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lunedì 30 gennaio 2012
Changes to Google Privacy Policy and Terms of Service
domenica 22 gennaio 2012
LA PANISCIA DI NOVARA E SAN GAUDENZIO
Novara, la bella città piemontese, è talmente fiera delle sue tradizioni culinarie da aver assunto la paniscia fra i simboli della città insieme con il Cupolone di San Gaudenzio, i celebri biscutìn portati alla fama internazionale dal cavaliere del lavoro Mario Pavesi, il saporitissimo brodo di rane per sfruttare l'invasione delle centinaia di bestiole che saltellano fra gli acquitrini delle risaie, e il gorgonzola.
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| biscutìn di Novara |
Lo rammentano questi versi dialettali della poetessa Luisa Falzoni in cui, a mo' di preghiera, si chiede al santo patrono San Gaudenzio, festeggiato il 22 gennaio, un po' del popolare risotto anche per i meridionali, detti "teron" oppure "macaron":
Oh San Gaudensi,
Ti che da tanti ani
ti reguli l'urlogg da sta cità
da gent in gamba,
furse 'n cicin sgregiòta...
Fà che a Nuara,
Fà che a Nuara,
insèma al biscutin,
al bròd di rani e a 'n toch
ad gurgunsola
ach sia par tuti insèma
Nuarès e Teron
un paniscin par num
...par lur...
...I macaron!
Parallelamente all'amore per la propria cucina i novaresi vantano un centro storico molto curato e ricco di monumenti di ogni epoca e stile dove spicca il "Cupolone" di 121 metri di altezza, considerato "la sentinella" della città perché la domina da ogni punto. Fu costruito dal nuarese Alessandro Antonelli, come una sorta di bozzetto della torinese Mole Antonelliana, sulla rinascimentale basilica dedicata al santo patrono.
Ma a Novara si possono ammirare fra gli altri, la chiesa romanica di Ognissanti o il Castello sforzesco. E, per le passeggiate a sfondo "gastronomico", la brulicante piazzetta delle Erbe, detta "il salottino di Novara", che offre ogni ben di Dio, oltre ad alcune trattorie dove poter degustare i piatti tipici, fra cui la gustosa paniscia.
Naturalmente l'idea di erigere un monumento alla mitica raccoglitrice di riso, la mondina del celebre film "Riso amaro", è stata di questa bella città.
Si tratta di una scultura di bronzo dell'artista Poletti, che la raffigura a grandezza naturale, curva, con il cappellaccio di paglia in testa.
La suggestiva statua troneggia dal 1971 nel piazzale della stazione, dove una volta, a migliaia e da ogni parte dell'Italia, vi arrivavano le mondine con la "tradotta" .
Ora con i moderni metodi di coltivazione e di raccolta la figura della mondina chinata sui malsani acquitrini, con la gonna alzata per non bagnarla, cantando il suo sfruttamento, fa parte soltanto del folklore di un tempo non tanto lontano; ma, pensando a quelle risaie, vengono in mente le parole dello scrittore veneto Antonio Viscardi: "Vi è una malinconia profonda nell'acqua delle risaie, quiete come tanti specchi allineati...; vi è il ricordo del 'riso amaro', la tristezza della bruma del Nord e l'eco dei canti delle mondine che oggi non sentiamo più".
Per le ventimila mondine, dai 15 ai 60 anni, che ogni anno giungevano alle risaie piemontesi, i piatti "delle feste" erano la paniscia di Novara e la panissa di Vercelli, che devono i loro nomi alla deformazioni dialettali di "panizza" o "paniccia", dal latino medievale panicum, e cioè una sorta di massa informe o poltiglia.
Ambedue, panissa e paniscia, s'annoverano fra i piatti più antichi e popolareschi del Piemonte: sono risotti "villani", niente a che vedere con le più raffinate ricette a base di riso conditi con formaggi, burro e grattatine di tartufo d'Alba, che si possono gustare nei ristoranti torinesi o nelle Langhe, dove non solo il riso viene cucinato in modo sublime, come d'altronde in quasi tutta la regione.
Quei risotti appartengono alla cosiddetta "cucina nobile o di casata" della regione sabauda, mentre vi coesiste una serie di preparazioni dei ceti più popolari, meno ricche ma altrettanto saporite: basti pensare al "riso con il brodo di rane".
In ogni modo, da Asti a Cuneo, da Mondovì a Torino, la cucina piemontese è oggi fra le più raffinate e curate, soprattutto nella varietà degli antipasti caldi e nella bontà degli arrosti, degli stufati e dei bolliti, quest'ultimi accompagnati con decine di salsine gustosissime: occorre soltanto diffidare di quegli osti che da tempo hanno preso la cattiva abitudine di "coprire" profumi e sapori con una coltre di grassa fonduta che, fra l'altro, non è propriamente piemontese ma valdostana.
Ma torniamo alla paniscia e alla sua parente strettissima, la panissa: due rustici risotti che richiedono però una preparazione molto lenta e accurata. Erano d'altronde, come si è detto, i piatti dei giorni di festa, quando si celebrava qualche ricorrenza legata al raccolto del riso, alla vendemmia o ai santi patroni, come appunto San Gaudenzio a Novara.
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| Panissa di Vercelli |
Erano piatti da preparare senza fretta, assaporando i profumi che fuoriuscivano dalla pentola; piatti infine che male si sposano con la velocità cui ci costringe la vita di oggi giorno.
Addirittura la panissa vercellese esige la "prova del cucchiaio" per accertarne la qualità: sarà cotta "a puntino" quando il cucchiaio piantato nel risotto si manterrà ritto.
Nella panissa, d'altronde, gli ingredienti si riducono, scarseggiano le verdure e manca a volte la cotenna, ma aumentano i fagioli per addensare il piatto.
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| Paniscia di Novara |
Nella paniscia novarese i chicchi di riso appaiono invece leggermente più sciolti e perciò questa versione è forse più digeribile nonostante i suoi componenti: fagioli, brodo di ortaggi fra cui verza e cipolle, lardo, cotenna di maiale e salam d'la duja, un tipico insaccato piemontese "sotto grasso" (la duja è il nome dialettale del recipiente dove viene conservato), oppure mortadella di fegato di maiale.
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| salam d'la duja |
Per decenni i due risotti "gemelli" ma rivali ad oltranza, come le due città "risaiole" per eccellenza, Vercelli e Novara, amministrativamente separate soltanto dal 1927, furono il piatto unico della povera gente delle risaie oltre che la robusta e succulenta pietanza della domenica per gli stomaci forti di chi era costretto a vivere di un faticoso lavoro nei campi.
Ma oggi che la fame nera è quasi scomparsa dalle malsane piantagioni di una volta i due piatti sono diventati, oltre che una rarità come nel vercellese, una delle molte attrattive gastronomiche del Piemonte.
E ora, in onore di SAN GAUDENZIO, il santo patrono di Novara festeggiato il 22 gennaio, ecco a voi la ricetta della paniscia.
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RICETTA DELLA PANISCIA DI NOVARA
Una volta a Novara si diceva che quando due persone mangiavano insieme la paniscia stringevano un patto di solidarietà.
Inoltre la quantità di ingredienti e la complessa elaborazione hanno fatto del saporito piatto un simbolo gastronomico di abbondanza e benessere: un tempo infatti "andare a guadagnare la paniscia", era sinonimo di cercare un'occupazione da cui trarre ricco profitto.
Per questi motivi ma anche per la cura con la quale i novaresi mantengono le loro tradizioni anche in cucina, ho ritenuto opportuno tralasciare la ricetta della panissa vercellese dando la preferenza a quella del tipico risotto di Novara: fra l'altro più completo come "piatto unico" per la sua composizione, dove entrano molti ortaggi.
*Per 4 persone occorrono:
300 g di riso (Vialone nano, Carnaroli o Arborio)
200 g di fagioli borlotti sgranati
un cavolo verza di circa 400 g
due coste di sedano
due carote
due porri
100 g di pomodori rossi
una grossa cipolla
80 g di cotenna fresca di maiale
50 g di lardo
100 g di salame d'la duja (oppure di mortadella di fegato di maiale)
50 g di burro
un bicchiere di vino rosso piemontese (Gattinara, Barbera o Nebbiolo)
sale e pepe in grani
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| salam d'la duja |
La paniscia, così come la panissa, si prepara in due tempi: il brodo e il soffritto.
Per il primo occorre una pentola con circa due litri d'acqua fredda poco salata, dove verranno bollite a fuoco basso, per quasi due ore (nella pentola a pressione bastano 45 minuti), tutte le verdure tagliate a quadrettini, la cotenna ben pulita e i fagioli freschi (fuori stagione si possono usare quelli secchi ammollati prima per un'intera notte).
Nel frattempo soffriggere nel burro un battuto con il lardo e la cipolla; quando sarà appassito ma non dorato, aggiungere metà del salamino o della mortadella di fegato. Versare il riso e farlo rosolare appena per 3 o 4 minuti aggiungendovi il vino rosso e facendolo evaporare per un po'.
Poi procedere come per un normale risotto, usando come liquido di cottura, da versare poco alla volta, il brodo con tutte le verdure a pezzetti ma senza la cotenna che, se si vuole, può aggiungersi tritata alla fine. A metà cottura (ci vogliono circa 20 minuti) sbriciolare il resto del salume.
Prima di servirla lasciare riposare la paniscia pochi minuti e spolverizzare con pepe nero macinato al momento. Non occorre il formaggio, ma sì un buon bicchiere di vino rosso come accompagnamento.
Quanto alle proprietà dietetiche della PANISCIA, in realtà si tratta di un vero e proprio "piatto unico" al quale aggiungere soltanto un po' di frutta fresca a fine pasto.
Il gustoso risotto novarese assicura infatti l'apporto di carboidrati col riso e con i fagioli, i quali sono anche un buon contributo di proteine vegetali.
Le verdure garantiscono, con l'uso dell'acqua di cottura o brodo, i sali minerali; mentre i salumi e il lardo aggiungono le proteine animali e i grassi.
E le famigerate calorie che tanto ci preoccupano? Tante: una razione normale del tipico piatto di Novara, la paniscia, procura circa 1000 calorie!
Ma alle mondine di una volta parevano persino poche.
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mercoledì 11 gennaio 2012
FIABE DI LUNA: LE TRE GALLINE
"C'erano una volta tre galline sorelle: la più giovane era bianca, l'altra rossa e la terza nera.
Venendo la brutta stagione decisero di costruirsi una casa; sicché cammina, cammina, trovarono della paglia con la quale la gallina nera si costruì la sua casetta.
Poi le altre due videro della legna e la gallina rossa decise di farsi la sua abitazione.
La povera gallina bianca, rimasta sola, continuò a camminare finché non trovò delle pietre con cui costruirsi anche lei un rifugio per l'inverno.
Ma il lupo cattivo aveva osservato tutto il bel daffare delle tre gallinelle e aspettò la fine delle varie costruzioni per poter catturarle e mangiarle.
Cominciò dalla casetta di paglia e, soffiandovi, riuscì a distruggerla mangiando la gallina nera.
Poi soffiò su quella di legno, ma la gallina rossa, più giovane e veloce riuscì a scappare, rifugiandosi dalla sorella bianca, che era la più piccola.
Il lupo, volendo fare lo stesso con la casa di pietra, non fu capace per quanti sforzi faceva: soffiava, soffiava e la casetta era sempre in piedi.
Fu allora che l'astuta gallina bianca, con uno stratagemma, lo attirò dentro, lo spinse in un pentolone pieno d'acqua bollente e lo uccise.
Poi gli aprì la pancia dove, ancora viva, uscì terrorizzata dalla paura la sorelle nera.
Da quel momento vissero tutte e tre contente e felici nella solida casa di pietra della gallina bianca".
Naturalmente la gallina nera, che viene inghiottita dal lupo, simboleggia la LUNA CALANTE, la Vegliarda Dea Ecate che muore quando si congiunge col sole: d'altronde la parola lupo proviene in greco dalla radice leuk, ovvero "luce, splendore".
La gallina rossa, che riesce a fuggire, simboleggia Selene, la Ninfa matura o LUNA PIENA.
Mentre la vincitrice, la gallinella bianca, rappresenta la Dea Artemide, la Fanciulla, la LUNA CRESCENTE, colei che simboleggia la rinascita, l'eterno divenire della vita.
(Fiaba tratta da "Le tre facce della Luna", di Marina Cepeda Fuentes, Camunia editrice, 1996)
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sabato 31 dicembre 2011
LE LENTICCHIE DI CASTELLUCCIO, IL CAPODANNO E UNA LEGGENDA BIBLICA CON RICETTA
Si racconta a Castelluccio, nella verde Umbria, che tanti secoli fa vivevano in terre lontane due fratelli gemelli, Esaù e Giacobbe: Esaù era nato qualche minuto prima e perciò aveva diritto alla primogenitura.
Col tempo divenne forte e abile nella caccia come suo padre Isacco, mentre Giacobbe preferiva rimanere con la madre Rebecca ad imparare a cucinare.
Un giorno Giacobbe volle andare al mercato per trovare qualcosa di esotico da portare a sua madre:
-“Cedri del Libano; datteri del Marocco; fagiani della valle del Nilo”, gridavano i mercanti...
- “Lenticchie di Castelluccio”, gridò un vecchio dalla lunga barba bianca... -“Comperate le vere lenticchie di Castelluccio”...
- Buon uomo - gli domandò Giacobbe - ditemi: dove si trova Castelluccio?
- Ah, mio signore, Castelluccio si trova in una lontana terra chiamata Umbria: bisogna salire e salire fino ad arrivare a un altopiano, vicino alla città di Norcia; io ci sono stato e ho acquistato questi strani legumi che chiamano lenticchie e che dicono siano le migliori del mondo... prendetene un sacchetto signore, e mi sarete grati per sempre.
E così fece Giacobbe e tornando alla sua tenda si mise a cucinare una minestra con quelli strani granelli che chiamavano lenticchie utilizzando una ricetta per i legumi che gli aveva insegnato Rebecca: per tutto l’accampamento si sparse presto un profumino delizioso, capace di far rivivere i morti.
In quel momento tornò dalla caccia, stanco e affamato, Esaù, il quale odorò subito il profumo della minestra e ne chiese al fratello una scodella.
- Se vuoi la mia minestra, dammi in cambio la tua primogenitura , disse Giacobbe, che in fondo detestava il rude Esaù.
E così fu, come racconta la Bibbia sul celeberrimo scambio.
Ma quel che non dice la Bibbia è che, mentre Esaù soddisfatto faceva la scarpetta col sughetto rimasto, pronunciò una frase che è rimasta celebre nell’Umbria: -“Ah! Queste lenticchie di Castelluccio, ben valevano la primogenitura!”
Forse, cari amici, quelle lenticchie della leggenda biblica che vi ho appena raccontato, non erano proprio di Castelluccio come vorrebbero gli umbri, anche perché questi buonissimi legumi arrivarono in Italia e in tutta l'Europa mediterranea con i fenici e con i greci e sono originari dell’Asia sud-occidentale, i territori che oggi corrispondono alla Siria.
In ogni modo, il celebre racconto della Bibbia ha contribuito a far credere che questi legumi portino fortuna a chi ne mangia tanti il primo dell’anno: insomma se a Giacobbe hanno permesso di ottenere la primogenitura a noi cosa potranno mai portare?
Io, vi confesso però, che l’astuto e imbroglione Giacobbe mi risulta veramente antipatico mentre ho sempre patteggiato per Esaù: insomma uno che cede un’intera eredità per un buon piatto di minestra di lenticchie mi sembra una persona degna di rispetto: non vi pare?
Ma ogni medaglia ha un suo rovescio e per ogni Giacobbe fortunato vi è un Esaù in disgrazia: san Girolamo racconta infatti che una volta gli ebrei mangiavano le lenticchie nei periodi di lutto in ricordo di chi per un piatto aveva perso quello che aveva di più prezioso.
D’altronde anticamente erano vietate in ogni cerimonia perché, come accadeva con le fave, erano connesse al mondo dei morti e, secondo quanto affermava Artemidoro preannunciavano in sogno i lutti: una credenza molto diffusa tant’è vero che una volta in Toscana “cogliere lenticchie” voleva dire morire ed essere sepolti.
In ogni modo, aldilà della fortuna o la sfortuna che possono produrre, mangiare lenticchie fa bene al nostro organismo: contengono vitamina B, potassio, e moltissimo ferro e fosforo, sicché sono ottime nelle cure della convalescenza e anche per i ragazzi in età scolastica perché aiutano a sviluppare la memoria e l’intelletto.
E fanno bene anche alle nostre tasche: 100 gr di lenticchie contengono le stesse proteine di 215 di carne bovina e costano molto meno! E forse, anche per questo motivo, specialmente in quest’anno di crisi economica, portano fortuna mangiarle la Notte di San Silvestro: fortuna però che potrete “nutrire” continuando a mangiarle per tutta la giornata del 1° gennaio!
Ricordatevi che mangiandole propizieranno, perché sono simili a minuscole monetine, la prosperità.
Ma se si vuole adottare una usanza tipicamente spagnola,la notte di Capodanno preparate in una tazzina dodici chicchi d’uva bianca per ognuno, ben lavati: poco prima della mezzanotte, al suono di dodici rintocchi, ingoiateli uno ad uno; ma, attenzione, perché ogni chicco non ingoiato sarà un mese sfortunato.
Se invece riuscirete a mangiarli tutti sarete pronti per avere la fortuna dalla vostra parte. Noi spagnoli li chiamiamo infatti “i chicchi d'uva della buona sorte”, “las uvas de la suerte”!
Ma per propiziare la buona fortuna si deve anche indossare un indumento nuovo, possibilmente rosso, perché simboleggia il fuoco del solstizio invernale.
E oltre alle lenticchie si dovrebbe cucinare qualcosa, come riso o fagioli, che cresca in pentola in modo da favorire la propria salute o il benessere familiare.
Si mangeranno inoltre acini, noci o semi che simboleggino la fertilità, come appunto gli spagnoleschi chicchi d'uva.
Che altro dirvi, cari amici telematici: beh, che “L'anno vecchio se ne va e mai più ritornerà”, come recita un proverbio lapalissiano semplice, semplice.
Oppure: “Anno nuovo, vita nuova”, che racchiude buoni propositi poco mantenuti poi in genere, come ad esempio le diete post-festaiole. Ma non pensiamo ora cose sgradevoli
E io? beh, io, oltre ad augurarvi ogni bene per l’Anno nuovo, vi lascio con questo dubbio shakespeariano per il Capodanno:
-Uva alla spagnola o lenticchie all'italiana?
Tutte e due direi, perché come afferma il proverbio: “Italia o Spagna? Basta che si magna”!
Parola della CUOCA ITAGNOLA!!!
LENTICHIE DI CAPODANNO CON IL COTECHINO
Ecco a voi dunque la vera ricetta delle bibliche lenticchie di Giacobbe, ma con il cotechino, da mangiare per Capodanno come vuole la tradizione, perché portano fortuna.
Già lo dice un noto proverbio romano: “Chi magna le lenticchie er primo conta quatrini tutto l’anno: e più ne magni e più ne conti!”
Attenzione però perché nel Quattrocento il Platina scriveva: “si digeriscono a stento e provocano gonfiore del ventre. Inoltre essendo un alimento di natura fredda reprime gli ardori di Venere”.
Dunque, poco raccomandabili per la notte di San Silvestro se vi si prospetta una serata amorosa…
*Per 4 persone occorrono:
300 g di lenticchie piccole
1 cipolla mediana
2 spicchi d'aglio
un gambo di sedano
1 carota
olio d’oliva
paprica dolce
cumino, lauro
sale, pepe
1 cotechino
Tenete le lenticchie a mollo per due ore, scolate e mettetele in una pentola coperte d’acqua fredda con tutti gli ingredienti a crudo: la cipolla e il sedano tritati, la carota a pezzi, l’aglio intero con tutta la buccia, un cucchiaino di paprica dolce in polvere (ma non è necessario se non vi piace), un pizzico di cumino, qualche granellino di pepe nero e una foglia di lauro.
Mettete il coperchio e lasciate cuocere a fuoco lento finché saranno tenere: quasi a fine cottura salate e irrorate con olio extravergine d'oliva.
A parte cuocete il cotechino ben coperto d’acqua e poi scolatelo.
Servite la minestra caldissima su fette di pane abbrustolito che avrete collocato sul fondo delle scodella e con il cotechino affettato.
Accompagnate con vino rosso corposo e consumate le vostre lenticchie in quantità: ricordate che tante più ne mangerete tanta più fortuna avrete!
AH, E BUON ANNO NUOVO A TUTTI!!!
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giovedì 22 dicembre 2011
"MO VENE NATALE": ALBERO O PRESEPE?
Molti di voi, cari amici, avranno già preparato come ogni anno il presepe: ma sapevate che . l'usanza è nata proprio qui, in Italia?
Ebbene, fu san Francesco d'Assisi a inventarlo nel
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| Greccio |
Fin dal IX secolo in molti paesi europei si erano formati dall'ufficio quotidiano delle Ore, cioè dalla preghiera liturgica che si teneva in determinate ore del giorno, i cosiddetti "Uffici drammatici" che rievocavano con brevi dialoghi le principali scene evangeliche.
Il tema della Natività venne elaborato nel monastero tedesco di Benediktbeuern - da cui presero il nome i celebri Carmina burana - come un vero e proprio dramma della Natività con decine di personaggi e varie scene al cui centro campeggiava quella del presepe che in latino significava greppia o stalla.
Ispirandosi a quelle sacre rappresentazioni san Francesco d'Assisi decise di celebrare il ricordo del Natale di Gesù in una grotta nei dintorni di Greccio, una paesino del Lazio situato alle pendici del monte Lacerone, quasi ai confini con l'Umbria.
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| La Grotta dove san Francesco preparò il primo presepe nel 1223 |
Bonaventura da Bagnoregio narra così la scena di quel 24 dicembre del 1223:
"Fece preparare una stalla, portare del fieno e condurre un bue e un asino. Si radunano i frati, accorre la popolazione: il bosco risuona di voci, e quella venerabile notte diventa splendente di luci, solenne e armoniosa di laudi armoniose. Francesco stava davanti alla mangiatoia ricolmo di pietà".
Successivamente, nel resto d'Italia, si passò dal presepe animato a quello inanimato di cui il più antico è quello di Arnolfo di Cambio conservato nella basilica di Santa Maria Maggiore a Roma.
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| Il presepe di Arnolfo di Cambio a Santa Maria Maggiore |
In ogni modo, oltre a quello di Greccio dalla atmosfera unica, uno dei più grandiosi, che occupa un'intera vallata d'origine etrusca, si svolge a Corchiano, in provincia di Viterbo: se siete da quelle parti non ve lo perdete, ma copritevi bene perchè fa un freddo siberiano!
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| Presepe vivente |
In molte case invece del presepe c'è l'albero di Natale, di solito un abete decorato con lumini e palline colorate: un'usanza che ci è arrivata dall'Europa del nord e dall'America.
Ebbene, i fautori del presepe sostengono che non sia un'usanza cristiana. E invece lo è!
Per capire il simbolismo dell'albero di Natale e le sue radici cristiane non dobbiamo dimenticare che in tutte le antiche tradizioni l'albero è il simbolo dell'Asse del mondo attraverso il quale l'Eterno si manifesta nel mondo visibile.
Nell'Antico Testamento l'Albero della Vita piantato al centro dell'Eden, e del quale Adamo ed Eva possono nutrirsi prima del peccato originale, viene identificato con il Cristo da molti teologi medievali .
Scriveva ad esempio nel XII s. il benedettino Ruperto di Deutz: "Il Paradiso Terrestre fu creato a immagine del paradiso celeste dove le potenze angeliche sono come alberi bellissimi e l'Albero della Vita è Dio stesso".
Non diversamente il vescovo Ippolito di Roma scriveva già nel III secolo a proposito della Croce: "Pianta immorale, s'innalza al centro del cielo e della terra: fermo sostegno dell'universo, legame di tutto, sostegno di tutta la terra abitata, legame cosmico che comprende in sé tutta la molteplicità della natura umana".
Per questi motivi ad Assisi, nella cappella del Monastero di Santa Croce, dove vivono le suore cappuccine tedesche, nella notte di Natale un abete campeggia sotto il Crocefisso dell'altar maggiore e molti altri alberi decorati con striscioline di carta argentata e candeline sono sistemati lungo la navata.
E per tutto ciò, nelle case dove si è consapevoli del suo simbolismo, si appendono all'abete tanti lumini che rappresentano per i cristiani la luce che il Cristo dispensa all'umanità; mentre le palline di vetro colorate, i frutti dorati, i regalini e i dolciumi sono i simboli della vita spirituale e dell'amore che Lui offre ai credenti.
Per capire il simbolismo dell'albero di Natale e le sue radici cristiane non dobbiamo dimenticare che in tutte le antiche tradizioni l'albero è il simbolo dell'Asse del mondo attraverso il quale l'Eterno si manifesta nel mondo visibile.
Nell'Antico Testamento l'Albero della Vita piantato al centro dell'Eden, e del quale Adamo ed Eva possono nutrirsi prima del peccato originale, viene identificato con il Cristo da molti teologi medievali .
Scriveva ad esempio nel XII s. il benedettino Ruperto di Deutz: "Il Paradiso Terrestre fu creato a immagine del paradiso celeste dove le potenze angeliche sono come alberi bellissimi e l'Albero della Vita è Dio stesso".
Non diversamente il vescovo Ippolito di Roma scriveva già nel III secolo a proposito della Croce: "Pianta immorale, s'innalza al centro del cielo e della terra: fermo sostegno dell'universo, legame di tutto, sostegno di tutta la terra abitata, legame cosmico che comprende in sé tutta la molteplicità della natura umana".
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| Presepe e Albero a San Pietro |
Per questi motivi ad Assisi, nella cappella del Monastero di Santa Croce, dove vivono le suore cappuccine tedesche, nella notte di Natale un abete campeggia sotto il Crocefisso dell'altar maggiore e molti altri alberi decorati con striscioline di carta argentata e candeline sono sistemati lungo la navata.
E per tutto ciò, nelle case dove si è consapevoli del suo simbolismo, si appendono all'abete tanti lumini che rappresentano per i cristiani la luce che il Cristo dispensa all'umanità; mentre le palline di vetro colorate, i frutti dorati, i regalini e i dolciumi sono i simboli della vita spirituale e dell'amore che Lui offre ai credenti.
Insomma, come vedete tutti e due, presepe e albero, sono ugualmente simboli del Natale...
E voi, quel preferite?
E voi, quel preferite?
Personalmente tutti e due e così ho fatto anche questa volta, preparando un piccolo presepe - un "Belen" si dice da me - con delle minuscole figure di terracotta dipinta che risalgono agli anni della mia infanzia e che mi hanno accompagnato in tutti i miei traslochi.
Sarà però un Natale un po' nostalgico perché - ahimé! - quest'anno la mia "crisi economica" non mi permetterà di andare a passare le Feste in Spagna, con la mia famiglia...
Insomma in questi giorni di penuria per tutti - o quasi- mi viene in mente una vecchia canzonetta di Renato Carosone, intitolata "Mo vene Natale" ...
Eccola per voi cliccando qui...
Mo vene Natale
nun tengo denare
me leggio ‘o giurnale
e me vaco a cuccà.
CON TANTI AUGURI DALLA CUOCA ITAGNOLA!!!
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