domenica 1 novembre 2009

"MIGAS DEL PASTOR": RICETTA DI MIA MADRE



Sabato scorso ammiravo nella sede romana dell'Istituto Cervantes il bel "Altar de Muertos" che la Comunità Messicana di Roma ha costruito per commemorare El Dia de los Muertos, come è nella loro tradizione, e cioè con tanti colori, musica, bei ricordi e il cibo preferito dai cari defunti.

Guardandolo pensavo cosa avrei potuto collocare io in quell'altare per ricordare in allegria mia madre nel 2° anniversario della sua Assenza.

Lei aveva tanti piatti che le piacevano molto e che cucinava meravigliosamente, specialmente quelli della sua terra d'origine, la Estremadura, nel confine con il Portogallo: terra di ottimi salumi, provenienti da maiali iberici allevati in libertà sotto le grandi querce, e terra anche di transumanza, un po' simile all'Abruzzo.

Ecco, trovato! A proposito di transumanza, avrei potuto preparare per lei un tipico piatto di pastori: "Migas del pastor", letteralmente "briciole del pastore".

Un piatto povero e facile che i pastori potevano preparare senza fretta quando finalmente, al calar della sera, il gregge riposava.

Loro, i pastori, lo mangiavano per la prima colazione all'alba, insieme con il caffellatte caldo oppure con un bicchierino di aguardiente o grappa per combattere l'umidità del mattino.

Ma si possono anche gustare per pranzo con un bicchiere di vino rosso.

Mia madre preferiva consumare "las Migas" all'uso dei pastori veraci: per la prima colazione, come si faceva nella fattoria che mio nonno aveva proprio nella campagna dell'Estremadura.

Ecco la ricetta.

E buon appetito!

Ingredienti per 4 persone:

1/2 k di pane raffermo
1 peperone verde
1 peperone rosso
2 spicchi d'aglio
100 g di pancetta affumicata
3 o 4 cucchiaiate d'olio d'oliva
sale


Affettare il pane e tagliarlo grossolanamente a pezzi che, annaffiati d'acqua e sale, si lasceranno riposare per un'intera notte coperti con un panno umido.

In una padella con l'olio, friggere i peperoni tagliati a listarelle; quando saranno pronti metterli da parte e nello stesso olio soffriggere la pancetta a dadini e l'aglio intero.

Appena l'aglio avrà preso colore levarlo e unirlo ai peperoni; mentre invece la pancetta si lascerà dorare fino ad abbrustolirla.

A questo punto aggiungere il pane rimestando bene e spezzettandolo continuamente con una paletta di metallo.

Quando le "briciole" saranno ben dorate e asciutte aggiungere i peperoni e l'aglio e, facoltativamente, un pezzetto di peperoncino.

Servire calde.

La tradizione vuole che s'accompagnino con il caffellatte del mattino: si mangiano infatti prendendo una cucchiaiata per volta che verrà bagnata leggermente nella tazza.

Una prima colazione magnifica, che mi riporta alla mia infanzia, quando in estate partivamo tutti per la fattoria del nonno. Erano le vacanze più belle che ogni bambino può sognare fra animali da cortile, orti, piante e le fiabe notturne della nonna cullandosi nella sua sedia a dondolo davanti alla porta di casa, con tutti noi bambini seduti per terra .


Insomma, le buone cose di una volta.

sabato 31 ottobre 2009

LA FIESTA DEL DIA DE LOS MUERTOS A ROMA








Celebrazione del "Día de Muertos"
Realizzazione “Altar de Muertos”

Musica con i Mariachi Romatitlán







L’Ambasciata del Messico, la Comunidad Mexicana de Roma e l’Istituto Cervantes di Roma sono lieti di informarvi che il sabato 31 ottobre 2009 alle ore 18,00 avrà luogo la celebrazione del “Día de Muertos” nella sala dell’istituto Cervantes di Roma.


Sarà possibile ammirare il tradizionale “Altar de Muertos” realizzato per l’occasione dalla Comunidad Mexicana de Roma e dal
Laboratorio di Artigianato Artistico Macías.
La celebrazione del “Día De Muertos” che è una festa priva di elementi drammatici in cui i vivi omaggiano e ricordano i morti con le loro offerte, verrá, come da tradizione, accompagnata dalla musica e dal canto.
Saranno i Mariachi Romatitlán , un gruppo musicale noto non solo in Italia ma anche in tutta l’Europa e nel mondo, a esibirsi con il loro tipico repertorio.






Il “Día de Muertos” è una tradizione MESSICANA che è stata dichiarata dall'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'Educazione, la Scienza e la Cultura (UNESCO), Opera Maestra del Patrimonio Orale e Intangibile dell’Umanità .
Si celebra in Messico, ma anche in altri paesi dell’America Latina, da almeno tremila anni .

L’antica celebrazione del “Día de Muertos” ha una relazione molto stretta con il sincretismo delle radici precolombiane e con la cultura della morte del Messico, ed é stata organizzata per promuovere le tradizioni più tipiche della cultura popolare messicana.








ISTITUTO CERVANTES DI ROMA
Sabato 31 ottobre - ore 18.00
Sala di Piazza Navona, 91
Ingresso Libero
_____________________________
Visite all’Altar de Muertos dal 31 ottobre al 4 novembre 2009
Apertura al pubblico:
Lunedí, Martedí, Mercoledí, Giovedí, Venerdí ore 11-13 e 16-21
Sabato e Domenica 16-21

NON MANCATE!!!
è un consiglio della vostra
CUOCA ITAGNOLA

sabato 24 ottobre 2009

LA CUCINA D'ARMENIA A RADIODUE

Ecco un consiglio della Cuoca Itagnola.






Se vi piace la cucina come cultura, la cucina raccontata come storia di un popolo, leggete il bellissimo libro "LA CUCINA D'ARMENIA" di Soya Orfalian, pubblicato da Ponte alle Grazie!


Ne ho parlato sabato 24 ottobre nella mia rubrica "CHE BOLLE IN PENTOLA?" in onda su Radiodue ogni sabato e domenica dalle 7'00" alle 7'30"circa.


L'occasione mi è stata data anche perché da giovedì 22 ottobre e fino a sabato ci sono state a Roma tre Giornate d’incontro sulla storia, la cultura, le vicende armene in diverse sedi: la Casa Internazionale delle Donne, la Casa della Memoria e l’Università La Sapienza.



Esperti, studiosi, scrittori e artisti hanno discusso sulle vicende storiche che portarono al Genocidio degli armeni e anche alla sua dimenticanza.


Fra questi c'era anche la autrice del bel libro sulla cucina armena, Sonya Orfalian, appunto.


Ma chi è SONYA ORFALIAN?


E' una figlia della diaspora armena, nata cinquant’anni fa in Libia.


Artista, scrittrice e traduttrice, ha dedicato una grande parte del suo impegno e della sua ricerca al ricchissimo patrimonio culturale e alle tradizioni antiche della sua gente.


Attualmente vive e lavora a Roma e continua nel suo impegno per far conoscere il suo popolo e il loro gran patrimonio culturale sconosciuto ai più.


Come la cucina, appunto.

Cucina che grazie a questo libro non avrà più segreti per noi.




E grazie a questo bel libro io ho saputo che l'albero del melograno è il simbolo dell'Armenia.


Simbolo anche della fecondità, dell'abbondanza, della rinascita.


Fecondità, abbondanza e rinascita che auguro al popolo armeno.




domenica 18 ottobre 2009

IL SANTO DEL GIORNO: SAN LUCA EVANGELISTA


Oggi, 18 ottobre, è la festa di San Luca evangelista detto "il pittore della Madonna" perché gli si attribuiscono un'infinità di dipinti che ritraggono la Madre di Gesù, che Luca aveva conosciuto personalmente.
Fra i molti possiamo ad esempio ammirare quello custodito nella basilica di Santa Maria Maggiore a Roma oppure quello della Madonna della Guardia dell'omonimo santuario sulla collina bolognese (foto sotto).





Proprio per questo leggendario talento pittorico san Luca è stato scelto nel Medioevo patrono universale di arti, corporazioni, compagnie e accademie che riunivano i pittori e altre categorie di artisti; come la romana Accademia di San Luca dove si trova un quadro di Raffaello raffigurante proprio san Luca mentre dipinge su tela la Madonna.


(San Luca: Il Guercino)





In realtà e di là dalle sue leggendarie qualità artistiche, san Luca era un medico siriano discepolo e compagno di san Paolo e autore del terzo Vangelo.



Come Evangelista viene di solito raffigurato con un libro e accompagnato da un bue: si tratta di uno degli esseri del Tetramorfo e allude simbolicamente alla Passione del Cristo, ma popolarmente la presenza dell'animale agricolo per eccellenza ha fatto sì che la festa di San Luca diventasse nei secoli una fiera contadina.







In realtà si tratta di una coincidenza calendariale, perché questo anche il periodo che segnava in molti luoghi l'inizio della transumanza verso le pianure più calde; e perciò vi erano in tanti luoghi dell'Italia Fiere agricole che ancora perdurano.



(Santa Maria dell'Impruneta)


Una delle più importanti è la Fiera di San Luca di Impruneta, in provincia di Firenze, che risale addirittura all'anno Mille, quando i pastori, che in autunno scendevano con le greggi dai monti al piano, si fermavano nella cittadina per vendere i loro prodotti e acquistare attrezzi da lavoro.



Situata proprio sul tragitto tra Partomagno e la Maremma, Impruneta divenne col tempo un importante Fiera agricola. Ancora oggi infatti vi trova spazio la mostra mercato del bestiame per un'intera settimana.

Completano il quadro dei festeggiamenti spettacoli, cene tematiche e vendita di prodotti locali, fra cui la "guglielmina", tipico dolce toscano di pasta di mandorle. Inoltre si corrono il Palio dei Cavalli e quello dei Ciuchi, disputati fra i quattro rioni del paese.


Impruneta, sulle colline fiorentine, è famosa al mondo per la produzione del cotto che servì per costruire la cupola del Brunelleschi a Santa Maria del Fiore.


Le feste patronali di San Luca sono anche un'occasione per recarsi in pellegrinaggio alla Basilica di Santa Maria all'Impruneta dove è custodita una Venerata Immagine della Madonna dal volto nero che la tradizione vuole dipinta proprio da san Luca.






Anche in tante altre località dell'Italia, una volta, in questa data, si vendevano animali ma anche attrezzi, specialmente per l'aratura dei campi e per la semina che non dovrebbe andare oltre: "O molle o asciutto, per San Luca semina tutto", ricorda infatti un proverbio.
D'altronde questa data era proprio l'inizio della stagione autunnale delle piogge e la fine perciò delle gite in campagna: "Per San Luca la merenda è perduta", si dice in Sicilia dove però si rammenta anche che "Per Sant'Agata la merenda è ritrovata" perché al 5 febbraio, quando Catania festeggia la loro santa patrona -la Santuzza - ritornerebbe il tempo delle scampagnate.
Torniamo però alla festa di San Luca di oggi, quando i contadini cominciavano a mettere da parte le rapi e le zucche per l'inverno; le prime per alimentare le bestie e le seconde per gli uomini: "Da San Luca cava la rapa e meti la zuca", dicevano infatti i veneti.


Ma in questo periodo, al sud, si raccomanda dei tenere d'occhio le olive che già cominciano a riempirsi d'olio: "Da San Luca a Natale le olive vanno guardate".

giovedì 8 ottobre 2009

PROVERBI DEL MESE D'OTTOBRE




Ottobre, il mese in cui siamo, segna il vero arrivo dell'autunno.


Ottobre, dal latino october, cioè "ottavo mese", è un mese capriccioso che alterna sereno e piogge torrenziali; sicché un proverbio dell'Istria ricorda che "Otobre e marzo per matìo i se somìa come pare e fìo": ovvero "ottobre e marzo per la loro pazzia si assomigliano come padre e figlio".
Ma quando fa bel tempo è una meraviglia.
A Roma le belle giornate di ottobre hanno ispirato un termine popolare, l'ottobrata, per indicare quel periodo del mese tiepido, dal cielo terso e celeste, che invita a passeggiare , anzi a fare le "gite fuori porta".
Una volta quelle le gite, che si facevano soprattutto verso i cosiddetti Castelli Romani, erano l'occasione per cantate e bevute a non finire, sicché un proverbio avvertiva che "A la reale l'ottobre è fatto com'er carnevale".
Abitudine non soltanto laziale perché in Romagna si dice: "Utobar cun dal bel giurnedi, temp ad fe dal scampagnedi", cioè "ottobre dalle belle giornate, è tempo di far le scampagnate".
Ottobre è anche il mese in cui, finita la vendemmia, cominciano le tante operazioni per preparare il vino: "Ottobre, il vino è nelle doghe", ricorda un proverbio dei tempi andati quando le botti e i tini erano fatti di legno; le doghe sono infatti gli elementi tenuti insieme dai cerchioni di ferro.
Attualmente, le grandi cantine moderne sono di cemento rivestite di vetro. In ogni modo, di legno o di altro materiale, questo è il mese in cui occorre tenere sotto controllo il mosto che sta bollendo nelle cantine, sicché si dice: "Ottobre: vino e cantina, da sera a mattina".
Ai cacciatori invece, un altro proverbio, che non sarebbe piaciuto al santo cui è associato, ricorda: "San Francesco tordo al desco" perché è il momento di cacciare questi uccelli. D'altronde questo è il periodo della migrazione in massa degli uccelli verso i luoghi più caldi e se ne vedono passare a centinaia in cielo e i veneti, quando arriva la Festa della Vergine del Rosario del 7 ottobre dicono "Per la Madonna del Rosaio el petirosso xe de passaio".

Quando gli uomini erano costretti ad andare a caccia per alimentarsi, ottobre era il mese più adatto: gli uccelli passavano per i cieli in massa verso i luoghi più caldi e tanti animali, fra cui conigli e lepri, uscivano allo scoperto nei boschi cercando provviste per riempire le loro tane prima dell'arrivo dell'inverno.
Molti proverbi lo ricordano: "Ottobre buone lepri col savore", che era uno speciale condimento molto usato anticamente.

Verso la metà del mese si tendevano anche le reti "Per Santa Teresa prepara la tesa": la festa della popolare Santa spagnola cade il 15 del mese ed è questo il tempo in cui passano dei veri e propri stormi di tordi. "Per Santa Teresa tordi a distesa", ricorda un altro proverbio.

La festa della santa (mia illustre antenata per parte paterna: si chiamava infatti Teresa de Cepeda y Ahumada) , proprio alla metà di ottobre, serviva ai contadini per capire l'andamento del tempo a seconda se era buono o cattivo in quel giorno, che ritenuto una sorta di "punto fermo", come una "stella" nel cielo: "Santa Teresa, punto di stela", si diceva infatti nel Veneto

Ma anche per la festa del giorno dopo, il 16 ottobre, quando la Chiesa celebrava San Gallo, si poteva prevedere il tempo dei prossimi mesi: "Se piove per San Gallo piove per cento giorni", oppure "Se fa bello a San Gallo fa bello fino a Natale".
A loro volta i contadini romagnoli ricordano che "Quand l'è bon temp e' dì ad San Gall, u s'semna enca in fond a'l vall", cioè, "quando è buon tempo il giorno di San Gallo si semina anche in fondo alle valli".


E se quel giorno il tempo sarà bello occorre cominciare a seminare.

D'altronde ottobre è il mese della semina che in Padania inizia non oltre il 14 del mese, per la festività di San Gaudenzio patrono di Rimini: "Per san Gaudenzio chi non ha cominciato cominci"; oppure "San Gaudenzio, prendi i buoi e mettili davanti".

In ogni modo, dilà delle varie feste dei santi, quel che è importante è seminare entro il mese perché si sa che "Chi semina in ottobre miete in giugno".


E sarebbe questo il momento giusto in cui dovrebbero cominciare le dolci piogge autunnali di ottobre, molto benefiche per gli ulivi poiché fanno ingrossare le olive e aumentare il raccolto. E così i frantoi lavorerebbero a lungo come rammenta questo proverbio di Bari: "Si chiove d'ottobre, u trappite va alle longhe" , e cioè "Se piove d'ottobre il frantoio va per le lunghe".


Ma ottobre è anche tempo di castagne e sono molte le località che le celebrano, come Soriano sul Cimino, nella Tuscia. Castagne però che occorre mangiare soltanto dopo averle controllato bene perché potrebbero contenere delle "sorprese", come ci ricorda questo proverbio romano: "La donna è come la castagna, bella fuori e dentro cià la magagna".

In ogni modo le castagne vanno degustate soprattutto con il vino novello, a novembre, verso la festa di san Martino dell'11 novembre: "Castagne e vino lascia tutto per San Martino"!

Ma questa è un'altra storia.

venerdì 18 settembre 2009

COSA AVREI VOLUTO ESSERE DA GRANDE...



Qualcuno di voi si ricorda quando, su queste pagine, nel maggio dell'anno scorso, mi domandavo "che farò da grande"?






Quella domanda, che praticamente mi sono fatta tutta la vita, fin da piccolissima, era accompagnata da una foto della mia infanzia, che ripubblico qui accanto.





Sono io, la futura Cuoca Itagnola, a circa tre anni insieme con mio fratello Gabriel, il maggiore di noi cinque figli.





Ebbene da ieri pomeriggio so cosa avrei voluto essere da grande.



Avrei voluto essere un'indovina, una fattucchiera, una maga, una strega buona, oppure uno spiritello, per poter prevedere in anticipo quel che accadrà.



Se così fosse stato, se io fosse stata capace da grande di diventare un'indovina, una fattuchiera, una maga, una strega buona o semplicemente uno spiritello, avrei potuto ieri avvisare mio fratello di quel che gli sarebbe accaduto.



Gli avrei detto, di non andare a correre ieri mattina, come faceva quasi ogni giorno nel verde di un parco di Siviglia, e così gli avrei forse salvato la vita.



Ma da grande, non sono diventata niente di tutto ciò e mio fratello Gabriel è morto ieri mattina mentre correva nel parco, d'infarto fulminante, senza scampo.


E io sono qui, senza capire perché non sono stata capace di diventare da grande un'indovina, una fattuchiera, una maga, una strega buona o semplicemente uno spiritello...




E non riesco neanche a capire, nonostante la lunga serie di lutti e dolori e assenze delle persone care, il Mistero della nostra Impermanenza.



mercoledì 9 settembre 2009

SETTEMBRE E I SUOI PROVERBI



Siamo dunque a settembre, quando i contadini si augurano che il clima sia quello giusto per far maturare i frutti più dolci dell'anno, fichi e uva, come ci ricorda questo proverbio: "In settembre l'uva matura e il fico pende".

Naturalmente se il clima è buono, perché "Un settembre caldo e asciutto maturare fa ogni frutto".


E soprattutto l'uva: infatti settembre è tempo di vendemmia che nel Veneto si consiglia di cominciare dall'uva bianca, "De setembre prima la bianca che di pendere la xe stanca".





E anche in Istria si ritiene che l'uva nera, più resistente, si debba lasciare per ultimo, sempre che sia possibile; e lo si ricorda in maniera alquanto poetica: "Lassa in setembre, se si pol, l'ua nera a far l'amore col sol".




Ma io preferisco i fichi settembrini, dolcissimi, con la goccia di miele che trasuda dalla pelle leggermente rugosa dal sole estivo e che metà agosto sto mangiando direttamente dall'albero del mio giardino. Purtroppo i miei peggiori nemici sono gli uccelli, perché si sa che "Ogni uccello di settembre è beccafico!".



Talmente buoni sono i fichi ora che possono anche far perdere amicizie se li si ama tanto come li amo io e che perciò ne mangerei senza spartirli con nessuno; infatti "quando il contadino è sul fico non conosce parente né amico!"


Settembre, un mese di transizione fra l'estate e l'au­tunno dove astronomicamente ci troveremo quest'anno da martedì 22, giorno dell'equinozio, che arriverà alle 23'20" quando il sole lascerà il segno della Vergine per entrare in quello della Bilancia.


E il giorno e la notte saranno d'uguale durata, come ci rammenta un proverbio pugliese: "A San Mattìe tanta la notte e tante le die", perché la festa di San Matteo, che cade il 21, era ritenuto per tradizione il giorno dell'equinozio d'autunno.

Da quel momento il sole tramonterà presto e si leverà tardi, e le giornate saranno più corte: "Settembre, la notte al dì contende".


E via via che settembre finisce il caldo diminuisce, finché alla fine del mese probabilmente se ne andrà definitivamente: "Per lu sante Michele lu calde va in ciele" dicono i contadini del Gargano, perché la festa del patrono, l'Arcangelo San Michele, cade il 29 settembre.


La notte arriva presto e perciò i contadini siciliani accendevano i lumi proprio per la festa del santo: "Pri San Micheli jadduma lu cannieleri". Ma se quel giorno il tempo sarà bello potrebbe durare fino a dicembre, se invece pioverà continuerà fino a Natale; e i contadini romagnoli lo sanno bene: "Quando l'Angiolo si bagna l'ale piove fino a Natale".

Meno male che i piemontesi ci lasciano un po' di speranza: basterà vedere una rondine volare il 29 del mese e non arriverà l'inverno fino a Natale, "Quando vedi le rondine a San Michel l'inverno arriva dopo Natel".


In ogni modo, anche se l'estate sta finendo, consoliamoci, perché sono invece arrivati i frutti dolcissimi, l'uva fragola e i cachi, e perciò si dice che "Per San Michele ogni strac­cio sa di miele".





Ma non mangiateli di pomeriggio all'aperto perché farà freddino. Si sa infatti che "San Michele di settembre leva le merende".

martedì 25 agosto 2009

"IL SURREALISMO IN CUCINA" A TAVOLA CON SALVADOR DALI'



Quest’anno ricorre il ventennale della morte di Salvador Dalì accaduta nel 1989 nella sua città natale, Figueres, situata in una delle zone più belle della Catalogna: l'Empordà, nella provincia di Girona.


Ebbene non tutti sanno che oltre ad essere un grande artista, era anche un buongustaio e un buon scrittore che ha lasciato decine di libri fra cui "La Vita Segreta".


E proprio nel prologo di questo suo monumentale, ponderoso libro di memorie è dove il trentenne Dalí svela per la prima volta le sue aspirazioni infantili, con una incredibile confessione grazie alla quale, forse, si comincia a capire la sua passione per il cibo:
"Quando avevo sei anni volevo diventare cuoca e ai sette Napoleone. Da quel momento le mie ambizioni sono aumentate senza sosta".

E poi soggiunge:

"A sei anni, per me era peccato mangiare qualcosa in cucina. Entrare in quella zona della casa era una delle poche cose che i miei genitori mi avevano categoricamente proibito. Mi appostavo durante ore intere, con l'acquolina in bocca, finché trovavo il momento opportuno per scivolare in quel luogo incantato; e davanti alle domestiche, che gridavano divertite, portavo via un pezzo di carne cruda o un fungo arrosto, con i quali mi strozzavo quasi fino a soffocare; ma avevano per me il meraviglioso sapore, l'inebriante qualità che soltanto la paura e il senso di colpa possono comunicare".
La passione del piccolo Salvador per il cibo aumentava di pari passo con i suoi anni e infatti il quindicenne Dalí, ormai avviato sulla strada della pittura, non perde occasione nel suo giovanile libro intitolato "Un diario " per parlarne; sembra anzi che i suoi ricordi, le sue riflessioni da adolescente non ne posano fare a meno; così come non poteva fare a meno di partecipare alle feste e sagre locali dove poteva degustare i tipici dolci della sua terra: dai "taps de Cadaqués", dolcetti a forma di tappo di cava (nome dello spumante catalano) tipici della più celebre località daliniana della Costa Brava, al dessert "raccomandato" da Salvador Dalí a tutti i suoi invitati: la botifarra dolça, il tipico salume catalano ma preparato appositamente con un impasto dolce a base di carne di maiale, limone, cannella e zucchero.

Oppure i "flaons de Figueres" che non mancano mai nella tavola natalizia della cittadina che lo vide nascere nel 1904. Si tratta di una sorta di grossi agnolottoni che si possono riempire con la crema catalana, con la giuncata oppure con la ricotta o altro formaggio fresco.





La ricetta si trova nel mio libro "Il Surrealismo in cucina tra il pane e l'uovo. A tavola con Salvador Dalì" (Il leone verde Edizioni). Un libro dove analizzo la passione; dell'artista per il cibo, specialmente per le uova e per il pane; passione che traspare in molte delle sue opere.

Basti pensare al suo stesso Museo-Teatro di Figueres con enormi uova scolpite e con la facciata costellata di forme del tipico pane catalano a forma di triangolo.





Oppure alle tante volte che ha raffigurato nelle sue opere le uova la tegamino (ma senza tegamino, diceva).





Quanto ai celebri Flaons de Figueres qualche settimana fa ho dato la ricetta nella mia trasmissione "Che bolle in pentola?" su Radiodue e siccome molti dei miei ascoltatori me l'hanno chiesta, eccola a continuazione.





FLAONS DE FIGUERES (Agnolottoni dolci catalani)

Ingredienti:

230 g di farina
180 g di olio di oliva
70 g di acquavite
80 g di zucchero
1 uovo
cannella in polvere

Per il ripieno
100 g di ricotta fresca
50 g di zucchero
50 g di mandorle tritate
un po' di cannella

Preparare innanzi tutto la pasta frolla. In una ciotola mescolare con le mani l'olio, l'acquavite e lo zucchero fino a quando lo quest'ultimo si sarà totalmente sciolto. Aggiungere lentamente la farina continuando a mescolare. Lavorare bene fino ad ottenere una pasta liscia, omogenea e non eccessivamente dura. Lasciare riposare per 5 minuti.

Preparare nel frattempo il ripieno.

Schiacciare la ricotta fresca con una forchetta e aggiungervi lo zucchero, le mandorle tritate, e un po' di cannella secondo il gusto di ognuno.

Continuare a lavorare la pasta e poi dividerla in piccole palline. Schiacciarle e disporvi sopra il composto. Piegare in due, formando una specie di agnolottone, e piegare i bordi della pasta, formando una sorta di cordone.

Passate i flaons uno alla volta nell'uovo sbattuto e poi nella cannella mischiata con lo zucchero. Disporli su una piastra e cuocerli in forno riscaldato a 150º per 5-10 minuti.
Si servono freddi o appena tiepidi: si accompagnano bene con un calice di cava molto freddo, ma per i bambini anche con il latte o la cioccolata calda in inverno.

sabato 15 agosto 2009

BUON FERRAGOSTO DALLA CUOCA ITAGNOLA!!!

BUON FERRAGOSTO OVUNQUE VI TROVIATE!!!



A CASA




IN QUALCHE PAESE ESOTICO





IN CAMPAGNA





OPPURE, COME ME, AL MARE!!!

sabato 8 agosto 2009

PER MIA FIGLIA CLARA NATA L'OTTO AGOSTO DI ALCUNI ANNI FA




BUON COMPLEANNO CLARA, DAL SORRISO LUMINOSO COME IL SOLE



UN SORRISO CON IL QUALE SEI SEMPRE CRESCIUTA




UN SORRISO CHE HA SEMPRE ACCOMPAGNATO LE TUE GIORNATE


UN SORRISO CHE HA SEMPRE TRASMESSO GIOIA DI VIVERE



UN SORRISO CHE HAI SEMPRE SAPUTO RITROVARE, ANCHE NEL DOLORE



LO STESSO SORRISO DI TUO PADRE CHE UN ANNO FA SE NE ANDATO

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BUON COMPLEANNO CLARA, MIA VITALE E SOLARE FIGLIA


IL MIO AUGURIO OGGI?



CHE IL TUO SORRISO NON TI ABBANDONI MAI!



TI VOGLIO BENE