lunedì 6 luglio 2009

IL SANTO DEL GIORNO: SANTA MARIA GORETTI



Vi ricordate di quel vecchio film degli anni Cinquanta intitolato Il cielo sulla palude che raccontava la storia di santa Maria Goretti, la ragazzina che morì a Nettuno il 6 luglio del 1902 per difendere la propria verginità perdonando il suo aggressore?






Devo confessare che quando ero piccola mi stava molto antipatica perché mi veniva proposta continuamente come esemplare modello da seguire dalle suore del collegio dove studiavo a Siviglia: già allora non riuscivo a capire perché si doveva perdonare uno che ti voleva violentare... Ma d'altronde io non ho avuto mai la pretesa di diventare santa.


Invece, quando arrivai in Italia tanti anni fa ed ebbi l'occasione di visitare il suo santuario a Nettuno e la casa dove era vissuta con i suoi umili genitori e tutto ciò che la aveva circondato, mi diventò di colpo non solo simpatica, ma una presenza familiare.








(Santuario di Santa Maria Goretti a Nettuno)



Non dimenticherò dunque quella prima gita "rivelatrice" e non dimenticherò neanche le squisite acciughe in tortiera che mangiai sul litorale di Nettuno.





Ecco la mia ricetta.






Ingredienti:


acciughe freschissime, pulite, aperte e spinate

pomodoretti freschi
pane grattato
aglio e prezzemolo ben trittati
olio extravergine d'oliva
un limone
sale e pepe




La preparazione di questo piatto, che si può realizzare anche con le sarde o altro pesce azzurro, ottimo per la salute e per le nostre tasche, è molto facile e rapida.



Basta prendere una teglia, unta d'olio e spolverata di pane grattugiato, e disporvi a raggiera, ben ravvicinate, un primo strato di alici aperte.



A parte si prepara un misto di pane grattato, pomodoretti a pezzettini, aglio e prezemolo ben trittati, sale e pepe, e si mette abbondantemente sulle acciughe. Un filo d'olio sopra, una spruzzatina di succo di limone e un nuovo strato di alici e del preparato di pane grattato; e così via fino ad esaurire gli ingredienti, stando attenti a finire col pane grattato, l'olio e il limone.


Infornare circa 20 minuti, finché si forma una crosticina dorata in superficie.



Servire calde; ma sono anche buonissime fredde come antipasto, quando si arriva a casa affamati dopo i bagni di mare e il pranzo non è ancora pronto.


Naturalmente ci vuole un buon vino bianco secco, come ad esempio, per rimanere nella provincia di Latina, il Falernum, dal colore giallo paglierino, dai riflessi leggermente verdi, che si produce fin dal tempo dei romani tra Formia e Mondragone, terra, fra l'altro di ottime mozzarelle di bufala, quelle che schiacciandole leggermente con un dito sono quasi elastiche e fanno uscire uno spruzzo di latte un po' attaccaticcio.







Queste candide delizie del palato, capolavoro delle terre campane, si possono gustare ancora calde, appena fatte quando in estate si percorre al mattino presto o al tramonto la costa di Latina fino a Minturno, dove in questi primi giorni di luglio (quest'anno l'11 e il 12 del mese) si celebra una festa antichissima, detta la Sagra delle Regne e dove le alici si preparano al forno con l'origano e il peperoncino e sono dette "arreganate" ...



Ma questa è una altra storia che vi racconterò un'altra volta.




mercoledì 24 giugno 2009

SAN GIOVANNI, LE STREGHE E LE LUMACHE


Era appena passata la mezzanotte di quel 23 giugno di tanti secoli fa e faceva molto caldo quella notte nella grande terrazza sul Mar Morto.



Erode Antipa, Tetrarca di Giudea, si annoiava in mezzo ai suoi convitati: "Salomè danza per me" pregò alla figliastra, "ti darò quel che vorrai".



Erodiade, una donna dalla bellezza crudele, sussurrò qualche parola all'orecchio della fanciulla coperta soltanto da sette candidi veli, la quale dopo un'attimo d'incertezza si mise a ballare.


"Bravissima Salomè", applaudiva entusiasta Erode, "danza, danza ancora per me".


"Prima dammi la testa di Jokanaan", chiese la giovane ubbidendo l'ordine della madre.

Quando il capo di Giovanni Battista arrivò dopo pochi minuti su un vassoio d'argento una grande nuvola nera coprì la luna piena che illuminava la notte e le stelle scomparvero lasciano la scena al buio.





Salomè, o forse sua madre Erodiade, accostò le labbra irriverenti a quelle ancora calde del Battista e improvvisamente un raggio di luna squarciò l'oscurità illuminando le due donne mentre dalla bocca del profeta fuoriuscì un profondo e gelido soffio che le travolse spingendole nell'aria, tra le nuvole del cielo di Giudea.


Da quella notte Erodiade e Salomè vagano per il mondo come streghe, cariche di catene, spiando la loro colpa: aver ucciso colui che annunciava la Luce del mondo!



La tradizione cristiana, che risale al Medioevo, vuole che la notte della vigilia della Festa di San Giovanni del 24 giugno, Erodiade, Salomè e la dea Diana con il loro stuolo di streghe tra cui le Arpie, la Papessa Giovanna, le Moire, Ecate e altre, s'incontrino dopo la mezzanotte per il gran sabba sotto un noce secolare situato a Benevento:


- "Sopra l'acqua e sopra il vento portami al noce di Benevento", dicevano le streghe alle loro scope-cavalcature. E si racconta che per dispetto passavano volando sopra la Basilica di San Giovanni in Laterano a Roma dedicata al Battista.


I fedeli aspettavano questo passaggio scrutando l'orizzonte e intanto si danzava, si cantava, si beveva e si mangiava, ma tutti portavano per scongiuro l'aglio, la spighetta, il biancospino, e altre erbe magiche contro le streghe che venivano anche respinte dal fracasso che saliva dai prati circostanti la Basilica: campanacci, tricca balacche, putipù, trombette e mortaretti producevano un gran frastuono che faceva scappare gli spiriti.



Nel frattempo la folla occupava ogni centimetro di prato con decine di tovaglie distese sull'erba davanti alle quali si accampavano le famiglie al completo per la tradizionale cena della notte di San Giovanni.









Dappertutto avveniva lo scambio rituale delle lumache, perché ogni famiglia aveva "er callaro con le ciumache ar sugo": un'enorme pentolone pieno di squisite lumache di vigna, le cosiddette rigatelle col guscio listato, oppure le monachelle più piccole e con il guscio bianco.




I romani ne erano talmente ghiotti che adoperavano il nome dialettale, ciumachelle, addirittura per vezzeggiare le ragazze.




Un proverbio assicurava infatti che "per ogni corna di lumaca mangiata la notte di San Giovanni una sventura era scongiurata".




D'altronde in tante credenze e riti di tutto il mondo le lumache hanno una funzione beneaugurante, sono simbolo di fertilità e conciliano le amicizie, gli amori e i legami di comparatico.


I romani perciò ne mangiavano tante distesi sul prato anche perché, essendo le loro corna simbolo della discordia, seppellendole nello stomaco si cancellavano rancori e litigi.




Nel frattempo qualcuno con il mento appoggiato su un ramoscello a forma di forcina assicurava di aver visto passare una strega volando; e nelle case temporaneamente abbandonate erano stati escogitati molti sistemi per allontanarle: scope incrociate dietro l'uscio, corni rossi appesi alle finestre, e manciate di sale davanti alla porta d'ingresso in modo che la strega - curiosa per la sua natura di donna - fosse costretta a contare i granelli fino all'alba.




Il romanista Giggi Zanazzo ricorda questa usanza in una delle sue divertenti poesiole:



"Ier'a sera cenassimo a bon'ora.
Doppo mi' nonna, che' na donna santa,
messe la scopa e sverzò tutta quanta
la sajera der sale là de fora."



Ma torniamo alle lumache, le vere protagoniste della festa di San Giovanni, naturalmente insieme con le streghe che ne sono ghiottissime.



E non poteva essere altrimenti perché fin dall'antichità erano usate da uomini e dei come cibo.




I Romani dell'Impero le apprezzavano moltissimo e le allevavano in appositi recinti. Per ottenere un sapore più gustoso, le nutrivano di carne e vino bollito e in questo modo i buongustai le consideravano una vera ghiottoneria: come Trimalcione che le faceva servire sopra graticole d'argento.




Erano anche consumate nel Medioevo perché si credeva costituissero un'efficace rimedio contro le malattie del fegato, la magrezza e in certi casi di deperimento: il medico personale di papa Innocenzo X consigliava le lumache per cure ricostituenti ai convalescenti "che hanno bisogno di riacquistare l'appetito perduto e rinfrancar il vigor delle membra", diceva.




Insomma, mangiare le lumache per tutto il 24 giugno a partire dalla mezzanotte del 23, nel rispetto della tradizione,  anche un bene per il nostro organismo e per il nostro palato.



Perciò, e con il permesso delle "signore della notte", le dame che cavalcano la luna, le nostre care streghe che da secoli custodiscono la più antica ricetta, ecco il vero e più genuino modo di preparare "le lumache di San Giovanni" con questa ricetta in versi romaneschi:




"Esci, esci corna
fja d'na donna,
esci, esci, che te torna;
c'è la sora Menicuccia
che cià pronta la mentuccia
ajo, ojo e peperoncino,
una presa di sale fino,
quattro alici, un pummidoro,
te prepara un sugo d'oro.


Sarai magnata ar chiaro di luna
perché le corna porteno fortuna!"




Io però, che in questo momento mi trovo a Siviglia, mangerò le lumache, anzi i caracoles, cucinati alla maniera della mia terra, e cioè in bianco con i profumi del cumino, l'origano, il pepe, un pizzico di zafferano e tanto vino bianco!




Così si possono degustare nei tanti bar che li offrono come "tapa" in questi giorni del solstizio estivo!




E ora vi lascio perché mi devo alzare all'alba, prima che la rugiada evapori con il calore del sole, per andare al Parque de Maria Luisa a raccogliere le 9 erbe di san Giovanni.



- le erbe dell'amore: maggiorana, artemisia e verbena




- le erbe della buona salute: la salvia e tutte le mente




- le erbe magiche: la spighetta di San Giovanni (Lavandula angustifolia), la ruta, il rosmarino e il fiore di San Giovanni (Hypericum perforatum), detta anche "erba del buonumore".



Ah, e poi, appena apriranno i negozi devo comperare l'aglio!


D'altronde si sa che "chi compra l'aglio per San Giovanni ha fortuna tutti l'anni!



E chissà, forse questa è la volta buona....




BUON SAN GIOVANNI A TUTTE LE STREGHE COME ME!

sabato 6 giugno 2009

IL SANTO DELLE CILIEGIE: SAN GERARDO TINTORE


"Di mag­gio ci­liegie per assaggio, di giugno ci­liegie a pugno" , afferma un proverbio, perché in effetti nel mese appena iniziato i rossi e dolcissimi frutti abbondano e nei banchi del mercato il loro prezzo diminuisce sempre di più.






Un altro proverbio però ci ricorda che giugno è anche il mese della mietitura: "Dice giugno: io mieto il grano e di ciliegie mi riempio la mano".


Ma nelle ultime ciliegie potrebbe nascondersi il vermetto, il baco, che i toscani chiamano "il marito", "l'amico" oppure "Gigi" .


Invece i pie­montesi il "giuanìn", il "giovannino" in onore di san Giovanni Battista la cui festa cade il 24 di giugno quando ormai le ciliegie stanno per finire.


In Veneto sono ancora più prudenti tant'è vero che sosten­gono che: "San Vito le sarièse ga el marìo", cioè "per San Vito le ciliegie hanno il marito"; e san Vito, che è il patrono di Mazara del Vallo, si festeggia il 15 di questo mese.


E quando le ciliege sono tante e possono avere le "sorpresine" costano meno e così un altro proverbio dice che "Per San Paolino ciliege a quattrino", san Paolino, che è il santo patrono di Nola, si celebra al 22 giugno!





Una ciliegia, lo sappiamo bene, ci induce a mangiare un'altra, e perciò si dice che "Le bugie son come le ciliegie, una tira l'altra".








Ma attenzione, quando ne mangiate tante perché sono molto diuretiche: anzi sono soprattutto i suoi peduncoli in infuso o decotto quelli che svolgono una intensa azione depurativa.


Si consigliano perciò nell'insufficienza renale, nell'iperuricemia, nelle infezioni delle basse vie urinarie, nella cellulite e negli edemi anche di natura cardiaca.


E se siete golosi di ciliegie come me e non volete che vi venga una indigestione pregate, pregate al "santo delle ciliegie"!

Ebbene sì: le ciliegie hanno un santo in Paradiso e si chiama san Gerardo Tintore, un laico vissuto nel secolo XII°, fondatore con alcuni compagni dell'ospedale dei poveri a Monza dove poi lavorò gratuitamente fino alla morte.




«il Santo delle ciliegie», Gerardo Tintore, è anche il patrono di Monza e di solito viene raffigurato con le ciliegie, come ad esempio nell'affresco di Bernardino Luini nel bel duomo di Monza.









L'origine dell' attributo è una leggenda.
Si narra che in una sera di dicembre Gerardo, il quale si recava spesso in Duomo a pregare, voleva restarvi per tutta la notte ma i custodi non glielo permettevano.
Per convincerli promise loro un cestello di ciliegie nonostante che fosse inverno.
La mattina seguente il santo donò a ciascuno di loro un cestello con i frutti maturi.
In ricordo di quell'episodio, una volta, alla festa del santo che cade il 6 giugno, l'amministrazione dell'Ospedale di Monza, dedicato proprio a Gerardo Tintore, era solita offrire ai canonici del Duomo un'abbondante colazione a base di ciliegie.





Ma chi era "il santo delle ciliegie"?
L'anno di nascita di san Gerardo non si conosce con certezza, forse il 1134.
Il cognome "Tintore" o "dei Tintori" (de Tinctoribus) probabilmente rimanda alla professione esercitata dalla sua famiglia.

Gerardo era di condizione agiata; dopo la morte del padre, verso il 1174, con i beni ereditati, fondò un ospedale con lo scopo di assistere i poveri e i malati.
La sede dell'ospedale pare fosse la casa stessa di Gerardo: essa si trovava sulla riva sinistra del Lambro presso il ponte che oggi è detto "di san Gerardino" e dove esiste l'omonima chiesetta.


(Festa del Palio di San Gerardo Tintore)

Il servizio nell'ospedale era svolto da conversi: laici che vivevano in comune al modo dei frati, senza però prendere i voti religiosi.
Gerardo era uno di loro e svolgeva anche l'incarico di "ministro", cioè direttore dell'ospedale.
E come risulta anche da alcuni documenti degli anni successivi, egli mantenne questo incarico fino alla morte avvenuta il 6 giugno 1207.

A Monza, il 6 giugno, festa di San Gerardo Tintore, si svolge una grande sagra delle ciliegie per ricordare il miracolo del Santo.


Attenzione però a non sognare l'albero delle ciliege, perché per la tradizione inglese è un presagio di sfortuna!
Che fare però se ciò vi accade? Beh, sfidate la fortuna e giocate un terno al lotto: 73, 79, 6:

-il 73, perché per la "Smorfia napoletana" è "albero con frutti";
-il 79, le "ciliege";
-il 6 , è il "mese di giugno" .
E la ruota dove giocare questi numeri?
Naturalmente quella di Torino, perché i torinesi sono i più simili agli inglesi: parsimoniosi e cortesi!









mercoledì 20 maggio 2009

IL CENTENARIO DEL GIRO D'ITALIA E DEL FUTURISMO


20 febbraio 1909:
nasce il Movimento Futurista all'insegna della Velocità





Umberto Boccioni - "Dinamismo di un ciclista"- 1913



"Il gesto per noi, non sarà più un momento fermato dal dinamismo universale: sarà, decisamente, la sensazione dinamica eternata come tale.Tutto si muove, tutto corre, tutto volge rapido. Una figura non è mai stabile davanti a noi, ma appare e scompare incessantemente. Per persistenza della immagine nella retina, le cose in movimento si moltiplicano, si deformano, susseguendosi, come vibrazioni, nello spazio che percorrono".

(dal Manifesto della Pittura Futurista)




Natalia Gončarova -"Il Ciclista" - 1913





Gerardo Dottori - "Ciclista" - 1916



Mario Sironi - "Il ciclista"-1916




Fortunato Depero- "Chirottero metropolitano o Ciclista attraverso la città"- 1945



13 MAGGIO 1909:
nasce il Giro d'Italia all'insegna della Velocità


"Inebriato dalla velocità, un ciclista solitario e spericolato percorre in volata la campagna. Il paesaggio, alberi, colline, cielo, strada si fondono fino a fare tutt’uno col corpo del ciclista e la sua bicicletta."

.................

FUTURISMO-CICLISMO-FUTURISMO-CICLISMO
VELOCITA'!!!

venerdì 1 maggio 2009

MAGGIO E I SUOI PROVERBI




Eccolo maggio, pian pian pian piano
con l'acqua in grembo e lle mezzine in mano;
e ben venga maggio, e maggio ll'è venuto.
Eccolo maggio, fa fiorì lle zucche,
date marito alla bella datelo anche alle brutte;
e ben venga maggio , e maggio ll'è venuto.




"Ben venga maggio! E maggio ll'è venuto!", dicono i toscani, quando "cantano il maggio", un'antica usanza che risale al Medioevo e che ancora è viva in alcune località, come ho già spiegato ai miei ascoltatori di Radiodue la settimana scorsa.

Siamo arrivati dunque al mese di MAGGIO, e quando arriva maggio arrivano anche tante feste, sagre, scampagnate, sempre che il tempo lo permetta perché ancora potrebbe venire la pioggia, il vento, i temporali...


Perciò, attenzione! Perché se marzo era "pazzo" e aprile portava "acque mille", maggio non è di meno e ci sono molti proverbi che ci ricordano che l'estate è ancora lontana: "Chi ha della legna, per maggio la tenga", nel senso che può capitare ancora una nottata freddina.



Ma niente paura perché di solito il brutto tempo a maggio passa presto e se tira un po' di venticello è una manna per la campagna.


Lo ricordano persino alcuni proverbi: "Maggio fresco e ventoso, rende l'anno fruttuoso". Oppure: "Maggio fresco va bene per la fava e il frumento".


Quanto alla pioggia, quella leggera, lenta e soave, è proprio ambita dai contadini.
E se ben ricordate c'è un modo di dire che conferma questa teoria, e cioè, quando si parla di qualcosa che porta molto beneficio si dice che "È come l'acqua di maggio".


Acqua che fra l'altro dovrebbe piacere molto a noi donne, perché un altro proverbio afferma che "L'acqua di maggio fa belle le donne". Sicché, già lo sapete, amiche, appena dalle vostre parti pioverà in questo mese mettetevi fuori sotto la pioggia: hai visto mai?



Una pioggia, quella di maggio, che si arriva il prossimo 10 maggio, festività di San Cataldo, patrono di Taranto, sarà ancora più benefica, come ci rammenta quest'altro proverbio pugliese: "Se chiove a San Catalde, nu carre de grane; e poi ésse lu fridde e trase 'u calde", e cioè, "Se piove per San Cataldo un carro di grano, e poi esce il freddo e entra il caldo".








E poi arrivano i cosiddetti "santi del ghiaccio".


Cosa sono questi "gelidi" santi?


Semplice, sono san Pancrazio, celebrato il 12 maggio, san Servazio del 13 maggio, e san Bonifacio del 14 maggio: tre festività del mese di maggio che potrebbero far ritornare il freddo, quasi rigido.


E infatti un proverbio del Veneto lo afferma: "Maggio per quanto bello, salva un granello di ghiaccio; un po' per San Pancrazio, un po' per San Servazio e il resto per San Bonifazio". Oppure: "San Pancrazio, San Servazio e San Bonifazio, il gelo di maggio".


E a proposito di san Pancrazio, che era un giovane martire romano sepolto nell'omonima basilica romana sul Gianicolo: se siete senza lavoro e vi trovare a passare da quelle parti portategli un mazzetto di prezzemolo fresco perché vi aiuterà a trovare un'occupazione.


Questa è un'usanza della mia terra Andalusa dove c'è molta disoccupazione e dove san Pancrazio, che è popolarissimo, è denominato "el santo de los paraos", "il santo dei disoccupati"!


E che c'entra il prezzemolo, vi domanderete? Beh, come ho già spiegato l'anno scorso in questo mio blog, è simbolo d'abbondanza, e infatti lo afferma il detto, "essere dappertutto come il prezzemolo", riferito ai presenzialisti ad oltranza, come certe attricette dei salotti televisivi, dette infatti "prezzemoline"! Oppure quei politici che si trovano dappertutto e che, come dice il proverbio, sono "il prezzemolo di ogni minestra".


In ogni modo, e di là dai santi più o meno "ghiacciati", maggio, detto il "mese delle rose", è pur sempre un mese primaverile e dunque capriccioso. E perciò alterna il freddo con il caldo, tant'è vero che molti proverbi lo ricordano: "Né di maggio né di maggione non ti levare il maglione"; oppure, "... di maggio vai adagio...".






D'altronde il mese di maggio, come in ogni periodo di passaggio - e maggio precede al solstizio d'estate - è soggetto a cambiamenti improvvisi e perciò, insieme con il mese di novembre, che precede al solstizio invernale, è un mese ritenuto "pericoloso" per gli anziani, per i malati di cuore o di altre gravi malattie: mio amatissimo marito, lo scrittore Alfredo Cattabiani, è morto infatti ormai sei anni fa il 18 maggio dopo tre anni e mezzo di lotta contro il cancro.


Mancavano sette giorni al suo compleanno, il 26 maggio, festa di san Filippo Neri, uno dei tre cosiddetti "santi fiorentini" di maggio: san Zanobi del 25, san Filippo Neri del 26, appunto, e santa Maria Maddalena de' Pazzi del 27.


E proprio fino alla fine delle loro feste, come ci rammenta un proverbio, potrebbe far freddo ancora e dunque non conviene alleggerirsi: "Fino ai santi fiorentini, non pigliare i panni fini".


E non conviene neanche, sposarsi a maggio, nonostante sia il mese dell'amore: "Chi si sposa in maggio diventa matto", dice un proverbio.


E ancora peggio, perché, come si afferma in Romagna, chi si sposa a maggio "Un s'cunsomma e' let', cioè non "consuma il letto" perché uno degli sposi potrebbe morire presto.


Questi detti arrivano probabilmente dalla antica i Roma perché, come scriveva Ovidio: "Non a nozze di vedove né di vergini quei giorni si addi­cono, e chi prese marito visse poco. Perciò se presti fede ai proverbi, nel mese di maggio si spo­sano solo le male femmine".



Dunque, care amiche, prendete nota, se dovete fissare la data delle nozze. Ma se proprio lo avete già fatto, non vi preoccupate: i detti sono soltanto parole e come tali, le porta via il vento: il vento di Maggio!

E per l'AMORE, quello scritto con le maiuscole, ogni mese, ogni giorno, ogni istante, è quello giusto...



venerdì 17 aprile 2009

RICETTA DA SIVIGLIA: GAMBAS AL AJILLO


Hola!
L'altro ieri nella mia Siviglia dove mi trovavo ho mangiato una delle mie tapas preferite:
LAS GAMBAS AL AJILLO, cioè "gamberi aglio, olio e peperoncino!



Un tipico piatto spagnolo ottimo accompagnato con una coppa di Manzanilla freschissima che favorisce la convivialità.


Ecco la ricetta per 4 amici:

500 gr. di gamberetti freschissimi
1 peperoncino rosso
6 spicchi d'aglio
olio extravergine d'oliva
prezzemolo tritato



Lavate e poi sgusciate i gamberetti schiacciando le teste per far uscire il "prezioso" e roseo liquido che aumenterà il sapore del piatto.

Sbucciate poi gli spicchi d'aglio e tagliatele in lamelle fine nel senso della lunghezza. Scaldate abbondante olio in una padella.
Unite l'aglio, e quando sarà appena biondo il peperoncino a pezzetti.


Aggiungervi i gamberi e una manciata di prezzemolo tritato.
Girate rapidamente finché i gamberi s'insaporiscano.


Salate leggermente e cuocete ancora per 2 o 3 minuti a fiamma vivace, mescolando sempre.
Servite subito in ciotoline singole, accompagnando con pane e del buon vino bianco secco freschissimo oppure, come dicevamo, con la Manzanilla.


Vi assicuro che il pane inzuppato nel sughetto è quasi da... Da "orgasmo labiale!...
Parola della "Cuoca Itagnola"!!!

domenica 12 aprile 2009

BUONA PASQUA 2009

(Confetti di Sulmona)


UNA PASQUA COLORATA...







CON IL COLORE DEL SOLE;







CON IL COLORE DELLA LUCE;






CON IL COLORE DELLA VITA;






CON IL COLORE DELLO ZAFFERANO DELL'AQUILA!







UNA SERENA PASQUA A TUTTI


E UN AUGURIO DI RINASCITA


AGLI AMICI DELL'ABRUZZO!!!




martedì 7 aprile 2009

SETTIMANA SANTA IN ABRUZZO: ANNO 2009






DISTRUZIONE


DOLORE



DISPERAZIONE







SOLIDARIETÀ






MORTE





SCONFORTO






RASSEGNAZIONE





SPERANZA





RINASCITA





E LA FEDE?







CROLLERÀ ANCHE LA FEDE?


domenica 5 aprile 2009

SEMANA SANTA DE SEVILLA: DOMINGO DE RAMOS

Oggi è la Domenica delle Palme che da me, in Spagna, si chiama Domingo de Ramos.
A Siviglia, la mia città, per tutta la Settimana Santa, risuoneranno per le vie le saetas, le "saette", i "dardi", che sono canti del flamenco più straziante che i sivigliani lanciano ai loro Cristi e Madonne di devozione, dai nomi strani:
el Cachorro, la Macarena, el Gran poder, la Estrella...
E ce ne persino il "Cristo de los negritos" e quello dei"gitani" e quello "del Silenzio" e la Virgen de los Dolores e quella "della Pace" e quella "de la Buena Muerte"...

A tale proposito, se io ci fosse stata oggi a Siviglia sarei andata a vedere una delle mie processioni preferite fin da piccola, detta in gergo "semanasantero" "la Paz" .
Era anche quella preferita da mia madre perché apparteneva al suo quartiere da ragazza.
Si caratterizza perché comincia il suo lungo percorso processionale verso mezzo giorno, con centinaia di penitenti incappucciati - i nazarenos - che accompagnano i grandi "troni barocchi" - i pasos - attraversando il bel Parque de Maria Luisa, come si può vedere nelle fotografie allegate.
Sono centinaia i "Misteri" che ogni giorno, per sette giorni, da oggi e fino alla domenica di Pasqua sfileranno per le strade e piazze della mia bella città andalusa per ricordare la Passione e la Resurrezione del Cristo, dal primo pomeriggio fino a tarda notte.
La notte fra il Giovedì Santo e il Venerdì Santo, non si dormirà perché ci saranno processioni tutta la notte, fino all'ora di pranzo del mattino dopo: quella notte si chiama, la chiamiamo noi sivigliani, "la Madrugà", che sarebbe come dire "la nottata fino all'alba".

A Siviglia la Settimana Santa è una vera settimana di festa alla quale partecipano tutti, adulti e bambini; ed è festa perché i sivigliani sono ottimisti per natura e sanno che il Cristo non morirà per sempre.
La Settimana Santa di Siviglia è infatti una settimana di speranza nella Resurrezione: e perciò si fa festa e si canta alla Passione del Cristo e al dolore di sua Madre: da oggi, Domingo de Ramos, Domenica delle Palme, e per una intera settimana, senza sosta, senza stancarsi, quasi senza mai dormire!

E per riposare si entra e si esce continuamente dai bar dove si mangiano piattini, assaggini chiamati "tapas" con il vino o con la birra; e fra questi non mancano las "espinacas sevillanas", gli "spinaci alla sivigliana" di cui ho parlato oggi nella mia rubrica radiofonica su Radiodue e delle quali ho già dato la ricetta un anno fa circa.
Insomma, amici miei, la vostra cuoca itagnola quando arriva questo periodo, è piena di nostalgia per la sua città, e prenderebbe il primo aereo per andarci.
Se potete, andateci voi: certo, ormai l'anno prossimo perché occorre prenotare gli alberghi quasi un anno prima; vi assicuro che non lo dimenticherete.

sabato 4 aprile 2009

APRILE DOLCE DORMIRE...

(Picasso)




Tutta la natura si "apre" ad aprile.
Lo stesso nome del mese ha questo significato in latino, come scriveva Marco Terenzio Varrone: "Ritengo che sia chiamato "aprile"-da "aperit", aprire - perché la primavera "aperit", "apre", fa sbocciare tutte le cose".







Perciò i contadini si augurano che in questo mese arrivi il tepore, ma non il caldo improvviso che sarebbe un vero disastro perché la terra ha bisogno di scaldarsi lentamente.
Occorre infatti un clima tiepido, che permetta alle gemme di "aprirsi": "Aprile temperato, non è mai ingrato", afferma il proverbio.



Tepore che però dovrebbe essere accompagnato ogni tanto da piogge fitte ma leggere, non temporalesche: "Aprile piovoso, maggio ventoso, anno fruttuoso".


Per la campagna una dolce pioggia fino a metà maggio è una vera ricchezza sicché un vecchio proverbio sosteneva: "D'aprile ogni goccia vale mille lire".


Lo stesso significato di quest'altro proverbio toscano: "Vale più una pioggia tra aprile e maggio che il re Salomone con tutto il suo carriaggio".


E i sardi confermano, tirando in ballo però un altro biblico sovrano: "Vale più l'acqua di maggio e aprile che non il carro d'oro di re Davide".

Ma le piogge di aprile fanno bene anche agli animali, sebbene per alcune specie l'abbondanza d'erba fresca possa essere persino dannosa. Lo assicura una sorta di proverbio-filastrocca che cantavano i bambini di una volta:

"L'acqua d'aprile
il bue ingrassa,
il porco uccide
e la pecora se la ride".

Infatti l'erba tenera e bagnata giova ai bovini che si sanno regolare, ma nuoce ai suini perché sono ingordi e ne mangiano troppa e gonfiano senza ingrassare; invece le pecore, al pascolo fin da marzo, sono ulteriormente soddisfatte e cioè se la ridono!


Mentre un altro proverbio che si riferisce alla futura vendemmia afferma: "Quando tuona d'aprile buon segno per il barile".


Certo, se la pioggia di aprile è benefica per la vite e per il grano la nebbia è invece pericolosissima perché favorisce lo sviluppo dei funghi, sicché i contadini affermano che: "Nebbia di marzo mal non fa, ma in aprile pane e vino a metà".

Insomma, il mese di aprile perfetto per la campagna dovrebbe avere piogge frequenti ma leggere, con una temperatura tiepida che permetta di stare all'aperto a prendere il sole primaverile, ottimo per le ossa: "D'aprile esce la vecchia dal fienile", si dice infatti.

Ma attenzione, perché aprile è capriccioso, come tutta la primavera:"Aprile quando piange e quando ride"; e perciò potrebbero tornare freddo, pioggia e persino neve in alcune zone. E ricordate che anche quando aprile "ride" non pensiate che sia ormai estate perché questo è purtroppo il tempo dei grandi raffreddori.


D'altronde un altro proverbio avverte che: "D'aprile a volte torna la vecchia al fienile, e la giovane non ci torna perché si vergogna", perché infatti con il ritorno improvviso del freddo le persone anziane riconquistano il loro posto al calduccio mentre le più giovani non accettano la temperatura fredda perché non vedono l'ora di stare all'aperto (e con l'ombelico all'aria!).

In ogni modo aprile è un mese freddino ed è bene non cedere al desiderio di spogliarsi troppo appena c'è una giornata di sole tiepido. Ricordate quest'altro proverbio? "Per tutto aprile non ti scoprire".


D'altronde in primavera occorre stare attenti perché si sa che "Per tutto aprile non ti scoprire, di maggio non ti fidare, di giugno fai quel che ti pare".


In compenso con l'avanzare della primavera il corpo si rilassa e viene voglia di dormire più a lungo: e infatti si dice: "Aprile dolce dormire".




E lo sanno bene i miei gatti...
Lo sa Dalì...









E lo sa Carlito...
Tutte e due passano ore e ore dormicchiando in giardino: beati loro!