lunedì 9 dicembre 2013

LA MADONNA DI LORETO E IL LEGGENDARIO VOLO ANGELICO DELLA SUA CASA DI NAZARETH





      Si racconta   che alla fine del XIII secolo  i musulmani occuparono Nazareth, la cittadina della Palestina.

      Ebbene per evitare che fosse distrutta dagli invasori, gli angeli staccarono delicatamente la casa dove aveva vissuto la Madonna e la trasferirono in volo attraverso l'Adriatico fino al porto di Recanati, in un bosco di lauri di una donna chiamata Loreta: era la notte fra il 9 e il 10 dicembre del 1294.







      Ma siccome il luogo era infestato dai banditi, narra la leggenda, gli angeli decisero di spostarla mille passi lontano,  e dopo aver girato un po', collocarono la  casa in mezzo alla strada pubblica, nel luogo dove si trova tuttora e intorno al quale si costruì il celebre  e magnifico Santuario di Loreto.




(Santuario della Madonna di Loreto a Loreto)


Fin qui la leggenda che, come racconta Alfredo Cattabiani nel suo "Lunario" (Mondadori),   contiene un nucleo di verità.
Nel 1294  Filippo II d'Angio, figlio del re di Napoli  Carlo II, riceveva come dote per le nozze con Ithamar, figlia del  despota dell'Epiro,  ribattezzata poi con il nome di Margherita Angeli, una serie di oggetti preziosi fra cui, come è infatti  scritto nell'elenco notarile ritrovato, "Sanctas petras ex domo Dominae Deiparae Virginis  ablatas", cioè "le sante pietre  prelevate  dalla casa di Nostra Signora la Vergine Madre di Dio". 




(La venuta della Santa Casa, dipinto del '700)


Le nozze si celebrarono nel primo autunno e  le pietre della "Casa", regalata dal padre di Margherita "Angeli" (ecco gli "angeli" in volo della popolare leggenda lauretana),  giunse  a dicembre dalle coste dell'Epiro, o dalla Dalmazia, fino alle Marche.





Ebbene, i più scettici forse non ci crederanno, ma ultimamente, grazie agli scavi archeologici effettuati a Nazareth, si è anche accertato che le pietre del sacello di Loreto  sono  delle stesse dimensioni di quelle delle fondamenta della casa rimaste sotto la chiesa dell'Annunciazione  a  Nazareth!






      Insomma, ecco svelato l'arcano del  "Volo della casa della Madonna di Loreto", la quale proprio a causa di quel volo  è diventata anche la patrona degli aviatori che a Loreto, nella processione notturna  della vigilia della Festa del 10 dicembre,  trasportano la statua  dell miracolosa  Madonna Nera di Loreto, custodita nel Santuario all'interno della  Santa Casa, che inoltre custodisce  infiniti tesori d'arte.


(La Madonne Nera di Loreto)



E l'indomani le frecce tricolori  si esibiscono in mille acrobazie sul cielo  della bella cittadina marchigiana, meta di pellegrinaggi da secoli e secoli.






Quanto ai fuochi e ai falò solstiziali che stanno illuminando i cieli italiani fin dal giorno di San Martino del 11 novembre, sono anche protagonisti della festa in onore della Madonna di Loreto, durante la cosiddetta "Notte della venuta" del 9 dicembre.





A Loreto, dopo la processione a mezzanotte e l'accensione dei fuochi, che secondo la tradizione popolare  servono a illuminare la  "venuta" della santa casa nelle Marche, si cantano   le litanie lauretani che hanno la stessa   dolcezza della bella terra marchigiana.





Il culmine della festa  è verso le tre del mattino, quando secondo la tradizione  giunse la Santa Casa dopo la sua trasvolata Adriatica portata dagli  angeli. 


Vi sono ancora oggi gruppi di persone che si radunano intorno ai focaracci, detti anche  secondo le zone "fogarò" o "fochere", mangiando "fava 'ngreccia" ( cioè raggrinzita)  sorseggiando vino fino all'ora fatidica,  il cui annuncio viene dato  da  spari di mortaretti e squilli di campane. 




("Fave 'ngreccia" tipiche della Festa)



Una volta i fedeli  compravano  "la polvere della Santa Casa" che i fratelli laici raccoglievano diligentemente ogni mattina perché le si attribuivano poteri taumaturgici. 

Oggi  questa funzione è attribuita all'olio delle sacre lampade  che viene venduto in minuscole bottigliette  su cui  è impressa l'immagine della vergine Lauretana. 



(Santuario di Loreto-la Santa Casa)


Ma si vendono anche le campanelle benedette, ritenute dai contadini amuleti contro  tempeste, grandine e incendi: le aveva acquistate niente di meno che   Amadeus Mozart il quale, in una lettera  che scrisse alla madre nel 1770, dopo una visita al santuario lauretano,  le diceva che le inviava in dono "alcuni campanelli e ceri da Loreto"



(Santuario di Loreto-la Santa Casa)





sabato 30 novembre 2013

LA FESTA DI SANT’ANDREA, PATRONO DEI PESCATORI, DELLA PESCA E DELLA SCOZIA





(La "Focareddha" della Festa di Sant'Andrea a Pressice-Salento

“Per Sant’Andrea ti levi da pranzo e ti metti a cena”, rammenta  questo paradossale proverbio,  nato per indicare che al  30 novembre, festa di Sant'Andrea Apostolo, le giornate sono così corte che viene  subito   sera.  E perciò, in alcune località, per propiziare il ritorno della luce, si celebra la festa del santo con grandi “falò”.

Accade per esempio in Puglia, a Presicce, un paese di pescatori all'estremità della penisola salentina, a pochi chilometri da Santa Maria di Leuca. Ebbene,  dopo avere acceso  in onore del santo un falò - la "Focareddha"  che una volta durava quarantotto ore, si mangiano  le “triglie di sant’Andrea”  cotte  su quella stessa fiamma: d'altronde, il santo è il patrono dei pescatori  e il protettore di tutte le località dove si pesca.


(Pressice: "le triglie di Sant'Andrea")


Andrea, il cui nome proviene dal  greco “Andreas”,  “Virile”, esercitava questo mestiere sul lago di Tiberiade insieme con il fratello Simone, poi ribattezzato Pietro dal Cristo. Fu, insieme con Giovanni e con Pietro, fra i primi apostoli di  Gesù. E accanto a Lui, infatti, appare più volte nei Vangeli.  

Per esempio, come racconta Giovanni nel capitolo sesto  del suo Vangelo,  fu Andrea chi, davanti a una folla affamata,  indicò al Maestro un fanciullo provvisto di cinque pani d’orzo e due pesci: umili cibi da pescatori che divennero migliaia nel celebre episodio evangelico della “moltiplicazione dei pani e dei pesci”.



(Gli apostoli  Andrea e Pietro pescando nel Lago Tiberiade)


Dopo aver predicato per molti anni morì il 30 di novembre del 60 d.C. La tradizione vuole che fosse stato martirizzato a Patrasso,  in Grecia, dove era diventato vescovo:  si dice che venne legato, e non inchiodato, su una croce a forma di X detta “Croce decussata”, popolarmente  conosciuta con il nome di “Croce di Sant’Andrea”. E così è stato  di solito raffigurato, specialmente a partire dal XVII secolo, in centinaia di sculture e dipinti.

A Patrasso, di cui è il santo patrono, lo ricordano il 30 novembre con cerimonie religiose particolarmente sentite che culminano con degustazioni  di cibi tipici, fra cui “polpo al sugo”.


(Martirio di Sant'Andrea)


Ma a festeggiarlo, non solo in Grecia, bensì in tutto il mondo cristiano, sono soprattutto i pescatori e gran parte delle  località dove la pesca - di mare, lago o fiume - costituisce una fonte di guadagno.

E così sulle rive del lago di Bolsena lo si celebra con canti, riti e banchetti: come  a Latera, non lontano dal lago, che, come scrive Alfredo Cattabiani nel  suo "Lunario" (Mondadori), ricorda il santo patrono con la “Scampanata”, omologa alle tante  feste di  passaggio, da un anno all'altro, in cui si fa rumore o si spara per cacciare il vecchio anno, i suoi malanni, le sue disgrazie.

A Latera, per tutta la giornata del 30 novembre,  i bambini dai sei ai nove anni raccolgono barattoli  per  poi riunirli assieme con corde e fil di ferro e così attrezzati,  gireranno all’imbrunire per le vie del paese  facendo un  chiasso assordante e cantando  un’antichissima filastrocca:

     Sant’Andrea giù pe’ le  mura
     a tutte le figlie glie mette paura
     e la su matre impaiolata
     butta l’oglio pe’ la casa
     pe’ la casa e pi’ pollaro
     state su che canta  i gallo
     canta i gallo e la gallina
     state su zi’ Caterina.

A Cellere, un altro paese del viterbese,  quello stesso  gioco rituale  è  diventata una sorta di gara, sicché,  alla fine della serata,  una giuria premia la “santandrea”, come viene chiamata la fila dei barattoli,  più lunga e più originale.


(Tipici pesci di  cioccolato di Sant'Andrea -Viterbo) 

Ma per Sant’Andrea vi è un’usanza particolare in tutta la Tuscia, come è chiamata la provincia di Viterbo:  i fidanzati si scambiano per regalo  pesci di cioccolato, o di pasta di mandorle, oppure vengono donati ai bambini. E perciò, in questi ultimi giorni del mese, centinaia dei  tradizionali pesci di cioccolato, avvolti in carte coloratissime,  riempiono le vetrine delle pasticcerie locali.


Accade anche nel capoluogo, Viterbo,  dove, nel pittoresco quartiere di Pianoscarano, è dedicata a  sant’Andrea una delle chiese romaniche più antiche e suggestive. Si racconta che una volta il vecchio  parroco Don Pietro era solito porre nella vasca dell’acqua santa dei pesci di cioccolata per i suoi sacrestani, ed uno veniva offerto in dono al Vescovo della città.

(Parrocchia di Sant'Andrea nel quartiere di Pianoscarano-Viterbo)

In ogni modo, quest’antica usanza è viva in parte tuttora e  genitori, figli, fidanzati si scambiano il tradizionale pesce e i bambini aspettano la  festa con gioia, come una sorta di anticipazione  della Befana. La notte del 29 novembre, vigilia della festa, ciascun bambino lascia sul davanzale della propria finestra un piatto vuoto, nella speranza che Sant’Andrea abbia lasciato per  loro un  pesce di cioccolata.

(Il "Pesce di Sant'Andrea" che i bambini viterbesi ricevono la vigilia della festa)


Ma la cerimonia più importante in onore di Sant’Andrea, con la processione del busto del santo,  si svolge ad Amalfi, in Campania, perché nella sua cattedrale  si conservano le reliquie del santo. Si racconta che a portarle fu   il  cardinale amalfitano Pietro Capuano, legato del papa alla IV Crociata.

Trasportate per mare, le reliquie giunsero nel porto di Amalfi nel  1208 e  da  allora la cittadina onora  Sant'Andrea come patrono. 


(Duomo di Amalfi, il Busto di Sant'Andrea)


La festa del 30  novembre si chiama “Sant'Andrea ‘e vierno” per distinguerla da una seconda, “Sant'Andrea  ‘e state”, che rievoca un miracolo del  patrono contro il pirata Barbarossa,  che minacciava   la città.

Ebbene sotto l’altare maggiore della cripta vi è la cosiddetta  Arca da dove  cola la celebre e miracolosa  “manna” delle ossa del santo, raccolta proprio la vigilia della festa e distribuita ai migliaia di fedeli che arrivano ad Amalfi anche dall'America!  

Al meno una volta nella vita occorrerebbe andarci, e seguire a mezzogiorno del 30 novembre la singolare processione con il busto d’argento del santo:  la preziosa scultura attraversa il paese giungendo fino alla spiaggia per poi ritornare in Duomo, lungo le ripidissime scale,  a passo di corsa impiegando soltanto otto secondi!


(Festa di Sant'Andrea: la corsa sulle scale del Duomo di Amalfi)


Ma il popolare santo  si festeggia anche  a  Sant’Andrea Apostolo dello Jonio in provincia  di Catanzaro; a Sant’Andrea  di Conza, in provincia di Avellino;  a Sant’Andrea  Frius in provincia di Cagliari, di cui è  patrono.  

E in tanti altri luoghi perché Sant’Andrea è patrono di oltre  120 località italiane, fra cui Cottanello nella provincia di Rieti, che lo celebra con gli “strozzapreti” al sugo con peperoncino. 
Mentre  a  Massalengo,  in provincia di Milano, per Sant’Andrea si mangia polenta e risotto con della buona barbera.


(Dipinto di "El Greco", Sant'Andrea con la croce "decussata" del martirio)

“Per Sant'Andrea, piglia il porco per la séa”, consiglia un proverbio, nel senso che, se non  si è ucciso il maiale l’11 novembre, per San Martino,  occorre ammazzarlo finalmente il giorno di Sant'Andrea, prendendolo per le setole (la “séa", in veneto). 
E perciò  a Fiesse, in provincia di Brescia, si celebra in questo periodo la “Sagra del pursel”, con i piatti a base di carne di porco: “ris spork”, riso con verze e macinato di maiale; “cassoeula” il tipico piatto lombardo d’origine spagnola; e il paté  di porco alle erbe aromatiche.
 Mentre ad Artegna, nella provincia friulana di Udine,  si celebra la “Purcit in staiare”, una manifestazione dedicata al maiale in tutte le sue specialità tipiche friulane, fra cui uno squisito salame stagionato nella cenere.


(Bandiera della Scozia con la Croce di Sant'Andrea)

Una curiosità: a metà del X° secolo Sant’Andrea Apostolo divenne  il patrono della Scozia perché secondo una  leggenda le reliquie del santo furono  traslate, in forma soprannaturale, da Costantinopoli alla località scozzese denominata attualmente “Sant'Andrea”.
 Perciò nella bandiera della Scozia figura la “Croce di sant’Andrea”; e perciò tutto il Paese celebra il suo santo patrono alla grande, dichiarando la giornata del 30 novembre festa nazionale.

Mentre a Roma i cittadini della Scozia possono  venerarlo  nella bella chiesa Cinquecentesca di Sant’Andrea degli Scozzesi in Via delle Quattro Fontane.


(Roma, al Ghetto la Via del Foro Piscario, l'antico mercato romano del pesce)

E sempre a Roma, nel Ghetto, si trova, sebbene ormai sconsacrato, l’Oratorio di Sant’Andrea dei Pescivendoli, costruito nel 1689 nello stesso  luogo dove molti secoli prima, all’epoca dell’Imperatore Augusto, c’era il  "Foro Piscario",  il mercato del pesce.  

Di quel periodo rimane la cosiddetta  “Pietra del pesce”: una lastra marmorea posta sul Portico di Ottavia, la sorella di Augusto, in cui si possono leggere le misure che dovevano avere i pesci da “donare” obbligatoriamente ai Conservatori di Roma. 


(Roma, Portico d'Ottavia, il luogo dove era appesa  la "Pietra del pesce", oggi ai Musei Capitolini)




Quanto al nome Andrea, è d'origine greca, da "anér'-'andròs", uomo,e "andréia",  fortezza.

Andrea sarebbe dunque "uomo forte!"


mercoledì 20 novembre 2013

GIORNATA MONDIALE DEL BAMBINO: LA STORIA DI "PINSOLO", IL PINO SOLITARIO DAL CUORE TENERO





("Pinsolo: il pino solitario", illustrazione di Marina Cepeda Fuentes)


PINSOLO: IL PINO SOLITARIO
di 
Marina Cepeda Fuentes

C'era una volta un pino che viveva solitario in un colle pieno di alberi di fronte ai freddi mari del Nord.
Vi era di tutto su quel colle: querce millenarie, roveri contorti, abeti altissimi, vecchie acacie, faggi dai tronchi bianchissimi, salici che piangevano sempre e molti eucalipti magri e alti che, mossi dal vento, spargevano a vari chilometri un odore stomachevole da pomata per il raffreddore e da caramelle per la gola:  ca­ramelle di eucalipto, naturalmente!

 Quasi tutti quegli alberi stavano sul colle da tantissimi anni e tutti erano riuniti in famiglie più o meno numerose.
Tutti meno il pino che era completamente solo: era infatti un pino solitario e perciò lo avevano chiamato Pinsolo.

In realtà lontani, lontanissimi parenti,  poteva averli Pinsolo su quel  colle vicino al mare, perché i vari abeti che erano cresciuti sulla cima appartenevano alla sua stessa specie, cioè alla famiglia delle "conifere": ma è come affermare che tutti noi, esseri umani, siamo parenti perché siamo umani.
Pinsolo era sì, una pianta conifera come l'abete, ma appar­teneva al genere dei pinus  che è tutt'altra cosa; soprattutto perché Pinsolo era un pinus pinea , chiamato anche "pino domestico" oppure "pino di pinoli".

Ossia un pino mediterraneo, di quelli bellissimi, con un tronco molto elevato, di quasi 30 metri, con tantissime pigne colme di saporiti pinoli e con una chioma schiacciata a forma di ombrellone: insomma Pinsolo era il tipico pino che tutti cercano in estate nelle spiagge, quando fa tanto caldo, perché protegge dai raggi del sole.

Ma là dove era cresciuto Pinsolo nessuno cercava la sua ombra perché, come abbiamo già detto, il colle dove si trovava era  situato di fronte ai freddi mari del Nord: sicché il poveretto non faceva altro che lamentarsi della sua solitudine e, soprattutto, della mancanza d'attenzione della gente verso i suoi squisiti pinoli.

- Perché sarò nato qui? - si domandava sconsolato quando vedeva tutti gli altri alberi riuniti in famiglia, celebrando qualche evento, mentre lui non aveva uno straccio di parente con cui festeggiare nemmeno il suo compleanno.

E di anni Pinsolo già ne aveva compiuti abba­stanza, anche se nessuno degli altri alberi, che erano cresciuti insieme con lui sul colle, ricordava con precisione la sua nascita.

Soltanto una vecchia quercia gli aveva raccontato, molto tempo prima, che un buon giorno, all'improvviso,  cominciò a sbocciare dalla terra una minuscola pianti­cella, forse grazie a un seme portato dal Sud da qualche gabbiano in viaggio; e, a poco a poco, il fragile e leggero  alberello che  cresceva e cresceva, divenne quel ben piantato pino che era ora il solitario Pinsolo.

In tutti quegli anni, a pensarci bene,  era accaduto soltanto una volta che qualcuno si fosse appoggiato al suo tronco, addormentandosi all'ombra della  larghissima chioma a parasole: era un giorno del mese di luglio e, quell'anno, lo avevano detto persino i giornali e la tivù, in quei lontani paraggi dei freddi mari del Nord, la temperatura aveva superato i 30° centigradi!
Ma fu una eccezione che non si era più ripetuta; e, da allora, nessuno, nemmeno un cane, si era avvicinato a Pinsolo  cer­cando la sua ombra.

A rendere però tristissimo il povero e solitario Pinsolo era il fatto che nessuno raccogliesse i pinoli  caduti a centinaia dalle sue pigne mature, specialmente a partire dalla primavera e almeno fino a settem­bre: là, in quell'appartato luogo dei freddi mari del Nord, la gente non sa­peva che i pinoli si mangiano!

E così, anno dopo anno, le noiose giornate di Pinsolo trascorrevano monotonamente: l'unica distrazione era  vedere i gabbiani men­tre volavano su e giù, dal colle al mare e dal mare al colle; e, durante l'estate, osservare i giochi dei bambini sulla spiaggia.

- Chissà - si domandava lo sconsolato pino - forse un giorno caldissimo quei bambini verranno da me, cercando l'ombra con le loro mamme, e s'accor­geranno di me e dei miei pinoli...

Ma siccome da quelle parti l'estate era molto fresca e non faceva per niente caldo e tutti volevano diventare almeno un po' abbronzati, non vi era anima viva che volesse andare sotto l'ombra di un pino solitario.

Quella volta però, un pomeriggio del mese d'agosto, verso le tre più o meno, Pinsolo ebbe un presentimento: sentiva che qualcosa, quel giorno, doveva cambiare la sua monotona e solitaria vita!

Quella "cosa" non era più alta di un soldo di cacio; aveva i  capelli rossi,  un costume da bagno a righe blu e rosse e una maglietta bianca, di quelle che si comprano nelle bancarelle come ricordo di un viaggio, con un disegno al centro: un disegno che, veden­dolo da lontano, perché i pini hanno una vista buonissima, fece sobbal­zare il cuore del triste Pinsolo.

- Mamma, mamma, lassù c'è un pino grandissimo, come questo della mia maglietta! - gridò il piccolino dei capelli rossi guardandosi il petto per essere proprio sicuro delle sue affermazioni.

Effettivamente, al centro della camicetta c'era il disegno di un pino dall'enorme chioma, identico a Pinsolo, che, dall'alto di un colle, dominava una spiaggia di sabbie dorate e di acque  azzurre dove una barchetta a vela era spinta dal vento: insomma, il tipico paesaggio marit­timo delle nostre coste mediterranee. Sotto il disegno si poteva leggere in lettere rosse e nere: "Isole dei Pini".

- Mamma, ma se quel pino è come questo della mia maglietta, vuol dire che anche lui sarà un pino pieno di pigne con tanti pinoli, vero? - domandò il piccolo dai capelli rossi, che in realtà si chiamava Norman.

Norman e i suoi genitori abitavano da poco nelle vicinanze del colle, in un villaggio dove tutti si conoscevano e dove ancora si poteva giocare per strada senza pericolo.
Come tutti i nordici, anche i genitori del bambino amavano molto viaggiare e, l'estate precedente,  avevano percorso  le cosiddette  "Isole dei pini" del Mediterraneo.

 Fu allora che il ragazzetto dei freddi mari del Nord vide per la prima volta, nei suoi otto anni di vita  com­piuti da poco, un pinus pinea  o "pino di pinoli": dove lui viveva, infatti, in quei freddi lidi,  non cre­scevano di solito tali pini perché in genere hanno bisogno di un clima temperato.

Norman aveva trascorso tutta l'estate scorsa mangiando pinoli che sbucciava come gli aveva insegnato Peppino: un bambino di circa dieci anni, figlio del pescatore che aveva affittato ai genitori di Norman una bella casetta sulla spiaggia di una  delle Isole dei Pini.

Il metodo era facile, ma richiedeva gran precisione: oc­correva collocare i pinoli, uno alla volta, su una pietra piatta e poi, con un altro sasso più piccolo, li si doveva colpire con un colpo secco e preciso, per non schiacciarli dentro la buccia.
Non era mica semplice quell'antica tecnica per aprire i pinoli, perché oltre a spappolarsi potevano schizzare via appena si tentava di colpirli; ma  in quei mesi estivi Norman era diventato un vero e proprio maestro!

- Sì Norman -  rispose la mamma - immagino che il pino avrà anche lui pinoli come quelli che hai mangiato nelle Isole dei Pini: perché non vai tu stesso a verificarlo? - gli con­sigliò.

Detto e fatto: in men che si dica, Norman si arrampicò di corsa per il colle fino al luogo dove si trovava, più solitario che mai, il povero Pinsolo.

 Quando il bambino vide tutti i pinoli per terra, senza che nessuno li raccogliesse, capi che il povero albero non doveva essere molto fe­lice, perché a tutti  fa piacere avere un po' di riconoscimento per le buone qualità che abbiamo o per le cose buone che sappiamo fare.

- Credo che tu ed io saremo molto, ma molto  buoni amici - esclamò Norman guardando verso l'alto, dove il pino aveva la sua maestosa chioma ad ombrellone.

E, abbracciando il suo forte e altissimo tronco, aggiunse:
- E domani  porterò qui tutti i miei compagni di scuola; perché tutto questo ben di Dio di pinoli non deve andare sprecato.

Chi lo sa, forse sarà stata colpa della sua fervida immaginazione: il fatto è che a Norman parve  di udire un sospiro profondo e lungo che fuoriu­sciva dal tronco del solitario pino... Mah, chi lo saprà mai!


Certamente, le gocce di resina che cominciarono a colare e  colare per il tronco di Pinsolo, emanando un odore intensissimo, inconfondibile, un odore a spiaggia mediterra­nea, ricordarono a Norman le proprie lacrime quando a volte, dopo essersi fatto male cadendo, la mamma lo abbracciava e baciava per consolarlo.
                                                                                                                                               
Lunga è la strada, breve  è la via;
voi dite la vostra, ché io ho detto la mia:
perché da quel pomeriggio, da quel momento,
Norman e i suoi amici mangiarono i pinoli;
e Pinsolo visse per sempre felice e contento!



FINE DELLA STORIA


mercoledì 23 ottobre 2013

RICETTE PER I TEMPI DI CRISI-V: FRITURILLAS DE GARBANZOS DE MI MADRE ( "FALAFEL" alla maniera andalusa)





IN MEMORIA DI  MIA MADRE
AMALIA FUENTES
NEL 6° ANNIVERSARIO 
DELLA SUA ASSENZA

(Mia madre, io e due de miei fratelli, Gabriel e Alfonso, in campagna dai nonni)
....................................................

Come già ho detto in molte altre occasioni, mia madre era un'ottima  cuoca, probabilmente perché  mia nonna le aveva insegnato a cucinare fin da ragazzina e anche perché aveva dovuto farlo per decenni, per la sua numerosa  famiglia, composta da cinque figli  e un marito maschilista al cento per cento che non l'aveva mai aiutata nemmeno ad apparecchiare la domenica.
Arrivava a casa con l'aria da padre-padrone e noi bambini dovevamo stare zitti e buoni, sederci a tavola e parlare soltanto quando venivamo interpellati.

Nel frattempo mia madre, con il solo aiuto dell'unica figlia  femmina, io, andava avanti indietro dalla sala da pranzo alla cucina e viceversa:  portava le pietanze a tavola, le distribuiva nei piatti, cominciando sempre dal capo famiglia, certamente,  e poi toglieva i piatti utilizzati mentre io collocavo quelli puliti.

Ogni tanto, mentre mangiavamo quasi in silenzio -secondo l'umore di mio padre - si sentiva una voce che ordinava:
- "Marina, l'acqua è finita". E io  mi alzavo a prenderla.
- "Marina, il pane". E io mi alzavo a portarlo.
- "Marina, la frutta. E io correvo in cucina.

I mie quattro fratelli nel frattempo, rimanevano seduti, tranquilli, beati, senza mai fare un solo gesto di solidarietà: era "cosa di donne" tutto ciò, e loro fin da piccoli lo avevano imparato.
E mi madre non aveva mai avuto il coraggio di contraddire il suo marito-padrone...

Beh, si che era riuscita a farlo, ma molti, moltissimi anni dopo, quando ormai noi figli eravamo cresciuti e la maggior parte eravamo indipendenti...

Ma questa è un'altra storia: la storia di una donna che, come tante altre, ha subito per decenni le prevaricazioni  e angherie dell’uomo che avrebbe dovuto soltanto amarla come  moglie devota  e premurosa madre dei suoi figli, quale lei era.





Oggi, sei anni dopo quel 23 ottobre 2007, volevo parlare delle sue saporite "friturillas de garbanzos", o albondigas fritas de garbanzos”, e cioè le  "polpettine di ceci" che noi bambini apprezzavamo moltissimo: erano leggere, croccanti, dorate, squisite e, insieme alle crocchette di carne o prosciutto, erano la nostra cena preferita.

D'altra parte in Spagna i ceci garbanzos appunto - fanno parte dei cibi alla base dell'alimentazione spagnola, dove da secoli predominano il riso, gli ortaggi e i legumi: fave, lenticchie, piselli, lupini, ceci  e  persino una  varietà  di fagioli chiamati faselus  che  anticipavano  quelli arrivati  dall'America  nel XVI secolo.

Nelle tombe degli  Iberos  e soprattutto ad Alcanar, nella Catalogna, al sud del fiume Ebro, sono state trovate lenticchie essiccate.  Probabilmente  le  avevano  introdotte in Spagna i fenici o i cartaginesi  insieme con i ceci, considerati  la “puls punica”, ossia l'alimento basilare di quelle popolazioni: non  a caso Plauto introdusse in una delle sue ironiche commedie la  figura del  fenicio mangiatore di ceci.

Con i ceci- i garbanzos -  viene  preparato quel che può ritenersi il vero piatto nazionale spagnolo: il cocido, che  significa letteralmente "cotto", ed è semplicemente un  bollito misto  di  carni,  ceci e verdure, cui  ogni  località  apporta  un ingrediente diverso. 
Un piatto d’origine sefardita, come erano chiamati gli ebrei nati nella Penisola iberica.

I ceci, ma anche le lenticchie e i fagioli, coltivati in gran parte della Spagna, sono stati per decenni i cibi dei tempi della “fame nera”, quella in cui si trovava dopo la terribile Guerra civile del 1936 al 1939, che aveva lasciato l’intero Paese in ginocchio. 

Erano i cibi che più abbondavano nelle “cartillas de racionamiento” le “tessere annonarie” della lunga post guerra spagnola del dittatore Francisco Franco, il Generalissimo, come era chiamato.



I ceci, los garbanzos, facevano parte allora del menù quasi giornaliero di tutte le famiglie: erano nutrienti, saziavano e costavano poco.

Quando un bambino era ben nutrito, roseo e  grassoccio si diceva infatti: “que buenos garbanzos le da su madre”, “che buoni ceci gli darà sua madre”.
E un proverbio affermava che “los garbanzos alimentan las pantorrillas”, ossia “i ceci facevano aumentare i polpacci”: ragion per cui, a partire degli anni del franchismo in cui iniziò una sorta di “boom” economico, verso i Sessanta,  quando anche in Spagna arrivò la moda della minigonna,  le ragazze cominciarono a snobbarli...

Ebbene,  con i pregiati ceci mia madre preparava le citate “friturillas de garbanzos” che soltanto molto più tardi, la prima volta che andai in Marocco, riuscì a capire che in realtà era una sorta di rivisitazione dei celebri “falafel”: le “polpette di ceci” speziate, molto diffuse nel Medioriente, che i  marocchini chiamano anche “maakouda”.

D’altronde molti piatti della cucina spagnola, specialmente di quella andalusa, che è stata in parte  araba fino al 1492, hanno origine magrebina o marocchina o siriana oppure di ogni altro Paese di  dominio arabe.
  

(Amalia e Araceli Fuentes)


Ma io darò ora  la ricetta dei “Falafel alla maniera andalusa”, quelli appunto di mia madre, proprio  con la ricetta che lei riporta nel suo vecchio e ingiallito “CUADERNO DE RECETAS” che  custodisco come un tesoro: contiene le ricette dettate in gran parte da mia nonna Marina a lei e alla sua unica sorella, Araceli, quando erano ragazze “da marito”, come si diceva allora. La mia cara zia Celi che da pochi giorni l’ha raggiunta nell'aldilà.

In memoria dunque, delle due inseparabili sorelle Fuentes,  AMALIA E ARACELI,  fra le più belle ragazze della Siviglia di tanti decenni fa,  ecco le saporite "albondigas di garbanzos" o polpettine di ceci.





  “FRITURILLAS DE GARBANZOS”, 
ovvero, 
“I FALAFEL ALLA MANIERA ANDALUSA”


Ingredienti:

250g di ceci secchi ammollati la notte  prima
1 cipolla
2 cucchiai di prezzemolo tritato
2 uova
1 cucchiaino di cumino
farina q.b.
sale, pepe
olio per friggere


Una volta scolati bene i ceci mia madre li cuoceva  “al dente” per far sì che la pelle – meno digeribile – si togliesse con facilità.
Poi li metteva nel mortaio con la cipolla  e il prezzemolo ben tritati, aggiungeva un uovo intero e mescolava bene con le mani fino ad ottenere un impasto molto morbido ma consistente al quale aggiungeva il sale, un pizzico di pepe nero macinato e un po’ di cumino: quest’ultimo era un condimento costante in molti dei suoi piatti,  talmente ovvio per lei da non menzionarlo nemmeno nelle ricette che trascriveva.
La cucina di mia madre, molti dei suoi piatti che hanno accompagnato la mia infanzia e adolescenza,  avevano profumi orientali.
Ma torniamo alla preparazione di queste polpettine.



Dopo aver fato riposare per qualche minuto l’impasto, si fanno delle palline tonde o leggermente schiacciate che si bagnano nell’uovo sbattuto e poi s’avvolgono nella farina da friggere, quella un po’ grossolana, oppure nella semola.
Si friggono nell’olio d’oliva molto caldo, si fanno asciugare  bene nella carta assorbente e si servono ben calde: volendo con una salsina allo yogurt, come fanno gli arabi.
Oppure con un sughetto leggero al pomodoro, o una salsa più invernale allo zafferano che mi madre preparava facendo tostare nella padella ben oliata un cucchiaino di farina con un  po’ di zafferano. Poi aggiungeva a poco a poco del latte  finche si formava una sorta di besciamella molto liquida. Sale e pepe e l’immancabile cumino faceva diventare quella miscela una vera bontà.



Ma noi bambini le preferivamo semplicemente fritte e basta, perché,  come d’altronde riporta mia madre nella sua ricetta: “solamente fritas estan muy buenas”, sono buonissime!



(mia madre-nonna felice con alcuni dei suoi nipoti: Clara, Layla, Diana, Sara e Charlie, oggi un musicista affermato)

giovedì 19 settembre 2013

“SAN GENNARO HA FATTO O’ MIRÀCULO!”: ANCHE DURANTE LA REPUBBLICA NAPOLETANA DEL 1799





Come ogni anno  fin dal 1389, il 19 settembre, festività di San Gennaro, patrono di Napoli, migliaia di devoti  attendono “o’  miràculo e’ san Gennà”, e cioè la  liquefazione del sangue del Vescovo di Napoli contenuto in due ampolle conservate nella cappella del Tesoro  del Duomo partenopeo.

Nel corso dei secoli i fedeli del santo non hanno mai smesso di ritenere il prodigioso evento come un vero e proprio miracolo, un segno divino di buon auspicio per la città. 

Il ritardo nello scioglimento dei grumi di sangue nelle fiale,  oppure, peggio ancora, l'assenza del miracolo nonostante canti, preghiere e invocazioni, è  sempre stato ritenuto un  segno sfavorevole per Napoli e per i napoletani. 

Una vera disgrazia.

Di tutto ciò era a conoscenza Donna Eleonora de Fonseca Pimentel, che i napoletani chiamarono con i più svariati nomi fra cui  a' marchèss giacobìne”, per essere una delle fondatrici  della breve e tragica Repubblica  napoletana del 1799 nella quale morì per impiccagione.



La Pimentel,  nata nel centro di Roma, in Via Ripetta,  da genitori d'origine portoghese,  era arrivata a Napoli appena compiuti gli otto anni e, oltrepassati ormai la quarantina, sapeva che  due eventi erano determinanti nella capitale partenopea per trarre auspici di buona o di cattiva sorte: l’eruzione del Vesuvio e la liquefazione del sangue di san Gennaro. 

Due avvenimenti che più di una volte nella storia della città si erano verificati insieme. 

D’altronde, delle  tre date “ufficiali” in cui da secoli  accade “o’  miràculo” una, il  16 dicembre, è proprio collegata a una terribile eruzione del vulcano accaduta nel 1631

Fu allora  che le autorità ecclesiastiche   della città, come già era successo in passato, decisero di portare in processione la testa e il sangue di San Gennaro e, come è scritto  nel documenti del tempo, “non appena le sacre reliquie giunsero in vista del Vesuvio, presso la chiesa di Santa Caterina a Formiello, il fenomeno eruttivo cessò”

E dopo qualche giorno i vari  fenomeni – colata di lava, pioggia  di ceneri - si attenuarono,  senza aver causato una sola vittima.


(Processione di San Gennaro per l'eruzione del Vesubio del 1631)

Un'altra delle  date canoniche  del miracolo di San Gennaro è, per l'appunto,  il 19 settembre e per tutta l'ottava delle celebrazioni in onore del patrono, in ricordo  del giorno del 305 d.C.  in cui fu martirizzato.


Infine, la liquefazione  dovrebbe avvenire anche il sabato precedente la prima domenica di maggio e negli otto giorni successivi, quando si commemora la traslazione delle sante spoglie da Pozzuoli, dove era stato decapitato,  alle antiche catacombe  cristiane di  Capodimonte,  a lui intitolate in seguito.



Donna Eleonora de Fonseca Pimentel, che si era resa conto dell’importanza delle credenze e delle tradizioni popolari a Napoli, avrebbe voluto che “o’ miràculo” si verificasse proprio nei giorni della proclamazione della Repubblica Napoletana del 1799: per il popolino, che si ostinava a difendere la monarchia nonostante che  il re Ferdinando IV fosse fuggito in Sicilia, sarebbe stato un vero e proprio  “segno del cielo” che avrebbe convinto ad  accettare il  nuovo governo dei giacobini filo-francesi alle migliaia di “lazzari” che vi si opponevano anche con le armi.

D’altronde, nessuno dei sovrani che hanno  regnato a Napoli è stato così sprovveduto da non tener conto  dello straordinario potere della  devozione sangennariana. Molti di loro furono autenticamente legati al Santo, ritenendolo il miglior “alleato” nelle continue guerre e sommosse.  Durante la lunga  dinastia borbonica fu   perfino  nominato  “Capitano generale dell'armata del regno”, titolo molto prestigioso e  ambito dai condottieri dell'epoca.




In sostanza,  dal XV secolo in poi, come scrive  lo storico monsignor Luigi Petito, “non passò qualsiasi grande avvenimento in Napoli che non si concludesse con una visita alle reliquie di san Gennaro. Parlamenti, dichiarazioni di guerra e di pace, fastosi matrimoni di famiglie regali, incoronazioni, suppliche nelle calamità, giuramenti, Te Deum di ringraziamento per favori ottenuti: tutto si svolgeva sotto lo sguardo del Santo”.

Perciò, quando il 22 gennaio 1799  venne proclamata la Repubblica, dopo che i giacobini napoletani, fra cui un buon numero di donne,  si erano impossessati di Castel Sant'Elmo issando sul bastione più alto la bandiera francese, la Pimentel si augurava in cuor suo che avvenisse un “segno” per convincere il popolino a porre fine alla violenza e allo spargimento di sangue.

E il segnale arrivò.

Tra il 23 e il 26 gennaio il Vesuvio cominciò a fiammeggiare,  con lievi lingue di fuoco e qualche scoppiettio. Sembrava un segnale di festa, come avrebbe commentato lo storico Pietro Colletta: “Il monte Vesuvio alzò placida fiamma come di festa, il quale spettacolo parve al volgo avvertimento celeste ed augurio di felicità”.




Altri  “avvertimenti celesti” di buon augurio per il governo repubblicano sarebbero arrivati in seguito da san Gennaro. La  sua presenza avrebbe accompagnato parte degli eventi rivoluzionari a partire dal  19 gennaio, quando  iniziarono gli scontri tra i francesi del generale  Championnet, che tentavano di  conquistare la città, e  il popolino napoletano inspiegabilmente fedele ad un sovrano che era andato via abbandonando scettro e reggia  nella notte del 22 dicembre 1798.

Alla fine la vittoria fu dei francesi, ma si videro scene sorprendenti, con episodi d’incredibile coraggio da parte dei popolani, come quella di un lazzarone che, catturato dai giacobini, rideva gettando il berretto a terra e mostrando, incollato sulla fronte, una stampa di san Gennaro: “Ma che vulite  fa’ contr ‘a chiustu cca?”, gridò  ridendo. Poi uno sparo di fucile  gli fece saltare il cervello.



 Nei combattimenti, i francesi ebbero circa mille morti, mentre il numero dei caduti napoletani, da una parte e dall’altra, non fu accertato.

Ma quando il 23 gennaio il generale Jean Étienne Championnet entrò vittorioso a Napoli le bandiere francesi sventolavano ormai  su tutte le fortezze e i lazzari avevano posto  fine alla resistenza. 
Championnet  riconobbe ufficialmente  il loro valore e ordinò al clero di aprire le chiese e di predicare pace e ordine.

E il giorno dopo, a testimonianza del rispetto dei vincitori per la religiosità popolare, come gli aveva consigliato la Pimentel, si recò in Duomo, dove avvenne il miracolo della liquefazione del sangue di San Gennaro: l’evento, in una data fuori da quelle canoniche, causò stupore e alcuni commentarono malignamente che il generale così  lo aveva “sollecitato” al santo.


(Il sangue liquefatto di San Gennaro)

L’operato del generale Championnet, indottrinato da Eleonora de Fonseca Pimentel che conosceva bene il popolo napoletano,  fu molto gradito anche da chi non condivideva le idee repubblicane: permetteva la   libertà di religione e, anzi, favoriva  i culti popolari vietando  le razzie e distruzioni delle immagini sacre.

A tale proposito lo storico Carlo De Nicola scriveva: “Addì 31 gennaio. I fatti fanno sempre più onore al generale Chiampionnet, facendone conoscere gli ottimi sentimenti. La maniera di pensare è savia e religiosa, e bisogna dire che fra le grazie fatteci dal Signore Iddio, vi sia quella di aver fatto destinare questo degno soggetto all'impresa di Napoli. Mi si dice che domenica nel Tesoro fu veduto piangere alla liquefazione del sangue di s. Gennaro, che domandò se la testa del Santo avesse collana, gli fu risposto che sí, ma se l'aveva portata il Re. Egli mostrò inorridire, fece dono al Santo di un'altra collana e di un ricco anello”.


(Collana di San Gennaro)

Tuttavia, a poco sarebbe servito il consenso popolare per il nuovo governo: in quei giorni, a Palermo, Ferdinando IV aveva già nominato Vicario il Cardinale Fabrizio Ruffo, affidandogli il compito di liberare le province del Regno invase dai francesi con l’esercito della Santa Fede sotto la protezione  di  sant’Antonio da Padova, sostituendolo al popolarissimo san Gennaro.

 Costui era ritenuto dai sanfedisti  “reo di tradimento” per aver  “favoreggiato” la Repubblica permettendo la liquefazione del suo sangue davanti al generale Championnet. 

Il conto alla rovescia per la  breve Rivoluzione  partenopea era iniziato, all’insaputa di coloro che l’avevano voluta e sostenuta  anche a costo di perdere  la vita. 

Dalla fine d’aprile le notizie sull’avanzata dell’armata sanfedistas nell’intero Regno di Napoli erano allarmanti: il governo repubblicano aveva perfino affisso un invito di arruolamento marittimo per custodire  il litorale dall'incursione nemica. 

Ma le bande del cardinale Ruffo avevano cominciato a risalire la penisola partendo dalla Sicilia e, man mano che avanzavano attraverso Calabria, Puglia e Basilicata, le file si ingrossavano di contadini, pastori, sfaccendati, che accorrevano col solo scopo di far cagnara.

Occorreva un vero miracolo per fermarli. E ancora una volta san Gennaro corse ad aiutare la Repubblica partenopea.





Il 4 maggio 1799, primo sabato del mese,  la consueta processione delle reliquie del Santo fino alla Cappella del Tesoro si svolse in un clima di fervida attesa: il popolo era convinto che la liquefazione del sangue non sarebbe avvenuta, avallando così il diffuso sentimento filo borbonico della gente.

E invece,  davanti alla folla urlante, dopo pochi minuti di preghiere, il miracolo si rinnovò: “San Gennaro ha fatto o’ miràculo!”, gridarono i lazzari

E, naturalmente, ne approfittano i sostenitori della Repubblica, che utilizzarono  l'accaduto in chiave propagandistica.

A presenziare “o’ miràculo” c’era persino il  generale  francese Étienne Jacques Macdonald, come d’altronde aveva fatto anche il suo predecessore il generale Championnet.


E sul “Monitore” del 9 maggio, il  giornale da lei fondato, Eleonora de Fonseca Pimentel descrisse l’evento con un commento finale rimasto celebre:  “Dieci minuti non passano e l’umore appare liquefatto dentro l’ampolla, sorpresa, stupore, poi slancio alla gioia. Pure san Gennaro si è fatto giacobino! Ecco il commento del popolo. Ma può il popolo napoletano non essere quello che è san Gennaro? Dunque... Viva la Repubblica!”.




Ma quella  volta l’aiuto di  san Gennaro non ebbe il risultato sperato, anzi, si dimostrò un cattivo  presagio,  poiché,   appena un mese dopo, la controrivoluzione riporterà Napoli sotto la dinastia borbonica spazzando via i principali protagonisti della breve parentesi repubblicana.

In ogni modo,  per i devoti sangennaristi l’avvenuto miracolo del 4 maggio 1799, di nuovo alla presenza dei “giacubbine”,  fu la goccia che fece traboccare il vaso: nel cuore dei lazzari san Gennaro venne sostituito definitivamente da sant’Antonio, almeno durante i sanguinosi eventi che si sarebbero susseguiti.

Perciò la Chiesa, che desiderava il ritorno di Ferdinando IV  sul trono di Napoli, vi appoggiò l’ingresso delle truppe borboniche sanfediste capeggiate dal Cardinale Ruffo, proprio il 13 giugno, festività di sant’Antonio di Padova. 

A memoria di questo evento storico, si conservano documenti, disegni e dipinti dell’epoca, in cui si vede  sant’Antonio che rincorre e scaccia san Gennaro con un bastone. D’altronde, nel dialetto napoletano “fare un Sant’Antonio” significa tuttora dare battaglia oppure propinare a qualcuno delle grandiose  legnate!

 
(Sant'Antonio guidando l'esercito sanfedista-disegno dell'epoca)
La frattura, però, tra Napoli e il suo santo patrono era destinata a durare poco. 

La città  non riuscì a detronizzare per sempre il suo protettore che,  già ai primi dell’Ottocento, riprese il suo posto nel cuore del popolo e  il culto tutto il suo vigore.  

Probabilmente  perché il Vesuvio aveva ripreso a minacciare Napoli e Sant’Antonio, che fra l’altro era d’origine portoghese come la Fonseca Pimentel, cù tutta a bbona vuluntà” diceva il popolino,  non era in grado  di bloccarlo.

(Tratto, in parte,  da: "Sorelle d'Italia. Le donne che hanno fatto il Risorgimento", Blu Edizioni, 2011)