sabato 18 maggio 2013

ERA DI MAGGIO DIECI ANNI FA: ALFREDO CATTABIANI E LA SOLITUDINE DELLA MORTE



A mio marito  nel decennale della sua assenza





Il 18 maggio 2003 era  domenica e faceva molto caldo. Nel nostro giardinetto la buganvillea era esplosa in tutto il suo splendore e la pergola d’ingresso era diventata una sorte di capanna ricoperta di fiori viola, proprio come piaceva ad Alfredo.


Quella mattina però non poteva vederle dal suo balcone aperto come aveva fatto altre mattine: quel giorno Alfredo non era riuscito ad alzarsi dal letto.

Era sfinito dalle “cure” subite durante gli oltre tre anni e mezzo di malattia,  da quando alla fine del 1999 gli era stato diagnosticato che aveva il cancro.

Un cancro al colon in fase abbastanza avanzata, ci aveva comunicato il medico di guardia dell’Ospedale Bel Colle di Viterbo dove allora abitavamo e dove era stato ricoverato d’urgenza per l’emorragia avuta quella sera. La sera del 16 dicembre 1999.

Da quel momento e fino al 18 maggio 2003, Alfredo avrebbe sopportato ogni tipo di cura: perché, sebbene da allora aveva cominciato ad affermare che “navigava a vista”, voleva vincere il “mostro”, la piovra, con qualsiasi mezzo.



E da quel momento, da quando ci dissero della malattia, ci ritrovammo a vivere con la MORTE come compagna... E con un grande senso di SOLITUDINE.

Una sensazione, quella della SOLITUDINE, che iniziò quando ci dissero del cancro e ci guardammo negli occhi e l’unica frase che riuscimmo a sussurrare fu di incredulità : -“ma dobbiamo fare ancora tante cose insieme...”.
E tante furono da quel momento le cose che abbiamo fatto insieme, ma non quelle che avevamo progettato credendo che la nostra unione sarebbe stata infinita nel tempo.

Insieme, con la SOLITUDINE accanto, cominciammo la lotta contro il mostro; una battaglia fatta di cure, tentativi di cure dai nomi che forse avevamo sentito qualche volta ma che fino ad allora non ci appartenevano: chemioterapia, radioterapia, intervento al colon e al fegato per metastasi al terzo segmento.  Ma dopo sarebbero arrivati quelle al secondo e al quinto e ad altri ancora: ma quanti segmenti ha il fegato mi domandavo?



Terapie permeate di piccole speranze, delusioni, ancore speranze, ancora delusioni e qualche piccola e persino grande gioie quando ci pareva di aver vinto qualche singola battaglia contro la piovra sempre più invadente: come la terapia innovativa, giunta dall’America, l’antiangiogenesi, esperimentata allora al San Filippo Neri di Roma dal primario d'oncologia, il professore Giampietro Gasparini.

Alfredo l'iniziò, l'antiangiogenesi,  nel mese di maggio 2001: abitavamo ancora a Viterbo e ogni volta, un paio di volte a settimana, al mattino presto,  prendevamo il treno "Viterbo Portaromana-Roma San Filippo Neri, perché c'era - e c'è  tuttora -  una fermata proprio davanti all'Ospedale e perciò più comodo per noi dal viaggio in automobile.

Lui rimaneva  ricoverato al Day Hospital e io tornavo a casa, sempre col treno. Verso l'ora di pranzo ritornavo in ospedale, ma questa volta in macchina, perché la terapia lo lasciava esausto e non avrebbe potuto viaggiare in treno.

L'antiangiogenesi del San Filippo Neri  gli donò due anni di vita, un mare di speranze nella guarigione e la possibilità di finire di scrivere vari libri, fra cui  l'ultimo che lui riuscì  a vedere pubblicato:  "Acquario", edito dalla Mondadori nel settembre 2002.



Ma in seguito quella innovativa terapia fu un ennesimo e ancora più doloroso fallimento.

Il fegato, sempre il fegato appariva inondato da altre metastasi, ora un segmento, poi un altro, e io continuavo a domandarmi: ma quanti segmenti ha il fegato?

E contro il fegato invaso dalla piovra ancora altre cure e altri interventi: la chemio-embolizzazione epatica e poi la termoablazione epatica e poi altri sei cicli di chemioterapia con prodotti dai nomi che mai dimenticherò perché erano diventati per me familiari, come per altri la aspirina: oxaliplatino, 5fluoracile, acido folico, methotrezate...

E ancora altre cure e altri medicinali con altri “protocolli”, come vengono denominate le armi che gli oncologi hanno per combattere la piovra.

Ma per la SOLITUDINE che invade il malato e la famiglia del malato, per quella sensazione di essere abbandonati alla sorte, non ci sono cure e nemmeno palliativi.



(continua...)

mercoledì 13 febbraio 2013

LA GIORNATA MONDIALE DELLA RADIO, OVVERO "ASSENZA PIÙ ACUTA PRESENZA"


ALFREDO CATTABIANI E LA RADIO




Alfredo Cattabiani amava la radio.


E l’amava talmente tanto che, oltre ad ascoltarla ogni giorno mentre si faceva la barba o la doccia, aveva ideato e condotto sui vari canali della Rai tantissimi programmi e rubriche di grande successo molto graditi agli ascoltatori, specialmente quelli in diretta su Radiodue che andavano in onda dalle 6 alle 7,30 del mattino, come “I giorni” o “Il caffè di Radiodue”.

Alfredo aveva una bellissima voce “radiofonica”, ben modulata, profonda e sensuale, specialmente quando recitava i versi dei suoi poeti preferiti, come Guido Gozzano, Palazzeschi, Montale, fra gli altri.

Talmente sensuale era la sua voce alla radio che molte donne se ne innamoravano e gli scrivevano lettere appassionate oppure tentavano di rintracciarlo per poterlo incontrare personalmente: rammento la volta che a casa nostra bussò una bella signora di mezz’età che arrivava dalla Puglia, per conoscerlo, portandogli un grande vassoio di orecchiette fatte da lei stessa!

E quando andavamo al mercato rionale del quartiere Prati, dove abitavamo, alcune venditrici, che ormai lo conoscevano e non perdevano una sola puntata dei suoi programmi del mattino all’alba, lo salutavano dicendogli in romanaccio: -“Ah dottò, oggi m’ha fatto venì la pelle d’oca: lei c’ha proprio ‘na voce da letto...” Lui rideva di gusto e un po’ si concedeva civettando, e io sorridevo ma – lo confesso - con una punta di gelosia.

Ma Alfredo era anche un grande conoscitore del mezzo radiofonico e un critico molto rigoroso: per questo motivo, a partire dall’aprile 1994, gli fu proposta una rubrica settimanale di critica radiofonica su “Il Giornale” che inizialmente si chiamò “Onde corte” e successivamente “Sintonia”: lui accettò volentieri perché, diceva, quel tipo di articolo sono quelli “commestibili” perché contribuiscono al sostentamento giornaliero, e sono ambitissimi da ogni giornalista “libero professionista” (ora si dice “free lance”), come lo era lui, senza stipendio.

Quella rubrica, che usciva ogni domenica e che durò nove anni, divenne attesissima e temutissima da conduttori, autori, tecnici e funzionari della radiofonia perché Alfredo no aveva paura di dire quel che pensava e, soprattutto, perché tutti sapevano che lui ascoltava con grande rigore ogni programma radiofonico. E non venne interrotta nemmeno durante i tre anni e mezzo di cure per il tumore al colon che lo aveva colpito nel dicembre 1999 e che lo portò alla morte il 18 maggio 2003.

L’ultima puntata di “Sintonia” fu pubblicata proprio quel 18 maggio, perché era domenica, e Alfredo vi aveva recensito, lodandolo, il programma “Fahrenheit”, allora condotto dall’attuale direttore di Radiotre, Marino Sinibaldi, in trasferta a Torino per la Fiera del Libro.

Quell’ultima puntata però, così come le altre pubblicate nei mesi di aprile e maggio 2003, le avevo scritte io materialmente, nel senso che Alfredo ormai non aveva le forze per mettersi al computer a lavorare, e me le dettava, così come mi dettava gli ultimi articoli o gli ultimi brani del libro che stava portando a termine: “Santi del Novecento”, uscito postumo nel 2004.

In quelle ultime settimane Alfredo, instancabile lavoratore, ascoltava la radio e prendeva appunti sui programmi che voleva recensire; poi, dopo il riposino pomeridiano, mi chiamava e mi dettava la sua “Sintonia” settimanale.

Il 4 maggio 2003 era stanchissimo, era stato ricoverato quasi un mese perché improvvisamente, quando credevamo di aver sconfitto il tumore –almeno così sembrava dall’ultima Tac – si era ripresentato più aggressivo che mai, invadendo il peritoneo, la membrana che riveste tutte le viscere... Era la fine.

-“Suo marito è ormai un malato terminale”, mi disse spietato l’oncologo che lo aveva in cura, domandando con crudele indifferenza : -“Che vuol fare signora, lo lascia qui ricoverato o lo porta a casa?” Naturalmente lo portai a casa dove visse le ultime settimane di vita, leggendo, facendo piccolissime passeggiate fino al mare e, finché le forze lo aiutarono, scrivendo e dettandomi i suoi scritti...

Quella domenica 4 maggio, alle 13, Alfredo volle ascoltare l’ultima puntata condotta dall’attrice Pamela Villoresi, del bel programma “Di tanti palpiti” su Radiotre dedicato al melodramma: era molto provato, stanco, quasi addormentato. Io rimassi con lui ad ascoltare e a prendere appunti perché non ne aveva le forze.

Ero seduta accanto alla sua poltrona e, a poco a poco, mentre ascoltavamo la meravigliosa voce della Villoresi, lui mi prese la mano e la stringeva forte, più forte che poteva con quelle sue poche forze. Io lo abbracciai e, a poco a poco, le nostre lacrime si unirono e i nostri cuori battevano all’unisono con “tanti palpiti”...

Poi, finita la puntata che durava 45 minuti, lui s’addormentò. Al pomeriggio mi dettò la recensione di quel programma radiofonico che non dimenticherò mai.

ANCHE QUESTO È LA RADIO.

E perciò oggi, GIORNATA MONDIALE DELLA RADIO, ho voluto ricordare mio marito nel decennale della sua “ASSENZA” mostrando quella sua recensione radiofonica che fu pubblicata l'11 maggio di quasi dieci anni fa e che tuttora rammento come fosse ora.






 (da Cattabiani a Bertarelli, "Il Giornale", Spettacoli - 11 maggio 2003)

SINTONIA

di Alfredo Cattabiani

"Di tanti palpiti" è un bel programma di Radiotre, in onda la dolmenica dalle 13 alle 13,45, dedicato alla musica lirica che già ho avuto occasione di recensire positivamente tempo fa quando a condurlo era la sempre verde Franca Valeri che, oltre a essere l'ottima attrice che tutti amiamo, è anche una conoscitrice del melodramma.

Da alcuni mesi vi si alternano, con brevi cicli di qualche settimana, altri personaggi del mondo della cultura, della letteratura, dell'arte e dello spettacolo, come l'attore Gabriele Lavia o l'attrice Pamela Villoresi fra tanti altri: oggi comincia il turno di Giovanni Lombardo Radice. Ma è della Villoresi che desidero parlare nonostante sia già finito, da domenica scorsa, il brevissimo ciclo di sole tre puntate da lei condotto magistralmente.

Di Pamela Villoresi, la quale nonostante la giovane età (è nata a Prato nel 1957 di padre italiano e madre tedesca) ha già ricevuto innumerevoli premi e persino quello alla carriera nel Quirinale, conoscevo alcuni suoi vecchi film come "Pummarò" o "Evelina e i suoi figli", oltre che diversi sue interpretazioni teatrali che devo avere recensito qualche volta quando ero anche critico di teatro per un settimanale. Ma confesso che non avevo mai avuto l'occasione di ascoltare quella particolare forma musicale, cui la Villoresi si è dedicata ormai da qualche tempo incidendo alcuni CD con versi di poeti celebri, e che è il melologo: una sorta di matrimonio spirituale fra voce e melodia dove il rapporto fra entrambe è talmente stretto da non riuscire a capire quando inizia una e finisce l'altra.

Al melologo ha dedicato Pamela Villoresi l'ultima puntata del suo "Di tanti palpiti" di domenica scorsa 4 maggio; e vorrei ringraziarla perché mi ha donato quasi un'ora di magica serenità mentre, quasi per caso, ho cominciato ad ascoltarla fra le varie terapie antitumorali che mi costringono attualmente alla quasi immobilità per ore.
Mi trovavo nel mio studio di Santa Marinella sdraiato in una comoda poltrona e, mentre percepivo il lieve passaggio delle gocce della flebo che in quel momento attraversavano le mie vene, martoriate da tre lunghi anni di chemioterapia, una voce o un suono oppure un suono che diventava voce, non ricordo bene, cominciò a poco a poco a invadere ogni cavità del mio cervello assopito. Erano, l'ho saputo dopo, le "Chansons de Bilitis" che Claude Debussy aveva composto con dodici false poesie greche scritte dall'amico Pierre Louÿs, e che Pamela Villoresi cantava e recitava e sussurrava narrando le malinconiche vicende di Bilitis.

Poi, o prima, non riesco a ricordare bene l'ordine dei vari momenti di quella puntata, memorabile per me, del programma "Di tanti palpiti", mi sono commosso con i versi di Mario Luzi, uno dei pochi poeti che riescono a intravedere il Divino; e infine oppure prima, la Villoresi mi ha fatto anche sorridere con la divertente "Histoire de Babar", la fiaba in musica che Frnacis Poulenc compose nel 1940 dedicata al tenero elefantino di Jean Brunhoff.

Ho solo un rimpianto: non avere ascoltato, perché mi trovavo ricoverato in clinica, le due prime puntate del breve ciclo di "Di tanti palpiti" interpretato da Pamela Villoresi, un'attrice colta, con una voce incantevole e incantata, e che erano dedicate alle grandi eroine tragiche del melodramma e altre trasposizioni liriche di Goldoni.



venerdì 1 febbraio 2013

LA SPAGNA A TAVOLA: UN SINGOLARE VIAGGIO FRA I SAPORI E I PROFUMI DELLA CUCINA REGIONALE SPAGNOLA



LA CUOCA ITAGNOLA CONSIGLIA :


"CON PAN Y VINO SE ANDA EL CAMINO"
VIAJE GASTRONÓMICO EN ESPAÑA


 

PIAZZA NAVONA 91
(Ogni venerdì dalle 18 alle 20)


... Se amate la SPAGNA e la CUCINA SPAGNOLA; se volete perfezionare la conoscenza del territorio SPAGNOLO attraverso la storia, le curiosità, le leggende connesse ai suoi CIBI, VINI, PIATTI TIPICI, ecco il ciclo di incontri che fa per voi.

Sono ancora APERTE le ISCRIZIONI
(l'inizio del corso è stato posticipato di quindici giorni).
Per saperne di più cliccare qui 


(La "Bandiera" gastronomica spagnola è il Jamòn iberico)



Perché la CUCINA  SPAGNOLA non è solo PAELLA, TORTILLA DE PATATAS,
GAZPACHO, TAPAS, SANGRIA...

Perché la CUCINA SPAGNOLA non esiste!

Perché in SPAGNA vi sono LE CUCINE del TERRITORIO SPAGNOLO!

(Il "COCIDO", il piatto che unifica la Spagna con alcune varianti)


Perché ogni PAESE, ogni CITTÀ, ogni PROVINCIA, ogni REGIONE o COMUNITÀ AUTONOMA  della SPAGNA, nasconde TESORI GASTRONOMICI che la maggior parte dei visitatori ignorano e che rappresentano frammenti della sua STORIA  e della sua CULTURA.


("GAMBAS AL AJILLO": il mare nel piatto!)

Perciò è fondamentale conoscere il TERRITORIO SPAGNOLO, le sue USANZE, la sua STORIA, le sue TRADIZIONI, attraverso la sua GASTRONOMIA, le sue cucine, i suoi celestiali  "DULCES DE LAS MONJAS", i dolci elaborati da secoli nei CONVENTI di Clausura.




("YEMAS DE SANTA TERESA": un Paradiso di sapori)


E perciò, in questo singolare CORSO si visiteranno virtualmente città, montagne, laghi, mari, paesaggi, monumenti, opere d’arte, seguendo i GOLOSI CAMMINI tracciati nei secoli dalla cucina e dai prodotti tipici spagnoli.

(Il "PULPO A LA GALLEGA" attende il pellegrino alla fine del  Cammino  di Santiago)

E in questo goloso  VIAGGIO GASTRONOMICO sarà il cibo a condurre il camminante, perché, come afferma un antico detto: "Con pane e vino si fa il Cammino". 

Un CAMMINO che si snoda fra storia, usanze, profumi e sapori della cucina regionale  spagnola.
 E per percorrerlo vi attende e sarà la vostra GUIDA:

 LA CUOCA ITAGNOLA !

lunedì 14 gennaio 2013

FIABE DI LUNA: L'ORIGINE DELLA MORTE, OVVERO "LA MORTE TI FA BELLA"



IN MEMORIA DI UNA GRANDE DONNA
CHE NON AVEVA PAURA D'INVECCHIARE:

 RITA LEVI MONTALCINI




"L'ORIGINE DELLA MORTE" 
(leggenda della Melanesia)




Una volta, e ora è passato tanto tempo, quando gli uomini vivevano a stretto contatto con la Natura, quasi sottoterra, non si conosceva la Morte: quando si diventava vecchi si mutava la pelle, come i serpenti, e si riacquistava la giovinezza, ricominciando tutto da capo.


In un villaggio vivevano allora tre donne, una vecchia nonna, la madre e la figliola: tre generazioni in linea materna.

La vecchia e la nipote stavano sempre insieme e giorno dopo giorno la nonna trasmetteva tutte le sue esperienze e conoscenze alla ragazzina.

Un giorno se ne andarono tutte due al fiume perché per l’anziana era arrivato il giorno di mutare la pelle.

E così, mentre la fanciulla si tratteneva a riva, la nonna  si spinse al largo nuotando.   Arrivò fuori dalla sua vista e si tolse la vecchia pelle trasformandosi  in una bella ragazza.

("La pelle che abito" di Pedro Almodovar)

La donna tornò dalla nipote che non riconoscendola le scongiurò di andare via:

- “Guarda nipote che sono io, tua nonna. Non mi riconosci?”.

- “No, tu non puoi essere mia nonna”, rispose la ragazzina, “perché la nonnina ha i capelli imbiancati dalla luce della conoscenza e il volto solcato dalle mille rughe della esperienza, e tu invece hai la pelle liscia e i capelli neri come la pece. Va’ via, bugiarda!”.

A quel punto, la nonna capì che per essere creduta e amata dalla nipotina doveva tornare come era prima; sicché immergendosi di nuovo nell’acqua cercò la vecchia pelle che era rimasta impigliata in un ramo, e se la mise nuotando poi verso riva.

Questa volta fu riconosciuta. Anzi, vedendola, la ragazzina l’abbracciò dicendole:

- “Sai nonna, è venuta una fanciulla dicendo che eri tu, ma io l’ho mandata via, perché il suo volto non aveva la luce che ha il tuo”.



L’anziana donna non rispose niente; baciò la bimba e tornarono abbracciate verso il villaggio.

E fu così che, da quel momento, venne stabilito dal Creatore che alla vecchiaia sarebbe seguita la Morte.

E sarà così per sempre, nonostante gli sforzi degli umani per “mutare pelle” con ogni mezzo, perché solo i rettili e altri animali che vivono sottoterra, hanno conservato il potere di mutare la pelle.


DEDICATO A CHI VUOLE SFIDARE LA NATURA 
E  A QUANTI CREDONO CHE 
LA BELLEZZA E LA GIOVINEZZA 
SIANO PIÙ IMPORTANTI 
DELLA  CONOSCENZA E DELLA ESPERIENZA 


("La Morte ti fa bella", assolutamente da rivedere!) 


lunedì 19 novembre 2012

RICETTE PER I TEMPI DI CRISI-IV: SOPA TRINCHADA DE MADRID (zuppa affettata di Madrid)


(Madrid- Piaza della Cibeles)


Questa  singolare  zuppa, che zuppa non è, era una volta talmente  tipica  di Madrid  che per la sua perfetta riuscita dovrebbe  preparasi addirittura in un vecchio tegame di terraccotta di Alcorcón, una vicina località  fondata nel Medioevo da ceramisti arabi che la chiamarono Al-Qadir, e cioè “collina” da dove deriverebbe il nome attuale.

L’artigianato della terracotta, d'altronde, e stato  molto importante ad  Alcorcón e perciò nello stemma cittadino figurano i tipici tegami di terraglia.

(Stemma cittadino di Alcorcòn)


Comunque sia, se non si possiede un recipiente del genere occorre procurarsi uno che al meno  sia di coccio e che sia stato usato altre volte.

D’altra parte, una volta, le donne della Madrid più paesana strofinavano i tegami nuovi con un pezzo di cotica di maiale o di lardo prima di cominciare a cucinarvi le zuppe o il bollito misto, il celebre “cocido madrileño”.



Questa usanza risale senz’altro agli ebrei convertiti che abitavano nel madrileno quartiere dell’Avapiest, nome arameo degenerato poi nell’attuale Lavapiés e che voleva dire “Nostro quartiere”.

Gli ebrei, così come gli arabi, che volevano rimanere nei territori riconquistati dai cristiani, erano costretti a convertirsi e dovevano dimostrare la loro sincerità d’intenti consumando cibi suini, vietati dalle loro religioni.

Curiosamente gli abitanti di Lavapiés con il loro costume tipico si chiamano popolarmente “Manolos e Manolas”, derivati da Manuel e Manuela, perché, si racconta, questi erano i nomi che la maggior parte degli ebrei sceglieva quando furono costretti a convertirsi al cattolicesimo.


(Verbena de San Lorenzo del rione di Lavapiés-Manolas y Manolos)


Ebbene tuttora durante le feste del quartiere - la Verbena de San Lorenzo - le Manolos e le Manolas escono dalla chiesa di San Lorenzo per poi sfilare nelle vie cittadine.


Quella  popolare chiesa del rione di Lavapiés, il vecchio “barrio judio, il Ghetto  di Madrid, fu costruita nel 1541 sulle rovine dell’antica Sinagoga.


Ma già prima, alla fine del XV secolo, i Re Catolici fecero innalzare delle mura per circondare l’intero Ghetto, con varie porte d’ingresso che chiudevano al tramonto.




Ah, un’altra curiosità.


Sulla Fuente de Cabestreros, una fontana pubblica nel quartiere di  Lavapiés costruita nel 1934, si trova l’unica lapide di tutta la Spagna che nomina la Republica Spagnola,   sfuggita alla censura franchista. 

Con l’arrivo del governo del  Generalissimo Franco qualsiasi riferimento a quel periodo di democrazia e libertà fu distrutto.



(Madrid-Fuentes de Cabestreros a Lavapiés)


Ma ora torniamo alla nostra SOPA TRINCHADA una vera e propria “RICETTA PER I TEMPI DI CRISI” in cui si viveva nel dopoguerra spagnolo; ma anche per quelli in cui si vive oggi.

I suoi ingredienti sono infatti molto umili e alla portata di tutti: pane raffermo, aglio, olio, pepe e paprica.

Ma questa saporita zuppa, che in realtà sarebbe una sorta di tortino di pane  e che probabilmente è d’origine ebraica, porta  a volte  il nome di “SOPA BOBA”. 



Come "Sopa boba"  appare infatti in un introvabile trattato di gastronomia pubblicato nel 1423 con il nome di “Arte cisoria”, e con questo curioso sottotitolo: “Arte del cortar del cuchillo que hordeno el señor don Enrique de Villena a preces de Sancho de Jarava”.


Nel 1948 fu ripubblicato a Barcelona, in Selecciones Bibliófilas, con il nome di “Arte de trinchar o cortar con cuchillo carnes y demás viandas”, ossia "Arte di affettare o tagliare col coltello carni e altre vivande".





Ecco dunque la ricetta:


SOPA TRINCHADA DE MADRID (Zuppa affettata di Madrid)



Ingredienti per 4 persone:

-300 gr di pane raffermo
-4 spicchi d'aglio
-1 cucchiaiata di pimentón o paprica dolce
-pepe nero macinato, sale
-olio d'oliva



In un vecchio tegame di coccio mettere a strati il pane tagliato a fette alte un dito.

A parte, in una padella con olio, soffriggere l'aglio intero, senza sbucciare, con un taglietto laterale per non farlo scoppiare.

Aggiungervi la paprica diluita in poca acqua calda e un po' di pepe; rimestare e poi versarvi un  litro d'acqua; salare e lasciar bollire 5 minuti.

Passato questo tempo togliere l'aglio e versare il liquido nel tegame, sulle fette di pane.

Infornare a temperatura moderata e lasciar cuocere finché il liquido non si sia prosciugato completamente e la zuppa sia dorata in superficie.




Lasciar riposare qualche minuto e poi rovesciare il tegame su un piatto da portata affinché la zuppa rimanga capovolta, come una sorta di sformato. A quel punto portare a tavola e "affettare" la zuppa per servirla.

Consumarla calda con un filo d’olio extravergine d’oliva, oppure con una salsa verde al profumo di yerbabuena, la menta romana.



Il vino rosso è d’obbligo.

Ah, se si vuole "cristianizzare" la ricetta si può foderare il tegame, prima di mettervi il pane, con fettine finissime di pancetta magra o di prosciutto poco salato.


BUON APPETITO DALLA CUOCA ITAGNOLA!!!




venerdì 2 novembre 2012

SE MUOIO, LASCIATE IL BALCONE APERTO...




Si muero,
dejad el balcón abierto.

El niño come naranjas.
(Desde mi balcón lo veo).

El segador siega el trigo.
(Desde mi balcón lo siento).

¡Si muero,
dejad el balcón abierto!

(Despedida, di Federico García Lorca )





Se muoio,
lasciate il balcone aperto.

Il bimbo mangia le arance.
(Dal mio balcone lo vedo).

Il mietitore falcia il grano.
(Dal mio balcone lo sento).

Se muoio,
lasciate il balcone aperto!

(Congedo, di Federico Garcìa Lorca)

 
         


In memoria di:


-Alfredo Cattabiani, mio marito,
-Amalia Fuentes, mia madre,
-Angelo Berna, mio compagno e padre di mia figlia,
-Gabriel Cepeda Fuentes, mio fratello,
-Loli Ojeda, mia zia,
-Sylvana De Riva, amica dolcemente cara,
-Emanuela Ceccarini, carissima amica di Radiodue,
-Bruno Bracci, amico caro che ha prematuramente raggiunto suo figlio,
-Alberto Pane, l’altra metà della sua amata Lisa,
e, inoltre,
-Vera Di Maio, confidente e amica,  "donna di artista" che finalmente ha ritrovato il suo amato  Ausonio Tanda assente da vent'anni...



Ma anche in memoria  di tutti coloro che abbiamo amato e che ora ci guardano dal loro balcone eternamente aperto...







giovedì 1 novembre 2012

HUESOS DE SANTO (OSSA DEI SANTI)



(parte della mia collezione di statuine di Santi)


Oggi è la festa di TUTTI I SANTI e da me, in Spagna, si mangiano dei tipici dolcetti con la forma di un piccolo ossicino, che potrebbe essere una tibia, e che sono  di candido marzapane il cui “midollo” è costituito da una cremina a base di tuorli d’uovo: si chiamano perciò “HUESOS DE SANTO”, e cioè “Ossa di Santi”.




E anche se la parola “ossa” appare nel loro nome non hanno niente a che vedere con le “OSSA DEI MORTI”, oppure “Ossi di morti”, secondo i luoghi, che sono invece biscottini secchi a forma di osso fatti con le mandorle oppure senza.
In Italia si trovano un po’ dappertutto in questi giorni per commemorare la giornata di TUTTI I FEDELI DEFUNTI del 2 novembre, come ho spiegato in un articolo sulla rivista online "totalità.it".

Ma mi sovviene il “sospetto” che magari una volta anche qui c’erano le “Ossa dei Santi” altrimenti da dove deriverebbe la espressione “non è uno stinco di santo” per qualificare una persona cattivella? Non mi convince infatti la spiegazione "ufficiale" che  invece ne vede l'origine nell'usanza di  conservare le ossa dei santi come reliquie taumaturgiche...


(Ossi di morti  del Veneto)


In ogni modo, e siccome io sono  invece molto buona, un vero e proprio “stinco di santo”, ecco la  ricetta “verace” dei “HUESOS DE SANTO” della mia terra.

   
        Ingredienti per il marzapane:

150 g di polvere di mandorle crude
200 g di zucchero
100 g d’acqua
1 cartoncino ondulato
Zucchero a velo q.b.



Ingredienti per il ripieno:

4 tuorli d’uova
100 g di zucchero
50 g d’acqua




La lavorazione di questo tipico dolcetto spagnolo è un po’ lunga ma non è complicata.
Si comincia dal marzapane preparando in un tegame, con lo zucchero e l’acqua, dello sciroppo stando attenti però a non farlo diventare caramellato.


Aggiungervi le mandorle precedentemente tritate finissime fino a ridurle polvere e mescolare bene con un cucchiaio di legno fino a ottenere un composto omogeneo e liscio. Lasciare raffreddare.

Nel frattempo preparare il ripieno cominciando, di nuovo, dallo sciroppo che, appena tiepido, verrà versato lentamente - “a filo” – sulle uova sbattute molto bene.

Il composto ottenuto, ceh da me si chiama "crema de yemas" (la yema è il tuorlo) si cuoce a bagnomaria mescolando continuamente finché diventa una crema molto densa: attenzione a non farla bollire perché – come si dice in gergo - “impazzirebbe”!

Lasciar raffreddare bene.




A questo punto, se la pasta di marzapane si è freddata, occorre stenderla con il mattarello fino a uno spessore di circa 3 mm, evitando però che si rompa.
Tagliarla a rettangolini di circa 4 cm  per 5 cm.
Spolverizzare con lo zucchero a velo e collocarli sul cartone ondulato (si trova nelle cartolerie) che prima avrete ricoperto con la pellicola trasparente per evitare che si attacchino.
Premere leggermente finché la superficie diventi rigata.





Infine collocare sopra ogni rfettangolino un cilindretto della crema  preparata precedentemente e ormai fredda.
E poi arrotolare ognuno premendo i bordi per formare l'ossicino.

 

  Una volta confezionati i  “HUESOS DE SANTO” passarli nello zucchero a velo e degustarli insieme con un liquore secco perché sono molto dolci.



Ah, e siccome oggi  è la FESTA DI TUTTI I SANTI, tanti AUGURI dalla CUOCA ITAGNOLA!!!


martedì 23 ottobre 2012

RICETTE PER I TEMPI DI CRISI-III: BUDÍN SEVILLANO DE MI MADRE (Budino di pane di mia madre)



(mia madre e il suo inseparabile cane Califa - ma era maschio)
 

IN MEMORIA DI MIA MADRE
AMALIA FUENTES
NEL V° ANNIVERSARIO
DELLA SUA ASSENZA


Il 23 ottobre di cinque anni fa moriva mia madre, qui, a Santa Marinella: a tenerle le mani c'eravamo  soltanto io e mia figlia Clara.  

Mia madre era una donna buona e mite: quando morì, quella sera di ottobre del 2007, aveva compiuto  85 anni 3 mesi e 7 giorni, ma  la sua anima si era spenta  da tempo,  da quando,  suo malgrado, era lontana dai suoi altri figli, dai suoi numerosi nipoti, dalla sua unica sorella, della sua famiglia, delle sue amicizie, della sua lingua spagnola, dalle sue tradizioni anche culinarie e anche dalla città dove era vissuta per circa sessantacinque anni, Siviglia.

(Il celebre "bacalao con tomate"-"baccalà al sugo" di mia madre)


Mia madre amava cucinare: come quasi tutte le donne lo aveva fatto per decenni per noi figli e per mio padre.
E lo faceva spesso anche qui in Italia, a casa mia, dove ha vissuto i suoi ultimi nove anni di vita: cucinava per tutti noi, per mio marito, per mia figlia, per gli amici che l’hanno conosciuta e subito l’avevano voluta bene.

Cucinava i piatti della sua terra di nascita, l’Estremadura; cucinava i piatti della terra dove era vissuta dall’adolescenza alla vecchiaia, l’Andalusia. Ma cucinava anche i piatti di altri luoghi che aveva visitato o quelli imparati da amiche o familiari.

Di ogni piatto, con la sua bella calligrafia appuntita, inconfondibile per tutti noi, aveva annotato le ricette in diversi quaderni: quaderni che si sono succeduti negli anni.

Il primo fu quello con le ricette che mia nonna Marina le aveva dettato prima di sposarsi a 21 anni, appena diventata maggiorenne.



(mia madre a vent'anni)
 

Molti ani dopo me lo  regalò, nel 1971,  quando io, stanca dalla Spagna maschilista di Franco, dove le donne non avevano diritto alla parola e neanche ai sogni, decisi di venire a vivere in Italia, almeno - pensavo allora -  finchè il dittatore non  morirà. E invece poi,quando lui morì nel 1975, io ero ormai diventata quesi "itagnola" e non me ne andai.

E con me è rimasto da allora quel  piccolo quaderno a righe larghe, ormai ingiallito, con qualche macchia di vecchi sughi e salse; lo conservo gelosamente perché un giorno sarà di mia figlia.

A quello ne seguirono altri quaderni, un po’ meno ordinati ma sempre “sostanziosi”, e dove lei, oltre a scrivere le ricette, ne attaccava con la colla altre ritagliate di giornali o annotate frettolosamente su pezzetti di carta.




Ma le ricette che ogni tanto riporto in questo blog con il titolo “RICETTE PER I TEMPI DI CRISI” sono tratte da quel primo quaderno, quello della sua giovinezza con i manicaretti della sua infanzia e adolescenza, con ricette della "buona" borghesia –dell’Estremadura e dell’Andalusia - cui lei apparteneva.

Ma ci sono  anche  ricette dei tempi, veramente di crisi, in quei luoghi.
I tempi della Guerra Civile spagnola,  dal 1936 al 1939, vinta dal Generalismo Franco, e della lunga post guerra, durata oltre dieci anni.

Insomma, tempi in cui occorreva arrangiarsi in cucina con quel che c’era, con poco o niente; tempi in cui le donne di casa facevano autentici miracoli per nutrire la famiglia.

Di quelle ricette ve ne sono molte nel vecchio, ingiallito, macchiato, quaderno di mia madre.

Una delle mie preferite da piccola era questa che ora descriverò: una sorta di pudding, ideato da mia nonna che  lo  chiamava “budín sevillano”.  Un semplicissimo dolce a base di mollica di pane che a volte preparava mia madre, le domeniche d’inverno, per la merenda noi bambini con la cioccolata calda.

Eccola dunque, tratta dal suo vecchio, ingiallito, “CUADERNO DE RECETAS”:

BUDÍN SEVILLANO DE MI MADRE
(Pudding sivigliano di mia madre)




Ingredienti per la merenda di 4 bambini:
mollica di pane raffermo q.b.
½ l di latte circa
3 uova
4 cucchiai di zucchero: due per il composto e due da caramellare





Si sbriciola il pane in un recipiente e si versa sopra il latte precedentemente scaldato, ma non bollente, e si lascia a mollo finché diventa una sorta di “pappa”: se fosse troppo dura, si può aggiungere ancora un po' di latte.

Si aggiungono allora le uova sbattute e un paio di cucchiate di zucchero (nella ricetta del quaderno di mia madre qui riportata manca lo zucchero ma mia madre lo metteva, poco ma lo metteva).

Si mescola bene tutto il composto e poi si passa nel passaverdure.

Infine si traversa tutto in uno stampo rettangolare o tondo – a piacere – dove precedentemente si è versato dello zucchero caramellato.

Cuocere a bagno Maria: sarà pronto quando introducendovi un ferro da calza fuoriesce asciutto.

Prima di capovolgere il BUDÍN SEVILLANO per tagliarlo a fette, attendere che si raffreddi bene altrimenti la superficie caramellata si romperà.

Degustare in inverno, come già detto, con la cioccolata calda oppure con altre bevande calde.

E in estate con un bicchiere di latte fresco o un succo di frutta.