A mio marito nel decennale della sua assenza
Il 18 maggio 2003 era domenica e faceva molto caldo. Nel nostro giardinetto la buganvillea era esplosa in tutto il suo splendore e la pergola d’ingresso era diventata una sorte di capanna ricoperta di fiori viola, proprio come piaceva ad Alfredo.
Quella mattina però non poteva vederle dal suo balcone aperto come aveva fatto altre mattine: quel giorno Alfredo non era riuscito ad alzarsi dal letto.
Era sfinito dalle “cure” subite durante gli oltre tre anni e mezzo di malattia, da quando alla fine del 1999 gli era stato diagnosticato che aveva il cancro.
Un cancro al colon in fase abbastanza avanzata, ci aveva comunicato il medico di guardia dell’Ospedale Bel Colle di Viterbo dove allora abitavamo e dove era stato ricoverato d’urgenza per l’emorragia avuta quella sera. La sera del 16 dicembre 1999.
Da quel momento e fino al 18 maggio 2003, Alfredo avrebbe sopportato ogni tipo di cura: perché, sebbene da allora aveva cominciato ad affermare che “navigava a vista”, voleva vincere il “mostro”, la piovra, con qualsiasi mezzo.
E da quel momento, da quando ci dissero della malattia, ci ritrovammo a vivere con la MORTE come compagna... E con un grande senso di SOLITUDINE.
Una sensazione, quella della SOLITUDINE, che iniziò quando ci dissero del cancro e ci guardammo negli occhi e l’unica frase che riuscimmo a sussurrare fu di incredulità : -“ma dobbiamo fare ancora tante cose insieme...”.
E tante furono da quel momento le cose che abbiamo fatto insieme, ma non quelle che avevamo progettato credendo che la nostra unione sarebbe stata infinita nel tempo.
Insieme, con la SOLITUDINE accanto, cominciammo la lotta contro il mostro; una battaglia fatta di cure, tentativi di cure dai nomi che forse avevamo sentito qualche volta ma che fino ad allora non ci appartenevano: chemioterapia, radioterapia, intervento al colon e al fegato per metastasi al terzo segmento. Ma dopo sarebbero arrivati quelle al secondo e al quinto e ad altri ancora: ma quanti segmenti ha il fegato mi domandavo?
Terapie permeate di piccole speranze, delusioni, ancore speranze, ancora delusioni e qualche piccola e persino grande gioie quando ci pareva di aver vinto qualche singola battaglia contro la piovra sempre più invadente: come la terapia innovativa, giunta dall’America, l’antiangiogenesi, esperimentata allora al San Filippo Neri di Roma dal primario d'oncologia, il professore Giampietro Gasparini.
Alfredo l'iniziò, l'antiangiogenesi, nel mese di maggio 2001: abitavamo ancora a Viterbo e ogni volta, un paio di volte a settimana, al mattino presto, prendevamo il treno "Viterbo Portaromana-Roma San Filippo Neri, perché c'era - e c'è tuttora - una fermata proprio davanti all'Ospedale e perciò più comodo per noi dal viaggio in automobile.
Lui rimaneva ricoverato al Day Hospital e io tornavo a casa, sempre col treno. Verso l'ora di pranzo ritornavo in ospedale, ma questa volta in macchina, perché la terapia lo lasciava esausto e non avrebbe potuto viaggiare in treno.
L'antiangiogenesi del San Filippo Neri gli donò due anni di vita, un mare di speranze nella guarigione e la possibilità di finire di scrivere vari libri, fra cui l'ultimo che lui riuscì a vedere pubblicato: "Acquario", edito dalla Mondadori nel settembre 2002.
Ma in seguito quella innovativa terapia fu un ennesimo e ancora più doloroso fallimento.
Il fegato, sempre il fegato appariva inondato da altre metastasi, ora un segmento, poi un altro, e io continuavo a domandarmi: ma quanti segmenti ha il fegato?
E contro il fegato invaso dalla piovra ancora altre cure e altri interventi: la chemio-embolizzazione epatica e poi la termoablazione epatica e poi altri sei cicli di chemioterapia con prodotti dai nomi che mai dimenticherò perché erano diventati per me familiari, come per altri la aspirina: oxaliplatino, 5fluoracile, acido folico, methotrezate...
E ancora altre cure e altri medicinali con altri “protocolli”, come vengono denominate le armi che gli oncologi hanno per combattere la piovra.
Ma per la SOLITUDINE che invade il malato e la famiglia del malato, per quella sensazione di essere abbandonati alla sorte, non ci sono cure e nemmeno palliativi.
Una sensazione, quella della SOLITUDINE, che iniziò quando ci dissero del cancro e ci guardammo negli occhi e l’unica frase che riuscimmo a sussurrare fu di incredulità : -“ma dobbiamo fare ancora tante cose insieme...”.
E tante furono da quel momento le cose che abbiamo fatto insieme, ma non quelle che avevamo progettato credendo che la nostra unione sarebbe stata infinita nel tempo.
Insieme, con la SOLITUDINE accanto, cominciammo la lotta contro il mostro; una battaglia fatta di cure, tentativi di cure dai nomi che forse avevamo sentito qualche volta ma che fino ad allora non ci appartenevano: chemioterapia, radioterapia, intervento al colon e al fegato per metastasi al terzo segmento. Ma dopo sarebbero arrivati quelle al secondo e al quinto e ad altri ancora: ma quanti segmenti ha il fegato mi domandavo?
Terapie permeate di piccole speranze, delusioni, ancore speranze, ancora delusioni e qualche piccola e persino grande gioie quando ci pareva di aver vinto qualche singola battaglia contro la piovra sempre più invadente: come la terapia innovativa, giunta dall’America, l’antiangiogenesi, esperimentata allora al San Filippo Neri di Roma dal primario d'oncologia, il professore Giampietro Gasparini.
Alfredo l'iniziò, l'antiangiogenesi, nel mese di maggio 2001: abitavamo ancora a Viterbo e ogni volta, un paio di volte a settimana, al mattino presto, prendevamo il treno "Viterbo Portaromana-Roma San Filippo Neri, perché c'era - e c'è tuttora - una fermata proprio davanti all'Ospedale e perciò più comodo per noi dal viaggio in automobile.
Lui rimaneva ricoverato al Day Hospital e io tornavo a casa, sempre col treno. Verso l'ora di pranzo ritornavo in ospedale, ma questa volta in macchina, perché la terapia lo lasciava esausto e non avrebbe potuto viaggiare in treno.
L'antiangiogenesi del San Filippo Neri gli donò due anni di vita, un mare di speranze nella guarigione e la possibilità di finire di scrivere vari libri, fra cui l'ultimo che lui riuscì a vedere pubblicato: "Acquario", edito dalla Mondadori nel settembre 2002.
Ma in seguito quella innovativa terapia fu un ennesimo e ancora più doloroso fallimento.
Il fegato, sempre il fegato appariva inondato da altre metastasi, ora un segmento, poi un altro, e io continuavo a domandarmi: ma quanti segmenti ha il fegato?
E contro il fegato invaso dalla piovra ancora altre cure e altri interventi: la chemio-embolizzazione epatica e poi la termoablazione epatica e poi altri sei cicli di chemioterapia con prodotti dai nomi che mai dimenticherò perché erano diventati per me familiari, come per altri la aspirina: oxaliplatino, 5fluoracile, acido folico, methotrezate...
E ancora altre cure e altri medicinali con altri “protocolli”, come vengono denominate le armi che gli oncologi hanno per combattere la piovra.
Ma per la SOLITUDINE che invade il malato e la famiglia del malato, per quella sensazione di essere abbandonati alla sorte, non ci sono cure e nemmeno palliativi.
(continua...)



























































