mercoledì 30 aprile 2008

LA NOTTE DI SANTA VALPURGA

"TREMATE, TREMATE, LE STREGHE SON TORNATE!"






Ebbene sì: questa notte, dopo la mezzanotte, arriveranno le streghe! Perché questa notte, cari amici bloggeristi, è la MAGICA NOTTE DI SANTA VALPURGA e tutti sanno, da secoli infiniti, che sui cieli dell'Europa voleranno streghe, demoni, spiritelli, e quanto di misterioso e magico ci sia.


E perciò, persino la cuoca itagnola diventerà una strega questa notte... Ma una strega buona, come quella che fece diventare la zucca una carrozza incantata per Cenerentola.
Attenti, dunque e invece di andare a dormire fate ogni scongiuro per evitare che entrino nelle vostre case. Oppure... Per invitarle ad entrare...





Ma perché questa notte, quella che va dal 30 aprile al 1° maggio, è una notte magica? E, soprattutto, perché viene chiamata la "Notte di Santa Valpurga?"


E poi, chi era Santa Valpurga?


Cominciamo da quest'ultima domanda.



Santa Valpurga?.

Eccola, in queste due immaginette, la sorella dei santi Villibaldo e Vunibaldo, che era di origine inglese e faceva parte del gruppo di monaci e monache che nel secolo VIII aiutarono san Bonifacio a evangelizzare la Ger­ma­nia.

Il suo monastero si trovava a Wimborne, nel Dorset.


Divenne successiva­mente badessa delle monache nel doppio monastero istituito da suo fratello Vunibaldo ad Heidenheim, dove l'altro suo fratello governava i monaci.

Alla morte di Villibaldo Valpurga assunse il governo di tutta l'istituzione.

E quando morì, , fu traslata circa un secolo dopo ad Eichstatt dove la seppellirono il primo maggio dell'871.

Sebbene la sua festa principale si celebri nel giorno della morte, il 25 febbraio, al 1° maggio se ne ricorda inoltre la cano­nizzazione nell'893, che consistette nella diffusione delle reliquie, al­cune delle quali giunsero in Renania, altre nelle Fiandre e nella Francia del nord: tutte terre celtiche.

E, vi domanderete, che c'entra allora santa Valpurga con le streghe?


Facile, facile: la santa servì per cristianizzare credenze pagane di origine celtica!

La notte fra il 30 aprile e il 1° maggio segnava infatti anticamente fra i Celti il passaggio alla bella stagione: una notte di veglia, una specie di capo­danno primaverile, durante la quale si susseguivano danze e banchetti in un'atmosfera orgiastica aspettando il nuovo giorno quando si sarebbe celebrata la fe­sta di Beltane, chia­mata poi nel mondo latino Calendimaggio.

Sulla notte, si diceva, vegliava la Grande Madre della fertilità che governava il destino dei viventi e dei morti.

Ebbene, con la cristianizzazione dell'Europa centrale, che era proprio celtica, le feste furono vietate perché si raccontava con raccapriccio che sotto la luna calante, vi si dessero conve­gno streghe e stregoni insieme con il Grande caprone Satana, proprio come in questo inquietante dipinto del geniale pittore spagnolo Francisco Goya...






E -si diceva - ne facevano di tutti i colori, con orgie, festini con carne di bambini, e quanto di terribile si poteva immaginare all'epoca.

Perciò, i nuovi cristiani, per cacciare le presenze demoniache chie­devano l'intercessione di santa Valpurga

La coincidenza calendariale, dunque, l'ha trasformata nella santa che pro­tegge dalle streghe questa notte!

Si diceva anche, che dalle pietre della tomba dove le sue ossa furono sepolte, sgor­gava il miracoloso olio di santa Valpurga che fra le tante virtù avrebbe avuto anche quella di proteggere dalle streghe.






In questa notte si strappavano anche le frasche dai noccioli per costruire le bacchette dei maghi, e il 1° maggio rappresentava il passaggio dalla paura delle forze del male alla luce della primavera e del nuovo raccolto.


Insomma, una notte liberatoria dalle vecchie paure e bene augurante per la nuova stagione


Perciò, in Boemia, i giovani si radunavano dopo il tramonto su un'altura o a un crocicchio schioccando le fruste con energia: fin dove si udiva il loro suono le streghe fuggivano.
(Goya, Streghe in volo verso il raduno annuale)
Nel Tirolo, anche in quello italiano, si fa­ceva invece un gran frastuono con fruste, sonagli e casseruole.
Poi al suono della campana s'incendiavano fascine e si accendeva l'incenso urlando: "Fuggi, strega, fuggi, o male sarà per te".
Infine si correva a perdifiato intorno alle case.


Streghe malefiche dunque, quelle che arrivavano durante la Notte di Santa Valpurga?


Ma, per favore, mi faccia il piacere...

Tutte storie inventate dagli uomini per castigare quelle donne che conoscevano le virtù delle piante, delle pietre, delle acque; che guarivano con tisane e unguenti e rimedi naturali malattie che la Scienza degli uomini non curavano...

Donne che sapevano leggere i cambiamenti delle fasi lunari e aiutare così le partorienti e le puerpere.


Donne che filavano lentamente, nei focolari, e parlavano e tramandavano di generazioni in generazioni la SCIENZA secolare delle tradizioni dei popoli: il filo d'unione delle nostre esistenze.



Donne-streghe che torneranno questa notte, notte magica di Luna calante, con la benedizione di Santa Valpurga!!!






E allora? Beh, allora:

TREMATE, TREMATE , LE STREGHE SON TORNATE...



OPPURE TORNERANNO UN GIORNO....



E allora, ne vedrete delle belle, uomini che non credete in noi!
Parola della cuoca-strega itagnola!






(Goya: vechie che filano... O sono streghe?)


martedì 29 aprile 2008

CARLITO: IL SIMIL-CERTOSINO CHE SI CREDE UN UCCELLO

Ecco, lui è Carlito, un simil-certosino bastardino un po' malaticcio perché nato con bronchite cronica, nonché un grande rompiscatole, ma con una grande personalità.

Qui - la foto è di alcuni mesi fa - era ancora piccolo, ma già si percepisce il suo spirito bucolico sebbene sempre sulchivalà!

Vive tra Roma e Santa Marinella, perché proprio per via della sua inquitudine fa ogni tanto il pendolare fra mia figlia e me :

-"Mamma tieni Carlito, non ci fa dormire", m'implora disperata Clara.

Oppure, a mia volta:
- "Clara, domani vieni a prenderti Carlito, mi ha rotto due vasi! telefono io.

La sua curiosità è inesauribile: ogni cosa è da esplorare, da vedere da vicino, e così molte volte finisce nei guai, come dentro la lavatrice, sebbene senza conseguenze perché spenta.

Ma il vero problema di Carlito è che si crede un uccello, non sa ancora che non può volare e prova però a farlo tante volte...





Un giorno chissà dove finirà...

Ma forse è veramente un uccello travestito da gatto simil-certosino e un buon giorno spicca il volo e così non rompe più le scatole e neanche le mie ceramiche quando salta sulle mensole a pochi centimetri dal soffitto dove le colleziono e che credevo fossero fuori degli artigli dei mie quattro gatti!

lunedì 28 aprile 2008

LA PASTA FRESCA A SIVIGLIA ? DA MAMMA PAROLE!!!

Neanch'io potevo crederci infatti - come forse alcuni di voi si staranno domandando - che proprio nel cuore di Siviglia poteva trovarsi una donna italiana che prepara la pasta fresca, ma proprio fresca, sul momento!







Invece eccola qua, con la sua faccia simpatica e affabile: lei è "MAMMA PAROLE".

Un'italiana -mi ha raccontato nel mio ultimo viaggio alla mia città -che da Roma si è "trapiantata" a Siviglia e ha voluto provare a introdurre alcune delle tradizioni gastronomiche dell'Italia.

E così, ogni giorno lavorabile prepara di tutto e di più, come dice la pubblicità di "mamma Rai": pasta all'uovo di ogni tipo, ravioli, tortellini, tortelli, cappelletti, cappellacci, ecc. Con ripieni di carciofi, zucca, carne, ricotta, verdure varie, insomma di tutto, secondo il gusto e la fantasia dei clienti oppure quella propria di Manuela S. Vollini, che è il vero nome di "Mamma parole", ormai però una "cuoca ispaliana".



E dove si trova Mamma Parole?

In uno dei mercati rionali più popolari della città vecchia, il "Mercado de la Feria", nel celeberrimo quartiere della Macarena: uno dei più pittoreschi mercati di Siviglia, con ottime cibarie: pesce fresco, carni di ogni animale, verdure e frutta di stagione.

Accanto sorge una bella e antichissima chiesa mudejar, lo stile degli arabi che rimassero in Andalusia dopo la Riconquista.

La chiesa ha una torre slanciatissima con ornamenti in mattoncini tipici dello stile mudejar .




Mentre la facciata, semplicissima, ha ornamenti elaborati anche con le tipiche maioliche dette azulejos.






Fra la chiesa e il mercato ci sono persino dei punti di ristoro dove mangiucchiare delle buonissime tapas nelle soste "obbligate" mentre si fanno gli acquisti.





E attorno decine di negozi di ogni cosa, dai mobili alle scarpe ai tessuti, a pochissimo prezzo!


Ma tornando alla nostra "Cuoca ispaliana" ecco, per coloro che trovandosi a Siviglia vogliono preparare in casa, magari per gli amici andalusi, della vera pasta fresca italiana, l'indirizzo completo della bancarella di Mamma Parole alla quale si può ordinare anche telefonicamente.


Mercado de la Feria; Puesto n°91; calle Feria 98; 41002 Sevilla

cell. 0034-662100216; e-mail: mvollini@hotmail.com

sabato 26 aprile 2008

IL MARE DI SANTA MARINELLA OGGI

Ecco, sono appena tornata da Roma, dopo la mia rubrica mattinierissima "Che bolle in pentola?" su Radiodue, e prima di tornare a casa ho fatto colazione nel mio baretto preferito da dove si vede questo panorama.




Il cappuccino con le fette biscottate (niente cornetto perché sono a dieta pre costumedabagno) ha sempre un sapore migliore per me quando lo prendo di fronte al mare mentre do una occhiata ai giornali.


E poi, una volta a casa, ho aperto il balcone del mio studio e il profumo dei glicini, che formano sul tetto di fronte, sulla mia "casetta dei libri", un mare viola, mi è giunto forte, delicato, tenace.

Mi sento proprio fortunata per tutto ciò a portata di naso e di occhi.


Ora vado al mercato di Civitavecchia per comprare il pesce fresco: domani ho degli ospiti e devo fare bella figura!

Buona giornata a tutti!



venerdì 25 aprile 2008

UNA ROSA E' UNA ROSA E' UNA ROSA...

Oggi, 25 aprile, è la festa di San Marco, il patrono di Venezia.



(una rosa appena colta nel mio giardinetto di Santa Marinella)



In tanto auguri a tutti coloro che portano questo maschile nome che significa "maschio consacrato a Marte.

Insomma una sorta di guerriero che poco si adatta alla usanza che proprio il giorno della festa in onore del suo santo patrono c'è a Venezia: la tradizione del " bocolo", cioè il bocciolo di rosa che i fidanzati offrono alla propria fidanzata in ricordo di una leggenda, tristissima e romantichissima, che ora vi racconterò.



"Si narra che ai tempi di Carlo Magno, la figlia del nobile veneziano Orso Partecipazio, di nome Maria ma soprannominata Vulcana, si era innamorata di Tancredi, un giovane trovatore.

Ma Maria sapeva bene che il superbo padre non avrebbe mai accettato quel matrimonio se il pretendente non fosse diventato perlomeno un cavaliere illustre.
La ragazza pregò allora il giovane di andare alla corte di Carlo Magno per combattere i Mori. Quando fosse tornato coperto di gloria il padre non avrebbe più potuto rifiutarlo.

Tancredi partì diventando uno dei paladini più coraggiosi.
Ma un giorno una schiera di cavalieri franchi, guidata da Orlando in persona, arrivò a Venezia. Venivano ad annunciare a Maria la morte eroica del fidanzato.
Prima di morire però, raccontarono alla ragazza, qualche goccia del suo sangue era caduta su un roseto e il giovane ne aveva staccato un ramoscello fiorito pregando Orlando di portarlo alla sua fidanzata.

Maria , disperata, accettò quel fiore ma il giorno seguente i genitori la trovarono MORTA con la ROSA stretta al cuore".

E perciò, come segno del loro amore, da quel giorno gli innamorati veneziani offrono una rosa alle loro "morose".

Una volta oltre alla bella usanza del "bocolo" il giorno di San Marco si festeggiava a Venezia con splendide cerimonie cui partecipava il Doge.
Oggi è rimasto ben poco di quella magnificenza ma per fortuna perdura la romantica tradizione del bocciolo di rosa.

Rosa che è stata anche offerta alle donne in tutta la Catalogna il giorno del loro santo patrono, San Giorgio, il 23 aprile scorso, che è anche il patrono della bella Ferrara.

In questo caso, la rosa ricorderebbe un'altra leggenda, secondo la quale, quando san Giorgio ammazzò il drago per salvare la principessa, dal sangue versato sarebbe nato un roseto.

Ma la tradizione vuole anche che la donna ricambi il dono regalando un libro all'uomo che le ha offerto la rosa.
Quel giorno è diventato infatti da decenni "La Giornata mondiale del libro", perché il 23 aprile morirono Cervantes e anche Shakespeare, e dunque coincidono le due feste.

Ma io mi domando: è possibile che anche in una così bella usanza come è quella di festeggiare il libro, si deve far distinzione fra l'uomo e la donna? Insomma, cosa vuol dire, che gli uomini leggono e le donne si accontentano di un fiore? Eppure si sa , lo dicono le statistiche, che noi donne leggiamo molto di più!

Ma, a parte queste mie considerazioni femministiche - lo so, sono incorreggibile, ma mettete nei miei panni, cresciuta nel profondo sud della Spagna unica femmina in mezzo a quattro fratelli - a parte questo, dicevo, ricevere una rosa è sempre una cosa bella.

E tornando alle nostre due festività, la realtà è che, come nel Gioco dell'oca, nel calendario del mese di aprile ma anche di tutta la primavera si va avanti "di Santo in Santo e di rosa in rosa"...

Rosa che sarà infatti anche la protagonista indiscussa delle feste del mese che si avvicina, maggio!

Ne parleremo.

D'altronde, come scriveva Gertrude Stein: "una rosa è una rosa è una rosa...".

giovedì 24 aprile 2008

LA TELECOM E IL DILEMMA DI UN CANE...


La cuoca itagnola è stanca, ha passato la metà della giornata a Roma a lavorare e l'altra metà ad aspettare il tecnico della Telecom chiamato lunedì per un guasto alla linea che l'ha lasciata totalmente incomunicata.

Ebbene, oltre 48 ore ha impiegato la Telecom, non in aggiustare la linea, che è stato invece questione di pochi minuti, ma nel mandare il tecnico a casa!

Ma si può stare incomunicati e, soprattutto senza poter utilizzare internet e dunque quasi senza lavorare per oltre 48 ore nell'era telematica?


E poi dicono che ormai da casa, comodamente, grazie ad internet, si possono anche pagare le bollette, consultare il proprio conto in banca e tante altre cose che invece non si possono fare quando si rimane isolati per oltre 48 ore...


Insomma, ora la mia linea è ripristinata ma io sono stanchissima e ho sonno e non ho nemmeno la forza di descrivervi quanto sia bella la mostra che ho visto oggi a Roma, alle Terme di Diocleziano, del mio caro amico il pittore spagnolo Pedro Cano.


Ve le descriverò un'altra volta, tanto dura fino a giugno.



Perciò ora, prima di andare a dormire, vi lascio con la foto di questo grande cane fermo sulla porta di una chiesa di Spello, dove ero andata qualche settimana fa a vedere la magnifica mostra del Pittoricchio che c'è anche a Perugia.

Ma vi lascio con questa domanda che mi attanaglia:

secondo voi che voleva fare il cane?



Buona notte a tutti!





venerdì 18 aprile 2008

TUTTI A LEGGERE IN PUBBLICO PER LA FESTA DEL LIBRO!

Leggete qui sotto: vi ricorda qualcosa?


"In un villaggio della Mancia, del cui nome non voglio ricordarmi, non molto tempo fa viveva un gentiluomo di quelli con la lancia nella rastrelliera, scudo antico, ronzino magro e levriero da seguito. In pentola poco più di vacca che di castrato, carne rifredda piccante il più delle sere, frittata col lardo e rigaglie il sabato, lenticchie il venerdì, qualche piccioncino in più la domenica, consumavano i tre quarti della sua rendita. (...)"


Ma certo che sì: come non ricordare l'incipit più famoso della letteratura mondiale? L'inizio del celeberrimo romanzo di Miguel de Cervantes, Don Chisciotte della Mancia!


Ebbene, per festeggiare la Festa del libro del 23 aprile, il giorno della morte di Cervantes e anche di Shakespeare, nonché festività di San Giorgio, ecco qui sotto l'invito ufficiale che vi fa l'Istituto Cervantes di Roma:







Si tratta di partecipare alla lettura integrale, continuata e aperta a tutti, del romanzo, sia in italiano che in spagnolo (a scelta libera dei partecipanti).


E come fare? Semplicissimo: basta recarsi alla sede dell'Istituto Cervantes di Roma , a Piazza Navona 91, in qualsiasi momento dalle 12 di sabato 19 alle 8 del lunedì 21 aprile. E una volta là, sarete invitati a leggere al microfono un brano del Chisciotte!



Una bella iniziativa aperta a tutti e che inizierà alle 12 con le prime letture inaugurate da attori, attrici, cattedratici, ambasciatori dei Paesi di lingua ispanica e semplici passanti.


Fra le attrici invitate ad iniziare la lettura del romanzo del Cavaliere della Triste Figura ci saranno la spagnola Emma Suarez e l'italiana Clara Berna.


Chiuderà l'inaugurazione Don Chisciotte stesso ( Gianni Licata), la sua dama dei sogni Dulcinea (Clara Berna), in realtà la porcara Aldonza (Francesca Santini) tutti e tre attori dell'Atelier di Teatro-Flamenco El Mirabràs.





Ricordate: la lettura sarà continuata dalle 12 di sabato 19 alle 8 del mattino di lunedì 21 aprile!




Siete tutti invitati!!!






(Nella foto, Clara Berna e Gianni Licata:
Don Chisciotte e Dulcinea)

giovedì 17 aprile 2008

HUEVOS A LA FLAMENCA (Uova alla flamenca)

Noi spagnoli abbiamo un debole per le uova: e dico "noi" perché sebbene ormai io sia "itagnola" e ami l'Italia con tutte le sue contraddizioni, meraviglie, vizi e virtù, le mie origini e radici sono in Spagna, anzi, nella mia amata Andalusia.


Le uova, dicevo, sono fra i cibi che più ci piacciono: io ad esempio, quando arrivo a Siviglia, il primo piatto che mangio è un huevo frito con chorizo pimientos verdes y patatas fritas: qualcosa di sublime che, solo al pensiero d'inzuppare il pane e le patate fritte nel tuorlo dell'uovo mi fa venire l'acquolina in bocca! Eppure, gli ingredienti e la preparazione sono semplicissimi: uova, patate, peperoni verdi piccoli -i friggirielli -e qualche fettina del nostro salame nazionale alla paprica dolce, il chorizo, il tutto fritto nell'olio d'oliva.




Basti anche pensare che uno dei nostri piatti nazionali, ormai internazionale, è a base di uova: la celeberrima tortilla de patatas, della quale vi ho già dato la ricetta mesi fa.

Insomma, la cucina regionale spagnola è piena di ricette a base di uova, in tutte le salse, che figurano degnamente nei menù dei ristoranti anche delle guide gastronomiche più rinomate.

Come questa ricetta, che ho dato domenica scorsa ai miei ascoltatori di Radiodue e che vi darò ora, delle "uova alla flamenca" e che non sono uova che ballano il flamenco, bensì uova al tegamino coloratissime, infornate su un fondo di salsa di pomodoro con attorno pisellini, tocchetti di prosciutto, salame, peperoni gialli, punte di asparagi e chi più ne ha più ne metta!

Si tratta di una ricetta nata a Siviglia per ricordare con i vari sapori e colori dei suoi ingredienti l'allegria e varietà delle danze del flamenco, o anche afflamencate, specialmente quelle che si ballano durante la Feria: sevillanas, rumbitas, bulerias...

Insomma, sono uova gioiose, come fossero vestite con i volants dei costumi andalusi!

Oggi questo semplice piatto è diffuso in tutta la Spagna e figura anche nelle liste di molti ristoranti francesi, perché anche in Francia si mangiano moltissimo le uova e le ricette sono persino nei menù di ristoranti che hanno stelle Michelin!

Invece nei ristoranti italiani non troverete quasi mai -ahimè - la lista dei piatti a base di uova ; e nelle case si mangiano quasi di nascosto, quali fossero qualcosa di indegno: "scusate, non vi aspettavo e in frigo ho soltanto delle uova...", si sente dire a un ospite inaspettato, come se le uova fossero qualcosa di cui vergognarsi.

Eppure quando qualcuno domandò a Dante quale era il suo cibo preferito lui disse categoricamente: "Un uovo; un uovo sodo col sale".

Ma ora torniamo alle nostre "uova alla flamenca" che prepareremo però senza uno degli ingredienti principali, dificilmente reperibile qui in Italia, il chorizo: certo, senza questo tipico salume non ci sarà il vero sapore di questo piatto ma vale la pena provare a cucinarle.

Ingredienti per 4 persone:
8 uova, due a persona
una fetta di prosciutto crudo a persona, meglio se "iberico"
2 patate tagliate a quadratini
una cucchiaiata di piselli già lessati per persona
2 peperoni gialli arrostiti, senza pelle e tagliati a strisce
punte d'asparagi (anche in lattina, se non ci sono freschi)

una cipolla tritata finemente
1 k di pomodori pelati

olio d'oliva, sale, pepe macinato


In una padella rosolare la cipolla e mescolare poi con i pelati per fare una salsa di pomodoro abbastanza densa. A parte friggere i quadratini di patate.


Coprire il fondo di 4 tegamini individuali di coccio o porcellana resistente al fuoco con la salsa di pomodoro mescolata alle patate fritte.

In ogni recipiente si mettono poi 2 uova intere, stando attenti a non rompere il tuorlo, una cucchiaiata di piselli, alcune strisce di peperone, tre o quattro punte d'asparagi, il prosciutto ( ese avete il chorizo anche qualche fettina). Infornare a calore forte per 2 o 3 minuti, finché l'albume delle uova sarà diventato bianco, ma quasi trasparente.

Servire le uova molto calde con fette di pane casereccio.

Sono una vera bontà, credetemi, da mangiare inzuppando il pane con delicatezza, per far sì che il rosso dell'uovo, appena, appena cotto, si mescoli piano piano con gli altri ingredienti... Uhmmm... Che meraviglia!

Mangiando questo piatto vi sembrerà di udire, non soltanto le danze del flamenco, ma persino di vedere i cavalli bardati a festa che sfilano durante la mattina della Feria di Siviglia!

Ah, un buon vino rosso, ci vuole proprio!

martedì 15 aprile 2008

VIVA ZAPATERA Y OLE' 2 !!!

Ecco le 9 ministre del nuovo governo della Spagna formato da Rodriguez Zapatero, le quali oggi stesso hanno giurato fedeltà alla Costituzione e si sono presentate davanti al re Juan Carlos.



E io, la cuoca Itagnola, ancora più di ieri, mi sono sentita oggi più "gnola" che "ita".

Sono contenta per il mio Paese d'origine e soprattutto per noi donne: queste nomine aprono un cammino di speranza per tutte noi.



Ma quel che mi ha fatto anche commuovere è stato il discorso della nuova ministra della Difesa, Carmen Chacòn, che ho seguito nella televisione spagnola.



La giovane ministra catalana, visibilmente emozionata, dopo aver giurato e fatto il suo ponderato discorso e dato il suo primo ordine ai soldati , ha finito pregando i presenti di gridare con lei: "Viva España, viva el Rey"...



E poi, con il suo pancione di sette mesi, ha sfilato, con l'ex ministro della passata legislatura, davanti a tutto l'esercito spagnolo.


E io, lo confesso, mi sono veramente commossa, fino alle lacrime: voi non potete immaginare cosa significa questo per una donna spagnola che ha vissuto durante il franchismo e ha visto come sua madre non poteva nemmeno avere un conto in banca senza il permesso del marito padre-padrone...

E perciò, mentre Carmen Chacòn parlava e sfilava, ho pianto e mi sono sentita così fiera del mio Paese.

Mi sono anche ricordata di un trafiletto che oggi ho letto sul Corriere della Sera, con un ironico commento della Sotis: "Spagna. Donna di 37 anni incinta: licenziata? No: nominata Ministro della Difesa!"


"VIVA SPAGNA E VIVA IL RE"!!


domenica 13 aprile 2008

FINCHE' IL FICO NON S'INFOGLIA...

Afferma un vecchio proverbio che "Finché il fico non s'infoglia è un minchione chi si spoglia!"


E il mio amatissimo albero di fichi qui a Santa Marinella non solo si sta infogliando, ma addirittura ha già i piccoli frutti, verdi e vellutati.



Dunque... Mi spoglio!

Almeno mentre sto al sole perché oggi qui è una bellissima giornata

Ma non mi spoglierò troppo però, perché un altro proverbio ci rammenta che "aprile o piange o ride" perché è un mese capriccioso, come tutta la primavera.

Ma è un mese bellissimo perché tutta la natura si "apre".


Il suo nome d'altronde ha questo significato in latino, come scriveva Marco Terenzio Varrone: "Ritengo che sia chiamato "aprile"-da "aperit", aprire - perché la primavera "aperit", "apre", fa sbocciare tutte le cose".


Perciò i contadini si augurano che in questo mese arrivi il tepore, ma non il caldo improvviso che sarebbe un vero disastro perché la terra ha bisogno di scaldarsi lentamente.

Occorre infatti un clima tiepido, che permetta alle gemme di "aprirsi": "Aprile temperato, non è mai ingrato", ricorda la saggezza dei proverbi.


Ma quel che è importante per me in questo momento è che il mio albero di fichi promette dolcezze senza fine...


Buona domenica a tutti!!!

sabato 12 aprile 2008

VIVA ZAPATERA Y OLE'!!!



Evviva Zapatera!!!

Oggi, amici blogger, la cuoca itagnola si sente più "gnola" che "ita", ma molto molto di più!
Per la prima volta da quando c'è la democrazia in Spagna, ma anche delle due volte che nel passato c'è stata la Repubblica, nel Governo ci sono più donne che uomini: 8 uomini e 9 donne, e che donne!

Bisogna però dare a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio, nel senso che diverse volte nella storia spagnola le donne hanno governato: durante la monarchia però, come in Inghilterra. Pensate a Isabel de Castiglia o all'ultima regina, Isabel II.

E può essere probabile che anche nel futuro futurissimo, sempre che la monarchia rimanga in Spagna, a governare ci sia la figlia del principe Felipe e la principessa Letizia, ex-giornalista TV, la piccola Leonor di Borbòn: una delle riforme presentate da una delle ministre del nuovo governo, infatti, è quella di permettere di nuovo alle donne di regnare.

Ma torniamo alle 9 donne appena nominate ministre nel nuovo governo.




Ecco la prima, la vera ZAPATERA, colei che cosiglia il premier e già consigliava prima, ai tempi di Felipe Gonzalez:

Maria Teresa Fernàndez de la Vega.

Una donna con le ovaia quadrate !

Confermata di nuovo come Vicepresidente del Governo: d'altronde squadra vincente non si cambia, almeno in Spagna.







Lei, la pensierosa bionda, è Elena Salgado: ministra della Pubblica Amministrazione


E lei, brunetta dall'aria simpatica, è Mercedes Cabrera, ministra di Educazione, Famiglia e Affari Sociali






Questa bella signora di mezza età, che si chiama Magdalena Alvarez, siccome nella passata legislatura è stata brava, è stata confermata come ministra delle Infrastrutture.


Ecco qui a sinistra, Elena Espinosa, ministra all'Agricoltura e all'Ambiente: anche lei confermata perché efficiente (sembrano cose di fantascienza per noi che viviamo in Italia, , vero?)


E questa giovincella bionda a destra, di soli 31 anni, dall'aria intelligente e nome da film di Buñuel, Bibiana Aido, andalusa come me, insomma terrona, è la ministra delle Pari Opportunità, cosa che a quanto pare in Spagna comincia a funzionare...




La foto è orrenda, non ho trovato altro al volo, ma, anche se non è assolutamente importante, è una bella donna, oltre che brava: sarà la ministra per la Casa e si chiama Beatriz Corredor





La simpatica biondina che sembra una "maestrina della penna rossa", si chiama Cristina Garmendia, è nordicissima, del Paese Basco, e sarà la ministra dell'Innovazione e Scienza.


Ma la vera novità nel nuovo governo spagnolo è lei: Carmen Chacòn, 37 anni, catalana e, nonostante sia incintissima, quasi per partorire, sarà la ministra della Difesa!!
Fantascienza, sogno?
Ma no: è realtà!
La realtà di questa nuova Spagna che ama la Settimana Santa, che si diverte ballando nella Feria di Siviglia e nelle tante altre feste spagnole che ci sono in giro, che rispetta le tradizioni popolari e il suo folclore, ma che GUARDA AVANTI .
E per tutto ciò, oggi la cuoca itagnola si sente molto, ma molto più "gnola" che "ita".
Insomma: VIVA ZAPATERA E OLE'!!!
VIVA LE DONNE!!!

venerdì 11 aprile 2008

"LOS CALAMARES A LA ROMANA" SONO SPAGNOLI O SONO ROMANI?


"Los calamares a la romana" , che tradotto letteralmente sarebbero "calamari alla romana", pare siano nati in Spagna, anzi, dicono che forse proprio in Andalusia, terra Romana per eccellenza, come lo dimostra i due grandi imperatori italo-andalusi, Adriano e Traiano, e anche il fatto che Siviglia, prima di essere tale si chiamava Italica.




Dalla Betica -come gli antichi Romani battezzarono il Sud della Spagna, la Roma imperiale importava l'olio, il tonno e le olive, ambedue conservati in salamoia con la tecnica che i Fenici avevano insegnato agli abitanti del Regno dei Tartessos, i primitivi abitanti dell'Andalusia, come gli Etruschi qui, per intenderci.


Trasportavano tutto per mare, in grandi vasi o anfore che arrivavano direttamente a Roma attraverso il Tevere.


E una volta sbarcate le derrate - olio, olive, tonno e qualche volta anche vino e, naturalmente, la salsa preferita dai Romani, il garum del levante spagnolo - gettavano i vasi e le anfore nella zona accanto al fiume, di fronte al luogo dove oggi c'è Porta Portese.


E a poco a poco, a forza di gettare per terra tutta quella immondezza, si formò una vera e propria collinetta di resti di anfore e vasi di terracotta, detta popolarmente "monte dei cocci", da cui il nome del quartiere dove si trova tuttora quel cumulo di cocci frantumati totalmente coperti di terra: il Testaccio!


Insomma, tutto questo prologo per dirvi che mi è venuto un dubbio: forse, forse, chissà, la ricetta degli spagnolissimi e andalusissimi calamares a la romana, l'hanno proprio ideata i Romani di quell'epoca. Magari li cucinavano nelle navi e in questo modo la ricetta è arrivata fino alla Spagna!


Una sorta di ricetta di "andata e ritorno", come da secoli è accaduto con tante cose, che grazie ai commerci, alle conquiste, alla transumanza, ai pellegrinaggi, nascono in un luogo e poi si ritrovano in un altro a migliaia di chilometri: ricette, prodotti, folclore, leggende, usanze, musica, ecc.


D'altronde la ricetta di questi squisiti calamari alla romana è talmente semplice che ben si addice a prepararla anche sulle navi, con ingredienti che i cuochi schiavo-romani potevano avere sempre: calamari freschi pescati sul momento, farina e acqua del mare, così già c'era il sale.

E sì; più ci penso e più mi convinco che sia andata proprio così: la ricetta dei "calamares a la romana" è proprio nata a Roma! Solo che i romani non lo sanno.


E infatti, quando ero appena arrivata a Roma, tantissimi anni fa, ho chiesto questo piatto in una trattoria di Trastevere e mi hanno risposto che non esistevano...

Ma accade lo stesso con il "Pandispagna" che in Spagna non si sa cosa sia!


In ogni modo, e per i blogger romani che mi leggono, da questo momento ecco svelata la probabile italo-andalusa ricetta dei calamari alla romana, amati alla follia dai bambini!


Ah, questo è anche uno dei piatti tipici della Feria de abril che c'è a Siviglia ancora fino a domenica.



Ingredienti:
1/2 k di calamari freschi puliti e tagliati a rondelle
100 g di farina
1 limone
alcuni fili di zafferano
12 g di lievito in polvere

1 tazza d'acqua tiepida
olio

sale


Mettere a marinare i calamari puliti e tagliati a rondelle di 1 cm di spessore nel succo del limone.
Nel frattempo preparare una pastella mettendo la farina in una terrina e aggiungendovi il lievito, 3 cucchiai d'olio d'oliva, un pizzico di sale, lo zafferano precedentemente diluito in pochissima acqua calda e l'acqua.
Lavorare bene fino ad ottenere una pasta abbastanza cremosa (se fosse necessario aggiungere ancora acqua) e lasciar riposare affinché, lievitando, aumenti il volume.
Bagnare poi nella pastella ad uno ad uno i calamari e, ben sgocciolati, friggerli in abbondante olio bollente finché diventino dorati, gonfi e croccanti.
Servire subito caldissimi con un vinello bianco, fresco e profumato e, dopo un po', vi sembrerà di stare a Siviglia ballando le sevillanas!

mercoledì 9 aprile 2008

LETTERA DI WALTER VELTRONI A UN MORTO... CHE PARLA PERO' E GLI RISPONDE



GENTILE
WALTER VELTRONI
PARTITO DEMOCRATICO
PIAZZA SANT’ANASTASIA 7, 00186 ROMA


Gentile Walter,
sono Alfredo Cattabiani, un non-votante - e non per mia volontà - alle ormai prossime elezioni del 13 e 14 aprile.
Le scrivo perché lei mi ha scritto a sua volta per prendere con me qualche impegno concreto, sebbene non riesco a capire come potrà farlo.


Sono però d’accordo con lei, come mi dice nella sua amabile lettera, sulla vita che si è fatta difficile negli ultimi anni: le pensioni faticano a tenere dietro ai prezzi che salgono, specie quando non si ha e non si ha speranze di averla come accade a me. Io però, come lei scrive, avrei potuto almeno vivere nella mia propria casa e stare più tranquillo se la salute mi fosse stata propizia, ma, come invece è accaduto, eccomi quà, più morto che vivo! …


Rimangono in me, in ogni modo, la preoccupazione per la moglie e i figli (i nipoti non ho fatto in tempo ad averli): troppa precarietà nel lavoro e, di conseguenza, nella vita, come lei mi scrive: grande verità, gentile Walter, ma come fa a dire cose così profonde!


Sono contento in ogni modo che, in fatto di impegni, lei voglia partire proprio dai giovani, perché in effetti questo era il mio principale pensiero… Quando i mei figli erano giovani perché nel frattempo sono diventati grandicelli: ma sempre precari.


E sono anche contento che il suo eventuale Governo voglia aiutare le imprese che assumono stabilmente: fra le quali spero si trovi anche questa "celestiale" impresa che mi ha assunto da cinque anni.


E sono doppiamente contento del suo impegno sul tema delle pensioni sui due punti precisi che lei mi indica: sarà utile ai miei figli sempre che un giorno riescano ad avere la pensione.


Qui mi fermo però: voglio aggiungere solo una cosa. Quando non ho scelto di morire di cancro cinque anni fa non avrei mai immaginato di dover dire a un cittadino come lei queste cose che chiaramente le dico ora: I MORTI NON VOTANO –ahivoì politici - e vanno lasciati in pace!


Non so cosa farà lei tra cinque anni, ma so quel che farò io, e cioé sarò quel che sono adesso: un mucchietto di ceneri.


Ma, gentile Walter, come lei si augura nella sua gentile lettera di poter fare nel suo eventuale Governo, e cioè cambiare anche il Paese, la nostra Italia, io le vorrei augurare di CAMBIARE I SUOI COLLABORATORI nella campagna elettorale: così non commetteranno errori madornali come la lettera che mi ha inviato; errori, fra l’altro, facilmente evitabili se soltanto si consulta internet.


Sa, gentile Walter, MANDARE UNA LETTERA A UN MORTO, oltre a portare sfiga a chi la manda, è proprio doloroso per la sua famiglia.


Ora la saluto, augurandole ogni bene per lei e per i suoi cari, come lei mi augura: peccato che qui, nell’aldilà, non ci siano tutte le persone amate e le cose belle che avevo in vita, anche senza la pensione!


Ah, dimenticavo, ma dove avrò la testa? Questa lettera l’ha scritta per me mia moglie, Marina Cepeda Fuentes, (anche lei ha ricevuto una sua gentile lettera ): purtroppo da quando sono ridotto così non riesco a scrivere nemmeno col computer.


La saluto con i migliori auguri per la sua attività: la mia è quella di fare il morto per l’eternità.

Alfredo Cattabiani
P.S.
Dimenticavo di nuovo: le consiglio di GIOCCARE AL LOTTO il 47, MORTO CHE PARLA, SU TUTTE LE RUOTE D'ITALIA, naturalmente! Vedi mai che tutti i morti a cui lei sta inviando lettere non gli portino fortuna?

martedì 8 aprile 2008

LA FERIA DE ABRIL DE SEVILLA E' COMINCIATA!

Ed è cominciata ieri notte, come vi avevo accennato, con un rito gastromico: una cena collettiva a base di una colossale mangiata di fritto misto di pesce; e perciò la notte del lunedì al martedì si chiama a Siviglia "la noche del pescaito frito"!

Pescaito frito che si acquista nelle tante friggitorie sivigliane, avvolto nella carta assorbente, quella del fruttivendolo, e che è squisito: croccante, asciutto, saporito... Come soltanto in Andalusia si sa friggere.
Oppure viene fritto direttamente all'interno delle casetas, centinaia di casette artificiali costruite per l'occasione: la Feria de abril di Siviglia è infatti il trionfo dell'effimero!


In quelle "casetas" coloratissime (come nella foto), dove praticamente i sivigliani "veraci" vivono durante i sette giorni al'incirca che dura la Feria, questa notte scorsa, insieme con il "pescaito frito" si è bevuta la tipica manzanilla, oppure il fino, ambedue caratteristici vini dell'Andalusia per l'aperitivo, bianchi secchi, molto profumati, dorati come il sole, simili per certi versi allo sherry, ma più leggeri e che vanno giù come l'acqua.
La "morte sua", della manzanilla, (o del fino) è però con il prosciutto, lo squisito jamòn iberico de pata negra, cosiddetto perché prodotto con i maiali "neri" della Sierra andalusa di Huelva.
D'altronde, anche il Jamòn iberico, è uno dei tanti cibi tipici delle lunghe
giornate della Feria de Siviglia durante i quali, come vi avevo detto, si balla si mangia si beve si balla si mangia si beve...


Ne parleremo ancora.


Ora voglio soltanto aggiungere che ieri notte la Feria di abril di Siviglia è iniziata però ufficialmente a mezzanotte in punto, con il cosiddetto "Alumbrado", e cioè la accensione delle migliaia di lampadine (pare circa 350.000 mila) celate all'interno di palloncini veneziani di carta colorata -dette "farolillos" - che ornano le strade del recinto dove si svolge la festa, chiamato il "Real de la Feria".



Ma soprattutto è avvenuta la illuminazione e dunque l'inaugurazione della Portada, la gigantesca Porta, che cambia ogni anno, da dove si entra in quella effimera città di legno, carta, stoffe colorate, che costituisce la celeberrima Festa di primavera di Siviglia.
Una città finta, creata soltanto per il divertimento, che fra una settimana sarà sparita.
Una città con le sue strade rettilinee e incrociate ad angolo retto, come il cardo e il decumano di quei Romani che costruirono le mura di Siviglia e che chiamarono Betica l'Andalusia.
Strade finte ai lati delle quali s'allineano le case finte.
Strade che portano anche nomi di famosi cantaores, bailaores o chitarristi del flamenco, oppure di toreri o di sivigliani illustri.
Strade che di giorno e di notte, durante questa settimana, saranno popolate da migliaia di sivigliani, di turisti, di forestieri.
E tutti, specialmente i sivigliani, passeranno questi giorni, mangiando, bevendo, ballando, mangiando, bevendo, ballando...

Su cosa si mangia e si beve approfondirò prossimamente, dandovi anche qualche ricetta.
Ma cosa si balla nella Feria de abril de Sevilla?

Naturalmente la danza di Siviglia: le sevillanas! Una danza allegra, divertente, che a Siviglia s'impara fin da piccolissimi.

Una danza che non è flamenco, come molti italiani credono, bensì una danza afflamencata del folclore andaluso propria delle feste popolari.
Una danza di corteggiamento che si balla a coppie; nata quando la danza era l'unica forma di corteggiare una donna senza il divieto dei genitori; una danza fatta di sguardi, sorrisi, leggere carezze...
Una danza che tutti ballano a Siviglia, bambini, ragazzi, donne, uomini, anziani.
Una danza che contagia tutti con il suo ritmo.
Quello che ascoltate proprio ora.
Viva Sevilla y olé!!!

domenica 6 aprile 2008

LA FERIA DE ABRIL DE SEVILLA E' ALLE PORTE!

La Feria de Abril di Sevilla sta arrivando: quest'anno inizierà il prossimo martedì 8 aprile e finirà domenica 13, sebbene già lunedì sera inizia un rito specialissimamente gastronomico che vi racconterò: "la noche del pescaito frito","la notte del pesce fritto".


Cosa è la Feria di Sevilla con tutti i suoi riti? Si domanderanno coloro che non ci sono mai andati.


Ve lo spiegherò senza dubbio prossimamente.



Volevo soltanto annunciarvi ora, prima di andare a dormire, il suo arrivo e dirvi che perciò ho inserito (ma sto diventando una blogger quasi brava!) la musica tipica di questa festa: las Sevillanas!

Si tratta della danza afflamencata che si balla praticamente tutto il giorno durante tutti i santi giorni che dura questa festa della primavera sivigliana celebre nel mondo.

E si mangia e si beve e si balla e si mangia e si beve e si balla...

Dunque, cari amici blogger, d'ora in poi, all'apertura di questo blog sarete accompagnati dal ritmo delle "sevillanas".



Viva Sevilla e olé!!!

sabato 5 aprile 2008

IL CONTE NUVOLETTI E' MORTO: VIVA IL CONTE NUVOLETTI!

Il conte Giovanni Nuvoletti Perdomini è deceduto qualche ore fa a 95 anni.

La notizia l'ho letta sul Corriere della Sera (il mio "quotidiano" quotidiano al quale aggiungo secondo i giorni altri per avere pareri diversi) mentre tornavo in treno da Roma a Santa Marinella questa mattina.


Sui particolari vi rimando ai giornali, anche online, ma io voglio aggiungere il mio "granello di sabbia" sulla sua figura a questa grande spiaggia di notizie uscite oggi, perché l'ho conosciuto molti anni fa e devo anch'io affermare che era un gentiluomo come non se ne fanno più, oltre che persona di grande cultura.


Ma era anche un grande conoscitore della cucina italiana: anzi, delle cucine dell'Italia, perché, ad esempio, certamente non è lo stesso la cucina siciliana che la cucina piemontese o quella veneta.

Ed era anche un fedele ascoltarore di Radio-Rai.

Ebbene, correva l'anno 1985 e conducevo il mio primo programma culinario su Radio2, il fortunatissimo "Mangiar cantando", che per tre stagioni consecutive, andava in onda in diretta ogni sabato e domenica per un'ora e mezza, dalle 6 alle 7,30 del mattino! (Io sempre a ore impossibili...).


Senza false modestie, devo ammettere che aveva un successo incredibile, forse perché era la prima volta che una straniera, come me, che allora non ero nemmeno itagnola, ma soltanto una giovane spagnola, percorreva virtualmente tutta l'Italia raccontando di volta in volta la cucina, i cibi, i prodotti e il folclore delle varie regioni italiane.


Allora la radio, specialmente Radio2, era ascoltatissima al mattino prestissimo, con un target(come si dice adesso, con mio orrore!) di persone di età diversissime e di una media culturale ottima; e le lettere dei miei ascoltatori, quelle di carta, con tanto di francobollo, perché internet non c'era ancora da queste parti, arrivavano in Rai talmente numerose che mi venivano consegnate nelle buste nere dell'immondezza! E io le leggevo tutte e tentavo di rispondere, almeno durante la trasmissione.

Un giorno, fra queste lettere, trovai una, che ancora conservo, molto lunga e forbita, scritta in un italiano perfetto, di altri tempi. Era firmata: "Suo ammiratore, Giovanni Nuvoletti Perdomini"!!!

Io, lo confesso, allora non sapevo chi fosse e nemmeno conoscevo l'esistenza della suddetta Accademia Italiana della Cucina alla quale lui, Nuvoletti stesso, che allora ne era il Presidente nazionale, mi invitava a farne parte!

Non vi sto a raccontare quanto mi sono sentita onorata, anche perché allora ero molto giovane. Insomma, per farla breve: entrai nella delegazione romana dell'Accademia dove vi rimassi fino al 2003, quando per motivi miei personali diedi le dimissioni al nuovo presidente che non era più Nuvoletti perché nel frattempo era diventato Presidente dell'Accademia Internazionale di Gastronomia.

Il conte lo conobbi poi durante un convegno di gastronomia e in seguito andai a trovarlo più volte insieme con mio marito ogni volta che andavamo a Venezia, perché lui aveva una villa stupenda a Mestre. E volle persino scrivere la prefazione del mio primo libro di cucina, l'introvabile ormai "La Spagna a tavola" (Newton Compton editori).

Ebbene, quella prima lettera del Conte Nuvoletti la conservo tuttora, così come conservo le decine di cartoline che ci inviava dai suoi luoghi di vacanza abituali, sempre cordiali, gentili, con un garbo da vero gentiluomo. E il telegramma che mi mandò quando morì mio marito e del quale lui diceva di aver letto tutti i libri.


E a questo punto, voi forse vi domanderete: bene, ci fa piacere questi suoi ricordi, ma che c'entra questo succulento pollo arrosto con il Conte Nuvoletti?

C'entra, c'entra, eccome!

Perché una volta, durante l'ennesimo incontro gastronomico, ero seduta proprio accanto a lui e ci venne servito del pollo ruspante arrostito alla perfezione che stava gridando: "prendimi, prendimi con le dita e mangiami a morsi!"


Io mi trattenevo, non osavo accettare l'invito di quel pollastro, e lo mangiavo a malincuore con il coltello e la forchetta...


- "Le migliori posate per mangiare il pollo sono quelle che ci ha dato il Padreterno", mi disse il Conte Nuvoletti, credo rendendosi conto della mia malcelata voglia, mentre con una eleganza strema prendeva fra le sue dita una coscia di pollo dorata e croccante!

E io feci lo stesso.

E da quel momento, ogni volta che mangio il pollo arrosto, con le mani, naturalmente, sorrido al ricordo di quel gentiluomo di altri tempi che oggi si è "assentato"alla veneranda età di 95 anni , dopo aver vissuto all'insegna del tenero amore che lo ha legato per decenni alla moglie Clara Agnelli e delle buone maniere, e lasciando alcuni libri amabili come lo era lui e persino qualche comparsata in qualche film italiano.


E per tutto ciò non posso che dire: "il conte Giovanni Nuvoletti Perdomini è morto: viva il conte Nuvoletti!"

venerdì 4 aprile 2008

LA CUOCA ITAGNOLA VI SALUTA E SE NE VA A ROMA

Non è una notizia fondamentale, ma vi volevo comunicare che la cuola itagnola se ne va a Roma fra un po', dopo la doccia perché ho fatto giardinaggio e sono in uno stato pietoso.


E voi direte che non ve ne può fregare di meno, come si dice a Roma... E con ragione.


Ma ve lo annuncio per mettermi la coscienza a posto, perché avevo il proposito di "postarvi " la vita e miracoli dei mie gatti ora che questo blog è anche un "blog gattaro", con delle foto veramente divertenti.



E volevo anche rimanere a casa per lavorare, finire la preparazione della marmellata d'arance che ho iniziato ieri, pulire il mio studio, dove solo io posso farlo, ordinare e fare le schede dei nuovi libri arrivati per il mio programma radiofonico,ecc.


Invece mi ha chiamato un'amica che vuole confidarmi qualcosa e dunque non ho saputo dire di no: corro dunque a Roma dove poi rimarrò a dormire sul durissimo divano-letto-ikea di mia figlia perché domattina devo andare alla radio.






Ma basta di chiacchiere inutili che andrà a finire che perdo il treno da Santa Marinella.


Vi saluto fino a domani.


Ora vado a lavarmi i cappelli.


Ah, da quando ho iniziato la mia dieta sono dimagrita 1 chilo!

Ma ancora sono un po' "boteriana"...

Mi mancano altri tre che ho accumulato da Natale a oggi...


Aiuto!!!

giovedì 3 aprile 2008

ZUPPA DI CAVOLO NERO CON RAPE BIANCHE


Ecco finalmente la ricetta che la fine di settimana scorsa ho dato ai miei ascoltatori di Radiodue nelle puntate che avevo intitolato "A dio pregando e a tavola mangiando!", dedicate ai piatti e prodotti che sono stati ideati da monache e frati nei conventi, monasteri e abbazie.
La ricetta infatti l'ho tratta da un libro interessantissimo che mi era stato donato proprio da un ascoltatore molti anni fa, credo venti (Madonna, come passa il tempo!), quando conducevo il mio primo programma radiofonico di cucina e tradizioni popolari dell'Italia intitolato "Mangiar cantando", sempre su Radiodue.
L'ascoltatore era un frate, del convento genovese dei Padri Minimi e il libro s'intitola Cucina di strettissimo magro, scritto da un'altro frate dello stesso convento di Genova, padre Delle Piane il quale lo compilò nel dopoguerra.
Si tratta di una raccolta di ricette "di strettissimo magro" appunto, dove sono spiegati centinaia di piatti a base di pesce, verdure, cereali, frutta e ortaggi, e tutti senza un filo di grasso animale!
Come vuole d'altronde la loro Regola.

Ma andiamo per parti: chi sono i Padri Minimi e perché "mangiano di magro?
Ecco un po' di storia.
Nel 1416, in quel di Paola, una città calabrese celebre per il suo importante porto peschereccio che si trova a circa una trentina di chilometri da Cosenza, nacque san Francesco di Paola il fondatore dell'Ordine dei Padri Minimi.
San Francesco di Paola, che è anche il protettore dei naviganti, aveva instaurato nel suo convento una dieta "di magro", cioè si consumavano soltanto prodotti della terra e pesce, l'unico alimento animale permesso. Pensate che persino le uova, il latte e i formaggi erano aboliti dalla dieta giornaliera.
Forse l'idea gli era venuta per sfruttare i prodotti a buon mercato della sua città: l'abbondanza di pesce e la gran quantità di ortaggi, verdure, frutta e cereali che vi si producevano già allora.
Per secoli, dunque, i Padri Minimi di San Francesco di Paola, così si chiama l'Ordine religioso da lui fondato, hanno "mangiato di magro", e continuano a farlo tuttora.
Se andate in uno dei loro conventi e avrete la fortuna di essere invitati a pranzo, lo potrete constatare personalmente come è accaduto a me e a mio marito: i longevi frati, che grazie proprio alla loro dieta vivono in media 80 anni, vi offriranno un pasto dove dall'antipasto al dolce non vi è la minima presenza di grassi animali.

Ma non crediate che si tratta di cibi bolliti o ai ferri e senza sapore; no, no!
I Padri Minimi di San Francesco da Paola preparano pietanze squisite e dal sapore ineffabile; e per dimostrare che si può mangiar bene anche "di magro" uno di loro decise di scrivere il libro suddetto.
In quel libro, che oggi è stato nuovamente pubblicato e che vi raccomando, si trovano ad esempio la squisita minestra di riso con le seppie, i ravioli ripieni di ostriche o caviale, un brodo di polpi che farebbe resuscitare i morti, la polentina ai tartufi, la salsa di tonno e granchi, il polpettone di broccoli, il latte di mandorle al caffè e persino la ricetta del liquore all'alloro!

E tutte, o quasi, sono ricette ideate dai Padri Minimi di San Francesco di Paola durante secoli e secoli di "mangiar di magro".
Come questa "magrissima" che più magra non si può, zuppa di cavolo, meglio sé nero, con rape bianche. L'ho scelta per via della mia dieta (che seguo con tanta fatica), dovendola provare prima di proporla agli ascoltatori, cosa che ho fatto ed era buonissima, ma io amo tutto ciò che viene dalla terra e dal mare, dunque non faccio testo (foto allegata).
Però, dopo averla gustata mi sono sentita, non dico "più magra", ma sicuramente più purificata dopo i grassi cibi pasquali!


Ingredienti:
1 cavolo, meglio nero
un paio di patate grandi (facoltative)
una rapa bianca
aceto bianco
olio d'oliva
pepe
sale
acqua

Lavate bene il cavolo, foglia per foglia, e tagliarle a pezzi grossolanamente. Sbucciare le patate, e la rapa bianca e tagliarle a pezzetti. In una pentola con tanta acqua cuocere a fuoco allegro tutti gli ortaggi con un cucchiaio di aceto bianco, sale, pepe e poco olio d'oliva.
A metà cottura, se volete dare più consistenza al piatto aggiungendo anche i carboidrati, immettere le patate a tocchetti.
Quando tutto sarà ben cotto servire sopra fette di pane abbrustolito, irrorando il piatto con un filo d'olio extravergine d'oliva, bello corposo come quello della Calabria, e pepe nero macinato sul momento.
Un buon bicchiere di vino rosso ci vuole proprio!

martedì 1 aprile 2008

IL PESCE D'APRILE NON ESISTE IN SPAGNA MA...

Ecco, da me in Spagna non esiste la tradizione del PESCE D'APRILE: gli scherzi "ufficiali" si fanno il 28 dicembre, detto "EL DIA DE LOS SANTOS INOCENTES", naturalmente gli "innocenti" sono i creduloni che ci cascano (quando arriverà il momento vi spiegherò l'origine di questa usanza).


(Foto del "Pesce di guerra" di Elvira De Vico, che non è un pesce d'aprile)


Ma gli scherzi sono più o meno gli stessi, soprattutto quello di mandare in giro la gente a fare cose assurde o ad appuntamenti inesistenti:

Come quelli che di solito faccio alla mia ingenua e credulona figlia Clara, la quale, essendo anche lei "itagnola" (padre italiano e madre me medesima) ci casca sia il 1° aprile che il 28 dicembre.


Uno rimasto memorabile nella mia storia degli scherzi abbastanza malvagi verso la "carne della mia carne" (lei infatti mi dice dopo "mamma, ma sei sicura che mi vuoi bene?...) l'ho raccontato oggi nel blog dell'amica Miti Vigliero , che ha anche raccontato a sua volta nel passato l'origine di questa tradizione perversa.

Io però voglio inserire qui anche il capitoletto che il mio amatissimo e compianto marito, lo scrittore Alfredo Cattabiani, che era studioso di tradizioni popolari, di agiografia e di storia delle religioni, oltre che l'amore della mia vita, dedicò al "Pesce d'aprile" in uno dei suoi bellissimi libri: LUNARIO (Mondadori), che io saccheggio continuamente per i miei programmi radiofonici.



(Ultima foto di mio marito sul mare di Santa Marinella quando "navigava a vista", come diceva lui, che conosceva e accettava la sua fine prossima)


Eccolo:

"Il pesce d'aprile

Giorno dedicato agli scherzi, il primo di aprile continua a mietere vittime fra i creduloni. Molti proverbi lo ricordano: " E' prem de' d'abril/ totti agli öch al va in zir" ammoniscono i romagnoli: ovvero " Il primo giorno di aprile tutte le oche, i creduloni, vanno in giro". Pesce d'aprile si è chiamata questa usanza che consiste nel mandare in giro distratti e ingenui facendo loro cercare cose o personaggi che non potranno mai trovare.

Chi ha subito uno scherzo si consolerà pensando che l'esercito dei creduloni è sterminato. Risalirebbe addirittura all'inizio del mondo, come racconta una leggenda secondo la quale la creazione terminò il primo aprile.

In quel giorno il Signore, sistemate tutte le cose, se ne tornò in cielo. I primi uomini erano come storditi; non sapevano da dove cominciare: si misero a cer­car cibo e un riparo per la notte in una confusione aggravata dai più in­capaci che intralciavano il lavoro degli altri. Per liberarsene e poter lavorare più tranquillamente i più scaltri li inviarono lontano a prendere cose inesistenti. Da quella volta sarebbe nata l'usanza di mandare i cre­duloni in giro per le vie facendo loro cercare cose o personaggi che non potranno mai trovare.


Un'altra leggenda sostiene che il primo di aprile ricorderebbe il giorno in cui Noè mandò per la prima volta fuori dell'arca la colomba che girò inutilmente sulla distesa delle acque senza trovare nemmeno un pezzetto di terra emersa.


Pare che quest'usanza sia documentata per la prima volta in Italia soltanto nel 1875, mentre in Francia la si ritrova certamente fin dal 1655: sicché si pensa che sia nata in quel Paese; dove si narra che il 1° aprile del 1634 il duca Francesco di Lorena, che era prigio­niero di Luigi XIII, riuscì a fuggire dal castello di Nancy attraversando un fiume a nuoto. Qualcuno avrebbe poi commentato che le guar­die erano state beffate da un "pesce". In ogni modo fu a Parigi che gli scherzi per il 1° aprile fiorirono fin dal secolo XVII. Prima della Rivo­luzione un club di burloni organizzava banchetti facendo poi credere agli invitati, giunti al dolce, che era stata servita carne umana.


Con la seconda metà dell'Ottocento anche in Italia si cominciarono ad architettare beffe clamorose: nel 1878 si radunò alle cascine di Firenze una folla immensa per la cremazione di un principe indiano che si rivelò alla fine un immenso pesce di cartapesta.

Una volta si invia­vano i bimbi, specie nei paesini dove potevano muoversi senza pericolo, a comprare "due soldi d'intrattenimento". Il negoziante, che aveva mangiato la foglia, diceva serioso: "Mettiti a sedere e aspetta", facendo attendere il poveretto per una mezzoretta finché lo rimandava a casa a mani vuote.

Oppure s'incollava una moneta sul pavimento della chiesa aspettando che qualcuno cercasse di raccoglierla con fare circospetto. O infine si metteva in bella vista sul marciapiedi un portafoglio collegato a una lenza che permetteva di sottrarlo al malcapitato che si stava chinando.


Gli storici delle tradizioni popolari si sono domandati perché mai gli scherzi si facciano ritualmente in questo giorno. Secondo una prima ipotesi l'usanza sarebbe stata ispirata dalla pesca primaverile che deluderebbe i pescatori perché i pesci sarebbero restii a lasciare i fondali dove si rifugiano d'inverno.

Vi è tuttavia un indizio che ricondurrebbe l'origine dell'usanza addirittura alle feste pasquali. Una volta al giovedì santo ci si divertiva alle spalle degli ingenui mandandoli a destra e manca in una specie di processione carnasciale­sca, di "passione dell'idiota. Da un punto di vista calendariale questo giorno si situa nel periodo primaverile, nel momento di rinnovamento della natura: è anche il primo dei tre giorni che segnano la passione del Cristo, il suo passaggio dalla vita alla morte alla resurrezione, segno della instau­razione di un "tempo nuovo". E ogni periodo di passaggio da un tempo vecchio a uno nuovo è caratterizzato tradizionalmente da comportamenti carnascialeschi. Che quanto sosteniamo non sia del tutto infondato lo può confermare anche l'usanza meridionale di segare la Vecchia al mattino della Domenica di Resurrezione a significare la fine del "tempo vecchio".

Si pensi inoltre che durante un altro periodo di "passaggio", le dodici notti fra il Natale e l'Epifania, cade in Spagna an­cora adesso l'usanza degli scherzi e delle beffe più atroci nel giorno dei Santi Innocenti, residuo delle romane libertà di dicembre. Sic­ché si potrebbe congetturare che la consuetudine degli scherzi sia nata in occasione della periodo pasquale per poi trasferirsi a una data fissa, al 1° aprile: scelto forse perché tradizionalmente era considerato infausto. Si pensava infatti che i nati in questo giorno fossero sfortunati, difficili da allevare, destinati a diventare storpi, a morire precocemente, a non combinare nulla di serio e a vivere infelici. E gli attrezzi costruiti il 1° aprile avrebbero portato disgrazia a chiunque li usasse. Lo scherzo potrebbe essere un tentativo di esorcizzare con una ingenua ritualità popolare questo giorno infausto.


E il pesce? Si sa che era simbolo eminentemente pasquale, del Cristo; sicché carnascialescamente avrebbe simboleg­giato gli scherzi che si ideavano proprio nel periodo in cui si celebrava la Passione e la Resurrezione. E non ci si stupisca del comportamento "irriverente" perché una volta, nel medioevo, si svolgevano nelle chiese, alla fine di dicembre, cerimonie grottesche e carnevalesche: valga per tutte la messa dell'Episcopello che la Chiesa riuscì ad estirpare totalmente soltanto nel XV secolo.


Un'ultima ipotesi: se convenzionalmente la primavera principia con il segno dell'Ariete, in realtà a causa della precessione degli equinozi negli ultimi due millenni è cominciata con il segno dei Pesci, tant'è vero che astrologicamente si diceva che si era nell'era dei Pesci mentre ora stiamo entrando in quella dell'Acquario. Siccome il capodanno contadino e astrologico è sempre caduto all' inizio della primavera, l'usanza dello scherzo al 1° aprile, tipica come altre usanze carnascialesche dei periodi di passaggio dal vecchio anno al nuovo, potrebbe aver assunto il simbolo di questo segno".