassa la carne di maiale: ci si diventa "boteriano" mangiandola?



Come sempre, è una questione di misura, sicché anche il maiale e i suoi derivati si possono mangiare con moderazione, 2 o 3 volte la settimana, perché non fa certo saltare il conto-calorie.

Pensate, ad esempio, che 100 grammi di salame hanno circa 300-320 chilocalorie!

E allora, ripeto, cosa fare?


Semplice; seguire il "confuciano" consiglio della Cuoca Itagnola:



"tutto fa ingrassare se si mangia troppo"...


sabato 17 gennaio 2009

SANT'ANTONIO ABATE, IL DIAVOLO, IL MAIALINO E IL FUOCO


"Sant'Antonio, sant'Antonio lu nemico de lu dimonio...", recita la filastrocca di un vecchio canto popolare dedicato al santo celebrato oggi, 17 gennaio: Sant'Antonio Abate.


D'altronde le leggendarie e diaboliche "tentazioni di Sant'Antonio" quando si era ritirato nel deserto della Tebaide come eremita, sono state raffigurate dagli artisti di ogni epoca, fra cui ai primi del Cinquecento, dal pittore fiammingo Hieronymus Bosch, in un magnifico dipinto conservato nel Museo del Prado di Madrid.






"Le tentazioni di Sant'Antonio" di Hieronymus Bosch




Ma chi era questo celebre santo, fra i più popolari nel mondo cristiano?


Sant' Antonio abate, detto anche sant'Antonio il Grande, sant'Antonio d'Egitto, sant'Antonio del Fuoco, sant'Antonio del Deserto, sant'Antonio l'Anacoreta, era nato in Egitto nel 251 circa e morì centenario nel deserto della Tebaide il 17 gennaio del 357.

Fu un eremita egiziano, considerato il fondatore del monachesimo cristiano e il primo dei padri abati; ma la sua popolarità si deve soprattutto alle molte leggende sulla sua vita raccontate nella "Leggenda Aurea" di Jacopo da Varazze.

E a proposito di leggende: sapete perché viene raffigurato di solito con un maialino ai piedi, un bastone a forma di Tau, una campanella e una fiammella in mano?







"Si racconta che tanti secoli fa sant'Antonio viveva eremita nel deserto della Tebaide insieme con un maialino che lo seguiva dappertutto: là, ogni giorno vinceva con i più svariati trucchi, le tentazioni del diavolo.


Ebbene, si dice che allora non esisteva il fuoco sulla terra e gli uomini soffrivano un gran freddo.

Dopo aver discusso a lungo i governatori della terra inviarono una delegazione dove viveva sant'Antonio per pregargli di procurare il fuoco.


Il vecchio santo, impietosito, si recò col suo fedele maialino all'inferno, dove le fiamme ardevano giorno e notte, bussando all'immenso portone.



Quando i diavoli videro che il visitatore era il santo, il loro peggior ne­mico che non riuscivano a vincere, gli impedirono di entrare.

Ma il maialino nel frattempo si era in­trufolato rapidamente nella città diabolica.
La bestiolina cominciò a scorrazzare facendo danni dappertutto: dopo aver tentato inutilmente di catturarla, i diavoli si recarono da sant'Antonio pregandolo di scendere all'inferno per riprendersi il maialino.


E l'eremita, che non aspettava altro, si recò nel regno dei dannati con il suo inse­parabile bastone a forma di tau.

Durante il viaggio di risalita in com­pagnia del maialino fece prendere fuoco al bastone sicché, giunto sulla terra, poté accendere una grande catasta di legna offrendo così il primo e so­spirato fuoco all'umanità."


E perciò d'allora, durante la Festa di Sant'Antonio Abate gli uomini accendono dappertutto dei grandi falò.

E perciò il vecchio santo della lunga barba bianca viene raffigurato di solito con il suo bastone, un maialino ai piedi e in mano la fiammella del fuoco.




E la campanella? Che significato ha la campanella?



Questa volta c'è proprio una spiegazione storica.





Quando nel IX secolo le reliquie di sant'Antonio furono traslate da Costantino­poli alla Motte-Saint-Didier, in Francia, venne costituito nel centro che già ospitava i benedettini di Mont Majeur una comunità ospedaliera laica per curare i malati di ergotismo, un male causato dall'avvele­namento di un fungo presente nella segala usata per la pani­ficazione.




Il morbo era co­no­sciuto fin dall'antichità come ignis sacer per il bruciore che provo­cava.




Bruciori che, così come quelli provocati dal virus dello Herpes Zoster, si riuscivano a lenire con il grasso della cotenna del maiale.




Quella prima comunità di "volontari" si trasformò prima in una Confraternita e poi nell'Ordine Ospedaliero dei canonici regolari di sant'Agostino di sant'Antonio Abate, detto comunemente degli Antoniani.




L'Ordine venne approvato nel 1095 da Papa Urbano II al Concilio di Clermont e nel 1218 fu confermato con bolla papale di Onorio III.




Uno dei più antichi privilegi che i papi accordarono agli Antoniani fu di poter allevare maiali per uso proprio: il loro grasso, infatti era usato come medicamento nella cura dell'ergotismo e dello herpes zoster che vennero chiamate perciò popolarmente "male di sant'Anto­nio" "fuoco di sant' Antonio".





Il singolare allevamento avveniva a spese della comunità, che alimentava i maialini; i quali potevano circolare liberamente fra vie e cortili portando una campanella di riconoscimento.




E perciò in alcuni paesi dell'Italia vi è ancora l'usanza di allevare "il porcellino di Sant'Antonio" che uno speciale comitato cittadino acquista durante le fiere di agosto o per Santa Lucia.


"Pare 'u purcelluce 'e Sant'Antonie", si dice tuttora nel Molise dello scroccone di pasti abituale oppure di chi s'ingozza quando viene invitato, e naturalmente l'espressione risale all'usanza di lasciare lasciato libero per le vie del paese il maialino acquistato, che viene contrassegnato da un campanellino: chi lo rubasse, dicono, sarebbe castigato dallo stesso Santo!



Infatti nella pianura padana si dice con "sospetto" di chi è colpito da disgrazie improvvise che : "Deve aver rubato il porco di Sant'Antonio".



Per tutto questo che vi ho appena raccontato nella religiosità popolare il porco venne associato a sant'Antonio, e perciò lo si raffigurava con il maialino ai piedi, insieme con il bastone a forma di Tau, la campanella e la fiammella.




Poi all'eremita egiziano si attribuì proprio il patronato sui maiali e per estensione su tutti gli altri animali domestici.



E perciò il giorno della sua festa sui sagrati di molte chiese si benedicono gli animali domestici di cui sant'Antonio è il patrono: cani, gattini, cavalli, asini, ma anche usignoli, cardellini, tartarughe sono condotti dai loro padroni in un'atmosfera di comunione da paradiso, da eden, che Goethe descrive addirittura nel suo "Viaggio in Italia".





Insomma, amici, come ho raccontato questa mattina e anche domattina nella mia rubrica radiofonica su Radiodue, in questi giorni ci sono tante feste in giro per l'Italia all'insegna degli animali protetti da sant'Antonio Abate, il vecchio "santo del porcellino".



Feste con le quali comincia ufficialmente il periodo del Carnevale, quando occorre "mangiar di grasso": almeno così era una volta, quando i contadini finivano tutte le scorte di carne e grassi animali prima di cominciare i digiuni imposti della Quaresima.



Una filastrocca molisana dice infatti: "Carnevale, muse unte/ z'ha magnate le panunte..." , ossia “a Carnevale tiene il muso unto chi ha mangiato il panunto”, riferito al piatto tipico che si mangia per Sant'Antonio, chiamato Trachiulella e panuntella, cioè costolette di maiale su pane casereccio unto di peperoncino o "diavolillo.




D'altronde, indipendentemente dal Carnevale, l'usanza di consumare prodotti suini durante la festività del Santo è molto diffusa in tutta l'Italia.



Un esempio per tutti?





Napoli, dove nei borghi della città vecchia si prepara "o' soffritto" o "zuppa forte di sant'Antonio": un insieme di corata di maiale, fegato, cuore e milza, cotto nel pomodoro e consumato con i maccheroni o su fette di pane abbrustolito.



Insomma, anche con la benedizione di sant'Antonio, una vera bomba per il colesterolo!







E poiché siamo andati a Napoli, finisco questa carrellata su alcune delle tradizioni legate al santo festeggiato oggi, dando ai più mattinieri di voi appuntamento per domattina su Radiodue, e danno anche i numeri: ma quelli da giocare al lotto nei prossimi giorni!



E cioè: il 4 , che è "o' foco" , l'8, che è "o' porco"; e il 17, che, naturalmente, è lui "o' santo", Sant'Antonio!





Buona fortuna, e mi raccomando cercate le feste più vicine a voi e portate i vostri bambini: Goethe diceva infatti che "non c'è futuro senza passato!!!

lunedì 12 gennaio 2009

SALDI,SALES,REBAJAS=SOLDI,SOLDI,SOLDI!!!






E' TEMPO DI SALDI, SALE, SALDOS, REBAIXES, REBAJAS ANCHE PER LA CUOCA ITAGNOLA!












E infatti la poveretta ha dovuto aspettare l'inizio dei suddetti SALDI per poter avere i suoi regali della Befana e dei Reyes Magos...











Ma alla fine l'attesa valeva la pena perché grazie ai SALDI ha ricevuto tante belle cose.


E fra queste alcuni abiti elegantissimi che le hanno permesso di sfoggiare un nuovo look!












Ecco dunque la vostra Cuoca Itagnola vestita di tutto punto, con un delizioso abitino dove predomina il color rosso e dove il cappello, da moderna Cuoca Itagnola naturalmente, è a quadrettini rossi e bianchi che fanno pendant.



Bello vero?




Ma è ancora meglio, totalmente alla moda e direttamente arrivato dai SALDI dei magazzini cinesi per le cuoche itagnole squattrinate, questo modellino alla Humphrey Bogart in "Casablanca", con borsa-portamattarello!







La Cuoca Itagnola ha però tanti dubbi su come indossare il cappellino...



Secondo voi come sta meglio?










Così, un po' intrigante, lievemente alzato sulla destra?












Oppure così, ingenuamente retrò e infantile, alla marineretta?
























O, infine, così, alla vecchia maniera delle contadine?







Insomma, un vero dilemma...



In ogni modo, la verità è che questo grazioso cappellino per andare a passeggio le dona particolarmente...

Non credete?


E che ne dite del nuovo mattarello?


Insomma, cari amici, la vostra Cuoca Itagnola è proprio contenta del suo nuovo look!






EVVIVA I SALDI!






Y TAMBIEN LAS REBAJAS!

lunedì 5 gennaio 2009

LA VIGILIA DELL'EPIFANIA

ECCO LA VOSTRA CUOCA ITAGNOLA IN ATTESA DI VENIRE INCORONATA "REGINA DELL'EPIFANIA", SEMPRE CHE LA FORTUNA L'ACCOMPAGNI...





LO SO, LO SO CHE HO GIÀ' LA CORONA IN TESTA, QUANDO ANCORA MANCANO ALCUNE ORE PER IL 6 GENNAIO, MA SI TRATTA DI QUELLA DELL'ANNO SCORSO: L'AVEVO VINTA DOPO CHE NEL MIO PEZZO DEL "ROSCON DE REYES" (LA FOCACCIA DEI RE) AVEVO AVUTO LA FORTUNA DI TROVARE LA FAVA SECCA...
COME, NON VI RICORDATE? ALLORA ANDATE A CURIOSARE NEL GENNAIO DEL 2008, DOVE DO ANCHE LA RICETTA DEL DOLCE TIPICO DELLA SPAGNA E DI GRAN PARTE DELL'AMERICA LATINA...
L'AVETE FATTO?
E ALLORA UNA DOMANDA IMPORTANTISSIMA:

AVETE SCRITTO LA LETTERINA ALLA BEFANA?
IO L'HO FATTO DA QUALCHE GIORNO, MA AI TRE RE MAGI, COME VUOLE APPUNTO LA TRADIZIONE SPAGNOLA.
HO CHIESTO LORO TANTE COSE, ALCUNE PICCOLE, ALTRE GROSSE, MA UNA SPECIALMENTE:
CHE GLI UOMINI POSSANO RITROVARE LA CAPACITA' DI MERAVIGLIARSI E DI CREDERE NELLA MAGICA NOTTE DELLA BEFANA...