domenica 30 novembre 2008

PROVERBI E SANTI DI DICEMBRE



Dicembre, il mese che negli affreschi o nei bassorilievi del "Ciclo dei mesi" del Medioevo era raffigurato con l'uccisione del maiale, comincia.



(Il mese di dicembre nel "Ciclo dei mesi")


Gli appuntamenti festivi lungo l'ultimo mese dell'anno sono tantissimi e molti legati ad antichi riti del solstizio d'inverno, per propiziare il ritorno della luce e le giornate più lunghe.

Certo, molti di quei riti, fra cui i falò che da più settimane, praticamente da San Martino del 11 novembre, si stanno accendono dappertutto, sono stati "cristianizzati" dalla Chiesa nei primi secoli del cristianesimo; e così vediamo che coincidono con molte feste religiose proprio per la loro collocazione calendariale, come ad esempio, la Madonna Immacolata del 8 dicembre, il Natale, detto anche "Pasqua Santa", oppure il "misterioso" santo della barba bianca, san Nicola del 6 dicembre.


Un mese dunque pieno di "santi e madonne" da festeggiare.

Non ci credete?


E allora leggete questa vecchia filastrocca che i bambini toscani imparavano a scuola una volta:

Al primo di dicembre Sant'Ansano,
il quattro, Santa Barbara beata,
il sei, San Niccolò che vien per via,
il sette, Sant'Ambrogio da Milano,
l'otto, la Concezione di Maria,
per il nove mi cheto;
il dieci, la Madonna di Loreto,
il dodici convien che digiuniamo
perché il tredici c'è Santa Lucia;
il ventun San Tomé, la Chiesa canta;
il venticinque vien la Pasqua Santa
e poi ci sono i Santi Innocentini;
e alla fine di tutto, lesto, lesto,
se ne vien San Silvestro!




Insomma, ci aspettano feste santificate a non finire e delle più importanti tenterò di raccontarvi a poco a poco qualche curiosità.


Ma in genere a molte di queste date sono anche collegati i proverbi di stagione.





E così nella campagna senese si diceva, un po' maliziosamente: "Per Sant'Ansano uno sotto e uno in mano", perché a partire dal 1° dicembre il freddo comincia a mordere, e una volta le vecchiette se ne difendevano infilando uno scaldino sotto le gonne e tenendo un altro in mano.



Proprio per sant'Ansano (qui accanto in un dipinto di Simone di Martini) si apre tuttora a Siena l'anno "contradaiolo" delle contrade che poi si disputeranno il Palio in estate: sulla tomba del martire, nell'omonima cappella del Duomo, si recano per rendergli il rituale omaggio i Priori delle diciassette contrade.




Quanto ai proverbi dedicati agli altri santi del mese ve li dirò a suo tempo. Ora ve ne indicherò alcuni proprio "meteorologici".



Al freddo che ormai punge, si riferisce ad esempio un proverbio romanesco: "Le ggiornate d'inverno sò mozzichi", e cioè "sono morsi".


Mentre i veneti sentenziano: "L'inverno l'è 'l boia dei veci, el purgatorio dei puteleti, e l'inferno dei poareti" ("Il freddo è il boia dei vecchi, il purgatorio dei bambini e l'inferno dei poveri").


In ogni modo i contadini sperano che nevichi perché "Sotto la neve pane, sotto l'acqua fame". La neve infatti costringe il seme di grano a svilupparsi sotto terra, mentre la pioggia può alla lunga provocare l'uscita prematura del germoglio che rischierebbe anche di bruciare per le gelate.


E così i piemontesi sanno che "Au dezember fioca senza gelé a val pe' i gran pi' d'un liamé", e cioè "Se a Dicembre nevica senza gelare vale per il grano più di una concimazione".



Attenzione però, perché se nevica troppo tardi la neve tende a gelare e allora per il grano sarebbe terribile: "La neve prima di Natale è madre, dopo è matrigna", rammenta un altro proverbio.



A proposito di freddo, ormai da un punto di vista meteorologico è proprio inverno, come ricorda il proverbio: "Un mese prima di Natale, un mese dopo Natale è inverno naturale".



Tuttavia il freddo peggiore potrebbe arrivare con la Befana, la "Vecia", dicono i veneti: "De Nadal un freddo coral; de la Vecia un freddo che se crepa", "da Natale un freddo tremendo, dalla Befana un freddo che si crepa".



Altri proverbi "meteo"del mese di dicembre, frutto dell'osservazione secolare contadina, sono:


Dicembre gelato non va disprezzato

Dicembre imbacuccato grano assicurato

Dicembre mese di bruma: davanti mi scalda e dietro mi consuma

Se avanti Natale fa la brina riempi la madia di farina

Seminare decembrino vale meno d'un quattrino;

Chi fa Natale al sole fa Pasqua al fuoco;

Per i Santi Innocentini son finite le feste ed in quattrini.


martedì 25 novembre 2008

IL GIORNO DEL RINGRAZIAMENTO... CON IL TACCHINO!

Eccoli i tacchini: il 27 novembre- purtroppo per loro - saranno "festeggiati" dagli americani...

Perché quel giorno, 4° giovedì di novembre, sarà il loro giorno:


Il Turkey day: "il Giorno del tacchino"!






In realtà la giornata si chiama in America "Giorno del Ringraziamento", il Thanksgiving Day, ma siccome il pennuto in questione è il protagonista indiscusso della tavola, lo sia chiama anche "Giorno del tacchino".

E con il tacchino gli americani creano dei veri capolavori per quella giornata: una grande festa di unità nazionale che quest'anno sarà celebrata alla grande, dopo le ultime elezioni del primo presidente di colore, Barack Obama.

Ma andiamo per parti.

Tutto cominciò il 6 settembre del 1620, quando centodue emigranti inglesi, che più tardi furono chiamati Padri Pellegrini, partirono dal porto di Plymouth a bordo della Mayflower, verso le Nuove Terre scoperte da Cristoforo Colombo nel 1492.


(La "mitica" Mayflower)



Non tutti sopravvissero ma quelli che riuscirono ad arrivare nell'America del Nord, dopo due mesi di traversata atlantica, sbarcarono l'11 novembre, stanchi e affamati, a Cape Cod.


Poi continuarono il loro viaggio e un mese dopo arrivarono sulla costa occidentale del futuro Massachusetts, dove fondarono la loro colonia, Plymouth, riconosciuta ufficialmente il 1º giugno 1621.


La leggenda vuole che al loro arrivo in quel territorio selvatico, abitato solo da poche centinaia di nativi, fossero accolti da un nugolo di tacchini.

Alcuni ospitali indiani che allevavano quei grandi gallinacei, offrirono loro un pranzo a base di tacchino con un ripieno di mais e altri frutti del luogo: probabilmente quel banchetto fu l'antesignano della tradizionale festa americana del Thankgiving Day, "il Giorno del Ringraziamento", detto appunto anche "la festa del tacchino", proclamata ufficialmente dal presidente Lincoln molto più tardi, nel 1863.







Il primo vero e proprio banchetto di Ringraziamento fu infatti fatto un anno dopo, nel 1621, per celebrare il successo del primo raccolto.


Alla festa i coloni invitarono anche gli indigeni.


Nel menù di quel primo Giorno del Ringraziamento americano, come nella illustrazione qui accanto, ci furono delle pietanze che divennero poi quelle tradizionali per la festa: specialmente il tacchino ripieno e le zucche che in America sono grandi e grosse.



Quanto al tacchino è proprio un animale "americano": un volatile che secondo il gastronomo francese Brillat Savarin è "assolutamente uno dei più bei doni che il Nuovo Mondo abbia regalato all'Antico!"

Naturalmente la prima descrizione del tacchino la dobbiamo a Cristoforo Colombo, che lo incontrò durante il quarto viaggio, in Honduras. In una lettera ai Re Cattolici di Spagna del 7 luglio 1503 scriveva di aver veduto nei cortili degli indigeni «dei grandissimi uccelli con piume di lana».


A sua volta Hernan Cortés, il conquistador del Messico, nelle sue Cartas y relaciones inviate nel 1522 all'imperatore Carlo V, scriveva: «Gli indigeni allevano molte galline che sono come quelle nostre della terra ferma e che sono grosse come pavoni».

Chiamato scientificamente Meleagris gallopavo, viene anche chiamato "turco", ansi Turkey in inglese, perché i turchi, che facevano scalo in Spagna, lo introdussero in Inghilterra.


Ma sia quale sia il suo nome, questo gran pennuto lanoso e barbuto trionfa ogni 4° giovedì di novembre sulle tavole di milioni di americani che ormai da secoli si riuniscono ogni anno attorno a un saporito tacchino ripieno per celebrare la più importante festa americana dopo il Natale: il Thanksgiving Day, o Turkey day!

E come lo cucinano gli americani?

Ripieno, appunto, ma con alcune varianti secondo i luoghi.


Ad esempio nelle cittadine del Sud con il mais o granturco, secondo la tradizione indigena.

Al nord invece con il wild rice, una tipica spezia americana.

Ma dappertutto, tipica del pranzo del Thanksgiving è anche la salsa di mirtillo palustre o cranberry, fatta con bacche fresche o congelate.

Ma anche le patate dolci, unite a zucchero, spezie e burro, lo yam, o anche la torta di zucca o la zucca caramellata.

Come fa la mia cara amica italo-americana Conny Licata, che ogni anno cucina nella sua casa di Roma, per i suoi e per gli amici, un sublime tacchino del Ringraziamento da proporre anche come tacchino natalizio..

Ecco, per gentile concessione, la sua squisita ricetta:

lo Stuffed turkey, il "tacchino ripieno di mele".


(le mani di Conny Licata e il taglio del tacchino)








Ingredienti per una tavolata di 12-14 persone


un tacchino di 6 1/2 kg pulito e svuotato
sale, pepe, aromi ( rosmarino, salvia) per arrosti
6 - 7 mele golden
10 castagne bollite e sbucciate
10 prugne secche della California snocciolate
carta di alluminio





Prendere il tacchino, fiammeggiarlo, lavarlo, asciugarlo e poi ungere la pelle con il burro o con l'olio d'oliva. Condirlo infine con sale, pepe e gli aromi, dentro e fuori.

Poi riempire il tacchino con 6 oppure 7 mele golden, sbucciate e tagliate in 4 pezzi. Aggiungere 10 prugne secche e 10 castagne bollite e sbucciate.

Chiudere l'apertura con un foglio d'alluminio per non far uscire il ripieno durante la cottura; incrociare le cosce del tacchino e legarle con il filo che poi viene anche passato intorno al petto per fermare le ali.

Infine il tacchino va avvolto con la carta d'alluminio ermeticamente per non far uscire il sugo di cottura, il "gravy", che alla fine si raccoglie in una pentola e si fa addensare con un cucchiaio di farina.

Collocare il tacchino in una teglia e infornare a 200°. Per un tacchino di 6 1/2 k occorrono 4 ore circa.

Un'ora prima di fine cottura, togliere tutta la carta d'alluminio facendo attenzione a non far disperdere il sughetto. Lo si bagna con quel sughetto e lo si rimette al forno finché diventerà bello dorato.

Il tacchino sarà cotto quando tirando la coscia si stacca facilmente dal corpo. A quel punto lo si colloca in un vassoio da portata e lo si porta intero a tavola dove verrà poi tagliato davanti a tutti i commensali.

Per facilitare l'operazione si inizia staccando le cosce e poi le ali, poi, partendo dal centro, si affetta il petto.

Si svuota il tacchino del suo ripieno che va servito con la carne irrorata con la salsina di cottura e con dei contorni che variano secondo le famiglie.




(il tacchino ripieno di Conny Licata)




Conny Licata ne prepara diversi ma quelli che non mancano mai sulla sua ricca tavola sono il "Mashed potatoes" (purè di patate) e la squisita "Candied Squash" (zucca caramellata).

Anche di questi due Conny mi ha dato la ricetta:

-"Mashed potatoes"

Sbucciare le patate, farle bollire in acqua salata e, una volta cotte, scolarle, asciugarle nella pentola a fuoco basso e poi schiacciarle e condirle con una noce di burro e del latte caldo per ammorbidirle.


-"Candied Squash"


1 kg di zucca gialla, polposa
sale, una noce di burro, due cucchiai di zucchero di canna

Affettare la zucca, metterla a cuocere in un tegame con poco olio, sale e poca acqua. Alla fine aggiungere una noce di burro e lo zucchero e a fuoco vivo far caramellare le fette facendo attenzione a non romperle.

A questo punto, un vino rosso corposo, magari della California, è d'obbligo.

Buon appetito e Buon Ringraziamento a tutti gli americani!

sabato 22 novembre 2008

SANTA CATERINA DI ALESSANDRIA: PATRONA DELLE SARTINE O CATERINETTE




Era poco più di una adolescente la martire che la chiesa festeggia il 25 novembre, santa Caterina: una giovanissima principessa nata nel IV secolo ad Alessandria di Egitto, e uccisa sotto l'imperatore Massenzio, il quale, prima di farla decapitare, l'aveva sottoposta alla tortura delle ruote appuntite.

E con la ruota del martirio viene raffigurata, come in questo dipinto del Caravaggio.









Ma la tradizione vuole che per l'intervento di un angelo le ruote la risparmiassero e perciò Caterina di Alessandria è la santa patrona di molti mestieri che hanno a che vedere con le ruote, fra cui anche i moderni "gommisti".




Fin dal Medioevo la santa era diventata anche la protettrice delle ragazzine: un tempo in Francia, alla sua festa le bambine aspettavano dei regali mentre le ragazze, all'uscita della messa, avevano il diritto di scegliersi un cavaliere per far colazione.



E a Parigi e a Torino, una volta le capitali della moda, le apprendiste sarte l’avevano scelto come patrona e perciò erano chiamate "Caterinette" : e al popolare "ballo delle caterinette" non mancavano mai gli studenti torinesi!






Ma anche a Forlì, in Romagna, è molto sentita la Festa di Santa Caterina di Alessandria, e in suo onore si celebra "la Sagra del torrone" dedicata secondo la tradizione "alle belle spose": l'usanza vuole infatti che i mariti e i fidanzati regalino quel giorno un torrone alle loro amate.





Anche i bambini partecipano alla popolare fiera e per le vie della cittadina troveranno i tipici cioccolatini a forma di campana, animaletti di terracotta, e le cosiddette catarem o "caterine", cioè bamboline di pasta frolla ricoperta di cioccolato e glassa colorata.





Durante la Fiera di Santa Caterina di Gorgonzola, a una ventina di chilometri da Milano, si mangia invece la "polentata" gigante servita in piazza con fette di formaggi locali fra cui il gorgonzola!





Santa Caterina è festeggiata anche a Novi Ligure (in provincia di Alessandria) con un'antichissima "fiera agricola" che risale al Seicento e dove si mangia il tacchino arrosto.





E anche ad Alassio, nella provincia di Savona, in onore della santa egiziana i liguri confezionano da secoli le tradizionali figasse, che sono gallette con la santa disegnata sopra: vengono benedette e distribuite fra i partecipanti perché dovrebbero preservare dai naufragi e dalle tempeste, che in Liguria fra l'altro sono abbondanti.


Perciò una volta le mogli dei marinai liguri mettevano le figasse di santa Caterina nel bagaglio dei loro mariti.










Santa Caterina d’Alessandria, patrona delle fanciulle da marito, delle sartine e delle partorienti dovrebbe essere inoltre pregata, e molto, in questo periodo di agitazione, dagli studenti perché, grazie alla sua leggendaria sapienza, capace persino di confondere i filosofi pagani, è anche patrona dell'università!



In questa veste di sapiente, la si può ammirare nelle "Stanze Borgia" dei Musei Vaticani, in un bellissimo affresco del Pinturicchio del 1493 chiamato "La disputa di Santa Caterina", dove la santa ha le sembianze della tredicenne Lucrezia Borgia, figlia del papa Alessandro VI!












Ma per la sua collocazione calendariale a fine novembre la santa ha anche ispirato molti proverbi metereologici:


"Per Santa Caterina la neve alla collina" oppure, "Per Santa Caterina o neve o brina".


E in quel caso si consigliava: "Per Santa Caterina tira fuori la fascina", cioè comincia ad accendere il fuoco nel camino con una fascina ben asciutta dopo la lunga estate; insomma, un proverbio che la dice lunga sulla robustezza dei nostri avi, che aspettavano fino alla fine di novembre per accendere regolarmente il camino mentre noi riscaldiamo ai primi freddi.



A quei tempi si diceva anche: "Per Santa Caterina manicotto e cassettina": la cassettina era un recipiente di metallo pieno di brace e cenere che si adoperava per scaldare i piedi: da me in Spagna si chiama brasero e ancora resiste, ma sostituito da uno apparecchio elettrico che si colloca sotto il tavolo tondo dove di solito la madre di famiglia passa le serate invernali, sempre più lunghe perché le giornate si sono notevolmente accorciate: d'altronde ci si avvicina sempre di più al solstizio d'inverno del 22 dicembre, dal quale ci dividono poche settimane.



Infatti un proverbio campagnolo avvisa che "Per Santa Caterina un passo di gallina".




Quanto alle usanze gastronomiche che hanno a che vedere con la festività di Santa Caterina, ad esempio si dice "Per Santa Caterina tira fuori il formaggio dalla fossa e mangialo in cantina". Oppure: "Chi vuol un'oca fina a ingrassar la metta a Santa Caterina.











E non finiscono qui le tante usanze esistenti per la festa di Santa Caterina che si celebra in tanti luoghi dell'Italia con degli imponenti falò accesi in suo onore.


La trazione di accendere dei "falò" in questo periodo dell'anno si ripete anche per tanti altri santi: è cominciata con la festa di San Martino del 11 novembre e sarà così fino alla primavera con i fuochi di San Giuseppe del 19 marzo.



In realtà questi "falò" non sono legati ai santi ma al periodo, fra l'inizio dell'inverno e la sua fine, e sono usanze antichissime, addirittura pagane, per purificare il nuovo anno agricolo e anche per propiziare il ritorno della luce e della bella stagione.



lunedì 17 novembre 2008

LA VIOLENZA SULLE DONNE







GIORNATA MONDIALE CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE


25 NOVEMBRE 2008


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Questo manifesto è stato contestato a Milano.


Voi che ne pensate?


venerdì 14 novembre 2008

LA FESTA DI SAN MARTINO II: LE CASTAGNE



Come è stato il tempo dalle vostre parti martedì scorso 11 novembre, Festa di San Martino?


Se per caso all'ora del tramonto ci sono state delle nuvole che coprivano il sole, potete sperare in un buon raccolto di fieno e di grano, come assicura questo proverbio:


"Se il dì di San Martino il sole va in bisacca, vendi il pane e tienti la vacca; se il sole va invece giù sereno, vendi la vacca perché è poco il fieno".


Insomma, lo spiego un po': se il sole è tramontato in un bel cielo sereno, allora non ci sarà fieno abbastanza per gli animali e sarebbe meglio venderli; almeno così si faceva una volta, quando ancora l'alimentazione era naturale e le mucche non erano diventate pazze!


In ogni modo, la data della Festa di San Martino, il popolare santo di cui ho già spiegato vita e miracoli qualche giorno fa e che è stato raffigurato da tanti artisti, è sempre stata in campagna molto importante per rammentare certi lavori.


(Chiesa di San Martino a Lucca)





Ad esempio ci si augurava che la semina del grano fosse già finita per far sì che all'arrivo del freddo il seme già fosse sotto terra:


"A San Martino sta meglio il grano al campo che al mulino".






Chi infatti semina troppo tardi avrà un raccolto misero:


"Per San Martino, la sementa del poverino!", si dice.


E chi vorrà avere una vendemmia fruttuosa si sbrighi anche a potare e a preparare il terreno attorno alla vite:


"Chi vuol far buon vino, zappi e poti nei giorni di San Martino".


D'altronde in Istria il santo viene detto "San Martìn dei zapadori".



Ma, a parte la vite e il grano, questo è il momento ideale anche per altre coltivazioni, ad esempio per le fave e per il lino, almeno nelle zone più calde, come la Sicilia, dove si dice infatti che:


"A San Martinu, favi e linu".



Certo, a partire da metà novembre il tempo dovrebbe diventare sempre più freddo, e il santo che si è festeggiato giovedì scorso, 13 novembre, sant'Omobono, patrono di Cremona, poteva darci delle indicazioni climatiche:


"Per Sant'Omobono, la neve o il tempo buono", perché ancora ci potrebbero essere dei giorni caldi.



In ogni modo, in Romagna, questa giornata segnalava la fine dei temporali autunnali:


"Per Sant'Omoboun, an tira piò al troun", ("Per Sant'Omobono, non si sente più tuonare").


(Chiesa di San Frediano a Lucca)





Invece, martedì prossimo 18 novembre, è la festività di san Frediano, vescovo di Lucca, in onore del quale è stata costruita nel medioevo una celebre chiesa, tra le più belle della Toscana.




Ebbene, per la sua collocazione nel calendario, quando ormai comincia a far freddo in molti luoghi, ha dato luogo a diversi proverbi fra cui questo ormai fuori moda:




"I denti della vecchia San Fredian l'aspetta", dicono i lucchesi, perché il in molti luoghi il freddo faceva battere i denti soprattutto ai vecchi che sono più freddolosi e non avevano i denti ben saldi.



Ma si dice anche che : "Per San Frediano la neve al monte e al piano".



E allora, cosa fare per combattere il freddo in arrivo? Preparare una buona zuppa, molto calorica e nutritiva, a base di castagne. Non dimentichiamo che un proverbio ci consiglia: "castagne e vino per San Martino"



E poi devo compiere la promessa fatta a voi e anche ai miei ascoltatori di domenica scorsa, quando nella mia consueta rubrica su Radiodue "Che bolle in pentola? ho dato la ricetta che ora vi propongo come piatto unico.




"ZUPPA DI CECI E CASTAGNE DEI MONTI CIMINI"


Nei Monti Cimini, che si trovano nell'Alto Lazio, nella provincia di Viterbo, in autunno le castagne lasciano cadere i frutti lungo i sentieri, e una volta i pellegrini che sceglievano di attraversarli per andare verso Roma, potevano raccoglierle e mangiarle arrostite nei fuochi accessi lungo la strada.

Ma a San Martino al Cimino, nel bellissimo monastero cistercense del XII secolo, i frati preparavano questa squisita zuppa di ceci e castagne.



Per 4 persone: 300 g di ceci a mollo per una notte intera
200 g di castagne lessate e sbucciate
1 spicchio d'aglio
1 cipollina
2 foglie alloro
olio d'oliva
sale, pepe
brodo






In una pentola insaporire l'aglio e la cipolla tagliati a fettine con 3 cucchiai d'olio extravergine d'oliva (quello del luogo, di Canino o di Montefiascone è ottimo), aggiungere i ceci scolati, unite 2 litri d'acqua, il sale, un mestolo di brodo e le foglie di alloro.

Lasciare cuocere per 1 ora a fuoco lento e con il coperchio. Aggiungere infine le castagne fresche lessate e sbucciate (o le cosiddette "mosciarelle" - le castagne secche - ma preventivamente ammollate. Levare le foglie di alloro e terminare la cottura finché il tutto sarà tenero e denso. Servite la zuppa ben calda con un rametto di rosmarino dei Cimini.

L'accompagnamento del Vino Novello è d'obbligo in questo periodo!



(Monastero cistercense di San Martino al Cimino)


Ma torniamo ai Monti Cimini della Tuscia, dove ho passeggiato ogni autunno per dieci lunghissimi anni raccogliendo le castagne che cadevano a terra in questo periodo: ebbene fu proprio uno dei secolari castagneti di questi bellissimi monti del viterbese il protagonista dell'originale scherzo giocato da donna Olimpia Pamphili all'illustre cognato, papa Innocenzo X.







Ve lo racconto.





(Busto di Donna Olimpia Maidalchini; Alessandro Algardi)



"Era una bella settimana di fine ottobre del 1653 quando donna Olimpia, principessa di San Martino al Cimino per volontà del Papa, che restaurò completamente, così come era stata la fautrice della bellissima piazza Navona di Roma, come oggi l'ammiriamo, con le opere del Bernini e del Borromini, partì alla volta delle sue terre per preparare una degna ospitalità al Pontefice: lo aveva convinto a lasciare Roma per qualche giorno nella certezza che l'ottimo clima della zona lo avrebbe rimesso in salute guarendolo di ripetuti attacchi di gotta di cui soffriva ormai in modo quasi cronico.


Papa Innocenzo X, come in tante altre occasioni da quando era salito al trono di San Pietro nel 1644, si lasciò convincere dalla vedova del fratello Pamphilio e, ora in carrozza, ora in lettiga, impiegò due giorni per percorrere la pittoresca via Cimina che da Roma porta tuttora a Viterbo attraversando gli omonimi monti.


La comitiva guidata da donna Olimpia si fermò a far merenda al Barco, nella villa La Maidalchina, così detta perché era appartenuta al fratello di Olimpia, il marchese Andrea Maidalchini: in quel luogo incantevole, che esiste ancora oggi sebbene abbia perso l'antico splendore, Innocenzo X sembrò dimenticare i suoi malanni e riacquistare la vigoria di un tempo.

Il Papa scherzava e rideva.

E si divertì moltissimo con la bonaria burla che sua cognata gli aveva preparato: mentre passeggiava fra i viali dei bei giardini all'italiana che contornavano la principesca villa riccamente affrescata - di cui si dice che fosse seconda in bellezza soltanto alla villa Lante di Bagnaia! - le guardie svizzere che lo accompagnavano scossero un albero di castagno da cui caddero "caldarroste" che Donna Olimpia aveva fatto nascondere dentro i ricci!








Il Papa finse di credere al prodigio e gustò volentieri le dolcissime castagne dei Monti Cimini.











E... E vissero tutti felici e contenti!



sabato 8 novembre 2008

LA FESTA DI SAN MARTINO I: L'OCA





Martedì prossimo, 11 novembre, è la Festa di San Martino, vescovo di Tours nel IV secolo, uno dei santi più celebri fin dal Medioevo perché a lui sono connessi tanti detti, proverbi, riti, usanze e tradizioni gastronomiche in molti luoghi dell'Europa.


Patrono di Belluno, è venerato in tutta l'Italia dove visse in varie città: da bambino, a Pavia, perché suo padre militare vi era stato trasferito; poi, ormai monaco, in un eremo alle porte di Milano; e infine sull'isola Gallinaria in Liguria prima di trasferirsi definitivamente nelle Gallie dove morì ottantenne l'11 novembre dell'anno 397.




Ma chi era san Martino?










La risposta la potete trovare in tanti libri oppure anche nei motori di ricerca di internet, ma una sua biografia connessa alle tradizioni popolari della sua festa, e dalla quale sto traendo molte delle notizie che vi do, si trova nel libro di mio marito Alfredo Cattabiani, "Santi d'Italia": ormai un "sempre verde", molto adoperato nelle scuole, che la Rizzoli ripubblica continuamente dal 1993, quando vinse il celebre Premio Estense di Ferrara.







Ebbene, san Martino, protettore dei soldati, nacque nell'antica Pannonia (ai confini dell'Ungheria con l'Austria) con il destino segnato: fare il soldato come suo padre che lo chiamò Martino in onore del dio della guerra Marte.


Molto presto fu infatti avviato alla carriera militare, durante la quale si verificò uno degli episodi più noti della vita del Santo raffigurato in moltissimi dipinti e sculture.





Si racconta che in una notte d’inverno, mentre Martino era di ronda, incontrò un povero viandante che soffriva il freddo, e non avendo denaro da dargli, tagliò a metà il proprio mantello affinché il mendicante avesse qualcosa con cui coprirsi. Perciò divenne il protettore dei pellegrini.




Martino passò quasi venti anni nell’esercito e, dopo aver ricevuto il battesimo decise di congedarsi per divenire monaco. Fu poi ordinato diacono e infine prete.


Viaggiò a lungo predicando il cristianesimo, convertì i pagani errando per terre lontane fino a che un giorno si fermò in Francia, nei pressi di Poitiers, dove fondò un monastero.


La sua popolarità crebbe di giorno in giorno finché, per volontà popolare, Martino venne ordinato vescovo di Tours cosicché potesse continuare con maggiore efficacia la propria opera di evangelizzazione.


Dopo anni di frenetica e febbrile attività il Santo si spense a Contade, ma il suo corpo fu portato lungo la Loira fino al cimitero di Tours, dove ebbe sepoltura in un’umile tomba che presto divenne meta di incessanti pellegrinaggi, come fosse San Pietro a Roma o Santiago di Compostella: al suo monastero di Tours arrivavano i fedeli in massa per chiedere la guarigione di ogni tipo di malattia.


Ma san Martino divenne ancora più popolare per la collocazione della sua festa nel calendario che coincideva con la fine delle celebrazioni del Capodanno dei Celti -Samuin - che cadevano proprio nei primi dieci giorni di novembre.


Quella festa pagana era ancora viva nell'VIII secolo e siccome Martino fu fin dal primo medioevo il santo più popolare d'Occidente la Chiesa pensò bene di cristianizzare i festeggiamenti celtici trasferendo le varie usanze sulla festività di San Martino.


Perciò la festa di San Martino divenne una sorta di capodanno: in Italia, fino al secolo scorso,l'11 novembre cominciavano le attività dei tribunali, delle scuole e dei parlamenti; si tenevano elezioni e in alcune zone scadevano i contratti agricoli e di affitto. Tuttora in molti luoghi si dice infatti "far San Martino" all'atto di traslocare o sgomberare.


E, così come i Celti festeggiavano il Samuin banchettando, il giorno di San Martino trascorreva anche nell'ingorda letizia delle tavole colme di ogni ben di Dio, sicché tuttora la figura del Santo è sinonimo di abbondanza: "Ce sta lu sante Martino", dicono in Abruzzo quando in una casa non mancano le provviste.


Ippolito di Cavalcanti, duca di Buonvicino, scriveva nel 1847 a proposito della festa del santo a Napoli: "Cheste è chella bella Jornata di San Martino c'a Napole, e me credo pe tutto lo Munno, se fa na grosa festa; e grazia de chesta sollennità, a dove echiù, a dove meno, se fa lo grande pranzo...".

Il giorno di San Martino era anche tempo di baldoria, favorita dal vino "vecchio" che proprio in questi giorni occorre finire per pulire le botti e lasciarle pronte per la nuova annata: in Romagna affermano infatti che "Par Sa' Marten u s'imbariega grend e znèn", per "San Martino s'ubriaca il grande e il piccino". Oppure : "Per San Martino si spilla il botticino"; e ancora, "Per San Martino cadon le foglie e si spilla il vino".


Ma scorre a fiumi anche il vino novello, perché "Per San Martino ogni mosto è vino".
Vi ricordate infatti la celebre poesia del Carducci, intitolata proprio “San Martino” che descrive la Festa del suo paese, chiamato poi in suo onore Castagnetto Carducci:


La nebbia agli irti colli
Piovigginando sale,
E sotto il maestrale
Urla e biancheggia il mar;
Ma per le vie del borgo
Dal ribollir de' tini
Va l'aspro odor de i vini
L'anime a rallegrar.


Ma con il vino i padani consigliano di mangiare le castagne e l'oca: "Per San Martino castagne, oca e vino!".

Un'usanza, quella di mangiare l'oca, da rispettare per avere fortuna, come ci ricordano i Veneti: "Chi no magna l'oca a San Martin nol fa el beco de un quatrin!".


Ma perché l'oca viene mangiata per la Festa di San Martino?




La tradizione si ispira a una leggenda.


Era l'anno 371 quando san Martino venne eletto per acclamazione vescovo di Tours in Francia, lui però si nascose in campagna perché preferiva continuare a vivere come semplice monaco.

Ma un storno di oche rivelò con le sue strida il nascondiglio del santo agli inseguitori e così dovette accettare e diventare il grande vescovo che è stato.


Un'altra interpretazione più sensata afferma invece che siccome le oche selvatiche migrano verso sud all'approssimarsi dell'inverno, ai primi di novembre è facile cacciarle e dopo, naturalmente, cucinarle.

Forse perciò si afferma che : "Oca e vino tieni tutto per San Martino".

In ogni modo la scelta del grasso volatile come cibo tipico della festa di San Martino non è casuale perché dietro la popolare usanza gastronomica si celano vestigia di antiche credenze religiose che deriverebbero dalle celebrazioni del Samuin Celtico: l'oca di san Martino sarebbe dunque una discendente di quelle oche sacre ai Celti, simboli del Messaggero divino, che accompagnavano le anime dei defunti nell'aldilà.


Perciò in tutti i Paesi dove la religione celtica era più radicata vi è la consuetudine di mangiare l'oca proprio in questi giorni, a partire dal giorno di Ognissanti, come ci rammentano alcuni versi del Tassoni:

E il giorno di Ognissanti al dì nascente
ognun partì de la campagna rasa
e tornò lieto a mangiar l'oca a casa.


In Boemia, non solo si mangia l'oca per San Martino, ma se ne trae l'oroscopo per l'inverno: se le ossa sono bianche, l'inverno sarà breve e mite, se scure è segno di pioggia, neve e freddo.


Gli svizzeri, l'11 novembre, la mangiano ripiena di fette finissime di mele; mentre in Germania la si riempie di artemisia profumata, mele, marroni glassati col miele, uva passita e le stesse interiora dell'animale. Dicono i tedeschi che l'oca perché sia veramente buona deve provenire dalla Polonia o dall'Ungheria, fra l'altro la patria di san Martino che era nato nell'antica Pannonia


In Italia i pranzi a base d'oca nei giorni di San Martino, sono tipici soprattutto del nord, Friuli, Veneto, Lombardia e Romagna.

Come ad esempio accade nell’antica "Sagra dell'Oca" di Morsano al Tagliamento, in provincia di Pordenone: per la “Cena di San Martino” viene servito un intero menù a base d'oca.

Mentre in provincia di Pavia, a Mortara, detta "la città dell'oca" c'è persino un salame d’oca detto anche “salame ecumenico”, perché d’origine ebraica, prodotto con il metodo Kascher.

La ricetta tipica della Padania più diffusa per San Martino è il "bottaggio", simile alla "casoeuola" lombarda: nell'oca così preparata la freschezza e la fragranza della verza attenua l'intensità del suo sapore un po' dolciastro.


Una curiosità: nella cucina tradizionale romana non vi sono ricette per cucinare l'oca, forse per ancestrale riconoscenza dei Romani verso questi volatili, simbolo di fedeltà e vigilanza. D'altronde le oche che sorvegliavano il tempio della dea Giunone al Campidoglio riuscirono a salvare il colle dall'invasione dei Galli nel 390 a.C. dando l'allarme con le loro strida!

E per finire questa carrellata di usanze legate alla festività di San Martino, una curiosità: una volta per la festa di San Martino si svolgeva la fiera più importante di animali con le corna, mucche, buoi, tori, capre, montoni.


Perciò la fantasia popolare ha assurdamente promosso san Martino a ironico patrono dei mariti traditi, come ricordano alcuni proverbi: "Per San Marten volta e zira, tot i bech i va a la fira", "per san Martino volta e gira, tutti i becchi vanno alla fiera", sostengono i romagnoli; mentre i romani affermano che : "Chi cià moje, tie' pe' casa San Martino"!


E proprio al ritorno di quelle fiere i mariti "cornificati" venivano braccati, derisi e cacciati da turbe di ragazzi.

La "caccia al becco" (Alfredo Cattabiani "Lunario", Mondadori) era un'usanza simile a quella del capro espiatorio. Secondo la mentalità dell'epoca il marito tradito si era macchiato di una colpa grave poiché l'adulterio della moglie era considerato un segno di debolezza dell'uomo, di incapacità a controllare la consorte; sicché il "becco" doveva subire una scherzosa persecuzione rituale.


A Nepi, nella provincia di Viterbo, nella Tuscia, l'11 novembre, ma anche a Ruviano (Caserta), in Abruzzo e in altri luoghi ancora, sfilano infatti per le vie del paese, in una carnascialesca processione profana, molti giovani portando come trofeo delle corna di cervo che si passano l'un l'altro in un rito apotropaico che dovrebbe scongiurarle: durante la caccia rituale il marito "colpevole" veniva identificato con il cervo dalle grandi corna, preda per eccellenza dei cacciatori!


(Festa dei Cornuti per San Martino a Ruviano, Caserta)
E una ricetta tipica per la festa di San Martino quale sarebbe?
Ad esempio la "Zuppa di ceci e castagne" che ieri ho descritto nella mia rubrica di Radiodue "Che bolle in pentola?".
Ve la darò prossimamente: è una promessa della "Cuoca Itagnola"

mercoledì 5 novembre 2008

INDOVINA CHI VIENE A CENA? IL PRESIDENTE OBAMA!




La cuoca itagnola, che oggi si sente "amerignola", gioisce per la vittoria di Barack Obama.








Inoltre la cuoca amerignola confessa che questa mattina ha pianto.












Ha pianto verso le cinque quando, dopo aver messo la sveglia all'alba per non perdersi i risultati in diretta delle elezioni americane, la vittoria di Obama era certa.



Che volete, lei è così, una che piange per ogni cosa che la commuove...



E questa mattina, davanti alle lacrime degli americani di colore, e non solo, non ha potuto trattenere le sue.




E ha pensato che la SPERANZA in un mondo senza barriere etniche aumenta.





VIVA LA DEMOCRAZIA AMERICANA!

martedì 4 novembre 2008

CHURROS: RICETTA PER UN GIORNO AUTUNNALE DI PIOGGIA


Non so voi, ma personalmente nelle giornate autunnali, come quella di oggi, di lenta pioggia, con il cielo grigio e l'odore di terra bagnata che penetra dalle finestre, mi sovviene una grande voglia di quei cibi dell'infanzia che, di solito, le mamme preparano per tenere i bambini buoni in casa: almeno le mamme di una volta, come la mia.

Oggi, ad esempio, mentre tento di farmi venire l'idee per un articolo che dovrei scrivere per la rivista "Cinquanta & Più" con la quale collaboro da quando avevo trent'anni, mi è invece venuta una grande voglia di churros.


Cosa sono i "churros"?


Eccoli, sono queste frittelle della foto qui sotto.





Ma i churros, specialmente quando si comprano fuori casa, nelle tipiche friggitorie dette "churrerias", possono essere anche così, come una infinita spirale piena di buone promesse gustative:




Una spirale, che, come nel Gioco dell'Oca, ha un tesoro nel centro: si chiama popolarmente "la porra", ed è quella protuberanza con la quale colui che prepara i churros, cioè il "churrero" inizia a friggere la lunga e magica spirale.



La morbida "porra" era oggetto di litigi fra noi fratelli quando la domenica mattina la mamma comprava i churros, nella churreria sotto casa, per la prima colazione:
- Oggi tocca a me, tocca a me. Dicevamo tutti quasi in coro ansiosi di ottenere l'ambita "porra".


E mi madre era costretta organizzare in fretta una sorta di "riffa" o sorteggio il cui premio era "la porra"


E a proposito di sorteggio: quando invece mia madre preparava i churros in casa per la merenda questa era quasi sempre accompagnata del gioco della Tombola, oppure di monopoli.

Ma ora bando ai ricordi ed ecco la ricetta, semplice semplice dei tipici churros caseros , cioè quelli fatti in casa.

Ingredienti:
1 l d'acqua
1/ k di farina 00
sale
olio per friggere
una churrera come quelle delle foto qui sotto o una tasca da pasticcere con una bocchetta a stella





(churrera di alluminio)














(churrera moderna di plastica)




In una pentola capiente far bollire l'acqua leggermente salata.
Quando l'acqua sarà bollente gettatevi dentro, di colpo, tutta la farina e mescolare energicamente con un cucchiaio di legno sino a quando non otterrete un impasto mediamente omogeneo e morbido che lascerete intiepidire: se fosse troppo duro aggiungete un po' d'acua caldissima.
Nel frattempo scaldare l'olio in una padella molto profonda o in una friggitrice.
Introdurre un po' dell'impasto nella churrera o, in sua mancanza, in una tasca da pasticcere con la bocchetta a stella.
Premere e, mano a mano che l'impasto esce per circa una ventina di centimetri, afferrare con le dita l'estremità inferiore e unirla a quella superiore formando una ciambellina.
Ci vuole molta velocità per fare queste operazioni, perché ogni "churro" dovrà essere fatto cadere subito nell'olio bollente per friggerlo; ma fateli pochi per volta per evitare che vi si brucino.
Il segreto principale dei churros è che devono essere fritti in abbondante olio molto caldo.
Appena saranno dorati, ritirarli con l'apposita paletta e adagiarli sulla carta assorbente per sgocciolarli bene.
E poi mangeteli caldi, caldi.
Come vedete sono semplicissime frittelline di farina e acqua: infatti da noi si chiamano anche "masa frita".

Ma quel che conta è l'accompagnamento: con lo zucchero sopra, inzuppati nel latte caldo per i più piccoli, nel caffè latte per la prima colazione e, soprattutto - bontà delle bontà - con la cioccolata calda!







Insomma, questa è la merenda tipica di noi sivigliani in quelle giornate autunnali, come quella di oggi, di lenta pioggia, con il cielo grigio e l'odore di terra bagnata che penetra dalle finestre...



Come dite? Che i churros ingrassano? Certo che ingrassano!



Ma anche i sogni e i ricordi "ingrassano" la mente di cose buone...





Specialmente quelli dell'infanzia.





sabato 1 novembre 2008

ASSENZA PIU' ACUTA PRESENZA...




2 NOVEMBRE : COMMEMORAZIONE DEI DEFUNTI






Assenza,
Più acuta presenza.
Vago pensier di te
Vaghi ricordi
Turbano l’ora calma
E il dolce sole.
Dolente il petto
Ti porta,


Come
Una pietra
Leggera.



(Attilio Bertolucci)









E per te mamma e per te Angelo e per te Sylvana De Riva e per tuti i cari la cui presenza è sempre acuta, questi crisantemi, simbolo della rinascita.










("Crisantemi" di Claude Monet)