sabato 8 novembre 2008

LA FESTA DI SAN MARTINO I: L'OCA





Martedì prossimo, 11 novembre, è la Festa di San Martino, vescovo di Tours nel IV secolo, uno dei santi più celebri fin dal Medioevo perché a lui sono connessi tanti detti, proverbi, riti, usanze e tradizioni gastronomiche in molti luoghi dell'Europa.


Patrono di Belluno, è venerato in tutta l'Italia dove visse in varie città: da bambino, a Pavia, perché suo padre militare vi era stato trasferito; poi, ormai monaco, in un eremo alle porte di Milano; e infine sull'isola Gallinaria in Liguria prima di trasferirsi definitivamente nelle Gallie dove morì ottantenne l'11 novembre dell'anno 397.




Ma chi era san Martino?










La risposta la potete trovare in tanti libri oppure anche nei motori di ricerca di internet, ma una sua biografia connessa alle tradizioni popolari della sua festa, e dalla quale sto traendo molte delle notizie che vi do, si trova nel libro di mio marito Alfredo Cattabiani, "Santi d'Italia": ormai un "sempre verde", molto adoperato nelle scuole, che la Rizzoli ripubblica continuamente dal 1993, quando vinse il celebre Premio Estense di Ferrara.







Ebbene, san Martino, protettore dei soldati, nacque nell'antica Pannonia (ai confini dell'Ungheria con l'Austria) con il destino segnato: fare il soldato come suo padre che lo chiamò Martino in onore del dio della guerra Marte.


Molto presto fu infatti avviato alla carriera militare, durante la quale si verificò uno degli episodi più noti della vita del Santo raffigurato in moltissimi dipinti e sculture.





Si racconta che in una notte d’inverno, mentre Martino era di ronda, incontrò un povero viandante che soffriva il freddo, e non avendo denaro da dargli, tagliò a metà il proprio mantello affinché il mendicante avesse qualcosa con cui coprirsi. Perciò divenne il protettore dei pellegrini.




Martino passò quasi venti anni nell’esercito e, dopo aver ricevuto il battesimo decise di congedarsi per divenire monaco. Fu poi ordinato diacono e infine prete.


Viaggiò a lungo predicando il cristianesimo, convertì i pagani errando per terre lontane fino a che un giorno si fermò in Francia, nei pressi di Poitiers, dove fondò un monastero.


La sua popolarità crebbe di giorno in giorno finché, per volontà popolare, Martino venne ordinato vescovo di Tours cosicché potesse continuare con maggiore efficacia la propria opera di evangelizzazione.


Dopo anni di frenetica e febbrile attività il Santo si spense a Contade, ma il suo corpo fu portato lungo la Loira fino al cimitero di Tours, dove ebbe sepoltura in un’umile tomba che presto divenne meta di incessanti pellegrinaggi, come fosse San Pietro a Roma o Santiago di Compostella: al suo monastero di Tours arrivavano i fedeli in massa per chiedere la guarigione di ogni tipo di malattia.


Ma san Martino divenne ancora più popolare per la collocazione della sua festa nel calendario che coincideva con la fine delle celebrazioni del Capodanno dei Celti -Samuin - che cadevano proprio nei primi dieci giorni di novembre.


Quella festa pagana era ancora viva nell'VIII secolo e siccome Martino fu fin dal primo medioevo il santo più popolare d'Occidente la Chiesa pensò bene di cristianizzare i festeggiamenti celtici trasferendo le varie usanze sulla festività di San Martino.


Perciò la festa di San Martino divenne una sorta di capodanno: in Italia, fino al secolo scorso,l'11 novembre cominciavano le attività dei tribunali, delle scuole e dei parlamenti; si tenevano elezioni e in alcune zone scadevano i contratti agricoli e di affitto. Tuttora in molti luoghi si dice infatti "far San Martino" all'atto di traslocare o sgomberare.


E, così come i Celti festeggiavano il Samuin banchettando, il giorno di San Martino trascorreva anche nell'ingorda letizia delle tavole colme di ogni ben di Dio, sicché tuttora la figura del Santo è sinonimo di abbondanza: "Ce sta lu sante Martino", dicono in Abruzzo quando in una casa non mancano le provviste.


Ippolito di Cavalcanti, duca di Buonvicino, scriveva nel 1847 a proposito della festa del santo a Napoli: "Cheste è chella bella Jornata di San Martino c'a Napole, e me credo pe tutto lo Munno, se fa na grosa festa; e grazia de chesta sollennità, a dove echiù, a dove meno, se fa lo grande pranzo...".

Il giorno di San Martino era anche tempo di baldoria, favorita dal vino "vecchio" che proprio in questi giorni occorre finire per pulire le botti e lasciarle pronte per la nuova annata: in Romagna affermano infatti che "Par Sa' Marten u s'imbariega grend e znèn", per "San Martino s'ubriaca il grande e il piccino". Oppure : "Per San Martino si spilla il botticino"; e ancora, "Per San Martino cadon le foglie e si spilla il vino".


Ma scorre a fiumi anche il vino novello, perché "Per San Martino ogni mosto è vino".
Vi ricordate infatti la celebre poesia del Carducci, intitolata proprio “San Martino” che descrive la Festa del suo paese, chiamato poi in suo onore Castagnetto Carducci:


La nebbia agli irti colli
Piovigginando sale,
E sotto il maestrale
Urla e biancheggia il mar;
Ma per le vie del borgo
Dal ribollir de' tini
Va l'aspro odor de i vini
L'anime a rallegrar.


Ma con il vino i padani consigliano di mangiare le castagne e l'oca: "Per San Martino castagne, oca e vino!".

Un'usanza, quella di mangiare l'oca, da rispettare per avere fortuna, come ci ricordano i Veneti: "Chi no magna l'oca a San Martin nol fa el beco de un quatrin!".


Ma perché l'oca viene mangiata per la Festa di San Martino?




La tradizione si ispira a una leggenda.


Era l'anno 371 quando san Martino venne eletto per acclamazione vescovo di Tours in Francia, lui però si nascose in campagna perché preferiva continuare a vivere come semplice monaco.

Ma un storno di oche rivelò con le sue strida il nascondiglio del santo agli inseguitori e così dovette accettare e diventare il grande vescovo che è stato.


Un'altra interpretazione più sensata afferma invece che siccome le oche selvatiche migrano verso sud all'approssimarsi dell'inverno, ai primi di novembre è facile cacciarle e dopo, naturalmente, cucinarle.

Forse perciò si afferma che : "Oca e vino tieni tutto per San Martino".

In ogni modo la scelta del grasso volatile come cibo tipico della festa di San Martino non è casuale perché dietro la popolare usanza gastronomica si celano vestigia di antiche credenze religiose che deriverebbero dalle celebrazioni del Samuin Celtico: l'oca di san Martino sarebbe dunque una discendente di quelle oche sacre ai Celti, simboli del Messaggero divino, che accompagnavano le anime dei defunti nell'aldilà.


Perciò in tutti i Paesi dove la religione celtica era più radicata vi è la consuetudine di mangiare l'oca proprio in questi giorni, a partire dal giorno di Ognissanti, come ci rammentano alcuni versi del Tassoni:

E il giorno di Ognissanti al dì nascente
ognun partì de la campagna rasa
e tornò lieto a mangiar l'oca a casa.


In Boemia, non solo si mangia l'oca per San Martino, ma se ne trae l'oroscopo per l'inverno: se le ossa sono bianche, l'inverno sarà breve e mite, se scure è segno di pioggia, neve e freddo.


Gli svizzeri, l'11 novembre, la mangiano ripiena di fette finissime di mele; mentre in Germania la si riempie di artemisia profumata, mele, marroni glassati col miele, uva passita e le stesse interiora dell'animale. Dicono i tedeschi che l'oca perché sia veramente buona deve provenire dalla Polonia o dall'Ungheria, fra l'altro la patria di san Martino che era nato nell'antica Pannonia


In Italia i pranzi a base d'oca nei giorni di San Martino, sono tipici soprattutto del nord, Friuli, Veneto, Lombardia e Romagna.

Come ad esempio accade nell’antica "Sagra dell'Oca" di Morsano al Tagliamento, in provincia di Pordenone: per la “Cena di San Martino” viene servito un intero menù a base d'oca.

Mentre in provincia di Pavia, a Mortara, detta "la città dell'oca" c'è persino un salame d’oca detto anche “salame ecumenico”, perché d’origine ebraica, prodotto con il metodo Kascher.

La ricetta tipica della Padania più diffusa per San Martino è il "bottaggio", simile alla "casoeuola" lombarda: nell'oca così preparata la freschezza e la fragranza della verza attenua l'intensità del suo sapore un po' dolciastro.


Una curiosità: nella cucina tradizionale romana non vi sono ricette per cucinare l'oca, forse per ancestrale riconoscenza dei Romani verso questi volatili, simbolo di fedeltà e vigilanza. D'altronde le oche che sorvegliavano il tempio della dea Giunone al Campidoglio riuscirono a salvare il colle dall'invasione dei Galli nel 390 a.C. dando l'allarme con le loro strida!

E per finire questa carrellata di usanze legate alla festività di San Martino, una curiosità: una volta per la festa di San Martino si svolgeva la fiera più importante di animali con le corna, mucche, buoi, tori, capre, montoni.


Perciò la fantasia popolare ha assurdamente promosso san Martino a ironico patrono dei mariti traditi, come ricordano alcuni proverbi: "Per San Marten volta e zira, tot i bech i va a la fira", "per san Martino volta e gira, tutti i becchi vanno alla fiera", sostengono i romagnoli; mentre i romani affermano che : "Chi cià moje, tie' pe' casa San Martino"!


E proprio al ritorno di quelle fiere i mariti "cornificati" venivano braccati, derisi e cacciati da turbe di ragazzi.

La "caccia al becco" (Alfredo Cattabiani "Lunario", Mondadori) era un'usanza simile a quella del capro espiatorio. Secondo la mentalità dell'epoca il marito tradito si era macchiato di una colpa grave poiché l'adulterio della moglie era considerato un segno di debolezza dell'uomo, di incapacità a controllare la consorte; sicché il "becco" doveva subire una scherzosa persecuzione rituale.


A Nepi, nella provincia di Viterbo, nella Tuscia, l'11 novembre, ma anche a Ruviano (Caserta), in Abruzzo e in altri luoghi ancora, sfilano infatti per le vie del paese, in una carnascialesca processione profana, molti giovani portando come trofeo delle corna di cervo che si passano l'un l'altro in un rito apotropaico che dovrebbe scongiurarle: durante la caccia rituale il marito "colpevole" veniva identificato con il cervo dalle grandi corna, preda per eccellenza dei cacciatori!


(Festa dei Cornuti per San Martino a Ruviano, Caserta)
E una ricetta tipica per la festa di San Martino quale sarebbe?
Ad esempio la "Zuppa di ceci e castagne" che ieri ho descritto nella mia rubrica di Radiodue "Che bolle in pentola?".
Ve la darò prossimamente: è una promessa della "Cuoca Itagnola"

9 commenti:

e--nrique ha detto...

Hola itagnola, io mi chiamo Enrique e sono itagnolo come te (o spaliano. Non ho visto un accenno al nostro "refràn" "a todos los cerdos les llega su San Martìn"...

la cuoca itagnola ha detto...

Pués que bien, otro itagnolo bloggerista! El refran lo conosco pero no es italiano y por eso no lo he puesto. En Italia el cerdo se mata sobre todo por san Antonio, el 16 de enero.Pero mi abuelo si que lo mataba en estos dias.
Tampoco he dicho que estas fechas se llaman "veranillo del membrillo" porque maduran las "melacotogna" Un abrazo y hasta pronto.

marcella candido cianchetti ha detto...

gran bell'articolo,domani provo a cercare il libro che dovrebbe essere intrigante buona giornata

Ciboulette ha detto...

sai che Santi d'Italia sarebbe un bel regalo per la mia mamma....lei mi ha sempre raccontato la storia dell'estate di San Martino, ed ogni raggio di sole l'11 novembbre e' merito della bonta' di questo santo! Vedi, piove oggi, avrebbe potuto farlo ieri, ma era l'Estate di San MArtino! Ti abbraccio, Elvira (2!)

Anonimo ha detto...

Cara Marina come sempre, ogni volta che racconti qualcosa, lo fai in modo diffuso, completo e dettagliato ma....a proposito di S. Martino ho ancora una cosa da aggiungere che deriva dalla mia frequentazione del mondo germanico.
Il giorno di S. Martino nella scuola tedesca di Roma viene fatta una gran festa aperta a tutti durante la quale si raccolgono soldi attraverso i giochi proposti dalle classi e le torte fatte dalle mamme.
La giornata si conclude con un momento molto suggestivo: l'arrivo di S: Martino a cavallo e la rievocazione dell'episodio del mantello. Ma quel che e' piu' particolare e' il contorno delle lanterne accese che i bambini piu' piccoli preparano nei giorni precedenti alla festa. Un'atmosfera fantastica sottolineata dal canto "Lanterne, lanterne, sonne mund und sterne....".
Un abbraccio fino alla luna e ritorno
Emanuela

marcella candido cianchetti ha detto...

buon fine settimana stamani vado in libreria a cercare il libro

La cuoca itagnola ha detto...

*Grazie Marcella e anche Elvira2: e grazie per cercare il libro "santi d'Italia" che in genere si trova in tutte le librerie perché èn una sorta di "classico" del genere.
* Emanuela cara, peccato che non ho saputo di queste tradizioni tedesche prima, le avrei potuo raccontra in radio!Ma le serverò per la prossima volta. Bacione.

comidademama ha detto...

Peccato avere scoperto questo blog solo ora, potevo segnalarti cosa facevamo noi quando vivevamo ad Amsterdam. Qui a trento con i nostri amici tedeschi abbiamo fatto la tradizionale lanternata.

Beh, posso rifarmi con la Strozegada di Santa Lucia che faremo a Levico Terme. E' tradizione che i bimbi si muniscano di lanterne e che facciano un gran chiasso trascinando a terra una corda con attaccate tante latte. Questo ambaradan di attività che sfida il patema d'animo della mamma italiana quadratica media servirebbe per attirare l'attenzione della santa Lucia che vaga per il paesino in groppa ad un asinello.
That's it. Di più non so, dato che vivo da poco in Trentino. Nella breve parentesi di un anno passata a Boston devo dire che non ho visto il riflesso delle festività europee tranne SS Cosma e Damiano in una zona di Cambridge e nel North End la festa della Madonna del Soccorso, con tanto di ghirlanda biglietti da un dollaro attorno alla statua. Mi ha più colpito Hannukah, per la sua evidenza.

Bene, felice di averti letto, via ilricettariodianna-

Anonimo ha detto...

qualcuno saprebbe inidcarmi se ci sono libri che parlano della festività di san martino e della sua celebrazione.
grazie martina