giovedì 30 ottobre 2008

DONNA LAPIDATA : CRONACA DI TUTTI I TEMPI












CRONACA DEL PRIMO SECOLO DOPO CRISTO


Accadde in Palestina: Donna accusata di adulterio condannata alla lapidazione

(dal Vangelo di san Giovanni 8,3-11)



« Gli Scribi e i farisei gli condussero una donna sorpresa in adulterio, la posero nel mezzo, bene in vista, e gli dissero:



-Maestro, questa donna è stata colta in flagrante adulterio. Ora Mosè ci ha ordinato nella legge che tali donne siano lapidate: Tu che ne pensi?


Parlarono così per tendergli un'insidia e aver poi un pretesto per accusarlo. Ma Gesù si chinò e col dito si mise a scrivere in terra. E poiché quelli insistevano, egli alzò il capo e rispose:



- Chi di voi è senza peccato scagli per primo la pietra contro di lei.



Poi si chinò di nuovo e continuò a scrivere in terra.





("Cristo e la adultera"; Illustrazione di Paolo Cribadda per la Bibbia; edizioni Paoline)



Udite queste parole, se ne andarono tutti, uno dopo l'altro, cominciando dai più vecchi.

Rimasero soltanto Gesù e la donna che continuava a stare lì, in piedi.


Allora Gesù, alzatosi, le chiese:



-Donna, dove sono i tuoi accusatori? Nessuno ti ha condannata?


Rispose la donna:


-Nessuno, Signore.


Le disse Gesù:


-Neppure io ti condanno, va e non peccare più »








CRONACA DEL VENTUNESIMO SECOLO DOPO CRISTO


Accadde in Somalia: Donna accusata di adulterio condannata alla lapidazione

(dai giornali del 28 ottobre 2008)





La giovane donna, Asha Ibrahim Dhuhulow, col capo coperto da un velo verde e una maschera, è stata condotta sul luogo del supplizio dove è stata infilata in una buca fino al collo.

Per tre volte i suoi carnefici l’hanno tirata fuori per verificare se fosse morta.


E quando i parenti furenti si sono scatenati, le guardie hanno aperto il fuoco e un bimbo è rimasto ucciso...




Asha Ibrahim Dhuhulow è stata sepolta fino al collo e lapidata fino alla morte per 50 uomini, davanti agli sguardi di centinaia di persone su una importante piazza di Chisimaio, città portuale in Somalia meridionale.






Asha Ibrahim Dhuhulow aveva solo 23 anni, ma un tribunale fondamentalista delle deposte Corti islamiche aveva ordinato la macabra esecuzione.










BASTA!!!!!!!!!!










Dove eri Gesù?


lunedì 27 ottobre 2008

DOLCE DI PANE ALLA MERINGA DI NONNA ADELA


La Cuoca Itagnola mantiene le promesse sempre.
O quasi sempre ...



E siccome ho promesso ai miei ascoltatori di Radiodue, di domenica scorsa la ricetta del “Dolce di pane alla meringa”, eccola fra qualche rigo.

Prima però una premessa.

Questo dolce che, oltre ad essere buonissimo, è molto economico e facile da preparare, sarebbe in realtà una sorta di “Bread pudding” inglese rivisitato dalla mamma della mia carissima amica del cuore, Pilar, che conosco da quando andavamo alle medie tutte e due a Siviglia.
Sua madre, nonna Adela per tutti, era vissuta per molti anni nella cittadina andalusa di fronte a Gibilterra: Algeciras, culla del magistrale chitarrista flamenco Paco de Lucia.

Ebbene, siccome Gibilterra è proprietà degli inglesi da decenni e decenni, da quelle parti gli andalusi hanno ormai alcune delle loro abitudini, come ad esempio l’immancabile appuntamento con “Il the delle cinque”.

Appuntamento che nonna Adela, andando a vivere a Siviglia con numerosa prole (sette figli!), fra cui la mia cara amica, aveva però trasformato in una merenda-cena dove il the era soltanto il liquido che serviva per mandare giù una grande tavolata piena di ogni ben di Dio che lei preparava: biscotti, tartine con diversi tipi di paté, fette di pane caldo con burro e marmellate fatte in casa, frittatine ripiene, salumi vari, prosciutto, ecc.
Ma soprattutto non mancava mai quel che più mi piaceva: il “bread pudding” rivisitato, ovverosia il dolce di pane con meringa!

A quelle favolose merendone, che nonna Adela ha preparato finché è vissuta, oltre 90 anni, eravamo invitati ogni giorno gli amici dei rispettivi sette figli, presenti per caso o, come me, che si “facevano trovare per caso a quell’ora”…
Raramente infatti sono mancata: avevo sempre compiti da fare con la mia amica o appunti da scambiare quando ormai andavamo Pilar e io all'Università, o tante altre scuse per rimanere fino all’ora del the” di nonna Adela.

Non avrei mai potuto rinunciare al mio dolce preferito!

Ecco dunque la ricetta.
Ingredienti:
Pane raffermo q.b.
1 litro di latte
2 uova
4 cucchiai di zucchero
1/2 limone
un po’ di cannella in polvere
uvetta
prugne secche
marmellata di qualsiasi tipo (meglio se fatta in casa)
Preparazione:

In una casseruola si versa il litro di latte e si aggiunge del pane raffermo - circa tre grandi fette a pezzetti – 2 cucchiai di zucchero, la scorza grattugiata di mezzo limone, un pizzico di cannella. Si lascia bollire piano piano, rimestando per evitare che si bruci: deve diventare una crema.

Si lascia intiepidire e si aggiungono i 2 tuorli delle uova, l’uvetta preventivamente ammollata in acqua tiepida e asciugata, pezzettini di prugne secche o altri frutti secchi che in genere si hanno in frigo. Si mescola tutto benissimo.
Poi si versa in uno stampo imburrato rettangolare (come quello del plum cake) oppure tondo e alto, come quelli dei budini.S’inforna a 180° circa per una mezzoretta: finché il ferro da calza infilato ne esce pulito.

Nel frattempo si montano “a neve” molto ferma i 2 albumi delle uova e s’aggiunge gli altri 2 cucchiai di zucchero: il tutto deve avere la consistenza delle meringhe.









Quando il dolce è cotto, si copre di una cappa di marmellata sulla quale spalmiamo la meringa. S’inforna di nuovo, ma soltanto con il grill, e si lascia finché quest’ultima non diventa dorata.






Lasciare raffreddare bene in frigo e servire il dolce tagliato a fette: è squisito, non sembra assolutamente di pane e se proprio volete raggiungere la perfezione, irrorate le fette con della salsina di caramella calda e leggera.



Ai bambini golosi, come l'ero io, questo dolce piace tantissimo: preparatelo insieme con loro!

giovedì 23 ottobre 2008

ARROZ EN AMARILLO CON POLLO Y PIMIENTOS DI MIA MADRE

La prima volta che ho preparato questo tipico piatto , “el arroz en amarillo con pollo y pimentos” (risotto giallo con pollo e peperoni), avevo circa undici anni e sostituivo in cucina mia madre che era in ospedale.


Doveva partorire l’ultimo dei mie fratelli, il quinto figlio.








La data prevista era per metà settembre, sicché a fine agosto mia madre aveva dato qualche giorno di vacanza alla nostra tata - Palmira era il suo nome - per andare a trovare la nonna malata nel suo paese, a pochi chilometri da Siviglia.



La scuola non era ancora cominciata ma mia madre stava abbastanza bene e si sentiva in grado di badare ai due più piccoli, anche perché io le avrei dato una mano, e il più grande dei mie fratelli era in campagna con i nonni materni.




Ma…
Ma il primo settembre, di primo mattino, così, senza preavviso, mia madre cominciò ad avere le prime doglie e mio padre dovette portarla subito in ospedale con la nostra vecchia Peugeot.



Mia madre era disperata: tutta la famiglia era in vacanza, lontana dalla calura sivigliana, gli zii, i nonni! Chi avrebbe badato ai due piccoli? Uno aveva allora sette anni e l’altro appena tre. E chi avrebbe preparato i pasti?




Mio padre, che doveva ricominciare a lavorare il giorno dopo fino al primo pomeriggio, tentò di rintracciare qualche donna ma dopo tante ricerche nel nostro quartiere ancora deserto, con i negozi per la maggior parte chiusi per ferie, riuscì a trovare soltanto una ragazza molto giovane – la nipote del portiere - per fare le pulizie più urgenti e stare con noi fino al suo ritorno per il pranzo. Ma, avvertì subito la ragazzina, non sapeva assolutamente cucinare!



-Papà, non preoccuparti, ci penso io – gli dissi, vedendolo affranto – ho imparato qualcosa aiutando la mamma in cucina. Vedrai come sono brava.



Ed ero proprio convinta di quel che gli dicevo:
- Ho visto tante volte la mamma cucinare che ormai sono in grado di fare tutte le sue ricette - pensavo…





(In campagna dal nonno:
mia madre, due dei miei fratelli e io, la futura cuoca itagnola)




E siccome non mi sono mai arresa davanti alle difficoltà, la mattina di quel fatidico 2 settembre, dopo che mio padre era andato via ed era arrivata la ragazzetta e mentre lei badava ai mie fratellini, io cominciai la mia prima volta in cucina da sola!

- Che fare, che non fare? Mi domandavo davanti alla dispensa, dove mia madre teneva le numerose provviste per una famiglia numerosa come la nostra.




Riso? Patate? Ceci? Fagioli? Lenticchie?




Quelli sono gli ingredienti dei “primi” spagnoli: la pasta, rigorosamente allora di grano tenero e dunque assolutamente collosa, non c’era.
Soltanto la domenica qualche volta mia madre preparava per noi bambini i cannelloni ripieni di carne e li acquistava già confezionati, soltanto da riempire.



-Che fare dunque? Mi buttai sul risotto pensando fosse la cosa più facile… Infelice me!
-Ma come lo potevo preparare?



Mi venne in soccorso la “massima” di mia madre ereditata da mia nonna: “in cucina non si butta niente; con gli avanzi si può confezionare un intero pranzo”.



Aprii il frigo sicura di trovare qualcuno di quegli “avanzi” che ogni giorno mia madre metteva via.



Il pollo con i peperoni! C’erano i resti del pollo con i peperoni del pranzo di due giorni prima! Prima che mia madre fosse andata a partorire quell’inopportuno dell’ultimo dei mie fratelli!



- Perfetto - pensai - preparerò uno dei piatti che più ci piacciono a tutti, uno dei cavalli di battaglia di mia madre: “el arroz en amarillo con pollo y pimentos”.

Che ci voleva, dunque?

Riso. Eccolo.
Zafferanno in polvere per il colore giallo. Eccolo.
Pollo con i peperoni. Eccolo: avanzato, ma buono ancora.



Mio padre doveva rientrare per le 15, l’ora in cui normalmente si pranza a Siviglia: erano le 13, potevo cominciare a preparare quel mio primo risotto.



-Vediamo - dissi a me stessa dopo che avevo messo il grembiule, “la prima cosa che deve fare una cuoca”, mi diceva sempre mia madre - la mamma soffriggeva con un po’ d’olio d’oliva aglio, pomodori e poi il pollo.

Ma tutto questo già era stato fatto; perciò, pensai, basta mettere nel tegame il pollo con i peperoni e aggiungere il riso.



E quello feci. E mentre il profumo del pollo riscaldato inondava la cucina mi sentivo una vera “ama de casa”, una casalinga in erba perfetta! Era tutto così facile!



Nella stanza accanto sentivo i mie fratellini giocare, litigando per qualcosa, mentre la nipote del portiere gridava. Ma io ero beata, veramente soddisfatta di me, della mia bravura in cucina: mio padre non immaginava nemmeno cosa gli aspettava per pranzo…



E mentre sognavo gli applausi e gli evviva di tutta la mia famigliola e poi le lodi della mamma quando tutti le avrebbero raccontato della mia bravura, giravo e giravo il riso che nel frattempo avevo coperto d’acqua calda, salato e colorato di giallo – forze un po’ troppo - ma così sarebbe stato ancora più saporito.



E mentre giravo e sognavo e aggiungevo continuamente acqua calda al riso, arrivò mio padre.

Il tempo era volato in fretta: quasi due ore da quando avevo cominciato a cucinare i mio risotto allo zafferano!



La tavola era già apparecchiata, i bimbi erano seduti con le mani pulite e tutti erano affamati. E mio padre domandava:



- Che profumino: cosa ci hai preparato?
-Vedrai, vedrai – risposi con aria da “vera mamma”.


Portai trionfante a tavola il tegame di terracotta dove avevo cucinato direttamente il risotto, proprio come faceva mia madre: lo avevo persino ornato con delle foglioline di prezzemolo tritato.

- Arroz en amarillo con pollo y pimentos! - Dissero tutti quasi in coro, veramente sorpresi.



Cominciai, come una perfetta massaia, a servire il risotto nei piatti, che però, vedevo che rimaneva come appiccicato al cucchiaio e dovevo fare un vero sforzo per metterlo sui piatti.



Tutti affondarono le forchette in quella melma gialla dove i chicchi di riso non erano percettibili…



- Pufff, che schifo! Dissero i fratellini all’unisono sputando il mio risotto sul piatto, mentre mio padre, notando il mio volto scomposto, masticava e masticava tentando di mandare giù la massa gialla che aveva in bocca.

- Ma no, è buono, forze un po’ troppo cotto – disse consolatorio, inducendo i piccoli a mangiare ancora.




Troppo tardi e inutilmente: quei due “barbari” stavano già gettandosi l’uno all’altro palle gialle fatte con le cucchiaiate di quel mio primo “arroz en amarillo con pollo y pimientos”, mentre io, la futura CUOCA ITAGNOLA, piangevo sconsolatamente.





Naturalmente, mia madre rise tanto quando mio padre le raccontò tutto e appena ritornata a casa con la nuova creatura che aveva scompigliato la nostra vita, mi disse: - d’ora in poi, la domenica cucinerai con me e ti svelerò tutti i segreti della buona cucina della nostra casa.

E così fu.

Imparai a cucinare presto e con il tempo e ora che mia madre non c’è più su questa terra (era lei la più brava), “el arroz en amarillo”, con ogni cosa che gli si voglia aggiungere, è uno dei miei cavalli di battaglia, così come tutta la lunga serie di piatti andalusi cosiddetti "in giallo" perché colorati con lo zafferano..










IN MEMORIA DI MIA MADRE: UNA GRANDE DONNA E ANCHE BRAVISSIMA CUOCA SPAGNOLA, ALLA QUALE DEVO TUTTO CIÒ CHE SO FARE IN CUCINA.


GRACIAS MAMA’ UN BESO "AMARILLO", GIALLO COME IL SOLE CHE TI SCALDAVA FINO AD UN ANNO FA, DE TU HIJA, LA CUOCA ITAGNOLA.




OGGI 23 OTTOBRE, PRIMO ANNIVERSARIO DELLA TUA "ASSENZA".






giovedì 16 ottobre 2008

SYLVANA DE RIVA: ADDIO CARA AMICA


Sylvana De Riva è morta ieri notte in un ospedale di Roma.








Era una grande donna Sylvana De Riva.








Era una scrittrice e poeta, Sylvana: colta, sensibile, umile.



Era bella, Sylvana De Riva, anche ai suoi 84 anni.



(In copertina Benedetta e Sylvana De Riva-
foto di Elvira De Vico)

Aveva Sylvana il dono dell'eleganza, anche quando indossava abiti donati da qualcuna delle sue tante amiche di Santa Marinella: -Sai, mi spiegava con umiltà-compiaciuta quando lodavo la sua eleganza, - ho fatto anche l'indossatrice da giovane...




Era, la mia cara Sylvana, una forte donna ligure dal cuore fragile, prestata a Santa Marinella, dove aveva scelto di vivere dal 1984, nell'Istituto religioso Stella Maris, dopo che sua madre era morta: dopo tanti anni di continui viaggi e cambiamenti di residenza.



Sylvana De Riva, era il nome d'arte di Sylvana Castagnola: un nome da lei scelto e ispirato dal borgo ligure di Riva Trigoso dove era nata nel 1924 e al quale era rimasta profondamente legata.



(Riva Trigoso, provincia di Genova)







A Riva Trigoso, frazione di Sestri Levante, fabbricano le imbarcazioni e i marinai mangiavano una volta il BAGNUN.





Il BAGNUN è il nome dialettale di una zuppa da pescatori a base principalmente di acciughe, nata nell'ottocento, proprio a Riva Trigoso.








(Il "bagnun" di Riva Trigoso)


Era il piatto tipico della marineria Ligure, che una volta si cucinava, con il bel tempo, a bordo dei leudi, la tipica barca a vela ligure, con un semplice fornello a carbonella; e sebbene siano cambiati i metodi di preparazione, col passare del tempo, il bagnun ha conservato sempre la sua semplicità originaria.



Questo piatto si prepara, ancora oggi, con acciughe freschissime, cipolle rosolate, pomodori pelati, gallette da marinaio a pezzettoni e olio d'oliva extravergine ligure.


Olio leggero, sapiente, delicato, al quale Sylvana aveva dedicato questi versi della sua raccolta intitolata: "Mi sono innamorata degli ulivi della Liguria".


Non è menù del povero
quel succo di vostra spremitura.
Addento pane intriso d’olio
col suo pizzico di sale
e mastico adagio, paga…
non m’asciugo il mento
dove più d’una goccia lucida
disegna e sbava.


Con questo olio ligure fin dagli anni 50, a luglio, si prepara a Riva Trigoso la zuppa di acciughe della Sagra del Bagnun.




Me lo aveva raccontato Sylvana, quando mi parlava della sua bella terra: ci univa, fra tante altre cose, l'amore per Sestri Levante e per l'Andalusia, dove aveva anche soggiornato più volte nella sua avventurosa vita.


Della mia terra andalusa Sylvana amava il flamenco, i poeti, i colori, il caldo, la paella: ma non l'olio, "che -diceva anche in versi- a quello ligure toglie mercato...



Scoprii ulivi contorti
peccatori in continuo spasimo
nell’assolata Andalucia
dove l’olio ricavato
(vostro dolore) è acidulo e amaro.


Sylvana mi parlava sempre con entusiasmo e nostalgia della fiabesca Sestri Levante; della la sua baia lodata da Andersen, dove nel 2003 aveva ricevuto l'omonimo Premio Andersen "alla carriera".





(Sestri Levante e la sua baia delle favole)



E a volte, mentre ricordava il passato, le ristrettezze economiche, la ricerca per il mondo del padre-padrone, insieme con la tanto amata madre, rimaneva poi silenziosa e il suo bel volto si ratristava.

E a volte il suo sguardo malinconico e dolce mi rammentava la baia più bella del mondo: la Baia del Silenzio a Sestri Levante che tante volte avevo ammirato con mio marito Alfredo Cattabiani: lui, che tanto aveva amato la Liguria fin da bambino mi aveva insegnato ad amarla.


















(Baia del Silenzio a Sestri Levante)


Certo a Santa Marinella baie così belle non ce ne sono, e Sylvana lo sapeva; e ne aveva perciò tanta nostalgia delle sue.

Ma certi tramonti sui due mari, quello ligure e quello romano, erano ugualmente splendidi...



(Tramonto a Santa Marinella)
(Tramonto a Sestri Levante)
E perciò, per questi tramonti, e per i colori del mare e anche per le molte palme, Sylvana aveva imparato ad amare Santa Marinella. Ma soprattutto per le tante persone che negli anni - 24 anni - l'avevano voluta bene.
Era molto benvoluta Sylvana infatti a Santa Marinella: dalle suore di Stella Maris; dai parroci delle chiese di San Giuseppe e del Carmelo, dalle amiche come me, da alcune vecchie famiglie, da mia madre - la piccola spagnolita - la chiamava, e che aveva conosciuto proprio all'Istituto religioso dove abitava.
Si raccontavano mia madre e lei, parlando in spagnolo -Sylvana lo parlava molto bene, con padronanza - le loro vite, le gioie, i dolori... E ridevano e gioiavano insieme di piccole cose.
E nell'ottobre dell'anno scorso, fino alla fine dei giorni di vita terrena di mia madre, Sylvana è sta vicina alla sua "piccola spagnolita"...

Lei, Sylvana, con il suo eterno bastone, a piccoli passi, con tanto amore e tanta umiltà, percorreva ogni giorno la distanza, non poca, che la separava dal luogo di ricovero di mia madre, per portarle un bacio, una carezza, un cioccolatino...
Lei, un'artista ... così fragile e così forte.
E così sola sempre, senza nessuno della sua famiglia che l'andasse a trovare le molte volte che è stata ricoverata in ospedale, ormai ottantenne...
Ma ogni tanto Sylvana era quasi felice, con le piccole gioie di ogni giorno: a volte, soltanto a volte...
E quando arrivava, la piccola felicità, occorreva tenerla stretta, diceva Sylvana nei suoi versi:
... La felicità grande non è esistita mai.
La piccola, quella che non arriva
a misurar la spanna - che non
fraseggia d'impossibili è anche fedele:
non evapora
se la si tiene stretta.


Qualcuno l'ha definita "scrittrice di fantasia, architetto di immagini d'ambientazione ligure, come nelle raccolte di "Il meglio di Liguria" e "I due liguri"; oppure "progettista di trame semplici e freschissime", come nei suoi primi romanzi: Profili, 1987 e L'agonia del sole, 1989 ambedue pubblicati con Bompiani.




Un vero e proprio "caso letterario" fu quel primo romanzo di Sylvana De Riva, quei "Profili" della sua famiglia ligure, tracciati con dolore e tanta dolcezza, e tanto amore per coloro che lo meritavano quel suo amore.


Era ormai una sessantenne Sylvana De Riva, e viveva a Santa Marinella, quando la Bompiani le pubblicò quel fortunato romanzo che ora, l'anno scorso, ormai introvabile, ha ripubblicato un piccolo editore ligure: Gammarò.






Nel libro, Sylvana parla anche della sua amata terra ligure, come spiega il retro di copertina:

"Siamo di fronte ad un altro interessante quadro della vita della gente della Liguria orientale. In questo caso la narrazione scorre, ricca di particolari autobiografici, tra le scogliere, le spiagge e l'entroterra di Riva Trigoso"




(l'ultima edizione di "Profili")







Quella terra che in autunno profuma di olive, piccole e oscure, che cominciano a cadere dagli antichi ulivi.

Ulivi che Sylvana amava e cantava nei suoi versi:






Mi sono innamorata degli ulivi


Sarà fatto d’ulivo l’albero di trinchetto?
sradicati maciullati piallati
ma sempre al comando generosi
fra le onde mi apparite radicati a terra –
quando terra abitavate vi vedevo,
in sogno e desta, andarvene per mare.

Anche ramoscello benedetto che s’invecchia
appeso al quadro mi riportate,
più che la passione, gli elementi.
Ma a ripensarci, terra e acqua
dilatati, sono passione
che risorge a primavera.




Ma una scrittrice che, come Sylvana de Riva, è nata nella fiabesca Sestri Levante, prima o poi deve anche scrivere fiabe.


Le aveva raccolte in un bel libro intitolato "Tredici Lune", illustrato da Elena Pongiglione e pubblicato nel 2003 dall'editrice ligure De Ferrari.


Di questo delizioso volumetto hanno scritto:

................





Con il libro di favole “Tredici lune” Sylvana De Riva raggiunse il massimo sviluppo di permutazione tra realtà e fantasia grazie a personaggi artificiosi, animali, ambientazioni naturali, ciascuno messo in scena nella finzione di ciò che è o in quella di credersi altro.

Sempre, però, con un profondo senso etico che non dimentica la centralità del bambino come lettore. «Io vivo di incantamenti - aveva detto la De Riva - perché credo che il fanciullo che è in noi vada preservato».


.................
Cara, carissima Sylvana De Riva, la fanciulla che era in te l'hai curata e preservata sempre, nonostante le difficoltà della vita.
Sei riuscita a vivere d'incantamenti, con tanta dolcezza, fierezza, dignità.
Sei riuscita a vivere con l'indispensabile, pochissimo, senza dare l'inutile valore che tutti diamo alle cose materiali.
E il tuo eterno sorriso gentile ed elegante, è stato, è tuttora, una lezione di vita per tutti noi che ti volevamo bene.
Grazie, amica mia.
Ti porterò sempre nel cuore: insieme con la tua "piccola spagnolita".
Ricordi questi versi cara Sylvana? Li avevi scritti qualche anno fa, quando credevi che, dopo l'ennesimo ricovero in ospedale, non avresti più potuto ascoltare il tuo Beethoven...
Memento
di Sylvana de Riva

Sto per partire per l’ultimo viaggio.
Vi prego
che taccia anche il mio Beethoven
e nel silenzio senza lacrime
riditemi il Magnificat.
Ti prometto, cara Sylvana De Riva, che il "tuo Magnificat" ti sarà detto qui, a Santa Marinella, dove tanti ti abbiamo voluta bene e dove, "libera" di farlo, potrai ritornare ogni tanto dalla tua amata Riva Trigoso, frazione dell'altretanto amata Sestri Levante, e dove ora, finalmente, si trova la tua anima.

lunedì 13 ottobre 2008

OGGI E' UN LUNEDI' D'OTTOBRE E MI DOMANDO...




Esiste la felicità?








(Santa Marinella in questi giorni d'ottobre)







Marco Tullio Cicerone diceva:








"Sono felici coloro che non temono nulla, di nulla si dolgono, nulla bramano smodatamente, di nulla scompostamente gioiscono".








E allora?







E allora, forse, perciò oggi, un lunedì d'ottobre, la Cuoca Itagnola, dopo la sua solita passeggiata in riva al mare pensa che non è mai stata felice...









mercoledì 8 ottobre 2008

UNA MELA AL GIORNO...


"Una mela al giorno leva il medico di torno...", afferma un noto proverbio.


Ma ci sono mele che tentano anche di salvare le vite umane: ad esempio quelle dell'iniziativa promossa dall'ASSOCIAZIONE ITALIANA SCLEROSI MULTIPLA (Aism) e dalla UNAPROA, l’unione di produttori ortofrutticoli d’Europa.


Si chiama "UNA MELA PER LA VITA" e l'obbiettivo è quello di raccogliere fondi per sostenere la ricerca contro questa terribile malattia, e perciò proprio sabato 11 e domenica 12 ottobre vengono offerte in 3.000 piazze italiane.




Andate sul sito dell'Aism e troverete quelle più vicine a voi.


Con soli 7 euro ( ma potete donare di più) avrete un sacchetto di ottime mele con le quali farete bene alla vostra salute e a quella degli altri!



D'altronde ora è proprio "il tempo delle mele" perché è il momento della loro raccolta, e ancora hanno il profumo della campagna: mangiata cruda, a morsi, aiuta a combattere la stanchezza, il nervosismo e l’inappetenza; protegge le mucose della bocca e dell’intestino, rinforza inoltre capelli e unghie; e, facilita la digestione (specie dei carboidrati)!


Ed è ben tollerata dai diabetici perché contiene fruttosio, uno zucchero che viene assorbito senza l’intervento dell’insulina; contiene quasi il 2% di fibra, tra le quali spicca la pectina per i suoi innumerevoli benefici. Questa sostanza tiene sotto controllo la glicemia, rallentando e regolando l’assorbimento di zuccheri.


Ah, e chi mangia mele respira meglio. Pare che addirittura i benefici alle vie respiratorie siamo superiori a quelle degli agrumi; oltre che migliorare la respirazione, aiuta l’apparato respiratorio a difendersi dagli attacchi degli agenti irritanti.


Insomma, il proverbio non mente: la mela può essere considerata un farmaco della natura, un rimedio per un notevole numero di problemi di salute.


E poi, pensate, è consigliabile mangiare una mela a fine pasto, andando contro la teoria che la frutta va assunta lontano dai pasti. La mela infatti, non solo ha proprietà digestive, ma grazie alle fibre ed al contenuto di acido ossalico, sbianca e pulisce i denti, “massaggiando” la gengiva: insomma quasi un dentifricio naturale!


E... e ci sono ancora tante cose da dire sulle mele anche in cucina...


Ma ve le racconterò sabato e domenica prossime ( dalle 7 alle 7,30 del mattino -ahimè!)nella mia rubrica radiofonica "Che bolle in pentola?" su Radiodue.


Ah e ci sarà anche una ricetta per i vostri bambini: "MELE ALLA GLASSA DI CIOCCOLATO DEL LUNAPARK"



Non mancate: vi aspetto numerosi.... Nonostante la alzataccia!



domenica 5 ottobre 2008

MOSTACCIOLI DI SAN FRANCESCO E MOSTACHONES DE UTRERA


Quella dei mostaccioli di San Francesco è una storia molto, ma molto interessante accaduta nel XIII secolo...



(Mostaccioli di San Francesco d'Assisi)




I principali personaggi coinvolti sono:
















San Francesco d'Assisi



e






Frata Jacopa de' Settesoli









I luoghi dove si svolge la vicenda sono:


Roma, concretamente l'antico Rione di Trastevere,








(Chiesa di San Francesco A Ripa a Trastevere)




e soprattutto Assisi









Ecco però la storia dei dolci mostaccioli che tanto piacevano a san Francesco.

Si racconta che Jacopa de' Settesoli, nobildonna romana, nata nella Città Eterna nel 1190 in seno ad una illustre famiglia residente a Trastevere. Si era sposata con un ricco signore di Roma, tale Graziano Frangipane e con lui aveva avuto due figli.

Rimasta vedova presto, a soli 27 anni, era stata costretta a diventare l'amministratrice delle molte proprietà del marito fra cui la cittadina di Marino.


Due anni dopo, nel 1219, san Francesco arrivò a Roma per predicare e Donna Jacopa lo conobbe, diventando da quel momento una sua fedele seguace e una sua ottima guida per le vie dell'Urbe.

Da allora, Jacopa de' Settesoli si convertì nella più valida collaboratrice del neonato movimento francescano nella città dei Papi e anche delle Clarisse.


Fu lei ad ottenere dai Benedettini di San Cosimato in Trastevere la cessione dell'ospedale di San Biagio, che divenne il primo luogo romano dei Minori.


Ebbene, nel 1231, immediatamente dopo la canonizzazione di Francesco e per iniziativa della stessa Jacopa de' Settesoli, l'ospedale fu trasformato nel convento di San Francesco a Ripa con annesa chiesa ristrutturata poi nel Seicento: all'interno si trova la cappella di San Francesco che ricalca grossomodo la cella dove dimorò il Santo mentre era a Roma, e che contiene una pietra che il Poverello usava come cuscino.



Jacopa de' Settesoli era talmente attiva e risoluta, da indurre Francesco a chiamarla affettuosamente Frata Jacopa.

La loro amicizia durò fino alla morte del santo, avvenuta la notte fra il 3 e il 4 ottobre del 1226.

Ebbene, fu proprio durante quel suo primo soggiorno romano quando Francesco assaggiò quello che sarebbe diventato il suo perenne "peccato di gola": certi biscotti “boni e profumosi”, diceva il santo, che la stessa Jacopa de'Settesoli preparava e che gli offrì un giorno a casa sua.


Tipici del periodo della vendemmia, erano fatti con la pasta di pane, semi di anice, zucchero, mandorle e mosto d'uva e detti forse per quest'ultimo ingrediente "mostaccioli": ma già nella Roma antica si conoscevano dei biscotti simili con il nome di "mortarioli", a base di zucchero e mandorle pestate nel mortaio...

In ogni modo, sia quale sia l'origine del nome, quei mostaccioli di Frata Jacopa de' Settesoli piacevano talmente tanto a san Francesco da desiderarli anche in punto di morte!




Quando Francesco sentì avvicinarsi la sua ultima ora, volle dettare ad un frate una lettera alla sua cara amica Frata Jacopa, per informarla della sua morte imminente e chiedendole di raggiungerlo alla Porziuncola, portandogli una veste per la sepoltura e candele per il funerale e...quei dolci:





“A donna Jacopa, serva dell'Altissimo, frate Francesco, poverello di Cristo, augura salute nel Signore e comunione nello Spirito Santo. Sappi, carissima, che il Signore benedetto mi ha fatto la grazia di rivelarmi che è ormai prossima la fine della mia vita. Perciò, se vuoi trovarmi ancora vivo, appena ricevuta questa lettera, affrettati a venire a Santa Maria degli Angeli. Poiché se giungerai più tardi di sabato, non mi potrai vedere vivo. E porta con te un panno di colore cenerino per avvolgere il mio corpo e i ceri per la sepoltura. Ti prego anche di portarmi quei dolci, che tu eri solita darmi quando mi trovavo malato a Roma”.


Immediatamente dopo, si udì bussare alla porta della minuscola capanna adiacente la cappella, che fungeva da infermeria: Frata Jacopa, prodigiosamente era già arrivata con i suoi figli.











Per lei, alla Porziuncola, fu tolta la clausura, che non era mai stata soppressa nemmeno per santa Chiara: Jacopa fu l’unica donna presente al “transito” del Santo.




(la Porziuncola all'interno della Basilica di Santa Maria degli Angeli)


Jacopa aveva portato tutto ciò che Francesco le aveva chiesto inclusi i dolci tanto desiderati: dolci che da quel momento divennero i tipici “mostaccioli d'Assisi”. E ancora oggi si usano fare nei monasteri, specialmente in quelli delle Clarisse.



Ma oltre a questi dolci francescani, ci sono altri tipi di mostaccioli in molti luoghi dell'Italia: quasi tutti impastati con il mosto d'uva: in Sardegna, in Abruzzo, in Calabria, ecc...


(Mostaccioli sardi)









(Mostaccioli di Scanno in Abruzzo)


(Mostaccioli calabresi)




Insomma, i mostaccioli ci sono un po' ovunque perché probabilmente derivano dall'antica usanza di preparare biscotti a base di mosto nel periodo della vendemmia e della preparazione del vino.



Proprio quello in cui ci troviamo, come afferma il proverbio: "Ottobre: vino e cantina, da sera a mattina".



Invece non hanno il mosto fra i suoi ingredienti i celebri mostaccioli andalusi tipici della cittadina di Utrera, situata a una trentina di chilometri da Siviglia e culla di grandi interpreti del Flamenco, fra cui la celebre Bernarda de Utrera che gli intenditori conoscono bene.




(Utrera di notte)




Si chiamano "Mostachones de Utrera" (si legge mostaciones) e probabilmente la ricetta base fu introdotta dalle Clarisse, che fral'altro in Andalusia sono fra le tante monache che custodiscono le antiche ricette dei cosiddetti "Dolci dei Conventi" e che vengono venduti attraverso la ruota nella mia città.

"Ave Maria Purissima", dice dall'altro lato della ruota la suora quando qualche cliente chiama al campanello.

"Senza peccato concepita", rispondono i sivigliani rispettosi; mentre altri dicono soltanto buon giorno o buona sera.





E poi si passa a ordinare le delizie conventuali: Yemas de San Lorenzo, Tortitas de Santa Inés, Lagrimas de San Antonio, Pasteles de Gloria, Bollitos de Santa Clara, ecc.

Si colloca poi l'importo sulla ruota e i dolci arrivano al seguente giro!




(Mostachones de Utrera)


In alcuni conventi vendono anche i Mostachones de Utrera cotti nella tradizionale carta assorbente; ma se si ha tempo converrebbe fare una gita e andare proprio a Utrera e acquistarli direttamente dalla fabbrica dove il profumo a cannella è eccezionale!


Oppure si possono anche fare in casa, sebbene, secondo me non sono così buoni...


Ecco la ricetta, come avevo promesso agli ascoltatori di domenica scorsa della mia rubrica su Radiodue, "Che bolle in pentola?"



MOSTACHONES DE UTRERA


Ingredienti
5 uova
250 g di zucchero
500 g di farina per dolci

1 cucchiaino di lievito in polvere
la scorza di un limone

cannella in polvere
4 cucchiai d'acqua


Battere le uova con lo zucchero in un recipiente, lasciando 4 cucchiai da parte. Quando il composto sia molto ben montato aggiungere a poco a poco la cannella e il lievi che prima sarà stato diluito in acqua tiepida.

Mescolare bene per qualche minuto e lasciar riposare.

Nel frattempo preparare uno sciroppo leggero con l'acqua e lo zucchero e una pezzetto di scorza di limone: versarlo una volta tiepido sul composto preparato.

Foderare il vassoio del forno con carta vegetale, come quella del pane, collocandovi sopra piccole quantità del composto, come delle tortine, che verranno ricoperte di zucchero.

Infornare a temperatura media (circa 150°) finché si doreranno leggermente: devono avere la consistenza morbida dei savoiardi sardi.









Ecco un tipico mostachòn de Utrera.


Sono talmente famosi e benamati nella sua città d'origine che esiste da tempo il cosiddetto:


Orden del Mostachòn de Utrera







E a novembre si celebra il Festival del Mostachòn flamenco, dove si danno cita i migliori cantaores e chitarriti del flamenco più profondo, anzi, come si dice in Andalusia, "jondo"!!!



sabato 4 ottobre 2008

LA PIOGGIA D'AUTUNNO IN UN LUNGO POMERIGGIO DEL SABATO A SANTA MARINELLA





(Il mare di Santa Marinella oggi)




Vorrei essere una bambina per guardare la pioggia con i colori dell'arcobaleno


Vorrei essere essere un gabbiano per volare oltre la pioggia fino al cielo


Vorrei essere un'onda del mare per fondermi con la pioggia


Vorrei essere la pioggia per bagnare i tuoi occhi con lacrime d'autunno


Vorrei essere un raggio di sole per asciugare le gocce di pioggia sul tuo volto


Vorrei essere di nuovo una donna per baciare le tue guance bagnate


Vorrei essere...


Vorrei.













Vorrei, mentre ascolto l'ultimo CD che ho acquistato a Siviglia con la voce afro-flamenca di Concha Buika, dolce, malinconica e forte, come questa pioggia d'autunno, vincere la pigrizia e avere la forza di andare in cucina e...



E preparmi un dolce!





Un "dolce di cucchiaio", di quelli cremosi, di quelli che fanno le mamme per i loro bambini quando c'è la pioggia d'autunno.





Come ad esempio "las natillas de las monjas", la crema soffice e profumatissima, con la cannella e con la scorza di limone, da mangiare ancora tiepida, inzuppandovi i biscottini e che mia madre preparava benissimo.







Vorrei poi, mentre la pioggia cade silenziosa sul mio giardino, gustarla lentamente, con sommo piacere, e non avere rimorsi dopo...

Ci riuscirò?