domenica 27 gennaio 2008

TOCINO DE CIELO (Lardo del cielo)


Cari amici blogger: domattina parto per Siviglia e vi voglio lasciare una ricetta della mia terra che può "troneggiare" fra le RICETTE INGRASSANTI: il Tocino de cielo.

Il nome di questo squisito dolce, tipico di tutta la regione andalusa e che trova la sua massima espressione nella provincia di Huelva, è già tutto un programma: significa letteralmente"lardo del cielo".

Si tratta di una sorta di budino a base di tuorli d'uovo che sembrerebbe della "creme caramel" in apparenza, ma non lo è: il suo sapore è diverso, è... Indescrivibile!

Veramente il suo è un sapore talmente ineffabile che perciò si può soltanto immaginare creato nel cielo, dagli stessi angeli!

D'altronde è nato proprio fra le mura dei conventi di clausura femminili, come tanti altri dolci della mia terra andalusa.


Ma andiamo per parti.


Nelle cantine di Huelva si produce da anni i vini di Montilla. Sono vini, come lo Sherry di Jerez de la Frontera: vini da aperitivo o da dessert molto invecchiati, che con il tempo hanno la tendenza a formare in superficie una sorta di cappa chiamata "flor del vino".

Questo "fiore" danneggerebbe il colore del vino e perciò, prima d'imbottigliarlo, per "chiarificarlo" e far sì che il colore si mantenga limpido negli anni, i produttori utilizzano il bianco dell'uovo per togliere, senza mescolarlo però con il nettare, il suddetto e temibile "fiore".

Cosa si faceva poi con i tantissimi tuorli rimasti? Certamente non era il caso di sprecarli; sicché venivano donati alle suore dei vicini conventi ( oggi si vendono anche ai pasticcieri).

Le suorine, da secoli, hanno utilizzato questi tuorli per creare dolci supercalorici, colesterolici ma squisiti!

Fra questi ci sono i nostri Tocinos de cielo, ma anche molti altri, come le popolarissime "Yemas de San Leandro" ("Tuorli di san Leandro") oppure il "huevo hilado" (letteralmente "uova filate"): magari un giorno vi faccio un itinerario fra i tanti dolci dei conventi andalusi di clausura, dove tuttora vengono venduti attraverso la "ruota".


Ma torniamo al nostro ingrassantissimo "tocino de cielo" che, sebbene si sia diffuso ormai in tutta la Penisola, l'Andalusia continua ad averne il primato; anche nella zona di Jerez si preparano buonissimi.

Ingredienti:

10 tuorli d'uova
300 gr di zucchero

Porre in un tegamino lo zucchero con un bicchierino d'acqua fredda e far cuocere lentamente affinché si formi uno sciroppo "a punto de hebra", ossia "al filo" (quando se ne prende un po' fra indice e pollice si deve formare un filo separandoli).

Versare lo sciroppo in piccoli stampi (quelli originali del tocino de cielo sono bassi e quadrati) muovendoli bene affinché la base e le pareti ne rimangano impregnate; dopodiché mettere di nuovo lo sciroppo nel tegamino e versarlo pian, piano sui tuorli leggermente sbattuti, muovendo continuamente.
Passare allo staccio fine e riempire gli stampi.
Cuocere bagnomaria dai 10 ai 15 minuti: saranno pronti quando mettendo un grosso ago uscirà pulito.
Servire freddi da soli o con un po' di panna montata se si vuole renderli ancora più ingrassanti, ma io li preferisco nature.

Naturalmente, gli adulti dovrebbero accompagnarlo con una coppa di amontillado o di Sherry.
Ah, e cari saluti a tutti: se mi riesce tenterò di mandarvi qualche curiosità o qualche buona ricetta sivigliana, altrimenti ci aggiorniamo fra una settimana al mio ritorno.
E mi raccomando: mandatemi le vostre RICETTE INGRASSANTI!!!

sabato 26 gennaio 2008

SIVILLIA ORANGE MARMELADE: OK!


40.000 alberi d’arance amare ornano strade, piazze e vicoli della mia amata città, Sevilla, in italiano Siviglia: alberi che producono annualmente oltre 150.000 tonnellate di frutti. Di questi, soltanto il 2% si utilizza per la fabbricazione della celebre Marmellata d’arance amare di Siviglia, quella che gli anglosassoni chiamano “Sivillia orange marmelade”, o semplicemente “marmelade”, perché tutte le altre confetture sono dette in lingua inglese “jam”: questa marmellata è diventata talmente celebre da rappresentare quasi l’emblema della prima colazione e del “the delle cinque” del Regno Unito”!


Ebbene, queste arance si trovano sul mercato inglese solo in questo periodo, da metà gennaio fino alla fine di febbraio, mentre nella mia città non le vuole nessuno, anche perché crude sono immangiabili. Soltanto alcuni privati che possiedono aranci nei loro giardinetti, come la mia cara amica del cuore Pilar Alberich, preparano la profumata e saporita marmellata: quando vado da lei in questo periodo –andrò lunedì prossimo a Sevilla, evviva! – mi regalerà probabilmente un barattolo di marmellata appena preparata.


Cosa accade dunque a tutte le altre arance amare sivigliane che gli inglesi non adoperano? Beh, vengono convertite in concime biologico o in mangime per i maiali! D’altronde per fare la celebre “marmelade” inglese le arance che vengono inviate in Inghilterra, ma anche in Irlanda e in Scozia, sono soltanto quelle senza rischio inquinamento, e cioè quelle che maturano negli alberi dei parchi, degli orti o dei luoghi senza traffico.


In ogni modo, per preparare la celebre marmellata occorrono pochi ingredienti: arance amare, acqua, zucchero e , facoltativamente, un po’ di succo di limone.
La mia adorata nonna Marina – io porto il suo nome - la preparava benissimo e ricordo che lasciava a mollo le bucce delle arance 24 ore per toglierne un po’ dell’amaro.

Io però non vi darò la complessa ricetta della "marmelade", perché qui le arance amare non si trovano facilmente e dunque sarebbe inutile: però vi allego una foto notturna degli aranci di Siviglia con la torre più celebre della mia bella città -La Giralda -e le mura del Alcazar.
E se vi andate fra un po', quando all'inizio della primavera le zagare saranno fiorite, quasi non riuscirete a camminare diritti: il loro intenso profumo è inebriante!


Invece, siccome immagino che oggi tutti voi avrete acquistato le ARANCE DELLA SALUTE DELL’AIRC (http://www.arancedellasalute.it/), ora vi darò la ricetta della marmellata di arance dolci siciliane che io faccio ogni anno. Ah, e se oggi non lo avete fatto, anche domani si trovano “le arance della salute”, mi raccomando, compratele!

Gli ingredienti sono:

arance dolci senza semi
zucchero (mezzo chilo per ognuno d'arance)
1 mela ogni 2 chili d’arance
1 limone ogni 2 chili d’arance
acqua

Lavare bene le arance e tagliarle – con tutta la buccia - a fettine finissime e poi ognuna in quattro parti. Lavare le mele e sbucciarle tagliandole a pezzettini. Mettere il tutto in una pentola e coprire appena d’acqua. Far bollire per circa 1 ora e poi togliere alcune fettine d’arance e lasciarle da parte. Frullare grossolanamente arance e mele cotte e aggiungervi lo zucchero e il succo dei limoni: cuocere a fuoco lento girando ogni tanto e aggiungendo anche le fettine d’arance lasciate da parte.
Quando la marmellata avrà raggiunto la consistenza desiderata (per saperlo basta assaggiare e immaginarla già fredda sulle fette di pane tostato) togliere dal fuoco.
Tenete preparati dei vasi di vetro puliti e sterilizzati: invasate subito la marmellata, ancora calda. Chiudete bene i vasetti con il coperchio, capovolgeteli e lasciateli raffreddare sotto un canovaccio.
Una volta raffreddata, conservate la marmellata in un luogo abbastanza asciutto e buio: ma quando aprite un barattolo poi conservatelo in frigo.

giovedì 24 gennaio 2008

CAVARADOSSI GIAPPONESE: AIUTO!!!



Ma ve lo immaginate un Cavaradossi con gli occhi a mandorla? Sembrerebbe fantascienza, vero?

Invece esiste, l'ho potuto verificare con i miei propri occhi!

Insomma, per farla breve. Ieri sono andata all'Opera (l'amo da sempre) a vedere la Tosca, il melodramma di Puccini più romano che più romano non c'è: ambientato nella Roma di 1800, con personaggi romani, con la storia della Reppublica Roma, con monumenti romanissimi da sfondo (Chiesa di Sant'Andrea della Valle, Palazzo Farnese, Castel Sant'Angelo).

Narra, come sapete - almeno coloro che amano l'opera come me - la romanticamente tragica storia d'amore della bella Tosca e il pittore-bonapartista antipapalino, Mario Cavaradossi che finisce fucilato proprio a Castel Sant'Angelo.

Ebbene, ieri, nel ruolo del bel tenebroso Cavaradossi c'era il tenore giapponese Yonghoon Lee: tenore dalla tecnica buona in quanto alla voce, ma...

Ma non si poteva guardare, con quei suoi occhi a mandorla e la tipica rigidità del Sol levante -(dovete vederli - i giapponesi - quando nella mia città, Siviglia, vanno ad imparare il flamenco...) - sussurrare parole d'amore alla sua innamorata e infine cantare l'addio alla vita prima di essere fucilato, il meraviglioso "E lucevan le stelle..." con la stessa drammaticità che avrebbe potuto avere andando a chiedere gli orari dei voli per il Giappone...

Mannaggia la sfortuna mia! Il tenore annunciato era invece Giuseppe Gipali, un Cavaradossi collaudato, e perciò avevo brigato tanto per acquistare il biglietto, anceh perchè la regia è di Franco Zeffirelli...

Invece, già dentro il teatro,e quando stava per cominciare, una vocina annunciava che all'ultima ora Gipali si era ammalato...

All'ultima ora? E come mai c'erano decine di giapponesi ad applaudire il loro conterraneo?

Mi suona tanto a piccolo inganno per evitare proteste: proteste che però si sono innalzate all'annuncio del tenore giapponese: ma ormai era tardi!

E io sono tornata a casa delusa e con l'immagine negli occhi di altri occhi... Quegli "a mandorla" di Cavaradossi!

lunedì 21 gennaio 2008

ARISTA ARROSTO ALL'ARANCIA AL PROFUMO DI ROSMARINO E PEPE ROSA, SOPRA LETTO DI MELE


L''animale "totemico" del Carnevale appena iniziato e il "grasso" maiale.

Perciò questa ricetta che ho dato domenica scorsa nella mia rubrica radiofonica, ha come ingrediente principale proprio il maiale: il maialino di Sant'Antonio Abate, naturalmente!
La macellazione dell'animale avviene in genere ancora oggi da San Martino (11 novembre) al 17 gennaio, festività del santo eremita che viene anche invocato contro le tentazioni del diavolo.
D'altronde nella maggior parte dei calendari astrologici dipinti o scolpiti, come ad esempio quello affrescato sulle pareti del Palazzo della Ragione a Padova, si raffigura nel mese del Capricorno la scena della uccisione e la lavorazione del maiale.


Ma questa è una ricetta che abbina al maiale anche le arance, il frutto di stagione per eccellenza e anche il frutto che sabato prossimo 26 gennaio verrà offerto nelle piazze d'Italia dall'AIRC (Associazione Italiana Ricerca sul Cancro): http://www.arancedellasalute.it/; http://www.airc.it/
Ecco dunque la ricetta saporita e facilissima da preparare.


*Per sei persone occorrono:
1 kg di arista di maiale
qualche spuntatura di maiale (facoltative)
arance fresche
aglio
sale, pepe rosa
rosmarino
olio d'oliva
vino liquoroso (Porto)
mele per il contorno

"Lardate" con fettine d'arance l 'arista, introducendole nei taglietti lungo la superficie della carne che avrete fatto, e rosolarla in poco olio con un rametto di rosmarino. Collocare poi l'arista in teglia con le spuntature (danno un po' più di grasso all'arista che ne ha poco), spicchi d'arancia, spicchi d'aglio con la camicia, olio d'oliva, sale, chicchi di pepe rosa e il rosmarino. Bagnare con abbondante spremuta d'arancia e un bicchiere di vino liquoroso, tipo Porto.

Ogni tanto girare e bagnare se necessario ancora con spremuta.

A fine cottura, togliere dalla teglia e in un pentolino allungare il sughetto rimasto con altro vino e una arancia spremuta.

Affettare l'arista e servire con la salsina adagiate sopra un letto di purè di mele al burro.

Purè che nel microonde si fa in 5 minuti: fette di mele sbucciate finché diventano morbidissime, schiacciate bene con una noce di burro e poco sale.

Il vino rosso è d'obbligo, almeno per me.

sabato 19 gennaio 2008

MA CHE GIORNATA MERAVIGLIOSA!


Meravigliosa davvero: qui a Santa Marinella il sole splende, il mare è liscio e color blu-cielo e il mio raffreddore sta passando.

Che fare adesso, dopo la "fatica radiofonica" di questa mattina?

Me ne vado al "mio" bar "La Playa", alias "la Gatta" (vedi foto qui accanto), a leggere i giornali mentre sorseggio un bel marocchino, che -ahimè! -non è un omone bello del Marocco, bensì un sensuale caffè con la crema di latte schiumosissima e la polvere di cacao: cacao che mentre bevi ti rimane sulle labbra producendo quello che mio amato marito chiamava "orgasmo labiale"...
Insomma, credo che si sta avvicinando la primavera, che, come si dice da me, "la sangre altera"...
D'altronde il vecchio proverbio annuncia che "San Sebastiano, con la viola in mano", e San Sebastiano è domani 20 gennaio.

Ci sentiamo più tardi, cari blogger!

giovedì 17 gennaio 2008

L'IMPERMANENZA



Oggi mi sento meglio dopo tre giorni d’influenza e paracetamolo.

Mi alzo di buonora con abbastanza energia per cominciare a lavorare.

Vado in cucina per fare colazione e accendo la radio per ascoltare il GR; mentre mangio le mie solite fette biscottate con marmellata di limone (fatta in casa con i meravigliosi limoni del mio grande albero) e bevo la spremuta d’arance e il caffélatte ne ascolto ben due, uno su Radiouno e un altro su Radiodue, ma il menù è lo stesso: dimissioni di Mastella e il “no” di Prodi, gli interminabili discorsi per l’importantissima questione (?) del Papa all’Università di Roma, i rifiuti della Campania… Basta!

Spengo la radio. Mi alzo da tavola. Vado al mio studio e accendo il computer: dovrei scrivere alcune cose per le mie rubriche radiofoniche, ma nella testa ho, come ogni giorno da diversi giorni, la notizia dell’arrivo, un’altra volta ancora, del “mostro”, del cancro, nella casa di Carmen e Bruno, due carissimi amici, lei spagnola, lui pugliese: adesso quel “mostro” vuole impossessarsi di Bruno, anni fa si portò negli abissi il loro figlioletto di appena due anni.
Ho pianto quando un’amica comune mi ha dato la notizia la settimana scorsa: so che vuol dire l’arrivo del “mostro” nella vita di una famiglia. So che vuol dire la lotta ad armi impari contro quella belva senza pietà. So che vuol dire vedersi portare via la persona che ami.

Quanto è doloroso vivere, quanto dolore c’è nella vita. Di tutti.

Gettino la prima pietra coloro che non hanno ancora sofferto per la perdita di un essere amato, marito, moglie, genitori, figli, fratelli, parenti, amici…

Ho letto tempo fa questa bella leggenda buddista; si chiama “la parabola del seme di senape”.

“Una donna piange sconsolata per la morte del figlio e chiede aiuto a Buddha perché non riesce ad accettare la terribile perdita.
-Ti potrò aiutare se mi porti un seme di senape preso da una famiglia mai colpita dal dolore della morte- le disse Buddha.
La donna girò l’intero villaggio, bussando di porta in porta. Ma non riuscì a trovare una sola famiglia con quelle caratteristiche. E dunque non portò il seme di senape all’Illuminato.
E si rese conto, e capì, che la morte colpisce tutti, che il dolore è comune a tutti.
E riuscì ad accettare il suo.”


Dedicato a Carmen, Bruno, Giorgia (www.buba.it), Luana… A tutti voi e anche a me.

CON I FUOCHI DI SANT'ANTONIO IL VIA AL CARNEVALE: PIOGGIA PERMETTENDO




Ebbene sì: domani, 17 gennaio, comincia ufficialmente il Carnevale.


Come ogni anno infatti il periodo carnascialesco inizierà con la Festa di Sant'Antonio Abate, il cosiddetto “santo del porcellino”.
E per festeggiare il vecchio santo dalla lunga barba bianca, in tantissimi luoghi dell'Italia si accenderanno dei falò.

Ma il rito dell'accensione dei fuochi invernali di Sant'Antonio in realtà non ha molti rapporti con la vita del santo, bensì si tratta di un rito pagano legato alla collocazione calendariale della festività in questo momento dell'anno: un periodo di passaggio da una stagione all'altra, come accade anche con i fuochi che si accendono per San Martino a novembre, oppure con quelli di Capodanno o più in là con quelli di marzo per San Giuseppe.

Un rito, quello dei falò di Sant'Antonio, che si ripete da secoli e che simboleggia insieme tante cose: ad esempio, la funzione purificatrice che si attribuisce normalmente al fuoco, gli effetti magici dell'allontanamento delle streghe, degli spiriti invernali, dei morti, delle malattie...
Naturalmente, per "cristianizzare" questi riti pagani, c'è anche una bella leggenda che ora vi racconterò e che ha come protagonisti: un vecchio santo, un furbo maialino e il diavolo tentatore!


"Si racconta che tanti secoli fa sant'Antonio viveva eremita nel deserto della Tebaide insieme con un maialino che lo seguiva dappertutto: là, ogni giorno vinceva con i più svariati trucchi, le tentazioni del diavolo. Ebbene, si dice che allora non esisteva il fuoco sulla terra e gli uomini soffrivano un gran freddo.

Dopo aver discusso a lungo i governatori della terra inviarono una delegazione dove viveva sant'Antonio per pregargli di procurare il fuoco. Il vecchio santo, impietosito, si recò col suo fedele maialino all'inferno, dove le fiamme ardevano giorno e notte, bussando all'immenso portone. Quando i diavoli videro che il visitatore era il santo, il loro peggior ne­mico che non riuscivano a vincere, gli impedirono di entrare. Ma il maialino nel frattempo si era in­trufolato rapidamente, nella città diabolica.
La bestiolina cominciò a scorrazzare facendo danni dappertutto: dopo aver tentato inutilmente di catturarla, i diavoli si recarono da sant'Antonio pregandolo di scendere all'inferno per riprendersi il maialino. E l'eremita, che non aspettava altro, si recò nel regno dei dannati con il suo inse­parabile bastone a forma di Tau.

Durante il viaggio di risalita in com­pagnia del maialino fece prendere fuoco al bastone sicché, giunto sulla terra, poté accendere una grande catasta di legna offrendo così il primo e so­spirato fuoco all'umanità".


E perciò d'allora, il giorno della Festa Sant'Antonio Abate gli uomini accendono dappertutto dei grandi falò.

E perciò il vecchio santo della lunga barba bianca viene raffigurato di solito con il suo bastone a forma di Tau, un maialino ai piedi e in mano la fiammella del fuoco.


L'usanza di accendere fuochi in onore di sant'Antonio, la si ritrova in molte cittadine italiane, come ad esempio a Bagnaia, in provincia di Viterbo; a Volongo, nel cremonese, dove si mangia anche la cosiddetta "torta dura di sant'Antonio"; oppure a Galluccio, in provincia di Caserta, dove si fa una grande baraonda tutta la notte e si mangia l'agnello arrosto. E in tante altre ancora.


Un grande falò, detto in dialetto pugliese La Focara, viene accesso in onore di sant'Antonio la vigilia della sua Festa sulla piazza principale di Novoli, in provincia di Lecce: là, fin dai primi di dicembre si è cominciato a raccogliere la legna con la quale si costruisce una altissima catasta a forma di cono (foto a destra) che, secondo la tradizione, deve essere grande come la facciata del duomo. In cima si pianta un ramo d'arancia, delle spighe di grano e una bandiera con l'immagine di sant'Antonio. Poi intorno al falò si mangia e si chiacchiera. Alla fine della festa la gente di Novoli si porterà a casa qualche tizzone o della cenere, consi­derati preziosi amuleti.

E anche a Fara Filiorum Petri, un paese d'origine longobarda della provincia di Chieti, non lontano dalla dannunziana Maiella abruzzese, si celebra una cerimonia suggestiva la sera della viglia del santo: si accendono infatti le Farchie ( foto a sinistra) che sono cilindri di canne legati con rametti di salice rosso, che hanno un diametro di circa un metro e sono lunghe una decina di metri e pesanti fino a 25 quintali!

Ah, e da me in Spagna, specialmente al nord, questi falò si chiamano "Luminarias de San Antòn".
Nota: Ma guarda un po': credevo di aver scritto il mercoledì 16 e invece mi ritrovo ormai nel giovedì 17. Dunque correggere man mano che si legge: quando dico "domani" vuol dire "oggi"!

martedì 15 gennaio 2008

LA CUOCA ITAGNOLA SI SENTE UNA VERA "MONNEZZA"


Cari amici blogger, come potete vedere mi sento un cumulo di "monnezza" quasi come quella che impervia a Napoli: e a tale proposito devo confessare che sento un'infinita tristezza perchè amo Napoli e tutta la Campania e non riesco a capire come si possa arrivare a un tale livello di degrado...
Ma torniamo al mio stato fisico: domenica mi sono beccata un tremendo raffreddore che non mi abbandona e mi ha tolto le forze...
La colpa però è delle Ferrovie dello Stato.
Vi spiego.

Come ogni fine di settimana, quando torno a casa con il treno dopo la diretta della mia rubrica radiofonica, vado alla stazione di Trastevere dove le condizioni dei viaggiatori non importano un bel niente al suddetto ente: non c'è sala d'attesa e non ci sono sedili per attendere i treni al coperto nel grande ingresso, sicché l'unica possibilità di aspettare i treni e loro ritardi giornalieri, è in piedi oppure andare alle panchine dei vari binari e prendersi le correnti d'aria gelida e il freddo.
Ma in compenso -udite,udite -le Ferrovie dello Stato ha collocato degli inutili e penso costosi portacenere in tutti i binari!!!

Premetto, per i non romani, che la stazione di Trastevere è una delle più "turistiche", non solo perché vi arrivano e partono i trenini per l'aeroporto di Fiumicino, ma anche perché il quartiere è fra i più frequentati dai turisti: turisti che sono costretti ad attendere con le loro valige in piedi oppure all'addiaccio.

E naturalmente, i raffreddori e quant'altro sono all'ordine del giorno!
Ma c'è di più.
Quando ho domandato nella biglietteria il perché di questa situazione mi hanno risposto che i sedili non li mettono perchè di notte vengono occupati dai senza tetto!!!

venerdì 11 gennaio 2008

LA CUOCA ITAGNOLA DA' IL VIA ALLE RICETTE INGRASSANTI!

Eccomi, cari amici blogger.
nell'attesa di creare un vero e proprio link (sto imparando...sono un po' imbranata per queste cose tecniche) dove archiviare le vostre e le mie RICETTE INGRASSANTI che, come hanno detto Luana e Letizia mettono di buon umore, potete cominciare a lasciarle qui come "commenti": sei invitata a farlo subito "Fiordisale".

D'altronde fra pochi giorni comincia ufficialmente il Carnevale e allora... A voglia, ricette grasse!

Ma non finisce qui: ho pensato che ogni settimana, la domenica, quando nella mia rubrica radiofonica c'è lo spazio della "buona ricetta", leggerò quella delle vostre più invogliatamente ingrassante.
E non finisce qui ancora: poi, la migliore di tutte, secondo voi e io, verrà anche "cucinata" dal proprio autore che sarà chiamato telefonicamente nel mio programma.

Ho anche adottato una sorta di "santo laico protettore" di questa rubrichetta: Fernando Botero, l'artista colombiano che "ingrassa" delicatamente i suoi personaggi!

I suoli dipinti e le sue sculture, ci accompagneranno.

Ecco il primo: dedicato a tutti voi dalla cuoca itagnola di Siviglia. E olé!!! .

Domani vi darò la mia prima ricetta ingrassante: ora devo preparami la puntata di domattina per "Che bolle in pentola?"

Grassi bacioni a tutti!

ANNUNCIO DELLA CUOCA ITAGNOLA


Annuncio importantissimo a tutti gli amici blogger dalla cuoca itagnola


Domani inaugurerò una sorta di rubrica intitolata:
RICETTE INGRASSANTI


Ebbene sì, e non strabuzzate gli occhi, ho detto "ingrassanti": non ne posso più di sentir parlare di diete, di colesterolo, di calorie, di cibi magri...


Dunque, domani lo spiegherò bene, così tutti potrete inviare le vostre e poi...

Per oggi basta .
Ora la cuoca itagnola, è molto stanca: ha passato ore a togliere gli addobbi natalizi mentre vedeva un film di "paura" e adesso va a dormire.


A domani. Buona notte e cominciate a "pensare grasso"

martedì 8 gennaio 2008

KOUGELHOPF, OVVEROSIA IL DOLCE DI KOUGEL IL VASAIO DELLA GAMBA DI LEGNO


Meglio tardi che mai! Ecco cara Daniela la ricetta di questo dolce del Tre Re Magi tipico dell'Alsazia, che ho dato domenica scorsa nella mia rubrica radiofonica, e anche la leggendina da raccontare ai bambini.



Il tipico Kougelhopf des Rois Mages, pane dolce alsaziano di origine germanica, con la forma di una alta corona rovesciata, che una volta era soprattutto legato all'Epifania, viene preparato ormai in tutte le panetterie e pasticcerie dell'Alsazia per tante altre festività: Natale, Pasqua, matrimoni, nascite, vendemmia, sagre paesane, ecc.

Perciò lo si trova in ogni momento dell'anno e viene consumato, specialmente dai bambini, anche come prima colazione o merenda: c'è persino una versione salata molto gradita agli adulti come aperitivo, tagliato a fette e consumato con lo squisito paté d'oca alsaziano, uno dei prodotti tipici insieme con i vini e il pane, sia esso dolce che salato. Se ne fabbricano infatti decine di tipi: pane alle spezie, al formaggio, alla birra; pane fritto, azzimo oppure lievitato.
Del tradizionale pane dolce chiamato Kougelhopf esistono molte ricette, secondo i luoghi, ma dappertutto gli elementi costanti sono l'uvetta all'interno e le mandorle e lo zucchero a velo in superficie.

Le dimensione si aggirano intorno ai 15 cm di altezza e i 24 di diametro, la misura dello stampo in terracotta tipico per prepararlo: una sorta di tronco di cono tondo con delle scanalature e col buco al centro, che esternamente somiglierebbe a un pandoro. I migliori stampi per il Kougelhopf (come quello della foto) provengono dai laboratori degli artigiani di Soufflenheim, un'altra località dell'Alsazia.
Mentre la ricetta tipica originale è di Ribeauvillé, la cittadina dove è ambientata la leggenda del vasaio della gamba di legno e i Tre Re giunti dall'Oriente...


"Si racconta che un giovane vasaio con una gamba di legno che abitava a Ribeauvillé, un lindo paese del nord dell'Alsazia, sull'Alto Reno. Si chiamava Kougel e fabbricava ogni tipo di vasi, piatti e oggetti di ceramica in terracotta verniciata.

Una sera di giugno chiamarono alla sua porta tre misteriosi viaggiatori, vestiti con abiti sgargianti e con degli strani copricapo in testa: uno aveva la pelle bianca e una lunga barba candida come la neve; un altro era di colorito giallognolo e la sua corta barba era castana; infine l'ultimo non mostrava nemmeno l'ombra di una peluria sul suo bel volto scuro. Dissero di chiamarsi Gaspard, Melchior e Baltazard, di provenire dall'Oriente e di aver percorso tanti chilometri perché stavano tornando dalla Palestina dove avevano reso omaggio a un neonato straordinario di nome Gesù.
Kougel, nonostante la sua povertà, non dubitò un attimo a dare ospitalità ai tre viandanti offrendo loro quel che aveva da mangiare.
I Re Magi, perché di loro si trattava, mangiarono con appetito e poi andarono a dormire tutti e tre nel lettone del generoso vasaio.
Mentre Kougel si affaccendava da un lato all'altro della grande cucina per rimettere tutto a posto, nel silenzio della notte si udiva soltanto il suono della sua gamba di legno sul pavimento: "hopf, hopf, hopf"!
Al mattino dopo, quando Kougel scese in cucina di buon'ora per preparare la colazione ai suoi tre ospiti vide sul tavolo uno strano stampo di terracotta a forma di corona rovesciata all'interno del quale c'era un dolce ancora caldo.

Un bigliettino diceva: "Diventerai celebre in tutta l'Alsazia con questo dolce che abbiamo realizzato per te con questo stampo e che si chiamerà, perché nessuno mai dimentichi il tuo buon cuore, Kougel-hopf".

Ingredienti:


375 g di farina 00
25 g di lievito
160 g di buon burro
3 uova
3/4 l di latte intero
2 cucchiaiate di zucchero
sale
100 g di uvetta
100 g di mandorle tostate pelate
1 stampo di terracotta per il Kougelhopf

In una terrina setacciare la farina, collocandola a fontana, e aggiungervi il burro, le uova intere, lo zucchero, il lievito sciolto nel latte tiepido e un pizzico di sale. Mescolare e lavorare bene la pasta con le mani. Lasciare poi riposare finché lievita. Poi lavorarla ancora e aggiungervi l'uvetta precedentemente tenuta a bagno in acqua tiepida e ben asciutta. Imburrare lo stampo e collocare nel fondo e lungo le pareti le mandorle tostate pelate. Versare il composto e lasciare ancora lievitare in un luogo caldo finché "cresce" fino a raggiungere il bordo dello stampo. Poi infornare a temperatura media per circa 45 minuti. Quando sarà cotto e dorato, lasciare raffreddare, toglierlo poi dallo stampo e cospargere di zucchero a velo.

E "la morte sua" come si dice a Roma, è inzuppato nella cioccolata calda un pomeriggio piovigginoso d'inverno.

PICASSO FA LE LINGUACCE


Ma no: non mi fa le linguacce il mio gattino Picasso. Credo sia soltanto un po' arrabbiato al suo ritorno dal veterinario dove -ahi lui! - è stato castrato...

Mi è sempre sembrato una vera e propria crudeltà privare cani o gatti della propria sessualità... Ma che fare? Fosse per me lo avrei lasciato accoppiare con tutte le gattine che trova. Ma poi? I cuccioli di gatto non li vuole nessuno e io ne ho già abbastanza: ora, oltre ai miei tre fissi (Dalì, Lorca e Picasso) ho in "affido" quello di mia figlia, un simil certosino di nome Carlito, malaticcio, magrolino e iperattivo. Poi ci sono quelli del circondario che vengono a saccheggiare le scodelline dei miei.

E ultimamente è arrivata la dolce Lucrezia, una gattina randagia, grigiastra che ogni sera giunge veloce nel mio giardino per mangiucchiare e giocare con Picasso: credo sia in calore perché altri gatti sono arrivati dietro di lei.

E perciò, consigliata dal veterinario, Picasso è stato castrato ora. Altrimenti per San Giuseppe mi sarei trovata altri gattini in giro; oppure Picasso (probabilmente il preferito di Lucrezia) avrebbe dovuto lottare contro gli altri pretendenti o sarebbe fuggito per poi ritornare ferito, come è accaduto ad altri miei gatti.

Ma un po' in colpa mi sento: povero Picasso che non conoscerà mai le gioie dell'amore ... E pensare che il suo omonimo, il Pablo Picasso, pittore di Malaga, ha avuto figli persino quando era ormai anziano!
Che mondo cane; anzi gatto!

lunedì 7 gennaio 2008

IL PORTO DI SANTA MARINELLA


Durante la mia "ora d'aria" di questa mattina, verso mezzo giorno e mezzo, quando gli occhi e la schiena diventano saturi di lavoro, sono andata a odorare il porticciolo di Santa Marinella: amo il profumo intenso delle reti da pesca, il suono del vento fra le barche, il sole che mi bacia mentre leggo su una panchina...

Amo vivere qui anche per questi piccoli piaceri!

LA CUOCA ITAGNOLA DIVENTA REGINA!


Eccomi! Sono diventata "Regina"!

Ieri 6 gennaio, Fiesta de los Reyes Magos, ho portato a Roma, a casa della famiglia Licata, cari amici, per il pranzo della Befana, un buonissimo Roscòn de Reyes che ci ha portato da Siviglia mia nipote Sara, figlia di uno dei miei fratelli e colei che si è invaghita di un ragazzotto italiano.
Ebbene, nella mia porzione di dolce, per la prima volta da tanti anni di consumo annuale del Roscòn, c'era la "sorpresina", una figurina in porcellana che, come ho spiegato nella ricetta che vi ho dato l'altroieri e che potete trovare scorrendo questa pagina in giù, fa diventare Re o Regina il fortunato goloso che la trova.

Dunque, cari blogger, mi raccomando, un po' di rispetto, perché ora vi trovate davanti alla nobiltà più nobile che ci sia: Sua Maestà la Regina Cuoca Itagnola!!!

Come da foto allegata potete vedere che la corona mi dona tremendamente...

Ah! A Gianni Licata, amico caro di mia figlia Clara nonché attore e regista dei suoi spettacoli di danza-flamenco-teatro, è toccata in "sorte" la fava secca e dunque dovrà rimborsare mia nipote Sara il costo del Roscòn de Reyes!

Dimenticavo: il tacchino ripieno alla'americana che ha preparato Conny Licata, mamma di Gianni, era buonissimo: se cliccate nel sito di Radiodue, nello "archivio ricette" della mia rubrica "Che bolle in pentola"(http://www.radio.rai.it/radio2/ilcammellodiradio2), troverete la ricetta... almeno credo, se non si è cancellata perché risale a parecchio tempo fa, mi pare al 2005.
Cosa raffigurava la "sorpresina"? Non ci crederete: una ranocchia con il velo da sposa! Forse, un buon augurio per ritrovare l'amore...

Quanto alla "cuoca itagnola" che da ora in poi aprirà questo blog , mi è stata regalata da mia figlia per la Befana: non è stupenda?

sabato 5 gennaio 2008

LA VERA, VERA, VERISSIMA STORIA DELLA BEFANA!


Dedicato a Daniela, Luana e a tutti coloro che questa notte torneranno bambini.


La Bbefana riccia, riccia
tutta quanta inanellata
scende giù cor Bbefanino
da la cappa der camino.
Va dicendo a le ragazze:
siate bbone, nun siate pazze.
'Na ragazza impertinente
nun voleva fare gnente
e la Bbefana la portò via
ar paese della Bbefania...



"Ar Paese della Bbefania"? Ma, dov'è il "Paese della Bbefania"? C'è chi dice, amici miei, che sia a Roma, proprio a Piazza Navona; e dicono che fra i tetti della Piazza più bella di Roma, lei e suo marito Bbefanoto fabbrichino durante tutto l'anno i regali per i bambini. Certo, nei momenti di grande lavoro vengono ad aiutarli i loro due figli che vivono tradizionalmente, uno in Sicilia, a Cefalù, e l'altra in Toscana, dalle parti della Garfagnana.
Lui, il figlio maschio, si chiama Maccavaddu ed è lui, che è molto forte e grosso, chi aiuterà la madre domani notte a caricare i sacchi di regali sulla scopa.
Invece la figlia femmina della Bbefana (che a Roma si pronuncia proprio così con due "b"), si chiama Pifanietta ed è bravissima a cucire le calzette colorate tipiche della Befana... E pare che si sia sposata con un tale Marc'Antonio, come dice questa "Befanata" toscana che domani notte verrà cantata in alcuni paesi della Toscana:


La Befana ha una figlia,
già congiunta in matrimonio
con un certo Marc'Antonio
di buonissima famiglia...



Ma la Bbfana romana ha, come vi dicevo, tante sorelle in giro per l'Italia: ad esempio la Vecchia a Pavia, la Pifanie a Lario Orientale, la Vecia o la Stria a Mantova, Padova , Treviso e Verona, la Pasquetta a Legnago; a Venezia invece Marantega o Redodesa, nome che si ritrova anche nelle alpi bellunesi con le varianti Redosega, Redosola e Redosa; la Sibilia a Pirano, la Donnazza a Borca di Cadore, l'Anguana a Cortina d'Ampezzo e la Berola in provincia di Treviso; la Vecie o la Strie o la Femenate o la Marangule nel Friuli. A Modena è la Barbasa, a Piacenza la Mara, la Voecia a Bologna!

Ma non tutte sono uguali le Befane italiane; ad esempio:


La Befana di Torino
ha due buchi nel calzino
mentre quella di Milano
ha due toppe nel pastrano:

Giunte entrambe a Riccione
si comprarono un bel maglione;
e alla scopa stanca di volare
fanno fare un tuffo in mare.

La mattina la strada riprendono
che i bambini già le attendono;
sotto i camini son pronti i calzini
di tutti i ragazzi: da Trieste a Vizzini!


In ogni modo, e qualunque sia il suo nome, la buona Vecchia che nella Dodicesima Notte dopo Natale, alla fine del periodo di transizione fra il vecchio e il nuovo anno, arriva portando regalini ai bambini il giorno dell'Epifania, non sarebbe altro che la personificazione niente di meno che della Madre Natura, giunta alla fine del ciclo vitale invernale; e perciò assume infatti le sembianze di una specie di vecchia e benevola strega a cavallo di una scopa volante.
E allora questa Vecchia che c'entra con l'Epifania? Beh, centra, perché dalla parola "Epifania" deriverebbe anche il nome della italianissima "Befana", e cioè una deformazione di "Pifania" a "Befania" e poi infine a "Befana".
E a proposito sapete cosa vuol dire Epifania? Vuol dire "Manifestazione", e infatti domani si celebrerà la "Manifestazione di Dio agli uomini nel suo Figlio Gesù".
Ma tornando alla Befana, forse non lo sapete, in quel delle Marche, possiede una casa nella cittadina di Urbania, vicino a Pesaro. E là, ad Urbania, in suo onore, sfileranno domani più di 150 "Befane" con i costumi tipici delle Befane di tutto il mondo, e poi ci saranno più di 4000 calzette fatte a mano per ornare il paese, e bancarelle con dolci, con regali, e bambole vestite da Befana...
Insomma una vera, grande festa proprio per festeggiare la Befana che, come dice una filastrocca, e ditelo ai vostri bambini, è tornata anche quest'anno a cavallo della sua scopa magica:

E' tornata la Befana
a cavallo di una scopa:
vola senza far rumore
nella notte nera nera.

Sulle spalle ha tanti sacchi
e li posa sui camini
tira fuori sorridente
i regali per i bambini.

Bambole e trenini
giostre e orsacchiotti,
dischi e grembiulini,
dolci e biscottini!


Ah! E buona Festa dell'Epifania!

EL ROSCON DE REYES (Ciambellone dei Re)


Forse il dolce tipico dell'Epifania più diffuso in Europa tuttora, soprattutto in Francia e in Spagna dove si chiama appunto "Roscón de Reyes", sia proprio questa "ciambella dei Re" in memoria dei tre Re Magi che partirono in pellegrinaggio per venerare Gesù Bambino.

Secondo l'antropologo spagnolo Julio Caro Baroja (1914-1995) la tradizionale focaccia a forma di soffice ciambellone, detto Roscón de Reyes, che si consuma in Spagna il 6 gennaio ha le sue origine a Roma, durante i Saturnali, le feste dedicate al dio Saturno al solstizio d'inverno, un'ipotesi condivisa da tanti altri studiosi europei. Quei giorni i Romani nascondevano una fava secca all'interno di una focaccia e se veniva trovata da uno schiavo costui rimaneva in libertà durante i giorni della festa; oppure se a trovare la fava era un uomo libero veniva nominato "Re del festino" con ampi poteri decisionali.


Allo stesso modo all'interno del Roscón de Reyes, come ho accennato, viene nascosta una "sorpresa" che una volta era una fava secca, poi di porcellana o di metallo e infine un piccolo oggettino, in genere una figurina di porcellana che raffigura uno dei Re: chi la trova viene incoronato "Rey por un dia", "Re per un giorno"e verrà incoronato con la coroncina di cartone che orna di solito la ciambella. In alcuni luoghi, specialmente in Latino America, sono due gli oggetti nascosti nel ciambellone: una figurina e una fava: chi trova la figurina sarà appunto il "Re" e chi la fava dovrà pagare il dolce per tutti.

L'usanza è anche molto diffusa in Francia dove il Roscón de Reyes si chiama Galette des Rois. Mentre in Portogallo, dove tuttora in alcune regioni sono proprio i Re Magi a portare i regali ai bambini, si chiama il "Bolo Rei", la "Corona dei Re", che si può degustare dal 15 dicembre e fino al 15 gennaio. Il "Bolo Rei"è confezionato con la pasta delle brioche ma arricchita con tartufi di cioccolato e decorato con i frutti canditi e lo zucchero a velo: un vero e proprio inno al solstizio d'inverno!
Ma ecco invece la ricetta del nostro (spagnolo) Roscòn de Reyes (come quello della foto) per la colazione o il pranzo di domani 6 gennaio.

Preparatelo anche voi questa notte per i vostri bambini: così avrete un alibi per rimanere alzati fino a buon ora e poter ascoltare i vostri animali che parlano in questa notte magica della'Epifania o della Befana, quando una volta si credeva anche che i morti s'incarnassero. Viene detta anche "La Dodicesima notte" (ricordate Shakespeare?) : una notte che conclude il periodo di passaggio dal vecchio anno al nuovo cominciato col Natale. Si tratta dunque di una sorta di capodanno, e come ogni "capo dell'anno" è colma di sortilegi, e perciò, come dice il proverbio:
"La notte della Befana nella stalla parlano il il bue e la cavalla".
Ma anche i gatti e i cani e i criceti e gli uccellini...Perciò state attenti a quel che diranno questa notte: in genere sono pettegolezzi su di noi umani...


Per 8 persone:
500 gr di farina
3 uova
3 cucchiai di zucchero
50 g di burro
latte
3 cucchiai d'acqua di fiori d'arancio
1 arancia
30 g di lievito di birra
150 g di frutta candita varia
3 cucchiai di granella di zucchero
2 cucchiai di sciroppo di zucchero
ciliegine candite
1 fava secca oppure una figurina di porcellana
cartoncino dorato
Con la farina messa a fontana sul tavolo, le uova, lo zucchero, la scorza d'arancia tritata, l'acqua di fiori d'arancio, il burro ammorbidito a temperatura ambiente e il lievito sciolto in poca acqua tiepida, cominciare a impastare energicamente finché si formerà una pasta come quella del pane. Poi lasciarlo lievitare per 3 ore coperta con un panno.
Poi spennellare una teglia tonda di circa 30 cm di diametro e trasferirvi la pasta a forma di un rotolo a corona, all'interno del quale sarà stata inserita la fava secca, la monetina o qualsiasi sorpresina. Spennellare la pasta con lo sciroppo e cospargerla con la granella di zucchero: coprire di nuovo e lasciarla lievitare ancora un'altra ora.
Infine cuocere nel forno a 180° per 40 minuti circa.
Nel frattempo confezionate con del cartoncino dorato una coroncina da mettere al centro della ciambella prima di consumarla.
Poi, quando il nostro Roscòn de Reyes sarà dorato e gonfio togliere dal forno e ornarlo con la frutta candita a strisce , le ciliege e ancora granella di zucchero, facendo aderire tutto bene. Lasciare raffreddare e consumare la mattina dell'Epifania, il 6 gennaio, cosicché possiate diventare "Re", anche soltanto per un giorno.
Ah dimenticavo: alcuni lo farciscono a fine cottura con della panna montata o con della crema pasticciera: ma io preferisco quello tradizionale di tutta la vita!

YA VIENEN LOS REYES MAGOS!


Ya vienen los Reyes Magos
Por los arenales
Ya le traen al Niño
Mantilla y pañales
Oro trae Melchor,
Incienso trae Gaspar,
Oro,incienso y mirra
El rey Baltasar.

Questo è un villancico, i canti di Natale della mia terra che si cantano durante tutto il periodo natalizio, fino all'Epifania: molti cominciano con la tipica strofa, che in genere, è anche il titolo del canto, "Ya vienen los Reyes Magos" ("Già arrivano i Re Magi"). I quali Re, Melchor, Gaspar e Baltasar, oltre ai tre soliti doni, portano al Bambino anche altri più utili come "mantilla y pañales", "copertina e pannolini":
"Arrivano i Re Magi/ lungo le maremme/per portare al Bambino/ copertina e pannolini./ Oro porta Melchiorre/Incenso Gaspare/Oro, incenso e mirra/ il Re Baldassarre".


Come avete potuto costatare nella canzoncina il più generoso dei tre è Baldassarre che per tradizione da noi è il negretto. Perciò io, da piccola, la letterina a "los Reyes Magos" la indirizzavo direttamente a lui, per garantirmi che mi avrebbero portato tutto ciò che chiedevo.

E, sì, amici blogger, per noi spagnoli i regali natalizi sono un compito dei Tre Re Magi che ogni anno la sera del 5 gennaio arrivano con i loro numerosi cortei e con carrozze, cammelli, elefanti, cavalli e quant'altro, carichi di doni, specialmente tantissimi giocatoli!


In Spagna il 6 gennaio è detto infatti "el dia de los Reyes Magos", "il giorno dei Re Magi": il più atteso e importante dell'anno per i bambini. In molte famiglie, per punire con leggerezza di coloro che non si sono comportati bene, si usa nascondere i giocatoli e lasciare in vista un po' di carbone: la punizione finisce però presto perché dopo che il bimbo ha pianto un po' lo si induce a cercare per la casa finché trova i suoi regalini. Si ammonisce infatti i più piccoli durante tutto l'anno dicendo loro che "i Re Magi portano i giocatoli ai bambini buoni e carbone ai cattivi".


La Spagna è infatti uno dei pochi Paesi dove ancora i regali si portano per la ricorrenza dell'Epifania: nonostante la moda straniera di Papá Noel adottata a volte nelle famiglie dove non ci sono bambini, nel cuore della maggior parte di tutti noi spagnoli e soprattutto dei più piccoli los Reyes Magos occupano il posto d'onore.


Ebbene, come dicevo, arrivano al pomeriggio del 5 gennaio con i loro carri pieni di sogni e un seguito di inservienti, scudieri, damigelle pronti a aiutarli dopo la sfilata per le vie della città, a depositare i doni davanti alle scarpe che ogni bambino ha lasciato nella stanza dove si è allestito il presepe oppure nel salotto buono.


Fin dal giorno dell'Immacolata, l'8 dicembre, si comincia a scrivere la letterina, la carta a los Reyes Magos, per chiedere loro i regali che ogni bambino in cuor suo crede di meritare: perciò, in genere, i Re vengono informati anche del comportamento che si è avuto durante l'anno che sta per finire. Le letterine sono personalissime ma la formula, tramandata da generazioni perché sono le mamme ad aiutare i più piccoli a scriverle, è sempre la stessa, e cioè saluto iniziale, breve resoconto della condotta avuta nei mesi passati e richiesta dei regali sognati ma senza esagerare per via degli altri milioni di bimbi che ne attendono altri:


"Queridos Reyes Magos: he sido muy bueno, incluso cuando mi hermanito me ha pegado y por eso os pido por favor los siguientes regalos, naturalmente si podeis, porque ya se que somos muchos y no siempre hay bastantes cosas para todos....".


Poi si elencano i doni che si desiderano in ordine d'importanza dando astutamente ai Magi (i più grandicelli che già sospettano sul ruolo dei genitori...) persino delle indicazioni precise dove trovarli, oppure dove sono stati visti, e, a scanso di equivoci, persino la marca di alguni prodotti. Infine il bambino, per far notare ai Magi la propria generosità, chiede anche qualche regaluccio per i genitori, anche perché gli adulti non scrivono la letterina: i Re Magi - si dice - leggono soltanto quelle dei bambini.


In quasi tutte le città della Spagna i Re Magi arrivano il pomeriggio del 5 gennaio con un grande corteo, chiamato la Cabalgata de los Reyes Magos che assume caratteristiche diverse secondo le località, e che sfila per le vie principali fino a tarda sera. Si tratta di una festa molto popolare che tutti i bambini spagnoli attendono durante l'anno, anche nei nostri giorni e nonostante il consumismo che ha fatto sì che tanti ragazzini abbiano regali in tante altre occasioni: ma quelli portati dai Tre Re sono "magici" e soprattutto è "magica" la noche de Reyes, la "notte dei Re".


In alcune città, come Madrid e Barcellona dove insieme con Siviglia, la mia di nascita, la Cabalgata è più grandiosa, la sfilata finisce in una importante piazza cittadina in cui è stato allestito un palchetto per il saluto dei Re: ai numerosi bambini presenti viene fatta la raccomandazione di andare presto a dormire e di chiudere ben forte gli occhi nell'eventualità che dai loro letti sentissero il minore rumore, altrimenti i Magi, indispettiti, sarebbero andati via senza lasciare niente!.


Fin dalle primissime ore del pomeriggio di oggi 5 gennaio, bambini e adulti attendono dunque lungo le strade e nelle piazze il passaggio della Cabalgata ingannando la lunga attesa con panini, dolciumi e bibite varie. Ma appena il primo carro si avvista in lontananza e qualcuno grida "ya vienen los Reyes Magos!


E dopo la Cabalgata de los Reyes Magos, i piccoli tornano nelle loro case assonnati, stanchi e felici per aver potuto vedere i loro beniamini. Occorre poi cenare e andare a letto subito perché la tradizione vuole che i Re Magi non si fermino nelle case dove la luce è ancora accesa e soprattutto dove ci sia qualche bambino sveglio.


Prima di andare a dormire però i ragazzini lasciano le loro scarpe sul davanzale della finestra oppure davanti al presepe o all'albero di Natale perché così i Magi riconosceranno a chi appartengono e possono lasciare a ognuno i doni richiesti nella letterina.

Le mamme avranno avuto l'accortezza di riempire un ciotola di latte per i cammelli e di lasciare una bottiglia di "anis del Mono" (liquore d'anice) e un piattino con alcuni tipici dolci natalizi, come i polvorones, gli alfajores e i marzapanes, per i Tre Re probabilmente infreddoliti e affamati per la fatica. Ma quel che i Magi preferiscono è il loro dolce: il Roscòn de Reyes!


La cosidetta "Ciambella dei Re" è una sorta di ciambellone che per tradizione tutta la famiglia mangerà per colazione la mattina del 6 gennaio con una tazza di cioccolata calda; ma il più delle volte il tradizionale dolce si lascia per il pasto di mezzogiorno. E prima, oppure dopo quel pranzo, i bambini vanno a ritirare i regali che i Re Magi hanno lasciato per loro anche nelle abitazioni di nonni, zie e altri parenti.

Infine, il giorno dopo la festa si tornerà a scuola dove la domanda comune sarà quella che i ragazzini spagnoli si scambiano da secoli: "¿Qué te han traido los Reyes Magos?, "ché ti hanno portato i Re Magi?".


venerdì 4 gennaio 2008

IL PESCE DI GUERRA DI ELVIRA DE VICO


Non strabiliate gli occhi così: questo meraviglioso pesce non è un dipinto bensì un semplice composto di patate bollite e tonno in scatola con la maionese che però la mia amica Elvira De Vico, grafica, illustratrice, insegnante di materie artistiche, fotografa e anche buona cuoca, ha preparato, a forma di pesce, come fosse un quadro deperiano oppure una ceramica siciliana o di Vietri sul mare o un "azulejo" andaluso, per il cenone di Capodanno!


La sua zia, credo di ricordare, oppure sua madre, lo chiamava "pesce di guerra", perchè sostituiva il pesce nei tempi andati, quelli delle "ricette con gli avanzi" di Petronilla.

Insomma, sia come sia, il risultato è magnifico e il sapore ottimo!