martedì 30 dicembre 2008

LA VIGILIA DI CAPODANNO

IN QUESTO MONDO-CANE
TANTI AUGURI
PER IL NUOVO ANNO!!!











NATURALMENTE DALLA VOSTRA
CUOCA ITAGNOLA!











CHE ESSENDO PROPRIO "ITAGNOLA"
DOMANI NOTTE MANGERA'
LE ITALICHE "LENTICCHIE DELLA FORTUNA"
E ANCHE
"LAS 12 UVAS DE LA BUENA SUERTE"
VEDI MAI CHE SIA LA VOLTA BUONA...

mercoledì 24 dicembre 2008

LA VIGILIA DI NATALE

AUGURI DALLA CUOCA ITAGNOLA





CARI, CARISSIMI AMICI LA CUOCA ITAGNOLA, STANCA DI CUCINARE PER LE FESTE DI NATALE VI AUGURA SERENITA' E TRANQUILITA' INSIEME CON LE PERSONE CHE VI SONO CARE.

FELIZ NOCHEBUENA
Y UNA
SERENA NAVIDAD!!!

mercoledì 17 dicembre 2008

I CIBI DEI RICORDI: SOPA CASTELLANA DE LAS MONJAS

Oggi la Cuoca Itagnola, appena ritornata da un viaggio "lampo" nella sua amata Siviglia, dove è riuscita ad ingrassare almeno un chilo a forza di assaggiare tutto quel che la riporta all'infanzia, vi vuole proporre un tema: "IL CIBO DEI RICORDI".



Un tema del quale ha parlato nella sua rubrica su Radiodue "Che bolle in pentola?" questa fine di settimana appena trascorsa tra piogge e bufere.





Avete presente la celebre "madeleine di Proust"?


Ma sì, quel piccolo dolcetto francese a forma di conchiglia, come una sorta di focaccina gonfia e morbida al sapore di vaniglia e limone che ora, con al globalizzazione alimentare possiamo anche trovare nei centri commerciali.


Ebbene, per Marcel Proust questa madeleine era il suo "cibo dei ricordi", la molla che lo portava a ricordare alcuni momenti della sua infanzia, come spiega nel suo bellissimo romanzo "Alla ricerca del tempo perduto", che se non lo avete già fatto dovete leggerlo sen'altro.

Ma andiamo per parti.
Per i distratti che ancora non conoscono Marcel Proust dirò semplicemente che era uno dei grandi scrittori francesi, che si chiamava in realtà Valentin Louis Georges Eugène Marcel Proust, che era nato a Parigi, il 10 luglio 1871 dove morì il 18 novembre 1922 , e che la sua opera principale s'intitola appunto À la recherche du temps perdu ("Alla ricerca del tempo perduto").
Conosciuto mondialmente, per semplificare il lungo titolo, come "la Recherce" , si tratta di un romanzo scritto tra il 1908-1909 e il 1922 e pubblicato nell'arco di quattordici anni, tra il 1913 e il 1927, di cui gli ultimi tre volumi postumi.
Per meri motivi editoriali è infatti suddivisa in sette volumi:

Dalla parte di Swann (1913)
All'ombra delle fanciulle in fiore (premio Goncourt, 1919)
I Guermantes (1920)
Sodoma e Gomorra (1921-1922)
La prigioniera (1923)
La fuggitiva o anche Albertine scomparsa (1925)
Il tempo ritrovato (1927)
E, naturalmente, come il suo titolo complessivo indica, è un viaggio nel tempo e nella memoria: un viaggio singolare che si snoda tra vizi e virtù.

Memoria, scrive Proust, che ci dà la possibilità di rivivere momenti passati che associamo a determinate sensazioni: come era accaduto a lui con il sapore della madeleine.
Il tipico dolcetto francese, riassaporato dopo anni, ricorda al protagonista del romanzo le giornate d'infanzia passate a casa della zia malata a Combray.

Perciò la madeleine citata da Proust è diventata proverbiale: ogni volta che un determinato sapore o un profumo di un cibo, ci riporta a tempi passati, si dice infatti che "è come la madeleine di Proust"!


Come d'altronde accade alla Cuoca Itagnola ogni volta che ritorna a Siviglia e viene "perseguitata" da profumi e sapori di cibi terribilmente ingrassanti ma stupendamente emotivi, fra cui tutti quelli che in questi giorni pre-natalizi troneggiano nelle vetrine delle pasticcerie sivigliane: pestiños, figuritas de mazapàn, polvorones, mantecados, alfajores, roscos de vino, dulces de las monjas e turrones.
Torroni, turrones, de mille sapori "proustiani": de yema, de jijona, de chocolate, de leche merengada, de crema catalana, de naranja, de guindad, de datiles, ecc...

E come resistere davanti a tutte queste mie "madeleine di Proust"?


Infatti la Cuoca Itagnola non resiste e ritorna con sovrappeso nei fianchi (il suo "mediterraneo" punto d'ingrasso immediato) e anche nelle valigie piene di ogni ben di Dio: alcuni soltanto dei suoi tantissimi "cibi dei ricordi"!

Ma sabato e domenica appena trascorsi il "cibo dei ricordi" che ho descritto ai mie ascoltatori di Radiodue, non era sivigliano e non era nemmeno un dolce natalizio: era un piatto umile, nato nella pastorizia e cucinato anche dalle suore e frati fra le mura dei conventi.

Un piatto che ogni volta che lo preparo o lo mangio, mi riporta la mia infanzia, come accadeva appunto a Marcel Proust con le sua madeleine...
Si tratta di una zuppa a base di pane raffermo che sebbene sia diffusa in tutta la Spagna rurale, pare sia nata originariamente in Castiglia, anche se molte altre regioni spagnole ne rivendacano la paternità: si chiama "sopa castellana de las monjas" ("zuppa castigliana delle monache").
La Castiglia? E perché l'infanzia della andalusa Cuoca Itagnola è legata alla Castiglia, si domanderà forse qualcuno di voi?
Ve lo spiego subito.

Fu proprio la Castiglia la regione che diede i natali alla gran santa, patrona della Spagna, Teresa d'Avila, fondatrice di numerosi conventi carmelitani, colei che diceva alle monache che si lamentavano di dover lavorare tutto il giorno, soprattutto in cucina, senza, poter pregare abbastanza, che nessun lavoro distoglie dalla santità perché "anche fra le pentole c'è Dio".
Dovete sapere che santa Teresa d'Avila è la mia illustre antenata, perché dalla sua famiglia paterna, discende la mia, la famiglia dei Cepeda: Teresa de Cepeda y Ahumada, si chiamava lei infatti e io, la Cuoca Itagnola, Marina Cepeda Fuentes...


Dunque quando mia madre preparava la zuppa che vi ho citato prima e che non amavo molto allora, oppure quando io e mie fratelli facevamo chiasso, mio padre ci diceva "buoni, dovete essere buoni e ubbidienti come la zia Teresa...".

"La zia Teresa" era come avrete capito santa Teresa d'Avila!


Ecco dunque la ricetta conventuale di questo "cibo dei ricordi" della Cuoca Itagnola.



SOPA CASTELLANA DE LA MONJAS (Zuppa castigliana delle monache )



Una ricetta, questa dei miei ricordi infantili, a base di pane raffermo, perché la Castiglia è terra di grano e quindi di pane, sicché le ricette a base di pane - come questa zuppa - sono tante: naturalmente deve essere raffermo perché i castigliani, come d'altronde tutti gli spagnoli, non buttano mai il pane.

In realtà la "zuppa castigliana" è semplicemente una variante della ispanica "sopa de ajos", la "zuppa d'aglio"c dei pastori transumanti, con l'aggiunta di prosciutto; ma che varia persino in Castiglia: nella provincia di Zamora, ad esempio, si sostituisce il prosciutto per un paio di pomodori maturi e si utilizza la paprica piccante.


Ingredienti per 4 persone:
250 gr di pane bianco raffermo affettato
2 spicchi d'aglio
100 gr di prosciutto a dadini
100 gr di strutto
1/4 di cipolla affettata
1 cucchiaio di pimentón, o paprica dolce
olio d'oliva, sale
1 uovo

In un tegame di coccio con poco olio soffriggere l'aglio intero senza buccia; appena sarà dorato ritirarlo e pestarlo nel mortaio con un poco di sale; metterlo da parte.

In un padellino sciogliere lo strutto (anche con l'olio d'oliva va bene) e rosolarvi il prosciutto e la cipolla insieme. Quando la cipolla comincerà ad imbiondire aggiungervi la paprica e l'aglio pestato rimestando bene per mescolare bene tutto; tenere al caldo.

Nel tegame di coccio aggiungere ancora mezza tazzina d'olio e dorare le fette di pane; aggiungervi il soffritto e coprire bene con acqua calda lasciando cuocere a fuoco lento per circa 25 minuti: ogni tanto spezzettare il pane con la paletta da cucina.
Quando il liquido verrà assorbito e il pane diventerà quasi una crema leggermente croccantina, versare in superficie un'uovo sbattuto (oppure intero) e lasciare ancora alcuni minuti al fuoco per farlo rapprendere.
Servire la zuppa molto calda nello stesso tegame. Si può anche portare a tavola in tegamini individuali, ma in quel caso si affoga un uovo in ognuno.

E poi, naturalmente, ci vuole un brindisi con del buon vino rosso in onore dei ricordi infantili e, nel mio caso, della "zia Teresa", "la santa che amava le pentole"...



A questo punto non mi resta che chiedervi:
Avete mai pensato quale è la vostra "madeleine di Proust"?
Sapete quale è il vostro "cibo dei ricordi", quello che vi riporta all'infanzia?

venerdì 12 dicembre 2008

SANTA LUCIA PATRONA DELLA VISTA



Il 13 dicembre è la festa di Santa Lucia, ritenuta la patrona della vista, ma in alcuni luoghi dell'Italia, specialmente del nord, porta i regali ai bambini.



Santa Lucia è una giovane martire nata a Siracusa nel IV secolo e perciò festeggiata alla grande nella bella città siciliana come sua santa patrona.

Ma sapete perché è ritenuta la protettrice della "luce degli occhi"?


Le spiegazioni sono tante.
Si dice, ad esempio, che nella leggenda del suo martirio lei aveva esclamato: "Ai non credenti toglierò l'accecamento", che in realtà voleva dire "li convertirò".
D'altra parte c'è chi sostiene che il patronato sia stato ispirato da una "truculenta" leggenda medievale dove si narrava che Lucia, per non cedere la sua verginità al fidanzato imposto dal padre, si sarebbe strappata gli occhi.
Per questo motivo in molte raffigurazioni santa Lucia appare con gli occhi su un piattino che tiene in mano.
Ma in realtà l'ipotesi più fondata è che il patronato della santa Lucia vista sia dovuto proprio al significato del suo nome, Lucia, che deriva dal greco luke, "luce" e poi anche dal latino lux, o lucis, che significano entrambi "LUCE".
E la "luce, il dono di vedere sempre la luce, e cioè di "vegliare per la loro vista" sarà quello che molti fedeli chiederanno alla santa quando il 13 dicembre si recheranno nelle chiese dedicate a Santa Lucia.
Altri studiosi sostengono infine che il patronato è nato perché il culto della santa iniziò sull'isola di Ortigia, la zona greca più antica di Siracusa, dove esisteva un tempio in onore della dea Artemide, che i Greci ritenevano "la dea della luce", simboleggiata dalla LUNA.

In ogni modo, e aldilà dalle varie interpretazioni, pare che porti veramente bene alla vista sciacquarsi gli occhi la mattina del 13 dicembre, appena svegli, naturalmente nel nome di santa Lucia, che , come dice il proverbio, "è la santa più luminosa che ci sia!"


Quanto alla dolce “cuccia”, ecco perché si mangia per la festa della santa siracusana.

Si narra che una grave carestia aveva colpito Siracusa nel 1646 e, consumate le scorte, molti cominciavano a patire la fame. Il vescovo invitò la cittadinanza alla preghiera e il 13 maggio, mentre la cattedrale era gremita per la messa, una colomba oppure una quaglia, secondo le versioni, entrò nella chiesa, e poco dopo alcuni bastimenti carichi di grano e di legumi entravano nel porto.

In ricordo di quel prodigio in tutta la Sicilia, per Santa Lucia, non si mangia pane o farina di frumento, ma soltanto legumi, verdure e altri simili cibi.
E soprattutto si mangia la cuccìa che è grano cotto con altri legumi o nel latte con lo zucchero.
Tipiche di Santa Lucia sono anche le panelle di farina di ceci, che ricevono varie forme: anticamente erano dette anche pisci-panelli perché somigliavano piccoli pesci.

Il Pitré, che era un grande studioso siciliano delle tradizioni della sua terra, ricorda che la santa conserva per sempre la vista a chi si astiene di mangiare prodotti con la farina di frumento il 13 dicembre.
Insomma, un altro motivo per cui durante la festa della santa i siracusani non mangiano pane e pasta, ma solo la cuccìa, le panelle, il riso, i legumi, le castagne lessate, e la ricotta.

E a proposito di Santa Lucia…

Non date retta, non ascoltate, cari ascoltatori tutti coloro che, per radio o TV, il 13 dicembre cominceranno a ripetere che "Santa Lucia è il giorno più corto che ci sia", perché non è vero per niente!

Si tratta di un vecchissimo detto nato nel medioevo quando a causa del calendario giuliano il giorno del solstizio invernale era retrocesso dal 21 (come accade oggi all'incirca) al 13 dicembre. L'errore fu corretto poi nel 1582 col nuovo calendario gregoriano ancora in funzione, sicché da allora, e sono passati più di quattro secoli, "il giorno di Santa Lucia non è il più corto che ci sia"!

In ogni modo il suo antico patronato sul solstizio d'inverno, un momento ritenuto nell'antichità magico perché segna la rinascita simbolica del sole, ha trasformato Lucia in una dispensatrice di doni per il nuovo anno, come accade con san Nicolaus, con Babbo Natale, oppure con la Befana; tant'è vero che nelle Tre Venezie Santa Lucia porta regali ai bambini a cavallo di un asinello, ma anche una piccola frusta per castigare i più capricciosi.

La santa è diventata popolare fra l'altro nel Veneto e nelle regioni limitrofe perché le sue reliquie si trovano a Venezia fin dall'inizio del secolo XIII. Vi furono trasferite nel 1203 dal doge Enrico Dandolo quando Costantinopoli cadde in mano ai Crociati.
Nella capitale dell'impero bizantino erano state trasportate dalla Sicilia nel 1039 dal generale Giorgio Maniace, che aveva liberato Siracusa dai musulmani, per farne omaggio all'imperatrice Teodora.



Una volta i bambini veneti più "saputelli" e persino quelli della Dalmazia che era una volta veneta, declamavano questa filastrocca che non mostra molta fiducia nella santa:


Santa Lucia, mama mia,
porta bomboni in calza mia,
se la mama non me mete
resta svode le calzete,
con la borsa de papà
Santa Lucia portarà.

Insomma, cari amici, la festa di Santa Lucia è popolare in tanti luoghi dell'Italia, dal nord fino alla Sicilia; ma anche in tanti luoghi dell'Europa e soprattutto -voi forse non ci crederete, nella fredda e nordicissima Svezia!
Eh sì, in Svezia, si festeggia il 13 dicembre la fragile e mediterranea santa siciliana Lucia.
Una Festa dei nostri tempi, che risale soltanto al 1927 quando un quotidiano della capitale decise di bandire un concorso per eleggere la cosiddetta Lucia di Svezia che con una corona di sette candele in capo e accompagnata da compagne vestite come lei di una tunica bianca doveva raccogliere i doni natalizi da distribuire il 13 dicembre ai bisognosi, ai malati e agli anziani in occasione delle feste natalizie.
L'iniziativa ha attecchito tanto fino a diventare in pochi decenni una tradizione nazionale che ogni anno si ripete per tutta la Svezia.

Certo, ci si domanderebbe perché si doveva scegliere proprio una ragazza come la "Lucia di Svezia"; ebbene all'origine di quella scelta vi è la Leggenda del giorno di Santa Lucia, scritta nel 1912 da Selma Lagerlof, premio Nobel per la letteratura.

Ma quel che è incredibile è che fin dal 1950 la festa svedese si è collegata a quella siciliana: sicché una giovane svedese eletta come "Lucia" si reca in questi giorni di feste a Siracusa, invitata dalla cittadinanza, per partecipare alla processione finale che conclude l'ottava il 20 dicembre.

E quel che è ancora più incredibile è che nelle case della nordica Svezia, le ragazze vestite di bianco con le sette candeline accese in testa, e che sono le varie "Lucie", hanno anche il compito di svegliare i propri familiari e amici cantando la napoletanissima "Santa Lucia!": sì, amici, quella che conosce persino la "cuoca itagnola; quella che dice "San Lucia, santa Lucia...

venerdì 5 dicembre 2008

SAN NICOLA DE BARI LA FESTA DEGLI SCOLARI...

Domani è la Festa di San Nicola di Bari, vescovo di Myra in Asia Minore (attuale Turchia), venerato in Oriente e in Occidente al 6 dicembre, e detto "di Bari" perché nel 1087 , un gruppo di 62 marinai baresi trafugarono le ossa del Santo e le traslarono da Myra a Bari dove sono tuttora custodite nella splendida Basilica romanica.



Sul mare della Puglia, ancora in questi primi giorni del mese si potranno vedere le ultime rondini in volo che vanno alla ricerca di luoghi caldi dove passare l'inverno, come ci ricorda un proverbio: "San Nicolò di Bari, la rondine passò i mari".


San Nicola è il protettore dei naviganti, delle ragazze da marito e patrono dei bambini e dei ragazzi, come dice questa filastrocca:



"San Nicolò de Bari,
la festa dei scolari.
Se i scolari no farà festa
San Nicolò ghe tajerà la testa."




Il buon vescovo è un santo dei tanti nomi: San Nicola, San Nicolò, Sanctus Nicolaus, Sankt Nikolaus, Santa Claus.... e...










E infine, gira e rigira, diventa persino BABBO NATALE!


Insomma, non c'è dubbio, san Nicola di Bari è proprio il "santo dei bambini" e questa sera, la sera della vigilia, la notte del 5 dicembre, i bambini triestini lo aspetteranno trepidanti dopo aver posto sul davanzale un piatto di cibo per la \renna oppure gli stivaletti ben lucidati per farlo riempire di regalini, e poi corrono a letto seguendo il consiglio dei genitori che hanno loro raccomandato "de tegnir ben seradi i oci e de dormir presto, perché se no San Nicolò no ve porta gnente".

E domattina troveranno i regali desiderati e i più grandicelli non andranno a scuola perché, altrimenti come recita la filastrocca, "Se i scolari no farà festa/San Nicolò ghe tajerà la testa...







San Nicola di Bari è diventato il patrono dei bambini e dei ragazzi per alcune leggende che si narravano sulla sua vita e miracoli.
Aveva ad esempio, fatto risorgere tre studenti, che un oste criminale aveva tagliato a pezzi e messo in salamoia; aveva anche liberato miracolosamente un ragazzo rapito dai pirati e venduto a un re straniero.

Ma san Nicola è anche il santo protettore delle "ragazze da marito" perché aveva fatto un regalone a tre fanciulle povere che non avevano dote e che il padre voleva avviare alla prostituzione: per tre notti di seguito aveva gettato nella loro casa, attraverso una finestra aperta, tre sacchetti di monete d'oro oppure, secondo altre versioni, tre palle d'oro.

E così, quando in alcuni affreschi medievali vedrete un santo, con il mitra da vescovo e con tre palle d'oro in mano: non abbiate il minor dubbio: si tratta di san Nicola!

Perciò a Castelvetere in Val Fortore, vicino a Benvento, la ragazze che voglio trovare un fidanzato, dette priore, festeggeranno il 6 dicembre il loro protettore offrendo i cosiddetti "pani di san Nicola" durante una processione.









Un'altra leggenda su san Nicola di Bari narra che nel 1673 il santo salvò dalla fame la popolazione di Pollutri, nei pressi di Chieti, facendo arrivare sei caravelle piene di fave: ebbene per commemorare l'evento, ogni anno dal 4 al 6 dicembre, davanti alla Chiesa di San Nicola, si organizza nel paese abruzzese la "Cottura delle fave" con circa cinque quintali di fave cotte in 12 grandi calderoni di rame posti su enormi fuochi accesi all'unisono e al grido di "fuoco!".

Le fave vengono poi distribuite fra i presenti.


Invece a Monteleone di Spoleto, nella provincia di Perugia, la vigilia della festa, la sera del 5 dicembre, si cucina in piazza, una pentolona di ottanta litri, il cosiddetto "Farro Di San Nicola".





Ma san Nicola si festeggia anche in Sicilia, a Mezzojuso, nel palermitano, con la tradizionale "distribuzione dei panuzza", che sono piccoli pani con l'effigie del santo.
Un'altra festa da non perdere, veramente originale, in onore del patrono del paese, san Nicola, si celebra a San Polo dei Cavalieri, , nella provincia di Roma, dove la vigilia, il 5 dicembre, dopo la processione c'è il "Ballo della pupazza" e cioè gli uomini vestiti da "pupazze" con vesti di cartapesta alle quali viene appiccato il fuoco, che ballano fin che resistono senza bruciarsi: si tratta, naturalmente di una tipica festa per propiziare il ritorno della luce nel periodo del solstizio invernale.
Altre usanze legate alla festa, ci sono nel nord, dalle Prealpi Venete dove i genitori raccontano ai bambini che san Nicola scende dal cielo cavalcando una mula volante ma senz'ali.
In tutto l'Alto Adige,si svolge la Fiera di San Nicolò con la vendita dei piccoli "San Nicolò" di zucchero e dei diavoletti di frutti secchi, detti in tedesco Kletzenkrampus.
L'usanza proviene dall'Austria dove si diceva che Sankt Nikolaus, coperto dal manto vescovile rosso, la mitra sul capo e un sacco pieno di doni sulle spalle, era accompagnato da Krampus: una sorta di diavolo che incuteva terrore nei piccoli con la sua figura villosa e che compariva con un sacco che serviva per rapire i più capricciosi.
In questo originale modo san Nicola viene anche festeggiato a Tarvisio, vicino a Udine; e a Vipiteno, nella provincia di Bolzano; oppure a Stelvio, dove addirittura il primo sabato di dicembre c'è la "Festa dei Klosen", cioè dei "santi Nicolaus".

Ma essendo san Nicola un santo "solstiziale", la sua festa si celebra anche con i falò...

Perciò molte feste che in questa settimana si celebrano con la accensione di fuochi, come ad esempio a Longarone, in provincia di Belluno: i bimbi si radunano nelle piazze e nei cortili portando ognuno una specie di torcia fatta con paglia e legna, detta "frasela". Dopo averla accesa la fanno ruotare disegnando dei cerchi: si dice che grazie a quel fuoco san Nicola riuscirà a conoscere la strada per arrivare fino a Longarone e lasciare regali ai piccoli.
Prima di andare a dormirei bambini mettono sul tavolo una letterina con le loro richieste e anche un bicchiere di vino per il santo con po' di fieno per l'asino che lo trasporta. La mattina, naturalmente, sul tavolo ci sono i giocattoli e dolciumi!

Ma chi era questo simpatico santo, raffigurato in genere con la barba bianca, vestito da vescovo, e atteso dai bambini di molte città europee come fosse Babbo Natale?



Occorre premettere che il culto di san Nicola o Nicolò nel nord dell'Italia è documentato fin dal secolo VIII quando ancora i baresi non si erano impossessati delle sue spoglie; sicché è probabile che il culto fosse giunto direttamente dall'Oriente grazie all'Impero bizantino.
Ebbene, colpo di scena!
Il nome di quel Sankt Nikolaus del nord dell'Europa, che proviene dal latino Sanctus Nicolaus, venne storpiato dagli olandesi in Santa Claus.
E quando i loro discendenti emigrarono nell'America del Nord, portarono anche nel nuovo continente la tradizione europea pre-natalizia del santo di Bari con la barba bianca che portava i regali ai bambini.
Successivamente, ai primi dell'Ottocento, gli americani trasformarono completamente la figura di Santa Claus : il suo mantello vescovile divenne una sorta di tuta rossa ornata di pelliccia e la mitra un cappuccio. Gli assegnarono anche una slitta trainata da renne: era insomma diventato proprio Babbo Natale!
Il Babbo Natale che, a partire dal dopoguerra, sarebbe approdato in Europa sull'onda della colonizzazione americana e che già in questi primi giorni di dicembre è cominciato a comparire per le vie e le piazze di molte città dell'Europa.

Ma dove abita Babbo Natale? Certamente non vive a Bari,.
Vive niente di meno che nella gelida Lapponia...

Come ci racconterà domattina a Radiodue la mia ospite italo-finlandese : Kira Garfagnoli che oltre a darci una buona ricetta del Natale finlandese, ci dirà dove abita Babbo Natale.

Non mancate: vi aspettiamo!

giovedì 4 dicembre 2008

SANTA BARBARA BENEDETTA LIBERACI DALLA SAETTA...

Oggi, 4 dicembre, è la Festa di Santa Barbara, patrona dei Vigili del Fuoco, degli artificieri, degli artiglieri, dei marinai, dei minatori, dei muratori e di tutti quelli che esercitano professioni legate ai cantieri, come ingegneri, architetti, geologi e geometri.



Ma attenzione, perché se dalle vostre parti pioverà oggi, saranno dolori: un proverbio pugliese rammenta che "Si a Sande Barbere chjove assà, n'alte e quarnde dì a da chendà" ("Se per Santa Barbara piove tanto, durerà altri quaranta giorni).



Meno male che se oltre alla pioggia ci sarà il temporale la santa ci proteggerà, almeno così afferma il proverbio: "Santa Barbara benedetta liberaci dal tuono e dalla saetta".






E come mai, vi domanderete, santa Barbara è diventata soprattuto la patrona di chi maneggia la polvere da sparo oppure di chi deve utilizzare o fronteggiare il fuoco?
Tutto è nato, come accade quasi sempre, da una leggenda legata alla sua vita o passio: si narra infatti che Barbara, una fanciulla pagana vissuta nel III secolo, venne rinchiusa in una torre dal padre e denunciata alle autorità per la sua conversione al cristianesimo. La decapitò addirittura personalmente.
Non l'avesse mai fatto!
Mentre usciva dalla torre per tornare a casa dopo il crimine un fulmine a ciel sereno lo colpì, facendolo diventare cenere.
Perciò viene solitamente raffigurata in dipinti e sculture con una torre accanto.
Quel "fulmine vendicatore" ispirò inizialmente il patronato della Santa contro i fulmini.

Ma dopo la scoperta della polvere da sparo, che riuniva in sé la potenza del lampo e quella del fulmine, Barbara, la fragile fanciulla, che secondo la leggenda non aveva mai toccato un'arma in vita sua, diventò anche la patrona dei lanzichenecchi, che portavano gli archibugi, dei minatori e di tutte le categorie che prima vi ho elencato.
Santa Barbara, ha anche dato il nome al deposito di munizioni sulle navi, che infatti si chiama il "santabarbara"!
Successivamente ancora, la popolare santa è diventata la patrona dei Vigili del Fuoco che continuano a festeggiarla indisturbati, nonostante che fin dal 1970 la Chiesa abbia cancellato dal calendario liturgico romano la festività universale di santa Barbara.

Santa Barbara verrà festeggiata perciò oggi, alla grande, da tutti i Vigili del Fuoco che le dedicano anche preghiere particolari come questa.
Preghiera dei Vigili del Fuoco a santa Barbara

Iddio che illumini i cieli e colmi gli abissi,
arda nei nostri petti la fiamma del sacrificio.

Fa più ardente della fiamma il sangue che ci scorre nelle vene,
vermiglio come un canto di Vittoria.

Quando la sirena urla per le vie della città
ascolta il palpito dei nostri cuori votati alla rinuncia.

Quando a gara con le aquile verso te saliamo,
ci sorregga la Tua Mano piagata.

Quando l'incendio irresistibile avvampa,
bruci il male che s'annida nelle case degli uomini,
non la ricchezza che accresce la potenza della Patria.

Signore siamo i portatori della Tua Croce
e il rischio è il nostro pane quotidiano.

Un giorno senza rischio è non vissuto,
poiché per noi credenti la morte è vita,
è luce: nel terrore dei crolli, nel furore delle acque
nell'inferno dei roghi.

La nostra vita è il fuoco, la nostra fede è Dio.

Per Santa Barbara martire. Così sia.
.....................
Ma santa Barbara verrà onorata anche dai minatori di Ossimo, nella provincia di Brescia, con processioni, canti, danze, bevute e fuochi d'artificio.


Sarà festa grande anche a Rieti, una bella città del Lazio sabino, per la loro patrona: secondo una tradizione locale, il corpo di santa Barbara si trova custodito in una cappella della cattedrale, addirittura con interventi del Bernini.
In tutta la città ci saranno durante tutto il giorno celebrazioni religiose e civili, con concerti, cerimonie e premiazioni.
Con la popolare "Fiera di Santa Barbara", appuntamento attesissimo dai rietini,
le vie della città si riempiono per chilometri delle decine di bancarelle che vi partecipano.
Naturalmente i numerosi visitatori che oggi andranno a Rieti potranno degustare i buoni piatti della cucina sabina: dai bucatini o gli spaghetti "all'amatriciana" agli "strengozzi alla reatina" con aglio, olio e peperoncino; fino alle tipiche "fregnacce" che non sono cose "stupide" in dialetto laziale, ma un altro tipo di pastasciutta locale buonissima, fatta in casa, tagliata a rombi e condita con spezie, olive nere, funghi, carciofini, aglio e pomodoro. Insomma una vera bontà, come si può intuire dalla foto qui accanto.



Dimenticavo!
AUGURI alle oltre 30.000 italiane che portano il nome di Barbara.
Nome dal significato incerto: vuol dire infatti "balbuziente", "chi non sa parlare!"
Forse dovuto alla paura dei fulmini...