domenica 30 marzo 2008

VI PIACE FEDERICO GARCIA LORCA?

Ripeto la domanda: vi piace Federico Garcìa Lorca, il poeta di Granada; il poeta della Luna, Luna, il poeta dei drammi di "amor y muerte" dei gitani dell'Andalusia?



Antonio Torres Heredia,
Camborio de dura crin,
moreno de verde luna,
voz de clavel baronil:
quién te ha quitado la vida
cerca del Guadalquivir?
Ay, Antonito el Camborio!
Acuerdate de la Virgen
porque te vas a morir...
********
(Antonio Torres Heredia,
Camborio di duro pelo ,
bruno di verde luna,
voce di garofano virile:
Chi ti ha rubato la vita
vicino al Guadalquivir?
Ahi, Antonito el Camborio!
ricordati della Madonna
perché stai per morire...)
**********

Ahi, Federico Garcìa Lorca, anche tu eri bruno di verde luna e dicono che la tua voce fosse bellissima: chi ti ha rubato la vita quel dannato agosto del 1936?

Insomma io personalmente adoro questo poeta morto prematuramente all'inizio della terribile Guerra Civile spagnola, probabilmente ammazzato dai franchisti soltanto perchè era libero e liberamente voleva amare...

Insomma, se la vostra risposta è affermativa, se anche a voi piace il cantore del flamenco, della pena nera, della solitudine, ma anche della speranza e del sogno che si cela nella Luna, ecco lo spettacolo da vedere nei prossimi giorni a Roma, da 1° al 4 aprile, al Teatro Argot Studio, un teatrino di Trastevere che si distingue per la qualità delle sue proposte soprattutto con le compagnie giovani come questa di El Mirabràs di Clara Berna (nella foto di Elvira de Vico)

HIJAS (Figlie) liberamente tratto da La Casa di Bernarda Alba di Federico Garcìa Lorca.









Ebbene si tratta di uno Spettacolo di Teatro Flamenco dell’Atelier El Mirabràs che, da una sottile rilettura del testo di Federico Garcìa Lorca, sviscera il dramma delle cinque figlie di Bernarda Alba la quale, dopo la morte del marito vuole costringerle a mantenere un rigoroso lutto per otto anni.
I sentimenti, il corpo, il tempo, attraversano lo spazio col ritmico battito del flamenco, linguaggio principe dell'Atelier "El Mirabràs".
La danza accompagnerà squarci di un mondo femminile fatto da sospiri, grida, rancori, amori, conflitti e passioni.







Ecco dunque la locandina dello spettacolo che ha il patrocinio dell'Istituto Cervantes di Cultura e della Casa Internazionale delle Donne di Roma .

E siccome il teatro è minuscolo, chi sia interessato prenoti allo 06/5898111; oppure a elmirabras@yahoo.it

Il prezzo del biglietto è di 15 euro

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TEATRO ARGOT STUDIO
VETRINA SCENA SENSIBILE-TEATRO AL FEMMINILE


Hijas (figlie
)
del

Atelier Teatro Flamenco El Mirabràs
liberamente ispirato a
La Casa di Bernarda Alba di
Federico Garcia Lorca
regia
Francesca Santini
coreografie
Clara Berna e Libe Irazu
Aiuto regia
Gianni Licata

con
Francesca Santini
Clara Berna
Beatriz Prior
Libe Irazu
Sandra Munuera
Ginevra Pierucci
Giulia Vescovi

TEATRO ARGOT STUDIO
dal 1 al 4 APRILE, ore 21
Roma, via Natale del Grande 27, 06/5898111

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Non mancate!!!

venerdì 28 marzo 2008

ARROZ CON CHOCOS EN SU TINTA AL OLOR DE YERBABUENA

Al volo, perché devo ancora dare da mangiare ai mie gatti, ecco la ricetta del mio pranzo di oggi, una ricetta andalusa alla quale ho aggiunto la mentuccia perché nel mio giardinetto di Santa Marinella è già cresciuta e il suo profumo è intensissimo.


Dunque ecco a voi lo squisito "arroz con chocos en su tinta al olor de yerbabuena", cioè "riso al nero di seppia al profumo di mentuccia".


Prima però un po' di glossario ispanico-andaluso:

-chocos, in castigliano si dice sepias o jibias: seppie in italiano;
-yerbabuena, in castigliano si dice hierbabuena: mentuccia in italiano
-"en su tinta": letteralmente in italiano "col suo inchiostro, in cucina il "nero di seppia".




Questa è una ricetta tipica dei luoghi di mare di molte regioni spagnole, ma in Andalusia, e specialmente nella provincia di Huelva, è eccezionale, soprattutto per la qualità dei chocos (le seppie), tipici dell'Atlantico che bagna parte delle coste dell'Andalusia, che sono grandi , polposi e tenerissimi.


Io ho dovuto accontentarmi delle seppie che ho trovato nel mercato del pesce di Civitavecchia (ottimo mercato e molto economico!), ma siccome erano veramente saporite e tenere e nel banco dove le ho acquistate il pescivendolo aveva scritto "provenienza Atlantica", chissà che non siano arrivate proprio dal mare di Huelva?

Ma bando alle chiacchiere ed ecco la ricetta.


Ingredienti per 2 persone:
150 g di riso
1/2 k di seppie
1 cipolla piccola
1 pomodoro maturo
1/2 peperone verde
olio d'oliva
1/2 bicchiere di vino bianco secco
sale
1 rametto di mentuccia fresca


Pulite le seppie facendo attenzione a non rompere il sacchettino del nero che terrete da parte, lavarle bene e tagliarle a pezzi. In un tegame di coccio (viene meglio) con olio d'oliva soffriggere la cipolla tagliate finemente e quando sarà appena imbiondita aggiungere il peperone a pezzetti e le seppie. Fate insaporire e bagnare con il vino bianco. Lasciate cuocere allegramente e nel frattempo grattugiare la polpa del pomodoro e versarla nel tegame. fate cuocere tutto finché le seppie saranno quasi pronte

A questo punto aggiungervi il riso e il nero delle seppie, che prima però sarà stato diluito in poca acqua.
Coprite con del brodo vegetale o di pesce (ma in mancanza anche l'acqua tiepida va bene lo stesso) e cuocere a fuoco medio finché il riso sarà pronto girando con un cucchiaio di legno ogni tanto: attenzione, non deve essere troppo secco, bensì, come diciamo noi "caldosito", cioè "brodoso ma non troppo".

Quasi a fine cottura aggiungete il sale e qualche foglia di mentuccia e sentirete che profumino sprigiona.

Servire caldo con una coppa di rosso e vedrete che pranzone!
Piatto unico, certamente, se siete a dieta come me.

I GIORNI DELLA VECCHIA O GIORNI PRESTATI


C'era una volta una vecchia, (come questa del dipinto di Marcello Caliri) che si guadagnava da vivere vendendo la lana e il latte del piccolo gregge che lei stessa curava.

Vedendo che era tornata la primavera, alla fine di marzo, portò i suoi agnelli ai pascoli sfidando i capricci stagionali del mese: se pioveva al piano, lei li portava al monte e viceversa.

La sera del 28, cioè questa sera, quando marzo era agli sgoccioli, ebbe l'imprudenza di esclamare: "Hai finito , caro Marzo, di fare il matto, non me li farai più morire gli agnellini".

Marzo, già irritato per la sveltezza con cui la Vecchia era riuscita ad eludere le sue tempeste, si adirò a tal punto da chiedere e ottenere da Aprile tre giorni in prestito in modo da scatenare una tempesta.

Nel mondo era sceso un freddo polare e la Vecchia dovette rinchiudere di nuovo i suoi agnelli nella stalla accendendo il forno del pane perché si scaldassero, ma lasciandovi imprudentemente la portella aperta.

Qualche ora dopo Marzo bussò alla casa della vecchia e le domandò: "Come se la passa il tuo gregge sui pascoli con questa stagione, più brutta di tutto l'inverno passato?".

-"Come se la passano? Magnificamente come se ci trovassimo nella canicola" rispose la vecchia.


E spalancò trionfante la porta della stalla. Ma lo spettacolo la agghiacciò mentre Marzo rideva sotto i baffi: gli agnellini infreddoliti erano entrati nel forno attratti dal calduccio ed erano morti stecchiti digrignando i denti.

E perciò gli ultimi tre giorni di marzo vengono chiamati "I Giorni della Vecchia", simbolo dell'inverno morente con gli ultimi freddi.

Ma sono anche detti "I Giorni prestati": giorni difficili durante i quali possono tornare il freddo, la pioggia e persino la neve.

Infatti un proverbio romagnolo afferma che " impresté, o nùval o bagné", e cioè "Giorni prestati o nuvolosi o bagnati".
Quindi, non ci dobbiamo stupire quando fa freddo dopo la primavera perché la colpa è proprio di
marzo che è un mese pazzo!


martedì 25 marzo 2008

LA CUOCA ITAGNOLA SE NE VA A VEDERE "OPERA-FLAMENCO"

Ecco, volevo darvi qualche ricettina "di magro" per smaltire la grassa Pasqua ma devo correre a prendere il treno per andare all'Auditorium di Roma dove soltanto oggi danno uno spettacolo che m'interessa particolarmente: "Opera e Flamenco".

Amo l'Opera e amo il Flamenco dunque vediamo il connubio come sarà: non conosco gli artisti che lo rappresentano sicché non posso nemmeno immaginare cosa potrà venire fuori...

Speriamo bene!

Ve lo racconterò domani.



Ah, a proposito di Flamenco e dieta, vi lascio con questa bella immagine di Botero che mi piace particolarmente e mi fa avere speranze in un futuro artistico anche se non riesco a dimagrire ...

lunedì 24 marzo 2008

LA CUOCA ITAGNOLA VUOLE METTERSI A DIETA...

Ebbene sì: oggi lunedì di Pasquetta, 24 marzo 20008, alle 23 circa, la Cuoca Itagnola, ha deciso e lo comunica ufficialmente, che da domattina sarà a dieta disintossicante almeno per una settimana - di più non sa se riuscirà a resistere...





E perciò dice: Basta! Basta ai dolciumi, torte, biscotti, gelati, uova di cioccolato (ma che farà con le due che ha ancora?); e chi si mangerà la metà rimasta della Pizza pasquale civitavecchiese alla cannella che le hanno regalato?)



Ah, mon Dieu, mon Dieu!
E come potrà resistere alla "quiche lorreine" che sua figlia ha portato da Parigi (era là in vacanza di Pasqua) per la cena di domani?
Ma niente tentazioni, ormai ha proprio deciso: mangerà frutta, verdura, pesce lesso...
Altrimenti di questo passo, la strada per diventare "boteriana" è già iniziata!
Ma, a vederla qui sotto, così rilassata, noncurante della ciccia... Non sembra che stia soffrendo troppo, vero?



O forse sta meditando e domandandosi: dovrei mangiare questa frutta o preparare la ricetta ingrassante che ho in mano?
Ah, saperlo, saperlo!


domenica 23 marzo 2008

SOLE SULLA PALMA, PIOGGIA SULLE UOVA: BUONA PASQUA!!!

Insomma, occorre credere ai proverbi: "Sole sulla Palma, pioggia sulle Uova".

Io lo avevo detto infatti nel mio programma radiofonico domenica scorsa, Domenica delle Palme, quando c'era un pallido sole, ma il sole c'era; ed eccola la pioggia puntuale nella Domenica di Pasqua o "del Uovo"!

E non solo qui in Italia: anche in gran parte della Spagna e persino a Siviglia ha piovuto, durante le processioni di oggi Sabato Santo.


Dunque la Canina, il Santo Entierro, la Soledad, sono dovute rientrare nelle loro chiesa di corsa, a metà percorso, per evitare la pioggia. Immagini così antiche infatti non possono permettersi di bagnarsi, sarebbe una rovina.


Che delusione per i nazarenos - i penitenti- come il piccolo Andrés, figlio dei miei cari amici Silvia e Juan!






Insomma, tutti a casa! E i Cristi e le Madonne fra pochi giorni saranno di nuovo sugli altari , fermi, persino alcuni dietro le grate, come in carcere, rassegnati all'immobilità per un intero anno, fino alla prossima prima Luna Piena di Primavera.






Che fare dunque con la pioggia e il freddo?

Dipingiamo le uova sode per la colazione di domattina!!!
La tradizione vuole infatti, almeno qui nel centro Italia, una ricca prima colazione: uova sode con la pizza o torta di Pasqua semi dolce, salame e cioccolato per i più piccoli.


E se non sapete farlo, ecco come colorarli.

Bastano semplicemente delle uova fresche, dell'acqua in una pentola, un cucchiaino di aceto e i seguenti accorgimenti:
per avere uova arancioni si fanno bollire con le cipolle;
per averle verdi si possono bollire con gli spinaci;
per averle marroni basta bollirle nel tè forte;
perché siano rosa fucsia dovrete bollirle insieme a delle barbabietole cotte grattugiate.
Poi, attentamente, togliete le uova dall'acqua calda, fatele raffreddare sotto l'acqua fredda, asciugatele bene e decoratele come volete con dei pennarelli e usate l'immaginazione!

E poi queste belle uova coloratissime si mangeranno domattina per la prima colazione pasquale insieme con il salame e la pizza pasquale.









Sapete però, perché si colorano le uova sode da mangiare o da donare a Pasqua?
No?
Ve lo dico io.



"Si racconta che Maria Maddalena, una delle donne che erano andate al sepolcro di Gesù, lo aveva trovato vuoto.

Allora corse alla casa nella quale c'erano i discepoli, entrò tutta trafelata e annunciò la straordinaria novità.
Pietro, uno dei discepoli, la guardò incredulo e poi disse: "Crederò a quello che dici solo se le uova contenute in quel cestello diverranno rosse." E subito le uova si colorarono di un rosso intenso!"
E poi, una leggenda ucraina dice che il demonio è legato da una catena formata da tanti anelli quante sono le uova che vengono decorate nell'arco di dodici mesi!

E allora che aspettate per cominciare a colorare le uova che poi mangerete per la prima colazione ? Fatelo anche con i vostri bambini che si divertono un mondo!


D'altra parte nella tavola cristiana pasquale l'uovo prende tutt'altro significato: e cioè simbolo del Cristo risorto!

E perciò milioni di cristiani di tutto il mondo festeggeranno domani la Resurrezione del Cristo consumando le uova, siano dolci che sode, perché da secoli l'Uovo è il simbolo della Resurrezione!

L'usanza divenne nel Medioevo così popolare che la Domenica di Pasqua si chiamò anche Pasqua d'Uovo.



BUONA PASQUA AMICI BLOGGER!!!

sabato 22 marzo 2008

SEMANA SANTA DE SEVILLA: "LA CANINA" DEL SABATO SANTO

Cosa starà pensando questo inquietante personaggio della Settimana Santa sivigliana?

Certamente, dalla sua esile stazza, è quasi sicuro che non pensa alle ricette ingrassanti dei cibi tipici di questi giorni, churros con chocolate, torrijas de miel, pescaito frito, pavias de bacalao... Tutto rigorosamente fritto.

Anche perché si chiama popolarmente "la Canina", "Lo Scheletro", la Morte insomma... Quella che domina in questi giorni di lutto della Passione di Cristo.

Morte però che verrà vinta proprio dal Suo Sacrificio perché domani, lo sappiamo da duemila anni, Lui risorgerà! La Croce ha trionfato sulla Morte!!!


E perciò il nome di questo allegorico "paso", mistero, del Sabato Santo di Siviglia, è proprio "El Triunfo de la Cruz".

Fu realizzato nel XVII secolo, l'epoca dei dipinti altrettanto inquietanti e allegorici del pittore sivigliano Valdés Leal che si trovano custoditi nella bella chiesa della Caridad e anche nel Museo di pittura.

E appartiene alla Confraternita del Santo Entierro, il Santo Sepolcro, che oggi sfila insieme ad altre tre per un totale di 8 processioni fra le più antiche e interessanti della Settimana:






• Los Servitas
• La Trinidad
• Santo Entierro
• Soledad



In tutte queste processioni il Cristo è raffigurato morto e sua Madre vestita a lutto, Addolorata e piangente per la sorte del Figlio amato.


In quasi nessuna c'è la musica : e il silenzio domina per le strade e piazze e vicoli dove passano.
Solo si sentono forti le voci dei bambini quando indicano ai loro genitori la temibile Canina...
Cristo è morto, ma tutti i sivigliani sappiamo da duemila anni che domani Lui risorgerà, che quel sangue, quel dolore vero da uomo vero, diventerà Vita Eterna.

E perciò, dopo che il "paso" è sfilato, con bambini al seguito chi li ha portati in mezzo alla folla, e sono tanti, si entra disinvoltamente nei bar nelle friggitorie, perché anche il corpo vuole la sua parte: cerveza de barril, vino fino, tinto de verano, pescaito frito, pavias de bacalao, espinacas con garbanzos, bacalao con tomate, atun encebollado... Tutto rigorosamente "di magro".
E si ride e si scherza.: tanto questa notte Lui resuscita...

Ma Lei, la Soledad, non lo sa ancora. E ai piedi della Croce vuota piange silenziosamente: Sola.


La sua veste è nera come il lutto del suo cuore.
E' rimasta Sola: quel Figlio amato se ne andato, lo hanno portato a seppellire: Lei l'ha visto mentre sfilava morto nel Santo Sepolcro, nel Santo Entierro.


Un pugnale trafigge il suo cuore spezzato mentre piange come soltanto una Madre può farlo .

Perché Lui è morto; e Lei è rimasta Sola: "Soledad tienes nombre de mujer..."

Una mujer, una donna sola che vestita a lutto, coperta da un mantello nero, cammina ancora per le strade e piazze e vicoli di Siviglia.

Con Lei, la Soledad della Confraternita di San Lorenzo del XVI secolo, che sfila Sola, che ancora non sa, finisce oggi, questa notte a tarda notte, la Semana Santa de Sevilla.





Madre de la Soledad, donna sola alla quale Federico Garcìa Lorca ha dedicato questi versi:

Vestita con un mantello nero
pensa che il mondo è piccolo
ma il cuore immenso.
Vestita con un mantello nero.
Pensa che il tenero sospiro
e il grido spariscono
nella corrente del vento.
Vestita con un mantello nero.
Lasciò aperto il balcone
e all'alba, dal balcone,
entrò tutto il cielo.
Ahi, ahi, ahiai....
Vestita con un mantello nero.


SEMANA SANTA DE SEVILLA: "ESPINACAS CON GARBANZOS" DEL VENERDI' SANTO

Ormai tantissimi italiani lo sanno; sanno che gli assaggini che si possono degustare nei bar della mia terra insieme con una birra o un bicchiere di vino si chiamano "tapas": in realtà quasi tutti sono piccole porzioni dei piatti della cucina tradizionale spagnola.

Ci sono anche delle "tapas" più consumate durante i giorni quaresimali della Settimana Santa, a base di pesce, verdure, legumi, cereali e ortaggi: specialmente il Venerdì Santo perché, diceva mia nonna Marina, "è morto il Signore e bisogna portargli rispetto...". E io mangiavo spinaci sebbene non capivo il rapporto fra loro e la morte del Cristo.

Fra le più caratteristiche "tapas" di Siviglia ci sono infatti "las espinacas con garbanzos y picatostes" , gli "spinaci con i ceci e pane fritto" che io amo particolarmente perchè mi rammenta l'infanzia, la buona cucina di mia nonna e, naturalmente, la Semana Santa.







Ecco la ricetta che mia nonna ha tramandato a mia madre e lei a me.

Ingredienti per 4 persone:1 k e mezzo di spinaci
200 g di ceci bolliti
6 spicchi d'aglio
un cucchiaio abbondante di paprica dolce
alcune fette di pane raffermo
olio d'oliva
sale, cumino

un mortaio
Lavare bene gli spinaci dalla terra che contengono: Salvador Dalì, che li detestava, diceva che quella terra era l'unica cosa nobile degli spinaci!
Una volta ben puliti, lessarli in poca acqua salata, sgocciolarli e tagliarli finemente, mettendoli in un tegame di terracotta.
A parte, in una padella, friggere tutto l'aglio con la buccia, su cui si farà un taglio verticale, insieme con una fetta di pane: poi pestare nel mortaio il pane, due spicchi d'aglio senza la buccia, il cumino e un po' di sale grosso, diluendo dopo il tutto con acqua e un goccio di aceto. Versare questa specie di salsina sopra la verdura, insieme con il lauro e la paprica che sarà stata diluita nell'olio rimasto prima ( se è necessario aggiungere ancora olio e acqua).
A questo punto aggiungere anche i ceci precedentemente cotti nel brodo.
Lasciar cuocere a fuoco lento durante 15 minuti e servire nello stesso tegame con bastoncini di pane fritto e mettendo sopra gli spicchi d'aglio soffritti.





Insomma, scommetto che persino a quest'ora del Venerdì Santo , nei moltissimi bar di Siviglia aperti fino a tardissima notte , ci sono avventori che stanchi e affamati degustano questo piatto e molti altri "di magro", perché è morto Gesù, come diceva appunto mia nonna.



E anche i tantissimi penitenti -i nazarenos - che accompagno lungo il percorso le processioni della propria confraternita, una volta finita la loro sfilata penitenziale e tolta la tunica.


Questi sono della "Carreteria" una delle sette confraternite che oggi hanno sfilato: la prima che è uscita dal suo tempio nel popolare quartiere del Arenal, dietro la Plaza de Toros, e la prima che è rientrata.



In totale sono oggi 13 misteri quelli che hanno sfilato di queste 7 confraternite:



• Carretería
• La Soledad
• El Cachorro
• La O
• San Isidoro
• Montserrat
• Sagrada Mortaja




E tutti, pesanti centinai di chili, portati sotto il mistero , a braccio e spalla, dai costaleros.

Anche loro amanti delle "espinacas con garbanzos" per via dei ceci che danno forza: ma anche dei paninozzi con mortadella, prosciutto o salame - alla faccia della Quaresima! - che le fidanzate o moglie portano loro nelle soste lungo il percorso.

Ma loro possono farlo, possono rompere l'astinenza quaresimale: da secoli hanno il permesso delle autorità ecclesiastiche.

Che maggiore penitenza d'altronde di quella che già fanno trasportando con amore e perfezione assoluta il Cristo e sua Madre!




E, a proposito: dove staranno ora i 13 misteri di oggi fra Cristi e Madonne ?
Probabilmente il Cachorro dovrebbe aver superato il Puente de Triana per rientrare in Chiesa, e la "O" , anche lei di Triana, starà passando dalla calle Betis della mia infanzia.
Mentre altre sono già rientrate e alcune stanno appunto di farlo . Naturalmente fra le saetas flamencas: i canti sparati come dardi al cuore della Settimana Santa andalusa.
E ora a nanna, che domattina alle 7 devo svegliare i miei ascoltatori di Radiodue.

venerdì 21 marzo 2008

SEMANA SANTA DE SEVILLA: "EL CRISTO DEL CACHORRO" DEL VENERDI' SANTO

Cristo è morto.

E questa che vedete è la sua immagine perfetta: il Santisimo Cristo de la Expiraciòn, popolarmente chiamato "El Cachorro".

E oggi, Venerdì Santo questa bellissima scultura del 1680, sta sfilando per le strade, piazze, ponti e vicoli di Siviglia, dalle 15,30 quando è uscita dal suo tempio di Triana e fino alle 3 circa di questa notte quando vi entrerà per restarvi fino all'anno prossimo quando risplenderà di nuovo la prima luna piena di primavera.






Sfila, naturalmente, con sua Madre al seguito, un'altra bella Madonna-Grande Madre sotto il baldacchino (bajo palio).

Ma in questa confraternita, quella appunto del Cachorro è Lui il Signore della notte; perché è Lui che é morto...

E i "dardi "del canto hondo -profondo - flamenco, le "saetas sono dirette a Lui; e anche al cuore dei sivigliani, soprattutto dei trianeros, come me.



Sono nata, come già ho detto, nel popolare quartiere di Triana, come fosse il rione Trastevere di Roma, per intenderci. Il barrio "dietro il fiume" più lungo dell'Andalusia: il Betis dei Romani che gli arabi ribattezzarono Guadalquivir.
Culla di toreri celebri, di cantaores di flamenco ancora più celebri ma anche di sconosciuti sivigliani "veraci" si direbbe a Roma.
Anche qui c'è "aria di Roma": vi nacquero due imperatori "itagnoli". Traiano e Adriano: ai quali sono dedicate due strade del centro storico; ma anche ristoranti, bar, cinema...
Ma torniamo al Cachorro, il Signore del Venerdì Santo sivigliano.
Quando ero piccola mio padre mi portava sempre alla porta del suo tempio, vicino a casa nostra, per vederlo uscire fra gli applausi dei trianeros. E poi, mentre sfilavano i suoi migliaia di nazarenos, i penitenti, andavamo di corsa fino al Puente de Triana perché vederlo passare sopra con il fiume che mormorava sotto parole d'amore ancestrale, era un momento magico.
E io fissavo il suo bel volto soprattutto per vedere bene il sangue che lo solcava...
Mia nonna mia aveva spiegato, come tutte le nonne sivigliane, che da quel sangue era persino nato il nome, anzi l'appellativo del Cachorro.
Un gitano infatti, vedendolo passare, disse a un suo compare in andaluso stretto :
"-Mira, mira, què pena tio, parece un muerto de verdà, tié ca-chorro de sangre..." (-Guarda, guarda, sembra un vero morto, e che pena, ha tanto sangue...").
Dove la parola ca-chorro è in realtà la contrazione di "cada chorro", "tanti solchi" di sangue.
E da quel momento quello fu il nome trianero del Cristo de la Expiraciòn: El Cachorro.

Col passare degli anni, crescendo, ebbi il permesso di andare a vedere il Cachorro sul ponte di notte, al rientro verso il suo tempio: quando viene illuminato dalle navi che sostano nell'unico porto di fiume della Spagna dove possono arrivare dal mare, persino le grandi imbarcazioni. Vi arrivavano d'altronde quelle dall'america ai tempi di Cristoforo Colombo.
E di notte, sul Puente de Triana, insieme con il Cachorro, sfilano, e lo faranno oggi dopo mezzanotte, anche i riflessi della Luna piena, e le luci dei ceri e la musica che culla i cristi e le madonne e i tamburi e le trombe...
E la fede dei trianeros nel Cristo de la Expiraciòn.
Ah, e all'angolo del ponte, c'è uno dei migliori "Chiringuitos de churros" della settimana santa sivigliana! Gola e preghiera; il sacro e il profano...

SEMANA SANTA DE SEVILLA: "CHURROS" PER LA COLAZIONE

Insomma, non potevo lasciarvi senza la ricetta della tipica prima colazione sivigliana in questa settimana santa: i CHURROS, una sorta di frittelle di sola farina e acqua da inzuppare nel caffè o nella cioccolata calda.


Ma in realtà è la colazione di tutto l'anno per coloro che hanno stomaci robusti (io preferisco la "tostada con aceite de oliva", pane tostato con olio d'oliva) e anche delle merende, perché' da noi ancora si fa merenda. E le amiche, specialmente in inverno, si danno appuntamento al pomeriggio al bar per un ingrassantissimo "chiocolate con churros".


Ma in questi giorni, le "churrerias" ambulanti ci sono ad ogni angolo delle strade, proprio per ridare le forze dopo le camminate chilometriche della lunga settimana di Siviglia: che ricominciano questo pomeriggio fino a notte inoltrata. Vi racconterò ancora.





Ah, dimenticavo, sebbene i churros, queste buone frittelle, eredità degli arabi, siano ormai la colazione o la merenda più diffusa in tutta la Spagna, specialmente per le sagre e feste come la Settimana Santa oppure le Fallas di Valencia, è nell'Andalusia, a Madrid e nell'Estremadura dove acquisiscono tutta la loro bontà.


Per prepararle occorre però la churrera, uno speciale utensile per far fuoriuscire la pasta, ma potete sostituirlo con l'arnese per decorare i dolci: io però vi consiglio, soprattutto se vi sono dei bambini in casa, di acquistarlo nel primo viaggio alla Spagna perché i churros sono un'ottima merenda, economica e facile da preparare.



Ingredienti:1 tazzona di farina fina del tipo 00
1 tazzona d'acqua
1 cucchiaio d'olio d'oliva un pizzico di sale
olio per friggere

Mettere in una pentola l'acqua con l'olio e il sale e appena comincia a bollire ritirarla e gettarvi di colpo la farina rimestando energicamente con la spatola affinché rimanga una pasta omogenea e soave, molto densa.

Lasciare intiepidire e metterla a poco a poco nella churrera formando, all'uscita dell'impasto, rapidamente prima che cada nella padella, bastoncini o ciambelline da friggere subito, man mano che fuoriescono, nell'olio bollente.

Fare sgocciolare nella carta assorbente e poi spolverizzare con zucchero (ottimo "cibo di strada", oppure consumarli così, inzuppandoli nella cioccolata calda o nel caffè latte.

SEMANA SANTA DE SEVILLA: "LA MADRUGA' OVVERO LA NOTTE DEL VENERDI' SANTO E LA MACARENA


Eccola, eccola, è Lei: Nuestra Señora Esperanza Macarena, possente, dolce, maternalmente bella come una Grande Madre Lunare, che ha sfilato tutta la notte per le strade di Siviglia, sotto i riflessi della luna piena sivigliana!!!

Piange la morte del Figlio ma non è una oscura Addolorata perché sa, spera, nella sua Resurrezione e perciò il colore della sua preziosa veste è verde, come la speranza, come il suo nome: Esperanza, la regina del barrio de la Macarena, il quartiere più popolare di Siviglia insieme con quello all'altro lato del fiume Guadalquivir, il barrio de Triana, dove sono nata io.


Vi ricordate l'arco che vi ho fatto vedere qualche post fa? Eccolo, l'Arco Romano della Macarena compiendo la sua funzione principale: servire da cornice stupenda per l'uscita e la entrata dal tempio della "guapa Señora" la bella Signora sopra il suo trono argentato illuminato da mille ceri, come una "barca di luci" , mentre i fedeli, migliaia gridano, duettando:
-Macarenaaa....
-Guapa!
-Macarenaaa...
-Guapa!
-Macarenaaa...
-Guapa, guapa, guapa!!!
E così per ore e ore, con migliaia di penitenti che l'accompagnano per chilometri, come un fiume in piena, con un lunghissimo corteo aperto dagli "armaos", confratelli vestiti da Romani antichi, che per primi costruirono il popolare quartiere, recintandolo da mura tuttora perfette.
Il suo è il percorso più lungo, dalle 24,30 di questa notte scorsa a questo pomeriggio alle ore 14 circa, quando ci sarà "la recogida", l'entrata nel tempio: sempre che i suoi devoti la lascino entrare, perché a volte, pur di ammirarla ancora le cantano per ore le saetas, i "dardi" d'amore e devozione che escono dalla gola dei cantaores di flamenco lungo i percorsi durante tutta la Settimana Santa sivigliana.



E dove si troverà in questo momento, mentre scrivo, la Señora, la Macarena?
Sta tornando al suo tempio, al suo quartiere, piano e piano, "bajo palio", sotto il baldacchino, come tutte le Grandi Madri della Settimana Santa andalusa.
Ora sarà probabilmente nelle vicinanze della calle Feria, sarà passata accanto al convento di santa Angela de la Cruz, la monachella santa di Siviglia, sorella dei più poveri.

E poi, instancabili i suoi hermanos costaleros, la culleranno, le canteranno saetas, fino all'Arco romano della Macarena, che, chissà, forse i Romani costruirono già prevedendo il passaggio della Grande Madre...

"Aire de Roma andaluza...", "aria di Roma andalusa" abbiamo noi dell'Andalusia, infatti, come scriveva Federico Garcìa Lorca: insomma, siamo tutti un po' "itagnoli"!

E con i versi di una sua poesia dedicata proprio al passaggio di una Madonna, forse la Macarena, oppure una delle decine di Grandi Madri lunari che sfilano durante la Settimana Santa andalusa, vi lascio con la nostalgia di una cioccolata calda dove inzuppare i "churros", la tipica prima colazione della meravigliosa, ma faticosissima Semana grande di Siviglia.

Vergine in crinolina,/ Vergine Soledad,/ schiusa come un immenso/tulipano.

Nella tua barca di luci/ vai/ per l'alta marea/ della città,/ tra "saetas "oscure/ e stelle di cristallo.

Vergine in crinolina,/ Tu vai/ per il fiume della strada/ fino al mare.

giovedì 20 marzo 2008

SEMANA SANTA DE SEVILLA:GIOVEDI' SANTO

In questo momento, poco più delle 21,15 del Jueves Santo, Giovedì Santo, per le strade, vicoli e piazze del centro storico di Siviglia stanno passando contemporaneamente le processioni di sette Hermandades.

Sono le Confraternite che custodiscono le bellissime sculture che sfilano durante la Settimana Santa. E per ognuna sfilano almeno due "pasos" o misteri che raffigurano uno, un momento della Passione del Cristo e, l'altro, dietro, la Dolorosa.

Sono dunque in totale 14 grandi, enormi, misteri barocchi.

Ma a volte sono di più, perché alcune confraternite escono dalle loro chiese "madri" dove "vivono" tutto l'anno con tre misteri: ai due di prima si aggiunge di solito uno altro mistero con San Giovanni che consola la Madonna, come nella foto.

I "pasos" dunque che sfilano oggi sono delle seguenti Hermandades , che portano i nomi delle antiche corporazioni oppure del principale mistero che sfila:


• Los Negritos

• La Exaltación

• Las Cigarreras

• Montesión

• La Quinta Angustia

• El Valle

• Pasión





Di tutte, quella che amo di più e la Virgen del Valle quando sfila, dondolata dai costaleros, i portantini che la trasportano, con la sola forza delle loro bracce, sotto il trono (ma non si vedono perché coperti) al suono della musica della sua banda, per la Plaza Nueva dietro il Ayuntamiento (il Comune): lo farà fra una mezz'oretta circa e vi assicuro che è veramente commovente...

Ma mi piace anche il Cristo de Pasiòn quando passa per la strettissima calle Placentines, dove vive la mia cara amica Pilar e da dove ho il privilegio di poterla ammirare quando sono a Siviglia.

Per non parlare della Virgen de las Cigarreras quando verso le 23,30 ritorna nella sua chiesa: la cappella dell'Antica Fabbrica di Tabacco, oggi sede dell'Università e dove è ambientata la storia (tutta "Amor y Muerte") di Carmen, cigarrera di Siviglia!

Oggi, Giovedì Santo, la maggior parte delle processioni ritorneranno alle loro chiese presto per non intralciare il percorso delle altre 6 confraternite che sfileranno oggi tutta la notte.

Insomma, "presto" si fa per dire, perché l'ultima di questa sera , la Hermandad de Montesiòn, entrerà nella sua chiesa della popolarissima calle Feria, alle ore 01,30 di questa notte, proprio mentre cominceranno a uscire quelle della notte, la "madrugà", fra cui si trova la celeberrima Macarena!!!


Ma questo ve lo racconterò più tardi: forse all'alba, "de madrugà"...

Ah, Sevilla, Sevilla... E a proposito della Carmen e delle Madonne che "ballano" cullate dai Costaleros, belle come una Carmen, mi sovviene una poesia di Federico Garcìa Lorca intitolata "Baile" (danza) che inizia così:


La Carmen està bailando
por las calles de Sevilla...


La Carmen sta ballando
per le strade di Siviglia...

mercoledì 19 marzo 2008

SEMANA SANTA DE SEVILLA: MERCOLEDI' SANTO


Ecco, delle oltre 20 immagini che oggi, Mercoledì Santo stanno sfilando per le vie del Centro storico di Siviglia, da mezzogiorno e fino a le 4 dell'alba di domani giovedì, si trova quest'antichissima immagine del Cristo de Burgos (risale al XVI secolo) che verso le 19 di questo pomeriggio è uscita, insieme con un'altra della Madonna della Palma, dalla bella chiesa di San Pedro.
La settimana scorsa, quando mi trovavo a Siviglia ho fatto la foto mentre era esposto per il tradizionale "besapié" (baciapiede) dei fedeli prima della Domenica delle Palme: oggi invece sfila innalzato su un trono barocco.
A quest'ora, dovrebbe trovarsi a circa un terzo del suo percorso che durerà fino alle 3,30 circa del mattino...
E poi, prima di andare a dormire, le migliaia di sivigliani e forestieri che sono in giro, tutti a degustare una laicissima cioccolata calda con le torrijas!
Ah, Sevilla, Sevilla... Che nostalgia in questi giorni...

A PROPOSITO DI DOLCI FRITTI: TORRIJAS DE SEMANA SANTA

Quest'anno la Settimana Santa cade interamente a marzo, perché è cominciata la domenica scorsa, Domenica delle Palme, e finirà domenica 23 marzo con la celebrazione della Pasqua di Resurrezione.
E a proposito di date: vi siete mai domandati perché quella della Pasqua cambia ogni anno? No? E allora ve lo spiego subito.
La Pasqua, è una festa mobile perché si basa sulla luna

E infatti la Pasqua cade la domenica successiva al primo plenilunio di primavera; sicché quest'anno cadrà appunto, domenica 23 marzo perché il primo plenilunio della primavera è quello di venerdì prossimo, 21 marzo, proprio con l'inizio della bella stagione.
L'Equinozio di Primavera arriva quest'anno infatti la sera fra il 20 e il 21 marzo: purtroppo il plenilunio arriverà venerdì alle 19,41 quando ancora non é notte fonda e quindi non potremmo vedere il momento esatto del plenilunio, ma la notte, tempo permettendo sarà luminossisima e a Siviglia le processioni delle immagini della Esperanza Macarena e della Esperanza de Triana sembreranno Grandi Madri lunari!

E perché, si domanderà ancora qualcuno, si è tirata in ballo la luna per decidere la data della Pasqua cristiana? Perché si basa sulla Pasqua ebraica, detta Pesah, che si celebra d'altronde da secoli la sera del primo plenilunio dopo l'equinozio di primavera.
E siccome Gesù era ebreo l'Ultima Cena pasquale con i suoi apostoli si svolse la sera del primo plenilunio primaverile.
Ma la Chiesa, per sottolineare che l'e­vento fondamentale era la Resurrezione del Cristo, fissò la Pasqua alla domenica successiva a quella ebraica.
Insomma, cari blogger, come afferma un proverbio: "Non c'è Sabato Santo al mondo che il cerchio della luna non sia quasi tondo"!Ebbene, tenendo conto di tutto ciò, la Pasqua può variare dal 22 marzo al 25 aprile; un proverbio dice infatti "Di marzo ai ventidue/ vien la Pasqua più bassa; /d'aprile ai venticinque /ci arriva e mai li passa".
Tutto questo insomma per dirvi che quest'anno di "Pasqua bassa" al profumo delle frittelle di San Giuseppe si mescola, al meno in Spagna, quello dei churros (semplice impasto di acqua e farina fritto) e delle dolcissime Torrijas della Settimana Santa, la cui ricetta ho dato agli ascoltatori di Radiodue domenica scorsa nella mia rubrica "Che bolle in pentola?".
Si tratta del dolce quaresimale per eccellenza che, come molti altri, trova le sue lontane origini nelle feste religiose arabo-ebraiche.
La tradizione vuole che questo tipico dolce a base di fette di pane immerse nel vino o nel latte e poi fritte e ricoperte di miele, si prepari almeno una decina di giorni prima della Domenica delle Palme perché poi verrà consumato lentamente durante l'intera Settimana Santa, almeno nella mia città: ogni sivigliano sa d'altronde che le migliori torrijas sono quelle rimaste nei vassoi per ultime, bene imbevute dal dolcissimo miele.


Ecco a voi la ricetta originale di Siviglia: infatti, durante la Settimana Santa le stradine di Siviglia profumano d'incenso, di zagara appena fiorita e di miele delle torrijas.

Ingredienti:una forma di pane in cassetta senza tagliare
latte o vino secondo i gusti
zucchero
uova
miele
olio d'oliva

Per fare questo semplice dolce è necessario farsi preparare dal panettiere un pane in cassetta intero che poi, quando sarà un po' raffermo ( almeno di due giorni), verrà tagliato a fette alte 2 cm.
Bagnarle, ad una ad una, prima in latte zuccherato oppure in vino diluito in acqua ( sono più saporite), e poi nelle uova sbattute.
Friggerle in olio molto caldo facendole dorare da due lati. Sgocciolarle bene e immergerle in miele caldo diluito in poca acqua.
Collocare le fette così preparate in un vassoio le une sulle altre quando saranno fredde e bagnarle ancora col miele: devono risultare completamente imbevute.
Diventano squisite se consumate il giorno dopo.
In altre regioni, al posto del miele, cospargono le fette con zucchero e cannella, ma le autentiche torrijas pasquali sono quelle andaluse al miele.
Sono una vera "bomba energetica" e vi assicuro che se vi trovate a Siviglia durante la Settimana Santa vi faranno passare la stanchezza dopo le nottate correndo da una parte all'altra della città per veder passare le cofradias, ovvero le processioni dei misteri.

“LAS FALLAS DE VALENCIA”, OVVERO “I FUOCHI DI SAN GIUSEPPE”




Fra i tanti riti e tradizioni interessanti della Festa di San Giuseppe c’è anche quella di accendere dei falò: una tradizione che risale ad antichi riti propiziatori della terra, per favorire ai primi di marzo l'arrivo della calda primavera.
I "fuochi di San Giuseppe" non hanno infatti nessun rapporto con la vita del santo, ma sono stati inseriti nella sua festa perché coinci­deva con la fine dell'inverno e l'inizio della primavera e avevano una duplice funzione simbolica: da un lato esorcizzavano tutto ciò che angosciava l'individuo e la comunità; dall'al­tro rigenera­vano le persone, la società e la natura.

Questa funzione calendariale della festa di San Giuseppe ha ispirato anche alcuni proverbi. Nel Veneto si dice: "San Isepo protetor de la tera el porta el bel de la primavera". Oppure: "Per San Isepo leva la man, / ch 'l te vardi del malan; / del malan in casa e in tera,/ nel segnal di primavera", e cioè; "per San Giuseppe alza al cielo la mano perché ti guardi dal malanno, dal ma­lanno in casa e in terra, nel segnale della primavera".


Le cerimonie dei "fuochi di San Giuseppe" sono diffuse in tutto il Paese, da nord a sud.

A Modica, in provincia di Ragusa, si accende dopo la cena un grande falò, detto "la vampata", che arde per tutta la notte davanti alla chiesa dedi­cata al santo.

A Lezzeno, in provincia di Como, la cerimonia del rogo è documentata fin dal 1190 e viene premiato il più grande falò. Qui è più evidente la funzione del falò purificatore perché si bruciano anche sedie e mobili rotti insieme con paglia e alberi che simboleggiano l'anno vecchio.

A Rocca San Casciano, a Forlì, c'è addirittura una gara fra i due rioni principali del paese per il miglior falò. E a Scicli, nel ragusano, si preparano i pagghiara, dei pagliai da bruciare la sera di san Giuseppe mentre per le vie del paese si snoda una singolare processione, in ricordo della fuga in Egitto.

Ma anche nel mio Paese, la Spagna, si accendono fuochi per celebrare san Giuseppe: i più spettacolari sono quelli di Valencia, dove esiste la secolare tradizione delle Fallas, una festa dichiarata dall’Unesco “Fiesta de Interés Turistico Internacional”.

Con il nome di “Fallas” si denominano le enormi macchine carnascialesche di cartapesta (alcune di oltre 30 metri di altezza!), con grandi caricature di personaggi noti, dette “ninots” (foto in alto: una Falla con i ninots).
A queste enormi quanto effimere macchine vi lavora gran parte della popolazione durante tutto l'anno, e poi vengono bruciate in grandi falò beneauguranti!
Quest’anno la “Semana fallera” detta anche in valenziano “festes de Sant Josep” , una sorta di carnevale dove la notte e il giorno sono in continua festa, è iniziata il 15 marzo e finirà questa notte, a mezzanotte, con la “cremà”, quando le oltre 300 “Fallas” verranno bruciate!

Naturalmente durante la settimana sarà stata premiata la migliore e anche il miglior “ninot” che verrà salvato dall’impressionante rogo collettivo.

E viene anche nominata la più bella “fallera” fra le ragazze valenziane che durante queste feste indossano il tipico abito di Valencia (come nella foto) ricco di merletti e ricami in oro e che una volta era proprio l’abito festivo dopo la raccolta del riso.

D’altronde l’economia della Comunità valenziana è connessa alla coltivazione e produzione del riso (la paella ha qui la sua culla!), ma anche alle arance e dei fiori: “Valencia es la tierra de las flores, de la luz y del amor…” dice una bella e popolare canzone dei tempi di mia nonna.

Paella “doc” che si può degustare in tutti i ristoranti della città e non solo in questi giorni festivi.
E non dimenticate neanche le tipiche frittelle: i buñuelos e i churros da inzuppare nella cioccolata calda e con i quali i valenziani finiranno la lunga notte di questa notte: la notte della cremà!

EVVIVA SAN GIUSEPPE FRITTELLARO!


Oggi, 19 marzo, è la Festa di San Giuseppe, padre putativo di Gesù; ebbene auguri ai circa 1.800.000 uomini con questo nome, con le varianti di Pino, Pippo, Peppe, Geppetto e tanti altri. E alle donne, circa 1.000.000 fra Giuseppine, Pina, Pinuccia,Giusy, come la mia amica architetto Giusi Gimma, e chi più ne ha più ne metta.

Ma auguri anche a quanti hanno san Giuseppe come santo protettore, e cioè i falegnami, gli artigiani, i lavoratori in genere, le famiglie, e persino i moribondi che lo invocano per una buona morte! Quanto al patronato sui papà è una delle solite trovate consumistiche, sicché non lasciatevi condizionare dalla pubblicità tutt'al più regalate loro le Frittelle tipiche della festa di oggi; tant'è vero che san Giuseppe è anche protettore dei "frittellari”.

Frittelle che secondo i luoghi ricevono nomi diversi: dalle "seppele" d'Itri ai bignè romani, senza trascurare le zeppole napoletane o le frittelle di riso dell'Umbria. La tradizione è talmente diffusa che il Santo è stato chiamato popolarmente "san Giuseppe frittellaro".

Come è buono, come è caro,
San Giuseppe frittellaro!
Ad ognuno una frittella
che è lucente come stella.

Così cantavano una volta i bambini il 19 marzo chiedendo ad amici e parenti le frittelle tipiche: una tradizione che è tuttora viva in molte località italiane.

Ah, e pare che la vera origine dei tradizionali dolciumi risalga forse alle feste dell'antica Roma dette Liberalia in onore del dio Libero della fecondità e dei raccolti.

A Roma i "bigné di san Giuseppe" sono ripieni di crema: una volta i migliori erano quelli del quartiere Trionfale, nei pressi di San Pietro dove la festa era più sentita: la fama della loro bontà era tale che addirittura si diceva che facessero miracoli facendo camminare gli storpi e parlare i muti!
Migliaia di bignè venivano consumati dai romani ogni anno al rione Trionfale: ricordo bene, perché ho vissuto da quelle parti (i dintorni della sede radiofonica della Rai) circa vent'anni, che fino a qualche decennio fa, prima che le strade attorno alla parrocchia dedicata al santo, venissero invase dalle macchine e la festa annullata per lasciare posto al traffico, che c'erano bancarelle di tutti i generi dove autentici pasticcieri ambulanti preparavano le frittelle calde, calde.

Rammento che per tutto il quartiere aleggiava un intenso odore di fritto e il denso fumo che fuoriusciva dalle pesanti padelle di ferro anneriva porte e serrande: "Venite tutte qui Ciumachelle belle,/ venitene a magnà le mie frittelle!", gridavano i "frittellari", e più di un romano troppo goloso alla fine della giornata tornava a casa intossicato da creme poco genuine.
E i "romani veraci" dicono che al calar della sera, per azzittire i bambini che, ormai stanchi, cominciavano a piagnucolare, le mamme romane raccontavano loro la "vera origine" delle frittelle di un improbabile san Giuseppe, che si arrangiava a frittellaro per sbarcare il lunario, con questi versi in romanesco:

San Giuseppe faceva er falegname
e benché fusse artista de talento
non se poteva mai levà la fame
pe' cquanto lavorasse e stasse attento.

Un giorno se n'annò in Egitto co' Maria,
e dopo un par de giorni ch'arivorno
aprì de botto 'na friggitoria.

Co' le frittelle fece gran affari.
E apposta in tutta Roma, in de sto giorno
sortono fòra tanti frittalari.

sabato 15 marzo 2008

SIVIGLIA SI PREPARA PER LA SETTIMANA SANTA





Ecco alcune immagini che ho carpito nei giorni scorsi nella mia città sui preparativi per la Settimana Santa, detta anche "La Semana Grande de Sevilla": si rinfrescano le facciate delle chiese, specie quelle bianche e gialle, di "cal y albero".


Le vetrine delle mercerie mostrano le varie tipologie degli abiti dei "nazarenos", ossia le migliaia di penitenti che sfileranno durante i sette giorni con le processioni.

E infine, in alcune confraternite si "celebra" la penitenziale Quaresima con speciali tapas (gli assaggini che si degustano nei bar con il vino o la birra) rigorosamente "di magro": spinaci, baccalà dolciumi vari, ecc...

Ah, Sevilla, Sevilla! Come dice un tipico canto del nostro folclore, ossia una sevillana:

"Sevilla tiene una cosa que solo la tiene Sevilla: la gracia y la maravilla!"

venerdì 14 marzo 2008

SOTTO L'ARCO DELLA MACARENA...

E adesso, prima di andare a dormire qualche ora - domattina mi tocca l'alzataccia di ogni sabato alle 4,50 (aiuto!) per andare a Roma a parlottare alle 7 dai microfoni di Radiodue - vi lascio a Siviglia, davanti a questo magnifico arco che prima costruirono i Romani e poi ricostruirono gli Arabi: si tratta dell'Arco della Macarena.

Fra pochi giorni (ve lo racconterò senz'altro) sotto questo arco passerà una delle processioni più celebri della Settimana Santa sivigliana: quella della Virgen de la Esperanza, meglio conosciuta come "la Macarena" dal nome del quartiere dove si trova la Basilica che la custodisce.

Ah! Il colore giallo dell'arco è quello tipico della terra andalusa: "amarillo albero" si chiama, e predomina in tutta la città.
Buona notte e sogni d'oro.

"BACALAO CON TOMATE DE MI MADRE" (Baccalà al sugo di mia madre)


Sabato 8 e domenica 9 marzo, nella mia rubrica su Radiodue "Che bolle in pentola?" e proprio in occasione della Giornata Internazionale della Donna, parlavo della "cucina delle donne", quella di ogni giorno, delle nostre nonne , mamme, zie; la nostra anche. Quella insomma che si tramanda da generazioni in generazioni: la cucina anti-chef alla moda, la cucina antitelevisiva!

A tale proposito, vi svelerò che fra le poche cose che componevano il mio bagaglio quando arrivai in Italia tanti, ma proprio tanti, anni fa, vi era un quadernino, dalla copertina ormai consumata negli angoli e vistose macchie d'unto in molte pagine, che mi aveva accompagnato nel mio girovagare per l'Europa alla ricerca di un luogo solare e accogliente come il mio Paese.
Conteneva una preziosa raccolta di ricette della cucina tradizionale spagnola, soprattutto dell'Andalusia e dell'Estremadura ( le due regioni d'origine della mia famiglia) che mia madre, con la sua bella e ordinata calligrafia di signorina di buona famiglia, aveva scritto pazientemente sotto dettatura di mia nonna prima di sposarsi.

Mia madre, in uno slancio di generosità, me lo aveva regalato proprio quando me ne andai da casa per vedere altri orizzonti fuori da quella Spagna franquista di allora che mi era diventata tanto stretta.
Ebbene, ora che mia madre non c'é più da pochi mesi, quel quadernino é diventato ancora più prezioso, tant'è vero che ho pensato di fotocopiarlo e regalarlo a quanti l'hanno voluta bene, nipoti, amiche, qualche parente...
Su quelle pagine, che ora si leggono a stenti per le numerose sbavature causate dai molti sughi e salse versati negli anni, ho imparato il segreto della cucina spagnola di ogni giorno, come la ricetta che infatti ho dato ai miei ascoltatori di Radiodue domenica scorsa e che vi darò ora, sebbene con un po' di ritardo (ma già sai Silvana, che la chiedevi, che sono appena tornata da Siviglia ): il "bacalao con tomate", uno dei piatti tipici della Quaresima e della Settimana Santa.
Era uno dei cavalli di battaglia di mia madre, richiestissimo da tutti e, confesso, che nonostante io lo abbia preparato infinite volte, mai mi è riuscito così sublime come a lei: ah! la cucina delle mamme...

Ingredienti per 3 persone:
1/2 k di baccalà ammollato al meno 24 ore prima
1 grosso peperone rosso dolce
1 spicchio d'aglio
1 cipolla mediana
1 k di pomodori maturi da sugo, oppure una scatola di pelati
olio d'oliva, sale

Sgocciolare ben, bene il baccalà ammollato, sminuzzarlo togliendo le spine, e lasciarlo da parte mentre si soffrigge la cipolla finemente affettata insieme con il peperone a pezzetti(attenzione, questo ingrediente è indispensabile per la buona riuscita!); poi mescolare con i pomodori pelati e senza semi e lasciare cuocere il tutto allegramente.

In un'altra padella rosolare l'aglio tritato e, quando sarà appena dorato, aggiungere il baccalà rigirandolo bene perché perda l'acqua. Mescolare poi al soffritto precedente e cuocere piano, pianissimo, a fuoco lento finché il baccalà e il sugo si siano amalgamati perfettamente, lasciandoli persino bruciacchiarsi un po'.

Ah, un consiglio: la saporitissima salsina si presta a "fare la scarpetta" più volte fino a lasciare il piatto pulito!

Con questa ricetta vanno bene sia il bianco secco sia un rosso leggero.

domenica 9 marzo 2008

EVVIVA SONO DI NUOVO A SIVIGLIA!!!



Ebbene sì, sono di nuovo a Siviglia (grazie voli economici!): gli alberi d'arance amare sono fioriti e la vita profuma di zagare.

Sono venuta per votare perchè, come dicevo sotto, nel post delle "patate in giallo" per l'8 marzo,, rispondendo a "caravaggio" (http://wwwmarcella.blogspot.com)/ ho la fortuna di poterlo fare nei "miei" due Paesi, quello di nascita e quello di scelta, infatti, come sapete, io sono ormai "itagnola".

E questa che vedete non è una grassa ragazza sivigliana che ha mangiato tante ricette ingrassanti in questo locale della foto (dove fra l'altro abbiamo mangiato oggi benissimo), ma la mia pazzarella nipote Layla (una delle figlie di uno dei miei fratelli) che è di nuovo incinta, anche se alla sua giovane età ha già una bambina di 3 anni stupenda, Sara.

Perchè vi dico questo? Perchè sarò io la madrina del nuovo/a arrivato e ciò mi rende felice!!!

Ora vi lascio, vado e vedere i primi risultati delle elezioni in TV, sebbene i sondaggi dicano che vincerà di nuovo Rodriguez Zapatero, che non è male se non fosse per quella sua eterna faccia di "sole che ride" anche quando non c'è niente da ridere... Ad esempio, qui, in Spagna, la violenza sulle donne è all'ordine del giorno, soprattutto in famiglia.

Come da secoli: altro che 8 marzo...

sabato 8 marzo 2008

PAPAS EN AMARILLO O VIUDAS (Patate in giallo o vedove)


Ecco, cara Fiordisale (http://www.fiordisale.it/), la mia ricetta "in giallo" di oggi 8 marzo, per partecipare alla tua idea della Giornata Internazionale della Donna che non è una Festa, bensì una giornata di riflessione sulle condizioni di noi donne nel mondo -ahinoi! - ancora con tante difficoltà da superare.

Ma torniamo in cucina (e ora qualche maschietto maschilistoide potrebbe commentare "e, sì, tornate in cucina, dove dovete stare...").
A tale proposito ricordo che un giorno, quando ero una diciotenne studentessa di architettura a Siviglia, incontrai per strada un piccolo corteo di studenti che avevano voluto fare una manifestazione, non autorizzate nella Spagna di Franco, per protestare contro qualcosa che ora non rammento.
Ebbene, insieme con la mia amica del cuore Pilar e curiose di una cosa così insolita per noi, ci aggiungemmo a fine corteo. Dopo un po' qualcuno grido "Los grises, llegan los grises", ossia, che arrivava la polizia, detta in gergo studentesco "griggi" dal colore delle divise.
Insomma, per farla breve, tutti cominciarono a correre e noi due, Pilar e io, ci trovammo come due scemotte, da sole e senza saper cosa fare. E fu allora quando un poliziotto si avvicinò a noi e vedendoci così smarrite ci disse: "Ma tornatevene a casa e andate in cucina, che è il vostro posto!
Chissà che non sia stata quella frase la molla che poi mi ha condotto alla mia professione di giornalista con la "specializzazione in gastronomia"... Mah!
E ora, torniamo veramente in cucina, alla mia ricetta "in giallo".

D'altronde da me in Spagna, una delle prime produttrici di zafferano dell'Europa, esistono un'infinità di ricette "gialle": dalla celeberrima paella ai "calamares a la riojana"; dal "cazón en amarillo" (palombo giallo) a una grande quantità di arroces en amarillo (risotti gialli) - "arroz con almejas", "arroz con bacalao", "arroz con carne", "arroz con pimientos" ecc...

Quanto alla ricetta che ora vi darò, si tratta di uno stufato di patate molto popolare in tutta la Spagna che, per non avere altri ingredienti sostanziosi, si chiama "patate vedove o povere". A volte ci si aggiunge alcuni pezzi di chorizo, il nostro tipico salame alla paprica dolce, che conferisce al piatto un sapore particolare e aggiunge un po' di colore rossiccio al giallo delle patate, come nella foto aggiunta.

A Siviglia - e mia madre le faceva meravigliosamente (ah, le mamme!) - si chiamano anche papas en amarillo, ossia "patate in giallo", naturalmente per la presenza dello zafferano che l'ingialliscono: "papas" è il nome delle patate in andaluso, così come le chiamano anche in America latina da dove sono arrivate.


Ingredienti per 4 persone:

1kg e mezzo di patate
1 spicchio d'aglio
1 cipolla mediana
1 foglia di lauro
qualche filo di zafferano
olio e sale

In un tegame con poco olio si soffriggono l'aglio e la cipolla tagliati fini; poi si aggiungono le patate a pezzettoni si gira il tutto, si copre il tegame e si fa cuocere a fuoco lento per pochi minuti stando attenti a non farle bruciare. A continuazione coprire d'acqua, salare e mettere lo zafferano e la foglia di lauro, lasciando cuocere finché diventino tenere le patate.

Se si vuole si possono "affogare" sopra le uova (uno a persona) o "maritarle" con della salsiccia, ma allora non saranno più "patate vedove".

Un buon rosso è quasi d'obbligo.
Ah, e almeno oggi 8 marzo, riflettiamo donne, riflettiamo...

mercoledì 5 marzo 2008

LIEBRE AL CHOCOLATE A LA NAVARRESE OVVEROSIA LEPRE AL CIOCCOLATO ALLA MANIERA DELLA NAVARRA




Ecco, come avevo annunciato domenica scorsa nella mia rubrica radiofonica “Che bolle in pentola? e sebbene con un po' di ritardo, vi darò a continuazione la ricetta di questa settimana: una ricetta spagnola a base di cioccolato, per contribuire alla manifestazione di Torino "CioccolaTo".


D’altronde furono proprio gli spagnoli a portare per primi in Europa il frutto dell’albero del cacao.
Quando Hernán Cortez, uno dei celebri conquistadores dell’Estremadura, arrivò in Messico trovò che gli aztechi, per combattere la fatica, si nutrivano di torte di mais e, soprattutto bevevano tazze di un liquido scuro e profumato che chiamavano xocolat fabbricato con la polvere del cacao, un albero allora sconosciuto dagli europei.

Tornato in patria nel 1528, portò con sé i preziosi frutti del cacao, con cui si fabbrica appunto il cioccolato.

Poi quel nuovo cibo venne utilizzato nelle grandi cucine europee di corte nei più svariati modi: d'altronde il misterioso alimento che il naturalista Linneo chiamò "Theobroma", "nettare degli Dei", era giunto dall'America nella penisola iberica proprio durante il regnato dell'imperatore Carlo V, che aveva rapporti con tutta la nobiltà d’Europa.
Più tardi, nel 1587, suo figlio, Filippo II, sovrano della Spagna, diede in sposa la figlia Caterina al duca Carlo Emanuele di Savoia: e grazie a questa unione il cacao cominciò a diffondersi anche in Italia.

Questa ricetta rinascimentale proviene dal nord della Spagna, dalla corte della Navarra dove si preparava allo stesso modo anche la pernici e il cinghiale: l'ho tratta dal mio "vecchio" libro, introvabile, "La Spagna a tavola" (Newton Compton Editore, che chissà se si decide a ristamparlo perché tanto ascoltatori me lo chiedono)...


Quanto alla lepre, attenti però quando la comprate a non farvi dare “gato por liebre” (gatto invece di lepre), come consiglia un vecchio proverbio spagnolo che risale agli anni del dopoguerra quando i gatti randagi venivano cucinati e fatti passare per conigli o lepri!


Ingredienti per 6 persone:

1 lepre pulita e pronta per la cottura
750 gr di cipolline
150 gr di cioccolato fondente
200 gr di pane
2 foglie di lauro
3 o 4 granellini di pepe nero
mezza costa di sedano
1 bicchiere d'aceto
1/4 litro d'olio d'oliva, sale

Lavare la lepre tagliata a pezzetti e asciugarla bene. In un grosso tegame con l'olio caldo rosolarla durante 2 minuti. Ritirare tutto l'olio e lasciarvi invece la lepre aggiungendovi l'aceto, il pepe, il lauro e il sedano a pezzetti; cuocere in questa marinata durante 10 minuti, dopodiché incorporare le cipolline intere. Coprire tutto d'acqua, mettere il coperchio e lasciar cuocere durante 1 ora e mezza schiumando ogni tanto il brodo di cottura.
Trascorso questo tempo ritirare i pezzi di lepre e sciogliere la cioccolata nel brodo rimasto facendo sobbollire qualche minuto per addensarlo. Incorporare di nuovo la carne e lasciarla cuocere nella salsa di cioccolata per 6 o 7 minuti. Poi servire a tavola mettendo i pezzi di lepre su fette grandi di pane fritto con le cipolline come guarnizione e innaffiando tutto con la salsa.
Un rioja (se siete in Spagna) oppure una barbera o un barolo sono d’obbligo.